Frasi
Frasi di Giovanni Verga
87 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giovanni Verga raccolte in un'unica pagina: 87 frasi, divise per libro e argomento.
Giovanni Verga (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovanni Verga
Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all'orizzonte. Poi l'Etna si accese tutt'a un tratto d'oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri.
L'asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi.
Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c'è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, e restare al lavoro. Ma queste seduzioni sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l'aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi dal farci torto non serve spesso che a rinvigorirla. Provasi davvero la febbre di fare; in mezzo a cotesta folla briosa, seducente, bella, che ti si aggira attorno, provi il bisogno d'isolarti, assai meglio di come se tu fossi in una solitaria campagna. E la solitudine ti è popolata da tutte le larve affascinanti che ti hanno sorriso per le vie e che son diventate patrimonio della tua mente.
Solo rimaneva solenne e immutabile, il paesaggio, colle lunghe linee orientali, dai toni caldi e robusti. Sfinge misteriosa, che rappresentava i fantasmi passeggieri, con un carattere di necessità fatale.
Suocera e nuora insieme ci stanno proprio come due mule selvaggie alla stessa mangiatoia.
Tu hai bisogno di vivere alla grand'aria, come me, e per noi altri infermi di mente e di nervi la grand'aria è la vita di una grande città, le continue emozioni, il movimento, le lotte con sé e con gli altri, se vuoi pur così. Tutto quello che senti ribollire dentro di te irromperà improvviso, vigoroso, fecondo appena sarai in mezzo ai combattenti di tutte le passioni e di tutti i partiti.
Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. – Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; – ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori.
Frasi da «I Malavoglia»
A buon cavallo non gli manca sella.
A chi vuol bene, Dio manda pene. (cap. IV)
Ad albero caduto accetta! accetta! (cap. XV, 197)
Ad ogni uccello, suo nido è bello.
Al giorno d'oggi per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale.
Al servo pazienza, al padrone prudenza.
Alla casa del povero ognuno ha ragione.
Almeno voleva sapere perché al mondo ci doveva essere della gente che se la gode senza far nulla, e nasce colla fortuna nei capelli, e degli altri che non hanno niente, e tirano la carretta coi denti per tutta la vita? (cap. XII)
Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio.
Ascolta i vecchi e non la sbagli.
Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene.
Cane affamato non teme bastone. (cap. XV)
Certuni non sanno star soli neppure in paradiso. (la gente: XIII; 1983, p. 227)
Chi cade nell'acqua è forza che si bagni.
Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova. (padron 'Ntoni: XI; 1983; p. 85)
Chi comanda ha da dar conto.
Chi fa credenza senza pegno, perde l'amico, la roba e l'ingegno.
Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole.
Chi ha roba in mare non ha nulla.
Chi non sa l'arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi.
Chi pratica con zoppi all'anno zoppica. (cap. XIII)
Chi va col lupo allupa.
Ciascuno deve pensare alla sua barba prima di pensare a quella degli altri.
Così dicendo si fregava le mani e rideva, ma colle labbra e non col cuore. (cap. VIII)
Dove ci sono i cocci ci son feste.
Ecco qua! la ferrovia da una parte e i vapori dall'altra. A Trezza non ci si può più vivere, in fede mia! (padron Fortunato: VII; 1983, p. 84)
Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai.
Fra suocera e nuora ci si sta in malora.
[...] Gesù, il più gran rivoluzionario che ci sia stato [...]. (don Franco: XII; 1983, p. 201)
I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l'acqua l'un l'altro.
Il buon pilota si prova alle burrasche.
Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l'accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l'egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l'immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. [...] Solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch'essi d'arrivare, e che saranno sorpassati domani.
Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.
Il matrimonio è come una trappola di topi; quelli che son dentro vorrebbero uscire, e gli altri ci girano intorno per entrarvi. (padron Fortunato: XV; 1983, p. 255)
Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: – «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.
– Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! rispondeva 'Ntoni. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l'asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.
– Ringrazia Dio piuttosto, che t'ha fatto nascer qui; e guardati dall'andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos'hai! (XI; 1983, p. 174)
La Madonna ci ha fatto il miracolo, perché il Signore ci è stato troppe volte in questa casa!
Maritati e muli vogliono star soli.
Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto.
'Ntrua, 'ntrua! ciascuno a casa sua!
Ogni buco ha il suo chiodo, chi l'ha vecchio e chi l'ha nuovo!
Per me io voglio morire dove son nato [...] Ringrazia Dio piuttosto, che t'ha fatto nascer qui; e guardati dall'andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. (padron 'Ntoni: XI; 1983; p. 85)
Una mela fradicia guasta tutte le altre.
Uomo povero ha i giorni lunghi.
Ma la ragazza cantava come uno stornello, perché aveva diciotto anni, e a quell'età se il cielo è azzurro vi ride negli occhi, e gli uccelli vi cantano nel cuore.
Frasi da «Mastro Don Gesualdo»
– Eh? Cos'è stato? Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi... malattia di moda... Vi mandano a chiamare per un nulla quasi potessero pagare le visite del medico! – rispose Tavuso burbero.
Quindi, piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina:
– Volete che ve la dica? Le ragazze a certa età bisogna maritarle! (I, 1)
– [...] Oggi non si ha più riguardo a nessuno. Dicono che chi ha più denari, quello ha ragione...
Allora si rivolse verso don Diego, con grande enfasi, pigliandosela coi tempi nuovi:
– Adesso non c'è altro Dio! Un galantuomo alle volte... oppure una ragazza ch'è nata di buona famiglia... Ebbene non hanno fortuna! Invece uno venuto dal nulla... uno come mastro-don Gesualdo, per esempio!... (I, 2)
Ciascuno fa il suo interesse... Al giorno d'oggi l'interesse va prima della parentela... (Gesualdo: I, 3)
– Perché dovrei averli tutti contro?... Non fo male a nessuno... Fo gli affari miei...
– Eh, caro don Gesualdo! – scappò a dire infine il canonico. – Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!... Apposta bisogna tirarli dalla vostra... Fra di loro si danno la mano... son tutti parenti... Voi siete l'estraneo... siete il nemico, che diavolo! (I, 5)
Don Diego non stava né peggio né meglio. Era lì, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e tenersi per sé i suoi guai e le sue miserie. (I, 6)
– Sapete cosa ho da dirvi? – si mise a strillare allora il marchese levando il capo in su. – Che se non avessi il vitalizio della mia commenda di Malta per non crepare di fame, sarei costretto a dare uno schiaffo anch'io a tutta la nobile parentela... Sarei costretto a scopar le strade!...
E se ne andò borbottando. (I, 7)
Voglio che tu sii meglio di una regina, se andiamo d'accordo come dico io!... Tutto il paese sotto i piedi voglio metterti!... Tutte quelle bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!... Vedrai! vedrai!... Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!... da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello che vuole... e buone gambe pure... per arrivare dove vuole... Tu sei buona e bella!... roba fine!... roba fine sei!... (I, 7)
Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi. Già i figliuoli sono un gran legame. Speriamo almeno che abbiano ad esser felici e contenti loro; giacché io... Volete che ve la dica, eh, canonico, come in punto di morte? Mi sono ammazzato a lavorare... Mi sono ammazzato a far la roba... Ora arrischio anche la pelle, a sentir voi!... E che ne ho avuto, eh? ditelo voi!... (II, 1)
Nei piccoli paesi c'è della gente che farebbe delle miglia per venire a portarvi la cattiva nuova. (II, 5)
Oramai, per amore o per forza, mastro-don Gesualdo s'era ficcato nel parentado, e bisognava fare i conti con lui. Tutti perciò volevano vedere la bambina – un fiore, una rosa di maggio. (II, 5)
E anche lui, adesso che la roba passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pazienza, colle cure amorevoli standole sempre intorno, sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agli estranei. Sentiva una gran tenerezza al pensare che la povera paralitica non poteva muoversi né parlare per togliergli la roba siccome aveva minacciato.
– No, no, non lo farà! Son cose che si dicono in un momento di collera... Vorrei vederla!... Sono infine il sangue suo... Morirebbe d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e a quello... (don Ninì; II, 5)
Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succedeva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese. Non si sapeva più chi poteva spendere e chi no. Una gara fra i parenti a buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era stato sempre in prima fila, e chi veniva dopo. (III, 1)
Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia. A quattr'occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba. (III, 1)
Ah! La mia roba? Voglio vederli! Dopo quarant'anni che ci ho messo a farla... un tarì dopo l'altro!... Piuttosto cavatemi fuori il fegato e tutto il resto in una volta, chè li ho fradici dai dispiaceri... A schioppettate! Voglio ammazzarne prima una dozzina! A chi ti vuol togliere la roba levagli la vita! (IV, 3)
A quelle parole don Gesualdo montò in furia: – I denari!... Vi stanno a tutti sugli occhi i denari che ho guadagnato!... A che mi servono... se non posso comprare neanche la salute?... Tanti bocconi amari m'hanno dato... sempre!... (IV, 4)
Il mondo andava ancora pel suo verso, mentre non c'era più speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di muovere un passo sulla sua terra, senza voglia di mandar giù un uovo. Allora, disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d'un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui. Mastro Nardo e il garzone dovettero portarlo di nuovo in paese, più morto che vivo. (IV, 4)
Dicono di «Mastro Don Gesualdo»
Le sue pagine più grandi sono questa squallida trenodìa di mastro-don Gesualdo e l'elegia che chiude I Malavoglia: la nostalgia del lavoro e la nostalgia delle pareti sacre della casa, i due motivi dominatori dello spirito verghiano. Dopo il Manzoni nessuno ha scritto in Italia pagine marmoree come quelle della morte di don Gesualdo: per la loro grandezza sinistra, per la loro sobrietà terribile le so paragonare soltanto alla scena del Griso che deruba don Rodrigo. Don Gesualdo muore, abbandonato dalla figlia, affidato ai servi cinici: il tono freddo di quelle due pagine ripercuote sordamente il loro fastidio e la loro insensibilità. Bisogna leggerle e ripensare alla nostra letteratura contemporanea, per sentire l'enorme differenza tra l'arte e la frase. (Attilio Momigliano)
Novelle rusticane
È che la malaria v'entra nelle ossa col pane che mangiate, e se aprite bocca per parlare, mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e di sole, e vi sentite mancar le ginocchia, o vi accasciate sul basto della mula che va all'ambio, colla testa bassa. Invano Lentini, e Francofonte, e Paternò, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle. (da Malaria, pp. 74-75)
Però dov'è la malaria è terra benedetta da Dio. (da Malaria, p. 77)
La malaria non ce l'ha contro di tutti. Alle volte uno vi campa cent'anni, come Cirino lo scimunito [...] Egli non prendeva più né solfato, né medicine, né pigliava le febbri. Cento volte l'avevano raccolto disteso, quasi fosse morto, attraverso la strada; infine la malaria l'aveva lasciato, perché non sapeva più che farsene di lui. Dopo che gli aveva mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli era entrata tutta nella pancia gonfia come un otre, l'aveva lasciato contento come una pasqua, a cantare al sole meglio di un grillo. (da Malaria, pp. 81-82)
Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: — Roba mia, vientene con me! (da La roba, p. 119)
Frasi da «Storia di una capinera»
Siamo degli umili fiorellini avezzi alla dolce tutela della stufa, che l'aria libera uccide. (Lettera del 2 Novembre 1854)
Monte Ilice, 3 Settembre 1854
Mia cara Marianna.
Avevo promesso di scriverti ed ecco come tengo la mia promessa! In venti giorni che son qui, a correr pei campi, sola! tutta sola! intendi? dallo spuntar del sole insino a sera, a sedermi sull'erba sotto questi immensi castagni, ad ascoltare il canto degli uccelletti che sono allegri, saltellano come me e ringraziano il buon Dio, non ho trovato un minuto, un piccolo minuto, per dirti che ti voglio bene cento volte dippiù adesso che son lontana da te e che non ti ho più accanto ad ogni ora del giorno come laggiù, al convento.
Vagabondaggio
Il colèra mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado – e anche dei ricchi: il parroco di Canzirrò, ch'era scappato ai primi casi, e veniva soltanto in paese per dir messa a sole alto, l'aveva pigliato nell'ostia consacrata: a don Pepè, il mercante di bestiame, gliel'aveva dato invece in una presa di tabacco, alla fiera di Muglia, un sensale forestiero – per conchiudere il negozio – diceva lui. Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; bestie e cristiani vi restavano, là! (da Quelli del colèra)
Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d'altra morte che manda Dio. Ma il colèra, no, non lo volevano! Nonostante, lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate. (da Quelli del colèra)
Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colèra e dalla fame, il giorno in cui s'erano viste lì pure certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colèra colle mani in mano. (da Quelli del colèra)
Adattamenti – Film
La terra trema (1948)
Storia di una capinera (1993)
Adattamenti – Opere liriche
Cavalleria rusticana (1890)
Dicono di Giovanni Verga
[La critica nostra] non vede in essi che effervescenze di romantici giovanilismi lirici, atteggiamenti volutamente e astrattamente satanici, senza nessun conto tenere di quella costante ironia verghiana, la quale disvelandosi sin dai primissimi lavori in prospettive acutamente amare di quello che fu creduto al contrario il mondo intimo del giovane scrittore, sta già ad indicare un superamento nei rapporti della materia presa a trattare, e quindi una proprietà tale di autocritica da far spostare di colpo il giudizio che sinora fu dato. L'autore sa della fallacia, della vana consistenza delle passioni veementi ed erotiche di Pietro Brusio, La Ferlita, Alberti, e la tensione che egli dà loro, esagerandone i tratti, è voluta, serve appunto a vieppiù estrarne rappresentazioni caricaturali, non di rado sarcastiche.
Consiglio a tutti i giovani la lettura dei Malavoglia, di Mastro don Gesualdo e di Novelle Rusticane. Non per imitare ciò che è inimitabile, ma per abituarci a quella nudità essenziale a saper ridurre la propria prosa al centro vivo del pensiero o del personaggio e raggiungere così la poesia.
È il nostro più grande narratore che sia nato dopo il Manzoni.
Il Verga fu verista, senza sapere del verismo; e quando le dottrine veristiche conobbe, queste non lo orientarono in modo affatto nuovo, ma furono, come già osservò il Croce, una spinta liberatrice perché lo scrittore acquistasse sollecitamente una più chiara coscienza delle sue attitudini.
Il Verga, temperamento di osservatore acutissimo, riducendo per le scene la novella intitolata Cavalleria Rusticana [...] non si avvide, per quella incoscienza che è propria dei veri artisti, del grande valore che aveva quel breve atto drammatico, specialmente rispetto al precedente Teatro: era un nuovo soffio d'aria pura che spirava sul palcoscenico italiano, a spazzare gli ultimi residui del Romanticismo tragico e del convenzionalismo della Commedia borghese.
Il verismo era divenuto la sostanza dell'anima di Verga; e, quando quella formula si sciolse, quando quell'edificio teorico intaccato da ogni genere di critica crollò, il Verga era già troppo innanzi negli anni per farsi una nuova fede ed era, d'altro canto, un temperamento troppo appassionato e profondo per procedere innanzi senza la certezza di un terreno compatto. Parlò sempre più raro e più fioco, trepidò sentendosi mancare il consenso dei tempi, tacque.
Qualche anno fa, con la celebrazione dell'ottantesimo anniversario del Verga, ci fu una ripresa d'interesse per l'opera del maestro. Si dissero cose molto istruttive, e si predicò anche un ritorno al Verga. Un ritorno a Verga sarebbe stato un ritorno all'arte realista che in Italia era stata indicata, prima che dal Verga, dal Capuana, ingegno finissimo di critico e di artista. Di tutto il gran parlare d'allora restano qualche articolo e l'ottimo libro di Luigi Russo. Verga resta più lontano che mai, e più solitario che mai, nella sua grandezza non raggiunta. Tentativi d'imitarlo e di continuarlo non sono mancati, e ne resta qualche traccia isolata che documenta della inutilità della imitazione quando difetti il temperamento artistico.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026