Ritratto di Giovanni Papini
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Frasi

Frasi di Giovanni Papini

111 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 111 citazioni di Giovanni Papini, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Giovanni Papini (scrittore, poeta e aforista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Giovanni Papini

Ci furono guerre lunghissime. Ci furono guerre di sterminio: chi legge le imprese di Basilio il Bulgaroctono può, se appena abbia il cuor tenero, più di una volta impallidire.
Massacratore di bulgari.
Ci son di quelli che non dicon nulla ma lo dicono bene – ce n'è altri che dicono molto ma lo dicon male. I peggio son quelli che non dicono nulla e lo dicon male.
Da Schegge.
Come se un uomo non potesse avere le gambe corte e le idee lunghe. I più istruiti lo giudicano un omino per bene, buon padre di famiglia, che raccoglie le monete e dà poche noie. Soltanto tra i più intelligenti e disinteressati ha qualche simpatia.
Il re era un appassionato numismatico.
Dicevo che Palazzeschi è grande e che il divertimento c'è per tutte le borse e per tutti i cervelli.
Da Tutte le opere: Prose morali, A. Mondadori, Milano, 1959, p. 145.
Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidume di latte materno e lacrime fraterne. Ci voleva una bella annaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
Da Amiamo la guerra!, Lacerba, II, 20, 1° ottobre 1914.
I cinematografi colla loro petulanza luminosa, coi loro grandi manifesti tricolori, e quotidianamente rinnovati, colle rauche romanze dei loro fonografi, gli stanchi appelli delle loro orchestrine, i richiami stridenti dei loro boys rosso vestiti, invadono le vie principali, scacciano i caffé, s'insediano dove erano già le halls di un réstaurant o le sale di un , si associano ai bars, illuminano a un tratto con la sfacciataggine delle lampade ad arco le misteriose piazze vecchie e minacciano, a poco a poco, di spodestare i teatri, come le tranvie hanno spodestato le vetture pubbliche, come i giornali hanno spodestato i libri, e i bars hanno spodestato i caffè.
Da La filosofia del cinematografo, La Stampa, 18 maggio 1907; citato in Francesco Casetti, Silvio Alovisio, L'esperienza del pubblico cinematografico in (a cura di) Silvio Alovisio, Giulia Carluccio, Introduzione al cine
Il Martini è disegnatore e nient'altro che disegnatore. Egli non pretende far quadri né aspira a eseguire decorazioni. I suoi unici strumenti sono la penna e la matita e non ha bisogno d'altre materie prime al di fuori della carta e dell'inchiostro. S'egli è qualcosa di più di un artefice, è un poeta, uno scrittore – un pensatore se volete. Ma in lui non c'è traccia di ricerca del colore. Un semplice e sicuro contorno; il crudo contrasto fra il bianchissimo e il nerissimo gli bastano. Al di là della linea e della massa tenebrosa egli non cerca altro. Tutta la sua opera è fatta di disegni e tutta la sua fama è fondata sopra la sua fecondità di disegnatore.
Da Disegnatori italiani. Alberto Martini, in Vita d'arte , Anno I, Vol. I, Gennaio 1908, p. 24.
In questo senso Alberto Martini è il più romantico dei disegnatori italiani. Egli ama il riso e lo spavento, le smorfie dei buffoni e il ghigno dei demoni, le contorsioni dei corpi pallidi e le ombre delle spelonche. Le sue opere, sia che ci appaiano ricche di humour o di eleganza macabra, sono fra le più interessanti che i italiani abbiano offerto negli ultimi anni per il nostro godimento e la nostra riflessione.
Da Disegnatori italiani. Alberto Martini, in op. citata, p. 32.
Io ho creduto alla guerra nel 14 e nel 15 – ma dal 16 a ora la mia repugnanza e la mia disillusione son andate crescendo gigantescamente. E oggi, come te, maledico e condanno ciò che esaltai. [...] L'orrore ci ha insegnato quel che veramente siamo.
Dalla lettera ad Aldo Palazzeschi, 9 luglio 1920. Citato in Franco Contorbia, Su Palazzeschi "politico"; in L'opera di Aldo Palazzeschi, Atti del convegno internazionale, a cura di Gino Tellini, Olschki, Firenze, 22-24 f
Io non l'ho conosciuto. Ebbi l'onore, nel 1905, di pubblicare un capitolo inedito della sua Ideale Rivolta nel Leonardo ma non lo vidi mai. Forse è stato meglio: non avremmo avuto il tempo di limare le punte delle nostre persone scontrose colla consuetudine lunga e familiare dell'intimità.
Da G. Papini, Alfredo Oriani. La lotta politica, in Scrittori e artisti. Citato in Sandro Gentili, Carteggio Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Vol. I, 2003. ISBN 88-8498-115-8
La gioventù è nostalgica e profetica: rimpianto di ciò che non fu mai posseduto, desiderio di quel che non sarà mai nostro [...]. Ma pure è il solo tempo della vita in cui veramente si vive: se vita è fuoco, amore di grandezza, sete di perfezione, amore dell'amore. È il solo tempo in cui l'uomo sia come ferro bianco e duttile, pronto a colare nelle forme vili ma anche in quelle divine; non ancora rappreso per sempre nel duro congelamento dell'abitudine [...]. Tutto il rimanente della vita ci scalderemo alla braciglia lasciata dall'incendio della giovinezza.
Da Sulla gioventù, Il Frontespizio, XI, ottobre 1932.
La guerra, infine, giova all'agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz'altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s'ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest'altro anno! E il fuoco degli scorridori e il dirutamento dei mortai fanno piazza pulita tra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un'arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.
Amiamo la guerra e assaporiamola da buongustai finché dura, La guerra è spaventosa e appunto perché e spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi. (Amiamo la guerra! in Lacerba, 1 ottobre 1914)
Citato in Storia della bruttezza, a cura di Umberto Eco, Bompiani, Milano, p. 372. ISBN 978-88-452-7389-6
La modestia è la forma più insulsa dell'orgoglio.
Da Schegge.
La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione. Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.
Da un articolo pubblicato su Lacerba, 1° giugno 1914.
Nel mondo dell'arte c'è una guerra sola: quella tra Circe e Orfeo. Tra Circe che trasforma gli uomini in bestie e Orfeo che trasforma i bruti in uomini.
Da Pillole di Minerva, II Frontespizio; ora in Mostra personale, Morcelliana, 1947.
Egli, al pari di pochissimi e rarissimi pensatori che lo hanno preceduto, s'è ucciso per accettare fino all'ultimo, onestamente e virilmente, le conseguenze delle sue idee — s'è ucciso per ragioni metafisiche.
Da Un suicidio metafisico, Il Resto del Carlino, 5 novembre 1910; anche in 24 cervelli: saggi non critici, Facchi, 1919.
Recinto di mandragola / di malve e di narcisi / scende al suo Mugello / l'incantatore Lisi. Parroco di campagna / dice colui che sa / e invece non è vero: / è frate di città.
Citato in Antonio Altomonte, Lisi, un cattolico dalle radici pagane, Il Tempo, 30 giugno 1974.
Se Roma ti ha fatto scrivere lOra di Barabba, Parigi t'ispirerebbe lOra di Lucifero — o forse lOra d'Iddio. Perché Parigi, in fondo, è più morale e cattolica di quel che non si creda da lontano. La maggior parte della gente è massa borghese che lavora dalla mattina alla sera per guadagnar soldi — l'Industria del Vizio fa parte dell'Industria dello Straniero ed è esercitata in gran parte da stranieri.
Lettera a Domenico Giuliotti, Parigi, 19 maggio 1928, carteggio Giuliotti-Papini.
Un delitto vien punito quand'è piccolo ed esaltato e premiato quand'è grande.
Da Il tragico quotidiano.
Un uomo verrà certamente, fra molti anni, in una calma sera d'estate, a chiedermi come si può vivere una vita straordinaria. Ed io gli risponderò certamente con queste parole: Rendendo abituali le azioni e le sensazioni straordinarie e facendo rare le sensazioni e le azioni ordinarie.
Da Il tragico quotidiano.
Verso la mattina tutte le stelle sparse per il cielo si coagulano insieme, lasciando l'argento per l'oro allo scopo di formare l'unico sole. La notte è individualista e il giorno è monarchico.
Da Spunti e spuntature, Il Frontespizio, X, settembre 1932.

Frasi da «Il diavolo»

L'imbecillità dei filosofi «profondi» è così immensa che è superata soltanto dall'infinita misericordia di Dio.
L'Inferno non è che il Paradiso capovolto. Una spada riflessa nell'acqua prende figura di croce.
Si può entrare nel regno di Dio anche dal nero portale del peccato.

Scheda del libro «Il diavolo»

Il sacco dell'orco

Anche la giovinezza è una malattia ma chi non ha sofferto questo male sacro non ha vissuto.
Il vecchio è indicibilmente solo, come il nascituro.
Quando capita una grande amnistia v'è chi si pente di non aver commesso a suo tempo un delittuccio che non sarebbe costato nulla.
Se gli scrittori non leggessero e i lettori non scrivessero, gli affari della letteratura andrebbero straordinariamente meglio.

Frasi da «La spia del mondo»

L'uomo, fra tutti gli esseri che sono in terra, è il solo che si sforzi d'imitare il suo padre antico, che tenti di tornare, nei suoi più vivi ed alti momenti, allo stato del sole o almeno di assomigliarsi a lui. (p. 23)
La Luna, per colui che pensa in termini di eternità, è il fulgente memento mori che Dio ripete ogni giorno alla «gran madre antica». (p. 27)
Quando noi camminiamo, indifferenti o frenetici, sulla superficie della terra, noi calpestiamo, in verità, quel che fu, un giorno, carne sensibile di esseri vivi. (p. 29)
Il mare è un nemico che gli uomini si sforzano di amare. (p. 30)
Nell'universo rinnovato da Cristo secondo spirito e verità non c'è posto per il mare; il mare era un di più; un avanzo della prima creazione, ora obliterata. La terra sarà tutta terra e tutta umana e gli uomini cercheranno l'infinito e la libertà soltanto nello splendore senza confine del cielo rifatto. (p. 35)
La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l'uomo – fiera destinata a diventar farfalla angelica – è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco. (p. 42)
Quando il diavolo di Goethe dice: «se non mi fossi riservata la fiamma non avrei nulla per me» mentisce come sempre. Neppure la fiamma appartiene all'eterno Diseredato. Come Dio s'è riservato, tra i giorni, quello del riposo e tra i liquori della vita il sangue Egli ha preso per sé, tra gli elementi, l'amorosa tremendità del fuoco. (p. 44)
L'incendiario è l'ateo che non ha saputo trovar Dio in se stesso e che lo cerca, per la via del delitto, nel simbolo fisico ed esteriore. Forsennato a somiglianza del mistico, di cui è l'antitesi, e non potendo incendiar d'amore l'anima sua per ricongiungerla al fuoco supremo, egli dà fuoco alle cose consumabili e gode in cuor suo nel contemplare le fiamme nate dalla sua vendetta. E come tutti gl'idolatri adora l'apparenza e non la sostanza d'Iddio. (pagg. 48-49)
È certo la primavera la stagione più triste dell'anno. Ondeggia, incespicante e trasognata tra la bianca severità dell'inverno e la focosa maestà dell'estate, come una «donzelletta» acerba che non è più vera bambina e non è ancora donna fatta. È ridotta, perciò, alle malfide risorse del doppio gioco. In certi giorni un baccanale di sole indora e accende tutte le cime e tutte le superfici, e un'improvvisa afosità simula ipocritamente la gialla offensiva del giugno. Ma poi, il giorno dopo, sipari di nuvolone seppiacee si calano sugli orizzonti come gramaglie, il vento settentrionale uggiola e morde, i piovaschi impazziscono in furori diluviali, i fiumi aprono brecce nelle ripe, sui monti si ammonta un'altra volta la neve, tardiva ed intempestiva, e le prime erbe dei prati, stupite e strapazzate, vorrebbero rientrare sotto la terra. Passata la furia boreale, tornano le giornate grigie e accidiose, con qualche golfo di azzurro che subito si richiude, le strade fradice e sudice, i muri bollati di gore umide, i fossi colmi d'acqua lotosa. Eppoi, in pochi meriggi, tutto s'asciuga, tutto s'infiamma, tutto arde, tutto si riscalda e ci s'accorge, con mortificante sorpresa, che la primavera è finita, senza aver potuto godere, meno che pochi istanti, le sue incantate e decantate meraviglie. (pagg. 55-56)
Era la primavera, secondo le favole antiche, la stagione de' rinnovati o comincianti amori: e anche questa è leggenda. Gli uomini, più insaziabili delle bestie, non hanno più, e forse non hanno mai avuto, una sola stagione per la cocenza dell'amore. E semmai l'hanno trasferita all'incandescente estate: già l'antichissimo Esiodo aveva notato che nell'agosto son più lascive le donne. Ma tutti i mesi, per l'uomo, sono ugualmente propizi, tanto più che l'amore entusiasmo, l'amore passione, l'amore pazzia, ai quali si riferivano i poeti e i trattati di Eros, vanno velocemente scomparendo dagli animi e dai costumi dei nostri popoli inciviliti fino all'imbecillità e oltre. (p. 59)
L'ardente solitudine non annulla la possibilità degli amori. (p. 61)
La vampa favorisce la caparbia volontà della specie. Sembra che ogni vivente non abbia altro fine che quello di generare viventi simili a sé, senza curarsi se gli intervalli tra le successive creazioni siano odiosi o portentosi. (p. 61)
I giorni di settembre sono, fino all'ultimo meriggio, ariose e melodiose strofe classiche che all'avvicinarsi della notte diventano troppo buiosamente romantiche. (p. 64)
[...] La pelle di Simba, del superbo imperatore della foresta africana, fu inondata e lordata dalla bava di quei due cuccioli dell'uomo di città. Finché divenuta troppo sordida e putente perfino per il non delicato olfatto della portinaia, fu sdegnosamente buttata sopra un monte di spazzatura, dove ebbe finalmente termine la sciagurata e immeritata infamia del re prigioniero.
Tale è spesso la miseranda sorte degli esseri migliori e non soltanto fra queli che nacquero, leoni, sulle sponde erbose di un gran fiume. (p. 88)
Nel nostro mondo nulla muore o sparisce interamente e definitivamente e così un rito magico preistorico è contemporaneo, presso un popolo civile, delle più ardite applicazioni della fisica modernissima. (p. 90)
[...] le fiere selvatiche e i mammiferi giganti son vendicati, sempre, dagli animali più microscopici che esitano, da quei microbi che prosperano nel corpo umano e che, alla fine, nella maggior parte dei casi, lo intossicano, lo divorano e lo spengono. Strano e singolare contrappasso, gli esseri infinitesimi e invisibili puniscono con la morte gli uccisori dei loro fratelli colossi. Gli umili, che son legione, fanno giustizia dei mediocri che ammazzano i potenti. (p. 93)
L'uomo non è che un quadrupede riottoso e maligno che, a forza di superbia, riesce a star ritto sulle zampe di dietro. (p. 97)
– Chi aspira ad innalzarsi al di sopra della terra [...] è segno che in altri tempi ebbe le ali oppure che è destinato, in un lontano futuro, ad averle. (p. 98)
Medievali debbono essere i versicoli latini che trovai, non so più dove, e che mi sono rimasti, non so come nella memoria.
Homo? Humus
Fama? Fumus
Finis? Cinis.
Con terribile brevità qui è contenuta la storia terrena di tutti gli uomini, anche dei sommi e dei gloriosi. [...] Nella poesia moderna non conosco nulla che sia ugualmente laconico e pauroso, all'infuori dei quattro versicoli popolari che da qualcuno sono attribuiti a Verlaine:
Les marionettes
Font, font, font
Trois petits tour
Et puis s'en vont.
Più profondamente e crudelmente è incisa l'umana sorte nei versi latini che mettono sotto gli occhi, con spietata evidenza, l'umiltà originaria e la distruzione finale, mentre nei versi francesi c'è qualcosa del teatrino bambinesco e soprattutto un senso comico ed ironico. Nel medioevale c'è il solenne epitaffio sul gran cimitero del mondo; nel moderno un semplice scherzo funebre sul palcoscenico dei burattini che si credono vivi. (pagg. 98-99)
L'uomo può esser più bestiale delle bestie, più porcino dei porci, più tigresco delle tigri, più velenoso dei serpenti, più flaccido dei vermi, più appestante di una carogna, ma è pur capace di spaziare con la mente fino agli ultimi confini del mondo, di misurare le stelle più remote, di scoprire i principi che reggono la natura, di assoggettare le forze della materia, di giudicare con la stessa morale gli stessi dei, di creare il Partenone e la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina e la Quinta Sinfonia, lOdissea e la Divina Commedia, lAmleto e il Faust. (p. 100)
L'esistenza dell'uomo è una delle più sicure prove dell'esistenza di Dio. (p. 101)
Umano progresso
In principio erano i mezzomini, cioè mezze bestie che però, con l'andar del tempo, diventarono, almeno in parte, grandi uomini, cioè eroi.
Nei tempi moderni sono spariti via via i gentiluomini, i galantuomini e finalmente son quasi scomparsi perfino gli uomini.
Ora son rimasti sulla scena i sottomini che stanno fantasticando intorno ai superuomini. (p. 101)
Ogni uomo, anche celebre, anche famoso, anche glorificato in vita, è uno sconosciuto e rimane per sempre sconosciuto a tutti, a quelli che lo procrearono, a quelli che lo amarono, a quelli che lo odiarono, a quelli che lo ammiravano e perfino – ed è la più grave sentenza del destino – rimane quasi ignoto anche a se stesso. (p. 102)
Nella chiesa orientale alcuni teologi moderni, tra i quali Berdiaef, hanno proclamato che la figura dell'uomo è coeva di quella di Dio, in quanto la Seconda Persona, cioè Cristo, ha sempre avuto in sé l'immagine umana, ed è anzi l'uomo perfetto ab aeterno. Ma questo non vuol dire che il genere umano al quale apparteniamo non abbia avuto principio e non sia il frutto di un atto creativo.
Non voglio finire senza riferire la curiosa dichiarazione di un mio vecchio amico scultore, eccellente scultore ed eccellente amico. Tutte le volte che egli discorre con me o con altri, sulla vita e sulla morte, conclude sempre con queste apocalittiche parole: io non morirò mai per la semplice ragione che non sono mai nato. (pagg. 104-105)
I medici sono più pericolosi delle malattie, ma le medicine sono ancor più pericolose dei medici. (p. 107)
L'uomo si vendica col riso di coloro dei quali non può fare a meno nei giorni del tremore, del dolore e del terrore. (p. 109)
La bellezza è un dono della pietà divina. (p. 110)
Tùndalo, filosofo impossibilista, scandagliava un giorno il suo viso nella specchiera di una locanda e diceva fra sé: «Vedo due sopraccigli, due occhi, due narici, e due orecchi. Perché mai Dio ci ha dato una sola bocca? Eppure io penso che ci vorrebbe una bocca per divorare, per mordere, per vomitare e per urlare e un'altra bocca per sorridere, per baciare e per cantare». (p. 112)
Il Renouvier – filosofo assai noto nel passato secolo – immaginò che Dio avesse creato un mondo perfetto e che gli uomini, stolti e perversi, l'abbiano ridotto come ora si vede.
Fantasia poco persuadente e molto irriverente ma che oggi – scendendo dall'ordine teologico a quello storico – appare meno fantastica che a prima vista non sia. (p. 113)
Mi accorgo di non aver detto le cose che più mi premevano e solo una piccola parte di quelle che avrei voluto dire in modo che dopo avere adoprato senza risparmio carta e inchiostro per mezzo secolo son costretto a riconoscere che il più e il meglio della mia mente e della mia anima è rimasto dentro di me e rimarrà probabilmente ignoto per sempre. (p. 133)
La vita umana si riduce tutta a errori e rinunzie. Finché siamo giovani gli errori son più numerosi delle rinunzie; nella vecchiaia aumentano le rinunzie ma non per questo diminuiscono gli errori. (p. 135)
Ogni idea, per quanto assurda sembri al primo suo apparire, è una favilla che, con l'andar del tempo, incendia il mondo. (p. 139)
La vita non è illusione né finzione ma i sogni e le illusioni fanno parte della vita, son elementi essenziali della realtà; sono la più alta e degna e nobile espressione della vita.
Il sogno non è sogno ma è vita. (p. 146)
[...] E si potrebbe con eguale approssimazione affermare che nulla nel mondo umano è permesso, perché non c'è azione o manifestazione degli uomini che non sia vietata da qualche legge divina o umana, scritta o tacita, giuridica o rituale, filosofica o politica.
Se uno di noi fosse scrupoloso, guardingo e remissivo fino al punto di osservare fedelmente tutte le norme e le regole dei codici, dei decaloghi, dei galatei e simili, costui non potrebbe mai muovere foglia perché anche negli atti considerati più innocenti correrebbe il rischio di infrangere un antico precetto sacerdotale o di contravvenire a un semplice regolamento municipale. (p. 158)
Se i cristiani credessero effettivamente a Cristo farebbero il più delle volte il contrario di ciò che fanno e sarebbero l'opposto di quel che sono in quasi tutte le ore della vita cioè superbi, avidi, avari, vendicativi, violenti, carnali e bestiali.
La felicità non accompagna mai né la potenza né il genio né la bellezza, benché questi tre doni siano i più desiderati dalle creature umane. Eppure la felicità è uno dei sogni più comuni degli uomini e molti credono conseguirla attraverso quei tre beni che invece la fanno impossibile. E siccome la felicità può essere difficilmente ottenuta dai deformi, dagli imbecilli e dai deboli risulta chiaramente che la chasse au bonheur che, secondo Stendhal, era la grande occupazione della vita, equivale alla caccia del liocorno o della fenice. (pp. 164-165)
Se consideriamo tutta la terra abitata si vedrà che le moltitudini di quelli che vivono a spese del male – cioè della sventura e del peccato – sono, contando anche quelli che fanno parte della loro cerchia, sterminate e immense. Ho calcolato per mio conto che un quarto almeno dell'umanità vive alle spalle della malattia e del delitto. (p. 166)
Non è vero sempre che la sventura genera sventura: molte volte essa non è che il pagamento anticipato di un dono che vale assai più della caparra. (p. 166)
Ridere significa aver paura. L'uomo è «l'animale che ride» perché lui solo sa di dover morire.
Tutto ciò che è davvero desiderabile è per gli uomini impossibile; tutto ciò che è possibile abbassa o delude, cioè non è desiderabile. (p. 182)
La riconoscenza del beneficato arriva difficilmente fino al punto di perdonare al suo benefattore. (p. 187)
L'adulatore è colui che dice – senza pensarle – le cose medesime che l'adulato pensa di sé – senza avere il coraggio di dirle. (p. 187)
Disgraziatamente coloro che dicono male di noi lo dicono quasi sempre assai bene mentre coloro che dicono bene di noi lo dicono quasi sempre piuttosto male. (p. 187)
La malizia è una musa più efficacemente ispiratrice che non l'amicizia. (p. 187)

Scheda del libro «La spia del mondo»

Frasi da «Storia di Cristo»

La non resistenza al male repugna profondamente alla nostra natura. (p. 144)
Nulla è più comune tra gli uomini che della bramosia delle ricchezze. (p. 145)
Tutta la storia degli uomini non è che il terrore della secondità. (p. 145)
L'avarizia degli uomini è tanto grande che ciascuno s'ingegna quanto può di prender molto dagli altri e di render poco. (p. 147)
L'odio verso sé stessi e l'amore verso i nemici è il principio e la fine del Cristianesimo. (p. 148)
Amare i nemici è l'unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico. (p. 148)
Il mondo antico non conosce l'Amore. Conosce la passione per la donna, l'amicizia per l'amico, la giustizia per il cittadino, l'ospitalità per il forestiero. (p. 161)
Nel più nobile mondo eroico dell'antichità non c'è posto per l'amore che distrugge l'odio e piglia il posto dell'odio, per l'amore più forte della forza dell'odio, più ardente, più implacabile, più fedele; per l'amore che non è oblio del male ma amore del male – perché il male è una sventura per chi lo commette più che per noi – non c'è posto per l'amore dei nemici.
Di questo amore nessuno parlò prima di Gesù: nessuno di quelli che parlarono d'amore. Non si conobbe quest'amore fino al Discorso sulla montagna. (p. 163)
L'idea di Gesù è una sola, questa sola: trasformare gli Uomini da Bestie in Santi per mezzo dell'Amore. Circe, la maga, la consorte satanica delle belle mitologie, convertiva gli eroi in bestie per mezzo del piacere. Gesù è l'antisatana, l'anticirce, colui che salva dall'animalità con una forza più potente del piacere. (p. 165)
La tristezza del discendere è il prezzo pattuito della gioia del salire. (p. 178)
Il matrimonio è una promessa di felicità e un'accettazione di martirio. (p. 198)

Scheda del libro «Storia di Cristo»

Testimonianze

[...] si può essere poeti poco nuovi come fondo eppur poeti grandi, cioè nuovi nella potenza e magnificenza delle parole. Il Guerrini purtroppo, e me ne dispiace perché fu un brav'uomo e doveva esser molto simpatico, non fu nuovo e grande neanche a questo modo. Di versi suoi che resistano come materia prima, come forza di creazione verbale, come struttura o sonorità singolari ce ne son pochi per non, dir punti. Lo Stecchetti è chiaro, logico, scorrente, improvvisatore; i suoi versi si ricordano facilmente e si cantano senza volere. Anzi a queste qualità, io credo, e insieme al sentimentalismo sensuale che piace a tutti, egli dovette la sua grande fortuna. Trentadue edizioni di Postuma in meno di quarant'anni son molte – senza contare le contraffazioni. il libro di poesia moderna italiana, anche superiore a quello, che si sia venduto altrettanto? Ma in questa medesima facilità di spaccio sta, disgraziatamente, la sua condanna. (p. 38)
Si racconta, e ci credo, che in un fumatoio sciccoso dove sdraiati chilificavano alcuni fondachieri e manifattori milanesi, fosse domandato a un professore di letteratura che fa, per eccezione, dell'ottima letteratura: – Ma è proprio vero, dunque, che il nostro Bertacchi è un poeta sul genere di Dante e meglio di D'Annunzio?
È probabile che il domandato rispondesse con un sorriso o una spallata. Chi sa qualcosa di poesia ed ha annusato anche da lontano la rimeria funerea ed inamabile che il Bertacchi spaccia per poesia lo troverà anche troppo remissivo. (p. 57)
Govoni è un ragazzone felice che passa per la città e la natura come attraverso una fiera dove tutto gli piace e tutto brilla e tutto vuole – e compra ogni cosa col suono e il colore e la lucentezza delle immagini da lui stesso, secondo il bisogno, coniate. Per lui la poesia é un bisogno naturale e quotidiano come il bere e il dormire e quasi fosse un bambino che avesse imparato, per miracolo, a scriver bene, vede tutto il mondo con occhi improvvisatori, sotto l'angolo poetico e lo fissa istantaneamente con parole dolci come baci, leggere come l'aria, nostalgiche e malinconiche come gli organetti di Barberìa, a lui così cari quando suonano, soli, nelle strade sole. (pp. 82-83)
L'impressione generale che resta di lui è quella d'un eterno predicatore, d'un sermonista ambizioso con velleità di esser guida del suo tempo e della sua letteratura e, sull'ultimo, con acidità di uomo non riuscito e oltrepassato. (p. 286)
Tale la vita e l'opera di questo prussiano pedagogo dilettante e predicatorio, che s'occupò di filosofia senza portarvi un'idea propria e di poesia senza capirla, e che dopo aver scorrazzato su tutte le montagne del sapere con i suoi scarponi teutonici e la sua mazza di ludimagistro non seppe far altro che riportare a casa un mazzo di fiorellini appassiti: mi pare che i tedeschi potrebbero farla finita di metterci ancora dinanzi come creatore della filosofia della storia un uomo il quale, venuto dopo Bossuet, Montesquieu, Voltaire e Vico, non ha saputo aggiungere un principio nuovo e, quando ha voluto correggere gli altri, è cascato in pieno nell'imbecillità e nel ridicolo. (pp. 293-294)
La specialità di Maeterlinck nella letteratura contemporanea è la manipolazione del mistero ad uso delle anime delicate. Egli crea dei piccoli enigmi per darne poi tre o quattro soluzioni contemporanee; suscita delle piccole ; gioca coi brividi e coi sussulti; prepara degli angoli di oscurità per potervi passeggiare con un lanternino in mano e l'indice sui labbri; inventa dei problemi terribili per scioglierli nel modo più amabile. È una specie di Puck austero; un clown puritano; uno gnomo religioso. (pp. 324-325)
Maurizio Maeterlinck, ch'è abbastanza mediocre come poeta, non ha neppure, a dispetto dei suoi adulatori francesi e tedeschi, una grande attitudine alla metafisica. È un occultista da salotto, un moralista per signore anziane, un filosofo sciroppato, un religioso senza fede, uno scienziato senza chiarezza, un poeta senza immaginazione, un casuista di coscienze disoccupate, un fachiro di prodigi domestici. Leggerlo dopo un grande filosofo è lo stesso che fumare una pipa d'oppio dopo un'ascensione in montagna – leggerlo dopo un grande poeta è come bere una tazza di camomilla dopo un bicchiere di vino vecchio.

Frasi da «Un uomo finito»

[...] mi rintanavo, mi nascondevo, mi distendevo in me stesso, nell'anima, nella fantasticheria bramosa, nella solitaria ruminazione dell'io e del mondo rifatto attraverso l'io.
Da Un uomo finito, Mondadori, 2016, p. 29. ISBN 9788852074875
L'universo è diviso in due parti: io — e il resto.
Da Un uomo finito, in Io, Papini, Valecchi, 1967, p. 162.

Scheda del libro «Un uomo finito»

Dicono di «Un uomo finito»

Occorreva qualcosa per rimettermi in accordo con me stesso. Ieri sera l'ho scoperta: Papini. A me non importa se è sciovinista, o un meschino bigotto o un pedante di vista corta. Come fallito è una meraviglia. (Henry Miller)

Scheda del libro «Un uomo finito»

Dicono di Giovanni Papini

Agostino non è un autore qualsiasi. In lui si trova tutto: c'è il giovanotto che conosce un'esistenza brillante e c'è il santo; è un cittadino del mondo e non soltanto un colto, inoltre è moderno perché le sue pagine lo fanno sentire ancora vivo nelle idee. Papini sosteneva che è uno degli uomini che non riescono a morire.
Agostino Trapè
Chi concepisce la religione come una consuetudine di riti ed un insieme di formule non può comprendere il valore della conversione di Papini, che poi non è una conversione, ma un moto di reazione interiore, che rappresenta nella vita dell'artista il passaggio da una torbida e trista giovinezza indifferente e indecisa a una commossa comprensione del cristianesimo.
Renato Fondi
Io ho molta stima dell'ingegno del Papini, ma noto con dispiacere in lui una smania, che diventa sempre più violenta, di mostrarsi originale, a ogni costo. Ora originali, per forza, non si può essere: si è o non si è. Chi vuol essere per forza originale, riuscirà strambo, strano, stravagante e nient'altro. Io credo che il Papini abbia originalità, cioè un suo proprio modo di vedere, di pensare, di sentire, e un proprio modo quindi d'esprimersi; tanto più dunque mi dà noja e dolore vedergli gonfiare certi paradossi come vessiche per darli in testa alla povera gente e stordirla.
Luigi Pirandello
Papini è di queste personalità : uomo che ha trovato – dopo una distillazione cerebrale della realtà vitale, e un inzuppamento nel fiume delle impressioni, ora filosofo – testa al di sopra delle nuvole – ora critico – minatore infelice nelle viscere della realtà – (per vedere, il tutto, prima; il particolare, poi) – la sua salvezza nella poesia.
Respiriamo dell'aria rarefatta, e naufraghiamo in tenebre sotterranee – ma dopo, caduta di valanga, schianto d'anima: ecco la tragedia. Papini è l'incarnazione di un conflitto – che non è rimastichìo letterario, travaso di spirito – ma fatto di coscienza, doloroso tentativo di scavalcare la vita, dopo un esperimento di sfoghi, per calmarsi, di bagni in ondate liriche per illimpidirsi.
Tenuto curvo e fermo sul suo cammino dalle conseguenze ultime della sua idea filosofica, mentre tutto vive e tende alla vita, sente che l'arte non è un oblìo, un'atmosfera armoniosa di dimenticanze, ma un colorito, austero, avvincente, movimentato ricordarsi; non ripiegamento ma attività di tutte le facoltà.
Renato Fondi
Papini, padre dello scandalo, del poeta cicerone che le dolcezze finocchie di ... condusse per gli orti del bene e del male tra famigliari serponi e coccodrilli, macabro spaventapasseri, impuro ciarlatano di piazza della poesia. Chi più tollererà le sue delicatezze di sbirro?
Dino Campana
Passando davanti alle Giubbe Rosse, che allora erano i Portici d'Academo e i Giardini di Epicuro della intelligenza fiorentina, potei contemplare con venerazione, oltre i vetri, la magnetica fluidità del corpo di Giovanni Papini, che svolgendo allora la sua rapida "esperienza futurista", dettava un articolo per Lacerba, il giornale della maturità del futurismo.
Massimo Bontempelli
Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato.
Jorge Louis Borges
Tu e Papini avete insegnato tante cose in mezzo secolo e negli ultimi tempi ancor più che nei primi: tutta Italia dovrebbe esservene grata.
Marino Moretti
Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi.
Eugenio Montale
Uomo di certezze, Papini non si è fatto catturare dalle mode. Non ha navigato nella ambiguità dei compromessi. Le tensioni dialettiche e le ricerche problematiche non hanno mai inquinato il suo possesso della sua verità.
Francesco Grisi
Papini è cattolico e anticrociano; le contraddizioni del suo superficiale scritto risultano da questa doppia qualità.
Papini è sempre stato un «polemista» nel senso che dice il Volpicelli, e lo è ancor oggi, poiché non si sa se nell'espressione «polemista cattolico» a Papini interessi più il sostantivo o l'aggettivo. Col suo «cattolicismo» Papini avrebbe voluto dimostrare di non essere un puro «polemista», cioè un «calligrafo», un funambolo della parola e della tecnica, ma non c'è riuscito! Il Volpicelli ha torto nel non precisare: il polemista è polemista di una concezione del mondo, sia pure il mondo di Pulcinella, ma Papini è il polemista «puro», il boxeur di professione della parola qualsiasi: Volpicelli avrebbe dovuto giungere esplicitamente all'affermazione che il cattolicismo in Papini è un vestito da clown, non la «pelle» formata dal suo sangue «rinnovato», ecc.
Papini ha esercitato tutti i mestieri, per poi sporcificarli tutti: il filosofo, per concludere che la filosofia è una specie di cancrena al cervelletto, il cattolico, per incenerare l'universo con un appropriato dizionario, il letterato, per sancir da ultimo che della letteratura non sappiamo che farcene. Ciò non toglie che Papini non si sia conquistato un posticino nella storia della letteratura dentro il capitolo i "polemisti".
Che cos'è Papini? Non lo so. Alle volte mi pare un arcangelo, gli s'illuminano gli occhi e ci sono riflessi d'oro sui suoi capelli ricciuti, come un'aureola. Alle volte mi pare uno gnomo, storto, maligno, unghioso.
Di persona Papini è come certa specie di pere, brutte a vedersi e dolci a mangiarsi. A prima vista non piace. I suoi lineamenti sono irregolari. La bocca è troppo grande, la mascella troppo sporgente, i denti troppo in fuori, il naso troppo schiacciato, il colore troppo pallido, spesso terreo. Troppo lungo di corpo, cammina come uno scheletro da commedia, tutto storto e dinoccolato.
È sempre il caso di scrivere qualcosa intorno a Papini. Più si cerca di definirlo e di caratterizzarlo, più sembra che egli si sforzi di sfuggirci e di creare un nuovo Papini che ci costringa a mutar di giudizio.
Papini è principalmente un artista ma di un carattere suo speciale: un artista delle idee. Il suo mondo di colori e di forme (il mondo esterno) si è presentato a lui forse un po' tardi e se ne eccettui alcuni pochi brani, il resto è opera di talento e di scienza letteraria e diciamolo pure, accademica, più che di lirico.
Quando mi domandano che cosa mi ha colpito di più nel mio ritorno in Italia, rispondo senza esitazione: Papini. Papini è la cosa più grande che ci ho trovato.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026