Frasi
Frasi di Giacinto Spagnoletti
12 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giacinto Spagnoletti raccolte in un'unica pagina: 12 frasi, divise per libro e argomento.
Giacinto Spagnoletti (storico della letteratura, critico letterario, poeta e romanziere italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giacinto Spagnoletti
A volte, in certi periodi, poesia era per me il prestarmi alla vita, alla gente analfabeta che non sapeva esprimersi: e diventavo la sua penna o la sua voce.
Fin dall'inizio (Voyage au bout de la nuit, 1932) fu chiaro che a Céline la «lurida» realtà interessava solo se avesse potuto trasformarsi nell'autentico protagonista del suo narrare: la lingua. Di essa ci sono note caratteristiche minori, quali l'insistenza sui dettagli, le ripetizioni, i puntini; senonché è proprio dal grande amalgama del linguaggio che la realtà finisce per affiorare in tutta la sua evidenza.
Fu, credo, una sera di primavera del 1951 che timidamente si affacciò fra noi un giovane dall'aria timida Bartolo, se interrogato, parlava solo di una guerra alle spalle, di una possibilità di trovar lavoro a Milano Ma non diceva nulla di più.
L'impressione di chi lo ascolta resta quella di un uomo che, pur sorvolando il tempo, non si è lasciato sfuggire in una vita tanto lunga nulla di ciò che lo interessava.
La sua attività fu multiforme e rinnovatrice: contro il dogmatismo dei classicisti alzò il vessillo della critica liberale, non più su schemi moralistici o tradizionali, ma sulle ricerche storiche e psicologiche. Devoto all'idea della verità, per giungervi oltrepassa anche il dato estetico. É suo il pensiero: «Il vero soltanto; e che il bello e il buono vengano dopo».
La sua visione tragica della vita (ricordiamo che Croquignole si chiude con due suicidi) è frenata da un'accorata vena sapienziale di origine contadina, da un soffio di misticismo crepuscolare, e infine, quando meno lo si aspetta, dall'immagine della gioia. Era alla gioia e non alla rassegnazione e alla tristezza che lo scrittore di Cérilly puntava: una gioia disperata, un bisogno, come dice André Gide, di felicità da conquistare ad ogni costo.
Non ho mai pensato che l'operazione letteraria sia divisibile in tanti "riquadri" e scomparti quanti sono la critica, la saggistica, la narrativa, la poesia, ecc. Se un critico non è anche un "narratore", mi chiedo che senso abbia la sua funzione di interprete.
Oggi non mancano fattori nuovi che val la pena tenere in considerazione: l'uso del dialetto da parte di un poeta come Zanzotto, la voce umana di Albino Pierro, per fare solo due nomi eccellenti. Ora, a questi, a cui vorrei aggiungere almeno due di grande rilievo, Franco Loi e Tonino Guerra, viene ad affiancarsi quello di un poeta trentino, Renzo Francescotti.
Per dimenticare l'amarezza di passare per un collaborazionista, si rifugia nella lettura dell'amato Chateaubriand, di cui gli piace il disprezzo verso gli uomini nuovi.
Queste liriche rappresentano il sentimento genuino della più incauta adolescenza, insieme misteriosa e febbrile. Esse corrispondono infatti, punto per punto, alle esaltazioni e alle precoci stanchezze dell'età breve.
Un poeta al quale la lunghissima età non ha regalato saggezza in senso spicciolo, patriarcale, ma che si è creato, fin dai tempi della giovinezza, un bilico tutto proprio fra saggezza e follia: follia come espressione di libertà e quindi premio intrinseco della saggezza.
Venuto a contatto con gli intellettuali progressisti del gabinetto Vieusseux, Leopardi invece di rifiorire a nuova vita, si chiuse, dopo il primo entusiasmo, ancora di più nella propria solitudine.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026