Frasi
Frasi di Giovanni Berchet
23 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 23 citazioni di Giovanni Berchet, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giovanni Berchet (poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovanni Berchet
Il giallo ed il nero / colori esecrabili / a un italo cor. (da Matilde)
La faccia sua sì bella / la disfiorò il dolor: / la voce del cantor / non è più quella. (da Il Trovatore)
La guancia sua sì bella / più non somiglia un fior: / la voce del cantor / non è più quella. (da Il Trovatore)
[...] Remote / ah! non son le vendette del vinto; / oggi ei fugge, doman vi percote.
Tutti gli uomini, da Adamo in giù fino al calzolaio che ci fa i begli stivali, hanno nel fondo dell'anima una tendenza alla poesia. (dalla Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo)
Un popol diviso per sette destini, / In sette spezzato da sette confini, / Si fonde in un solo, più servo non è. (da All'armi! All'armi!)
Veggo lo scrittorello, colui il quale vende ognora a gran prezzo ciò che val nulla: se stesso e i suoi giudizi. (da Scritti critici e letterari)
Il romito del Cenisio – Citazioni
Maledetto / chi s'accosta senza piangere / alla terra del dolor!
Come il mar su cui si posa / sono immensi i guai d'Italia / inesausto è il suo dolor.
Da quest'Alpi infino a Scilla / è delitto amar la patria, / è una colpa il sospirar.
Frasi da «Le Fantasie»
Dove che venga l'Esule / sempre ha la patria in cor. (parte I; p. 27)
L'han giurato. Gli ho visti in Pontida / convenuti dal monte, dal piano. / L'han giurato; e si strinser la mano / cittadini di venti città. (parte I; p. 31)
Libertà non fallisce ai volenti. / Ma il sentier de' perigli ell'addita; / ma promessa a chi ponvi la vita, / non è premio d'inerte desir. (parte I; p. 34)
Non la siepe che l'orto v'impruna / e il confin dell'Italia, o ringhiosi; / sono i monti il suo lembo; gli esosi / son le torme che vengon di là. (parte III; p. 50)
[...] fidi all'infame gara / di chi più alacre a opprimere / o chi 'l sia più a servir. (parte V; p. 75)
Dicono di Giovanni Berchet
Fra i poeti della scuola romantica della prima maniera il Berchet si distingue per l'ideale patriottico dominante ne' suoi versi. Il sentimento religioso egli lo ha, ma nelle sue poesie apparisce appena; il cattolicismo del Manzoni, del Grossi, del Torti e del Pellico non v'è punto; l'ardimento, che è spesso aspra fierezza nell'espressione del patriottismo, lo avvicina piuttosto al Niccolini, al Guerrazzi ed al Giusti. Fu detto che la poesia del Berchet deriva dall'ode manzoniana Marzo 1821; ma è un'esagerazione, se non anche un errore.
La poesia di Giovanni Berchet, quanto agli effetti che produsse per l'eccitazione del sentimento nazionale, può in qualche modo paragonarsi al libro delle Mie Prigioni: ché se questo ebbe efficacia largamente anche fuori d'Italia, quella in Italia la ebbe fors'anco maggiore.
Egli raggiunge il vertice della sua arte quando forza e languore si fondono in modo che la dolcezza attenui quella forza e la forza invigorisca quella dolcezza e la salvi dal cadere in un sentimentalismo manierato. Certo, dove abbiamo questo soave contemperamento, l'effusione lirica acquista un leggiadro e commosso decoro e l'ispirazione patriottica è rivendicata alla migliore poesia del romanticismo.
La poesia del Berchet è stata definita dal De Sanctis come quella di un uomo amabile, malinconico, chiuso in sé come una vergine, o d'un poeta, insomma, quasi femmineo. «Una donna che parla in mezzo alla strada — egli ha scritto — ma concitata, piena d'animazione e cantando. Ecco l'immagine della poesia del Berchet». Definizione soltanto in parte esatta e corretta dallo stesso De Sanctis durante l'esame di tutta l'opera berchettiana.
La sua lingua ineguale sorge dalla sua tormentosa esperienza. Per questa sua esperienza dolente, per la sua prorompente passione, per la castità dei suoi pensieri e la nobiltà dei suoi affetti e dei suoi odi, per tutte le sue sofferenze, gli perdoniamo certe sue movenze , certo suo artificio, certe sue combinazioni stridenti di vocaboli, e i suoi arcaismi, e le sue locuzioni o convenzionali o , e anche i suoi costrutti forzati, i suoi rapidi e improvvisi trapassi, il suo verso spezzato, il suo strano miscuglio di espressioni auliche e volgari, la sua lingua, insomma, che esce direttamente dalla concitazione psicologica e soltanto di tratto in tratto subisce quella elaborazione fantastica che la trasfigura e la fa linguaggio poetico.
La più sconcia e povera cosa che Giovanni abbia dettata nel Conciliatore è una Lettera di Grisostomo al molto reverendo Signor Canonico Don Ruffino (Num. 26), tutta riboccante di non attici motteggi contro Girolamo Tiraboschi, reo d'avere con sì copiosa messe di fatti e di notizie, faticosamente raccolte e criticamente vagliate, diffuso tanta luce sulle vicende della nostra letteratura, alla cui Storia egli fu quel che il gran Muratori alla Storia d'Italia, e uggioso al Nostro, che lo stimò sì digiuno di critica da non avere esaminato que' fatti né anche con quel tanto di filosofia che i tempi gli concedevano. Ma, come in questa congiuntura, ancor più che in ogni altra, il Berchet obliò del tutto la divisa del suo giornale e la nobile sentenza che nell'Introduzione di quello è registrata a mo' di promessa: «andrebbe dunque errato chi credesse da noi riposta la critica in un continuo scoppiettar di epigrammi o di censure maligne»; cosi gli uscì di mente che chi troppo filosofeggia fatti, facilmente assegna a quelli cagioni più ingegnose che vere e, più che profonde, aeree.
Tale visse, proseggiò, poetò Giovanni Berchet: a cui le virtù abbondarono ancor più nella vita privata e cittadina che nella letteraria, che, a dir vero, non fu né operosissima nella quantità, né nella qualità esemplarissima. Grave, troppo grave pecca, e della quale io né alcun vero e buono artista di verso non vorrà mai discolparlo, fu in lui scrittore, e specialmente in lui poeta, il disprezzo borioso dell'arte del dire e dell'italianità del dettare: di che le molte e intollerabili scorrezioni, improprietà, trivialità di frase, di stile, di verseggiatura in quasi tutti i suoi canti dell'età matura, e più numerose e più disgustose ne' più splendidi.
Quivi ei parlò rado, breve e assennato: tre rari beneficii ad un tempo alla patria, allora, come ora, assordata da cicalecci frequenti, profusi, improvvidi; e fu di coloro che deploravano una riscossa contro l'AustriaLa prima ; la deploravano perché non ben preparata e disuguale, e perché ne temevano quel che ne seguì. Onore alla generosità assennata; tanto più onore quanto più gli sconsigliati la bestemmiano e la imprecano! Ma troppo quel nobilissimo cuore consumava l'angoscia del mal tentato risorgimento italiano, quell'angoscia che rose e spense immaturo anco Giuseppe Giusti e più altri incliti patrioti; e la salute affievolita non gli consentì di varcare il 1851. Visitò, ma inutilmente, con l'Arconati, nell'estate di quell'anno le benefiche acque di Vichy; e tornato a Torino, e venuto allo stremo del vivere, spirò il 23 di Dicembre: tal moria qual visse, da vero cristiano e da patriota vero.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026