Frasi
Frasi di Giulio Andreotti
148 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 148 citazioni di Giulio Andreotti, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giulio Andreotti (politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giulio Andreotti
A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente di tutto.
Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.
Anche quest'anno ce l'abbiamo fatta, grazie a Dio. Tanti miei compagni di scuola non ci sono più. Io capisco e gli altri capiscono quello che io dico.
Assicuro la gentile collega che può contare sulla mia solidarietà: tra un pasto e l'altro non prenderò cibo.
Certo era una persona che in termini romaneschi, direi, se l'andava cercando.
Considero il sopravvivere una grazia di Dio.
Cosa vorrei sulla mia epigrafe? Data di nascita, data di morte. Punto. Le parole delle epigrafi sono tutte uguali. A leggerle uno si chiede: ma scusate, se sono tutti buoni, dov'è il cimitero dei cattivi?
Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista.
Di feste in mio onore ne riparleremo quando compirò cent'anni.
Di Francesco Grisi critici esperti ricorderanno e valuteranno l'opera letteraria. Per me resterà un esempio di autentica libertà culturale e di assoluto disinteresse. Quando molti uomini di lettere, di scienza e delle arti si affannavano a firmare manifesti, appelli e proteste, ben oltre le proprie convinzioni personali, per assecondare le punte di una moda vociferante, Francesco si prodigò nella attivazione di un sindacato di liberi scrittori, orgogliosi di non appartenere a "giri" compiacenti. Fu una iniziativa coraggiosa ed esemplare.
E dire che noi abbiamo sudato lacrime e sangue per fare la riforma agraria e per dare la terra ai contadini. Invece, oggi vogliono dare il contadino al contadino.
È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto.
Essendo noi uomini medi, le vie di mezzo sono, per noi, le più congeniali.
Forattini mi sembra eccezionale. Quanto a me ho un gran vantaggio. Nessuno, nemmeno Forattini, potrebbe imbruttirmi.
Fui convocato da sua santità a vedere un film con lui a Castelgandolfo. Il film era su Santa Maria Goretti e il Papa fu profondamente turbato da una scena – perché qualcosa il regista doveva pur far vedere per giustificare l'aggressione sessuale – in cui tutto quello che si mostrava era una caviglia nuda... Niente di neanche lontanamente paragonabile al nudo che oggi ti tirano dietro dappertutto.
Ha vinto il film su di me? Se uno fa politica pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato. Dunque...
Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza.
I miei amici che facevano sport sono morti da tempo.
I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato.
Il problema di De Sica come uomo è del tutto secondario nei confronti della sua produzione, ma siamo proprio contro la sua visione del mondo, contro il carattere e l'impostazione umana ed estetica dei suoi film, contro l'ambiente, le storie, i personaggi, i sentimenti, il linguaggio ai quali De Sica ha affidato in modo ormai irrevocabile, perché custodito nella storia, la sua altissima fama di artista e di italiano.
Il sessantotto italiano, anche se con molte specificità, non esce del tutto dal quadro dell'onda lunga venuta dalla California e dal munizionamento maoista. L'abbandono comunista, dopo ventinove anni, dell'opposizione al governo aggregò fasce di antidemocristiani inguaribili, d'oltranzisti di sinistra e di borghesi a disagio; dando sostegno a posizioni fino a poco prima non immaginabili. La via rivoluzionaria al potere, il cui asfalto si era logorato tra compromessi storici e realismo di posizioni, riprese un vigore improvviso con il sostegno per così dire culturale di varia estrazione. Non esclusa quella di cattolici che si liberavano, ad esempio nel Veneto, da un tradizionalismo che continuava pigramente a vivere.
In fondo, io sono postumo di me stesso.
In politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti.
Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona. che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene.
L'operazione Iraq è motivata con il proposito di punire uno Stato canaglia. Ma con quale decorrenza Saddam Hussein è tra le canaglie? Fino alla sua provocatoria operazione del Kuwait il personaggio, che era sempre lo stesso, ha stoltamente ricevuto l'appoggio e il sostegno di molti Paesi oggi schierati in battaglia.
Meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
Mi permetta santità, ma lei non conosce il Vaticano.
Molti giovani universitari italiani sono come un fiume in perenne piena. Sono sempre fuori corso.
Nella radicale polemica contro le tesi di Rousseau – autore di una sconvolgente introduzione di errori – de Maistre non risparmia colpi. Dalla convinzione che il suo avversario rimproverasse ogni giorno il Signore per non averlo fatto nascere nobile e duca lo bolla aspramente chiamandolo più volte plebeo. Ispirarsi oggi a Rousseau può non essere culturalmente – per tanti versi – molto illuminante. Ma nella rigidità del modello di de Maistre proprio non trovo spunti di approvazione. Né mi sembra entusiasmante quello che scrive sulla possibilità teorica di uccidere il tiranno, il quale per il resto è intoccabile totalmente super leges.
Nessuna regola è infallibile. Ci sono solo errori da non commettere.
Non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia.
Non bisogna mai lasciare tracce.
Non ho difficoltà a dirlo, non sono il mio tipo. La mia passione è sempre stata Carla Del Poggio.
Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto so che nell'aldilà non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì. Ma su questo ho le carte in regola.
Ormai ci viene propinato dappertutto, è esibito ovunque. Più che il corpo nudo ormai le attrici ti fanno vedere i raggi X, la risonanza magnetica.
Perché preferisco andare ai battesimi.
Pio IX ha un'impostazione culturale tutta in difesa: vive ancora sotto l'attacco della Rivoluzione francese nel senso ampio dell'espressione e della carboneria che nel suo statuto si prefigge lo scopo, testuale, di "distruggere il cattolicesimo". Ha bisogno di serrare le file. Oggi il tutto è anacronistico, con un Papa che ammette la possibilità di cambiare religione se la persona ritiene giusto farlo.
Persona di grandissima intelligenza. Non gli ho mai sentito perorare cause non giuste, l’ho sempre visto dalla parte della povera gente. Quindi lo ricordo non solo perché era un amico, ma obiettivamente con enorme rimpianto e con grande stima.
Posso avere compiuto degli errori, non dei peccati.
Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando.
Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch'io un terrorista.
Sì, ero amico di Federico, moltissimo. Mi telefonava spesso, in occasione delle mie vicende giudiziarie, e da lui ho avuto le parole più belle di solidarietà e amicizia.
Si fa bene a tenere un diario; ed è utile che tanta gente lo sappia.
Sono di media statura, ma non vedo giganti attorno a me.
Vorrei campare per vedere anche la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta: a differenza di Padre Pio ho avuto il piacere di conoscerla in vita.
Austerità: costume di parsimonia nel comportamento e nell'utilizzo dei beni; tanto più meritevole se non imposta e strettamente necessaria.
Chiederei di essere esentato dal parlare di contemporanei, molti dei quali seguo – nei limiti di tempo che mi sono consentiti – e apprezzo. Ma non vorrei assumere le funzioni di un giudice.
Chiudo un occhio sui peccati di gola purché non si consumino con troppi generi d'importazione danneggiando la bilancia commerciale. Almeno per l'attuale periodo perfezionerei un famoso detto popolare: «Moglie, cibi e buoi...», comprendendo in questi ultimi soprattutto quelli destinati a bistecche.
Clericalismo: la confusione abituale tra quel che è di Cesare e quel che è di Dio.
Credo fermamente ai ricorsi storici ed in qualche modo alla immutabilità della subcoscienza collettiva delle città e delle popolazioni.
Da studente, la lettura dei classici, che di solito si subisce come una tortura, a me piacque molto. È nata forse lì una mia simpatia per Cicerone, che mi portò fino a presiedere un istituto di studi sul grande Arpinate.
In quanto ai romanzi – se vogliamo trascurare una divertente parentesi giovanile per Wodehouse, ma che disillusione rileggerlo ora... – non ho avuto né ho particolari preferenze.
Quando scrivo un libro non mi estranio dal mio impegno politico anche se cerco di immedesimarmi a fondo nelle situazioni studiate e descritte, attualizzandole e prendendole in un certo senso a prestito.
Tra gli autori di ieri, a Fogazzaro va la mia convinta simpatia. Ma resta per me insuperata l'attrattiva verso la stupenda costruzione logica delle pagine di Biagio Pascal.
Accanto alla falce e al martello, Berlinguer ha molti altri strumenti di lavoro, con una carica di realismo che mi sembra notevole. (p. 22)
Penso che Craxi abbia legittimamente nel suo zaino un'immagine di Mitterrand e di tanto in tanto la guardi con nostalgia e speranza. (p. 22)
In chiesa mi sento molto vicino al pubblicano della parabola. (p. 23)
Organizzandosi, il tempo lo si trova sempre. (p. 28)
Sia i miopi che i presbiti, in politica, sono pericolosissimi. (p. 10)
Risponderò con Giovanni Paolo I: se conservatore vuol dire mantener intatta la propria fede, sono conservatore. (p. 11)
Fra l'altro, al ruolo benefico della gente senza grinta ma capace di sorridere. (p. 16)
Io distinguerei i morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discutere non hanno poi il tempo di praticarla. (p. 37)
Io credo che bisogna star molto attenti sia nel considerare le persone dei santi, e questo lo vedremo nell'altro mondo, sia quando si cerca di dare ad un piccolo gruppo la coda dei diavoletti, senza mai vedere veramente se poi lo sono davvero. Io, certamente, se le persone con cui lavoro non fanno il loro dovere, non mantengo i rapporti, ma non sono, però, così supponente da sentenziare: bah, siccome è uno di cui si dice male, devo prendere le distanze. Questo non mi pare giusto. (pp. 47-48)
La lealtà è molto importante, perché quando si sa che di uno ci si può fidare, allora si ha un legame straordinariamente fecondo. (p. 48)
Le dodici risoluzioni del Consiglio di sicurezza, da quella del 2 agosto a quella del 28 novembre, hanno costituito il complesso coerente di misure con le quali, a partire dalla condanna espressa nella risoluzione 660, la comunità internazionale ha inteso esercitare crescenti pressioni sul Presidente iracheno per non lasciare dubbi sulla determinazione a non sottostare al fatto compiuto, consentendo nello stesso tempo a Bagdad una via di uscita onorevole. Al fine di garantire l'efficacia di tale impostazione e di dare adeguato sostegno all'iniziativa diplomatica si è reso necessario tenere sempre aperta la prospettiva dell'opzione militare.
Si è giunti, così, alla risoluzione 678, già ricordata, del 28 novembre che, fissando un termine di 45 giorni per procedere al ritiro, lasciava tutto lo spazio necessario perché Saddam Hussein avesse a convincersi dell'inanità di un approccio fino ad allora improntato ad inflessibilità assoluta, e l'opzione negoziale avesse a prevalere. Parlare di ultimatum di fronte ad un lasso di tempo così ampio è dunque del tutto improprio.
Le Nazioni Unite, la loro autorità politica e morale, la loro capacità di difendere l'ordine internazionale, sono oggi valori in gioco. Gli Stati Uniti, che pure avevano gli strumenti per una solitaria esibizione di forza accanto all'Arabia Saudita ed al Kuwait, hanno collegato il loro intervento ai princìpi ed alle regole della Carta delle Nazioni Unite. Un intervento conforme ad un'alta tradizione. Vorrei ricordare in particolare ai giovani che non vi era certo petrolio da salvaguardare in Europa quando gli Stati Uniti sono venuti qui a combattere ed a morire per contribuire in modo decisivo a liberarci dalla dittatura nazifascista [...]. La risposta odierna della comunità internazionale ha portato nella penisola arabica truppe di paesi lontani e diversi, sottolineando l'esistenza di una coesione mai registrata in questo dopoguerra. I paesi che hanno inviato forze nel Golfo sono stati 28, dei quali 13 arabi ed islamici, 12 occidentali e 3 dell'Est europeo.
La risoluzione 678 nel secondo paragrafo conferisce agli Stati, che, come l'Italia, cooperano nella penisola arabica, il potere di adottare tutte le misure necessarie per sostenere ed attuare le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza, a cominciare dalla risoluzione 660. Queste misure comprendono, secondo quanto previsto nell'articolo 2 dello Statuto, l'obbligo degli Stati membri di fornire alle Nazioni Unite – cito testualmente – «ogni assistenza in qualsiasi azione che queste intraprendono in conformità alle disposizioni del presente Statuto». Non siamo, dunque, nell'ipotesi di guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, che l'Italia ripudia con l'articolo 11 della Costituzione. [...] Una partecipazione con gli alleati alle azioni nel Golfo è conforme alla lettera ed allo spirito dell'articolo 11 e non comporta, quindi, il ricorso all'articolo 78 della Costituzione stessa, che prevede la deliberazione da parte delle Camere dello stato di guerra.
Ci sorregge la convinzione che tutti gli sforzi sono stati compiuti per evitare una soluzione cruenta ed altri ancora si stanno dispiegando finché non arrivi l'irreparabile. Siamo sorretti anche dalla certezza che, in un momento in cui incominciamo ad intravvedere i contorni di un nuovo assetto internazionale, nessuno deve sottrarsi alle responsabilità che derivano dinanzi all'avvenire pacifico per le nuove generazioni. Dinanzi ai giovani noi abbiamo il diritto ed il dovere di dire che è stata proprio la fermezza delle democrazie a scongiurare nel tormentato dopoguerra i rischi di un nuovo immane conflitto ed a far maturare una stagione nuova nei rapporti internazionali. Questa è la nostra irrinunciabile carta di credito, politica e morale.
Aveva il senso del partito. Era intransigente, anche insofferente. Forse era meno duttile di me.
Di De Gasperi non è neppure il caso di parlare. È tutto nella storia.
Ciriaco è stato un segretario autoritario. Non è una critica, sarà anche una virtù la sua, ma è autoritario.
Era un cattolico a 24 carati, evitò le lusinghe del mondo accademico pur avendo tutti i titoli per entrarvi, fu un antifascista vero che si troncò la carriera pur di non iscriversi al PNF.
Eravamo tutti dell'idea di mandarlo al Quirinale, al posto che sarebbe stato poi di Pertini. [...] Lui non ne volle sapere.
Fu un buon segretario. Era un cristiano scettico. Detestava il correntismo.
Me ne sono tenuto alla larga.
Povero Zaccagnini. Aveva un grande fascino: me lo ricordo reggente della Fuci di Ravenna, era uno che quando saliva sul podio si faceva ascoltare indipendentemente da quello che diceva.
Citazioni di Giulio Andreotti – Attribuite
A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.
Ai laziali io riconosco a malapena i diritti civili.
Il potere logora chi non ce l'ha.
Moro vivo non serve più a nessuno.
Il potere logora...
Aveva spiccatissimo il senso della famiglia. Era infatti bigamo ed oltre. (1971)
L'umiltà è una virtù stupenda. Ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi. (1957)
La cattiveria dei buoni è pericolosissima. (1970)
Vi è un genere pericoloso di numismatici: il collezionista di moneta corrente. (1967)
In morte di Gianni Agnelli
È emerso un Agnelli silenziosamente devoto della Consolata e disponibile a prepararsi alla morte in modo edificante.
Sia come industriale di insuperate dimensioni sia come rappresentante massimo della categoria (tanto nel periodo di presidenza della Confindustria che prima e dopo) ebbe sempre un atteggiamento corretto verso i governi e verso il mondo politico.
Credo non vi sia stato né vi sia un altro italiano con una rete di relazioni personali come Gianni Agnelli in tutti i continenti e negli ambienti più diversi.
Torino non è solo l'antica capitale storicamente in polemica con la Roma dei papi e neppure solo il più grande centro produttivo delle nostre industrie. Torino è la città di don Bosco, del Cottolengo, di san Giuseppe Cafasso, di Pier Giorgio Frassati.
L'Urss vista da vicino – Citazioni
Quando da ragazzi sentivamo parlare del massacro staliniano del popolo dell'Ucraina, ritenevamo che fossero invenzioni o comunque esagerazioni della propaganda fascista; ma quando dalle memorie di Churchill e ancor più dallo sconvolgente Rapporto Kruscev si era appresa la orrenda verità, una ondata di simpatia si era creata verso le vittime di un tale genocidio ed ero lieto di trasmettere questi sentimenti del popolo italiano. (p. 102)
Gorbaciov non aveva solennità di Andropov né l'affaticamento di Černenko. Era ancor più giovanilmente elastico. (pp. 222-223)
Spunti di riflessione – Citazioni
In Italia vi è un'onda di corsi e ricorsi che fa passare l'opinione pubblica media, e talvolta anche quella di cospicue personalità politiche, da una autarchia avvilente e incostruttiva a una vera e propria soggiacenza alle altrui esperienze e fenomenologie. (p. 40)
Un punto fermo è quello della non opportuna modificabilità della costituzione. (p. 41)
La libertà vera ha un intrinseco contenuto di moralità, irrinunciabile. (p. 44-45)
Dire no alla repubblica presidenziale in Italia non significa esprimere un giudizio svalutativo sul modo di reggersi degli Stati Uniti d'America o di altri paesi. (p. 45)
Nella sua semplicità popolare il cittadino non sofisticato, passando dinanzi al parlamento o ai ministeri, è talora indotto a porre il dubbio se sia proprio lì che si governi l'Italia. (p. 47)
La stabilità è l'obiettivo naturale per ogni espressione di potere politico ed è una finalità indispensabile per una nazione che ha conosciuto cinquanta anni fa le conseguenze nefaste di un periodo di estrema debolezza governativa, crisaiola e poco concludente. (p. 49)
Dicono di Giulio Andreotti
Alcuni personaggi sono già forme di spettacolo, Andreotti è il dramma, Berlusconi è la commedia, Bossi è la farsa. [...] Mi ha colpito Andreotti, che al processo si è lasciato dire le cose più turpi senza reazione, se non con il naso sanguinante. Deve essersi rassicurato, sanguina meno.
Ammiro Andreotti, lo scrittore e lo statista. Lucidità, ironia, taglio della sua prosa mi sono cari. Quel suo saper scrivere tra le righe terribili verità. [...] Io che non faccio politica ho sempre saputo perché Andreotti dura e convince gli onesti.
Anche la santificazione di Andreotti non mi va giù.
Andava anche, mi dicono, a messa insieme a lui , e tutti credevano che facessero la stessa cosa. Ma non era così. In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete. Era una divisione di compiti perfetta.
Andreotti è inadatto ad affrontare la crisi economica: è ora che se ne vada in pensione. Il segnale lo ha dato con chiarezza il Presidente della Repubblica quando lo ha nominato senatore a vita. Il significato, nel modo sfumato del mondo democristiano da cui ambedue provengono, mi sembra fosse quello.
Andreotti è stato condannato, non assolto, per reati mafiosi caduti in prescrizione. E nonostante questo viene candidato alla presidenza del Senato? Un politico sospettato, indagato, condannato, non dovrebbe nemmeno essere candidato.
Andreotti è un uomo d'altri tempi. Come può rispondere ai problemi di un Paese che va verso il 2000 e verso l'Europa? In passato ha avuto la fortuna di governare gli anni facili dell'economia italiana, ma ora i tempi sono cambiati.
Andreotti fa quello che ha sempre fatto, un'abile comunicazione nella quale ribalta causa e effetto.
Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione.
Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.
Andreotti ha fatto tutte le politiche possibili e immaginabili.
Andreotti ha fatto tutto e il contrario di tutto; Forlani niente e il contrario di niente.
Avverso alle idee generali, pragmatista e realista come pochi, con una sua vena di "giolittismo cattolico".
Che Craxi sia uomo di grandi capacità e ambizioni, lo si sapeva. Che sia anche uomo di grande coraggio, lo si è visto ieri, quando pronunciava alla Camera il suo discorso di replica. Per due volte si è interrotto alla ricerca di un bicchier d'acqua. Per due volte Andreotti glielo ha riempito o porto. E per due volte lui lo ha bevuto.
Che io sappia, in anni molto precedenti al 1978, venne fatta qualche indagine sull'onorevole Andreotti, indagini di carattere tecnico-militare. Sanno un po' tutti dov'è che abita Andreotti, ma poi non se ne fece più niente.
Diceva che i magistrati contavano sul fatto che lui morisse prima della sentenza, così avrebbero pronunciato estinto il reato per morte del reo. E allora lui se n'era fatto una questione di puntiglio: non muoio finché non finisce il processo, e così è stato.
È il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso.
È la politica che per tanto tempo ha volutamente ignorato anche delle sentenze definitive della magistratura. Le conclusioni sancite nel processo celebrato a Palermo nei confronti del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti e quelle del processo Dell’Utri, che è stato condannato per concorso in associazione mafiosa, sono lì. Dovrebbero essere conosciute da tutti. E la politica le ha ignorate.
Far valere le ragioni della politica internazionale del proprio paese in una prospettiva di medio termine, specialmente quando quelle ragioni non sono perfettamente allineate con le direttrici di marcia delle massime potenze, è compito davvero difficile da realizzare, e da mantenere a lungo. Se guardiamo alla politica dell'Italia verso i paesi arabi, vedremo che con Andreotti si è trattato appunto di questo. Se guardiamo ai nostri rapporti con la potenza sovietica e i paesi satelliti, varranno le stesse considerazioni. Se guardiamo alla nostra politica all'interno delle organizzazioni europee, con Andreotti ritroviamo le stesse direttrici di marcia. Se guardiamo alle grandi relazioni di affari internazionali, ancora di questo si è trattato. Se guardiamo poi al ruolo internazionale dell'Italia nella sua dimensione complessiva, a opera di Andreotti esso è stato da protagonista.
Giulia Bongiorno dice: "Questa Lega nazionale l’avrebbe approvata anche Andreotti". È davvero cambiato il mondo: io e Bossi quelli come Andreotti li abbiamo sempre combattuti.
. Chi non muore si risiede.
Grande attore umorista, arguto, ironico. C'è un po' di Woody Allen.
Ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.
Il servizio su Andreotti, sul quale scrivevo temi già al liceo. Il mio incubo era che i miei figli un giorno avrebbero potuto frequentare un liceo intitolato a lui. Così, per chiudere il cerchio, sono andato a trovarlo per il suo compleanno. Gli ho detto: "Il giorno che morirà sicuramente le dedicheranno una via, io ho anticipato i tempi e le mostro ora la targa che verrà utilizzata". C'era scritto: "Via Giulio Andreotti – Insigne statista che fino alla primavera del 1980 ha tenuto relazioni amichevoli dirette con personaggi mafiosi di spicco".
I suoi rischi sono calcolati, le sue uscite mai improvvisate. Solo improvvise. Le sue trame sono sottili. Come le sue mani e il suo cervello. Non si vedono se non quando sono compiute. È difficile persino immaginarle e, forse per questo, quando lui – e solo lui – decide di svelarle fanno tanto rumore, danno la stura a tante polemiche, gli inimicano gli amici e gli amicano i nemici (chi siano questi e chi quelli è difficile dire, perché cambiano continuamente e mai a caso).
In sei giorni il Signore aveva creato tutte le cose: il sole, la luna, quello scemo di Maradona, i puffi, la forfora, e tutti gli animali del creato, tranne Andreotti, che era già suo segretario da tempo immemorabile.
Io lo so che è un peccato grave, ma più lo respingo e più ritorna. Io odio l'onorevole Andreotti. È stato il regista, sa, di tutta questa vicenda. Gli altri non sono stati altro che obbedienti esecutori di ordini. Un uomo freddo, impenetrabile, senza un dubbio, senza un palpito, senza mai un momento di pietà. Mai. [...] Io verso quest'uomo che ha fatto il male, io ho sempre avuto una irriducibile diffidenza. (Esterno notte)
La parte della prescrizione della cassazione è diversa. La sentenza della corte d'appello diceva "prima del 1980 ci sono rapporti con la mafia, dopo no." Quella della cassazione, che è il terzo grado, che nessuno vuole andare a vedere, dice che nella parte anteriore al 1980, ci sono due verità alternative: la possibilità che lui, avesse rapporti o non li avesse. C'è una situazione di dubbio, per la quale però, non ha senso tornare indietro per vedere quale delle due verità alternative, perché arrivata la prescrizione. Quindi è una cosa dubitativa. Ben diversa dalla sentenza d'appello.
Nicola Mancino era presente ai funerali di Giulio Andreotti.
Non c'è nessuna assoluzione con formula piena nel processo Andreotti, Andreotti fu assolto con la vecchia insufficienza di prove in primo grado, in appello gli fu peggiorata la sentenza di primo grado, ribaltandone la parte del periodo fino al 1980 e lì fu dichiarato colpevole, ma prescritto per il reato commesso di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Dopo il 1980 fu confermata l'assoluzione per insufficienza di prove, che era stata data in primo grado. La Cassazione confermò la sentenza d'appello, per cui so che è suggestivo dire "beh, ma quelli sono dei mafiosi che hanno sciolto i bambini nell'acido": è vero, infatti è proprio per quello che sono dei testimoni privilegiati per raccontare quello che succede dentro la mafia, perché loro ne hanno fatto parte [...].
Non le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che le si addice.
Non voglio attaccare Andreotti, per carità, ma come dimenticare che consegnò lo Stato alla P2 nominando nel 1978 Grassini, Santovito e Pelosi capi dei servizi segreti? Tutti della P2. I tre che poi fecero le indagini sul delitto Moro.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona; qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Quando lo intervistai, Andreotti mi voleva convincere di non essere mafioso.
Ritengo infatti che si tratti di trascorsi così gravi e così inquietanti da consigliare alla classe politica e all'opinione pubblica un atteggiamento di maggior prudenza se non di diffidenza, rispetto a chi ha capeggiato una corrente politica in Sicilia fortemente inquinata da Cosa nostra, e ha avuto stretti rapporti con personaggi come Michele Sindona, Salvo Lima, Ignazio e Nino Salvo.
Se è vero che il potere logora chi non ce l'ha, nessuno più di Andreotti scoppia di salute.
È nella stanza dei bottoni dal '47, quando De Gasperi lo nominò sottosegretario alla Presidenza del consiglio. Non aveva che ventott'anni, anche se ne dimostrava qualcuno di più, come oggi, che ne ha cinquant'otto, ne dimostra qualcuno di meno.
Nessun politico sa più di lui ciò che vuole, quando lo vuole e, soprattutto, con chi lo vuole. Più realista di Bismarck, più tempista di Talleyrand, raramente sbaglia e, se sbaglia, sbaglia sempre a ragion veduta.
Se fosse nato in un altro Paese Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. In Italia ha potuto esserlo solo a metà, dovendo impegnare l'altra metà negli intrighi, spesso loschi, che caratterizzano la vita politica italiana. Ma nell'ora della tua morte noi ti salutiamo 'divo Giulio' con rimpianto. Con te se ne va una lunga stagione della politica italiana e, visto quello che è venuto dopo, non certo la peggiore. Se esiste quel Dio in cui tu credevi, andando prestissimo ogni mattina alla Messa, ti sarà sicuramente benevolo.
Se Salvo Lima non moriva avrei chiesto al Parlamento di arrestare Andreotti. [...] Nella realtà io non ho mai avuto un rapporto con Craxi. Io miravo all'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti. [...] Andreotti è stato prescritto, fino al 1980, non è che è stato assolto. E dall'altra parte ci stava il sindaco, Vito Ciancimino, e Salvo Lima. Quindi, voglio dire: quello era il potere vero. [...] Mani pulite non è stata fermata dalla politica: è stata fermata dai giudici. È una storia che va riscritta prima o poi.
Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo del Governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca [...] Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ piú, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia [...] Passerà alla triste cronaca, sopratutto ora, che Le si addice.
Un accorto gestore di una democrazia malata
C'era Giulio Andreotti anche, piccolino, vabbè lui sta dappertutto, stava allo Statuto albertino, ma lo hanno visto anche dietro Mosè scrivere i dieci comandamenti.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026