Frasi
Frasi di Gustave Flaubert
137 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 137 citazioni di Gustave Flaubert, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Gustave Flaubert (scrittore francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Gustave Flaubert
Demostupidità.
Il dono di creare esseri umani manca a questo genio. Se avesse questo dono, Hugo avrebbe sorpassato Shakespeare.
L'orgoglio è una bestia feroce che vive nelle caverne e nei deserti; la vanità invece è un pappagallo che salta di ramo in ramo e chiacchiera in piena luce.
La foglia caduta si agita e vola al vento; così io vorrei volare, andarmene, partire per non tornare più, non importa dove, ma lasciare il mio paese; la mia casa mi pesa sulle spalle, sono entrato e uscito tante volte dalla stessa porta! Tante volte ho alzato gli occhi verso lo stesso posto, verso il soffitto della mia camera, che dovrebbe esserne consumato.
Avrebbero avuto ragione, ella non era forse più bella né più ardente di un'altra; ho paura di amare soltanto una concezione del mio spirito e di desiderare in lei solo l'amore che mi aveva fatto sognare.
Mi dà le vertigini, mi abbaglia: la natura in se stessa, il paesaggio, l'aspetto puramente pittoresco delle cose vi sono trattati alla maniera moderna e con un soffio antico e cristiano ad un tempo che li pervade. Vi si sente l'incenso e l'orina: la bestialità si congiunge al misticismo.
Quando urla, come la voce, il cuore diventa rauco.
Sono giunto alla ferma convinzione che la vanità è alla base di tutto e che anche ciò che chiamiamo coscienza non è altro che vanità interiore.
Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute. Ma se vi manca la prima tutto è finito.
Citazioni di Gustave Flaubert – Attribuite
CANTANTE. [...] Il tenore ha sempre una voce piacevole e tenera, il baritono un organo simpatico e ben timbrato, il basso una possente emissione.
Le persone sposate devono vivere eternamente insieme per essere punite della sciocchezza che hanno fatto sposandosi.
PROPRIETÀ. Uno dei fondamenti della società. Più sacra della religione.
Frasi da «Bouvard e Pécuchet»
L'arte, in certe circostanze, scuote gli animi mediocri e dei mondi possono esser loro rivelati dai suoi interpreti più grossolani.
La folla immancabilmente segue l'andazzo. Al contrario sono sempre i pochi che aprono la strada al progresso.
Lo spiritismo ha per dogma l'immancabile progressivo migliorarsi dell'umanità. Un giorno, la terra diverrà il cielo.
Se l'individuo non può saper niente, perché tutti insieme ne saprebbero di più?
Dizionario dei luoghi comuni
ACADÉMIE FRANÇAISE. Denigrarla, ma far di tutto per diventarne membro. (p. 9)
AGENTI DI BORSA. Tutti ladri.
ARCHITETTI. Tutti imbecilli.
Fanno le case e si dimenticano sempre le scale.
BIONDE. Più calde delle brune (v. brune).
BRUNE. Più calde delle bionde (v. bionde).
CALVIZIE: Sempre precoce e provocata da eccessi giovanili, oppure dal concepire pensieri elevati.
CIGNO: Canta prima di morire.
Con l'ala può spezzare la coscia a un uomo.
Il cigno di Cambrai non era un uccello ma un vescovo.
Il cigno di Mantova è Virgilio.
Il cigno di Pesaro è Rossini.
CORANO. Libro di Maometto che parla solo di donne.
CROCEFISSO. Fa bella figura nell'alcova e sulla ghigliottina.
ECCEZIONE. Dite che «conferma la regola»; non azzardatevi a spiegare come.
EREZIONE. Si usa soltanto a proposito di monumenti.
ESTATE. Sempre eccezionale (v. inverno).
FIRMA. Più è complicata, più è bella.
FORTUNA. «Audaces fortuna juvat». «Beati i ricchi, ne hanno di fortuna!».
Quando vi parlano di una fortuna considerevole è bene osservare: «Sì, ma è veramente solida?».
GENIO. Inutile ammirarlo, è una «nevrosi».
IMBECILLE. Chiunque la pensa diversamente da noi.
INVERNO. Sempre eccezionale (v. estate).
ITALIANI. Tutti traditori. Tutti musicisti.
MACELLAI. Terribili in tempo di rivoluzione.
MALATO. Per risollevare il morale di un malato, ridere della sua infermità.
MARE. Non ha fondo.
Immagine dell'infinito.
Fa venire grandi pensieri.
In riva al mare bisogna sempre avere un cannocchiale.
Quando lo si guarda, dire sempre: «Quanta acqua!».
MASSONERIA. Un'altra causa della Rivoluzione!
Le prove di iniziazione sono terribili, c'è chi ne è morto.
Causa di litigi in famiglia.
Guardata di traverso dagli ecclesiastici.
«Quale mai sarà il loro segreto?».
MATERASSO. Più è duro, più è igienico.
PENSARE. Increscioso.
Le cose che ci costringono a farlo vengono di solito accantonate.
RIMA. Non va mai d'accordo con la ragione.
RISPARMIO (al). Bell'insegna di bottega: ispira fiducia.
SERVIZIO. È per far loro un servizio che i bambini si sculacciano; gli animali si bastonano; i domestici si licenziano; i malfattori si puniscono.
STAMPA. Scoperta meravigliosa.
Ha fatto più male che bene.
TEMPO. Eterno argomento di conversazione.
Causa universale delle malattie.
Lagnarsene sempre.
VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus».
Conoscenze scientifiche superficiali.
Frasi da «L'educazione sentimentale»
Le persone "con i piedi per terra" dicono che l'amore è una follia. In realtà ciò che accade è che la fantasia violentemente distorta da immagini piacevolissime, dove ogni passo ti avvicina alla felicità, viene crudamente riportata alla dura realtà. (1984)
Non c'è nulla di così umiliante come vedere gli sciocchi riuscire nelle imprese in cui noi siamo falliti. (I, V)
A poco a poco la serenità del lavoro lo placò. Immergendosi nella personalità degli altri, dimenticò la sua, il che è forse il solo modo di non soffrirne. (II, III; 1998, p. 172)
Benché quelle teorie, nuove come il giuoco dell'oca, fossero state abbastanza discusse da quarant'anni a questa parte, ce n'era da riempire intere biblioteche, tuttavia spaventavano i borghesi, come una gragnuola d'aeroliti; e la gente se ne indignò, in forza dell'odio che ogni idea nuova suscita sempre, e semplicemente perché è un'idea. (III, I; 1998, p. 274)
Vi è un momento nelle separazioni in cui la persona cara ha cessato di essere con noi. (1954)
La signora Bovary – Citazioni
L'amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano dei cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell'abisso l'intiero cuore.
(Rodolphe).."Eh, non sapete che ci sono anime in perenne tormento? Aspirano via via al sogno e all'azione, alle passioni più pure, ai godimenti più furibondi, e così sprofondano in ogni sorta di fantasie, di follie."
Allora (Emma) lei lo guardò come si contempla un viaggiatore che abbia visto paesi straordinari. Riprese : "Non abbiamo nemmeno questa distrazione, noi, povere donne."
"Triste distrazione se non vi si trova la felicità."
"Ma è mai possibile trovarla?" lei domandò.
"Sì, prima o poi è possibile."
"Prima o poi è possibile- ripeté Rodolphe,- prima o poi, all'improvviso e quando ormai si disperava. Allora orizzonti si schiudono e pare che una voce gridi :"Eccola". Si è spinti a confidarle la nostra vita a quella certa persona, a darle tutto, a sacrificarle tutto. Non c'è bisogno di alcuna spiegazione, ci s'intende. Ci si era già confusamente visti nei sogni – e la guardava. – Eccolo insomma quel tesoro tanto a lungo cercato, eccolo a portata di mano, rifulgente, scintillante. Pure si dubita ancora, non si ha il coraggio di credere, si è abbagliati, al pari di chi esce dalle tenebre alla luce."
Desiderava morire e al tempo stesso vivere a Parigi.
"Non vi ripugna questa congiura del mondo? C'è un solo sentimento che esso non condanni? Gli istinti più nobili, le simpatie più pure sono perseguitati, calunniati, e se si trovano due povere anime, tutto è organizzato perché non possano incontrarsi. Eppure esse tenteranno, sbatteranno le ali, si lanceranno richiami. Facciano pure!
Presto o tardi, fra sei mesi o dieci anni potranno riunirsi, amarsi, perché lo esige la fatalità, perché sono nate l'una per l'altra".
"Rapiscimi, portami via, partiamo! A te, a te, tutti i miei ardori e tutti i miei sogni!"
Quanto agli eccessi, se n'era sempre astenuto, un po' per pusillanimità, un po' per delicatezza.
Entrò nella cucina della locanda con la gola stretta, le gote pallide e quella determinazione dei codardi che nulla può fermare.
Il più mediocre libertino ha sognato sultane; ogni notaio si porta dentro le macerie di un poeta.
La domenica, a messa, quando alzava la testa, scorgeva, scorgeva, trai fumi azzurrastri dell'incenso, il viso dolce della Vergine. Allora si intenerì: si sentì molle ed abbandonata come una piuma volteggiante nella tempesta; e fu quasi senza rendersene conto che si incamminò verso la chiesa, disposta a qualsiasi devozione pur di assorbirvi l'animo intero.
Immerse il pollice destro nell'olio, e cominciò le unzioni: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato tutte le magnificenze terrestri; poi sulle narici, ghiotte di brezze tiepide e di profumi d'amore; poi sulla bocca, che si era aperta per la menzogna, che aveva mandato gemiti d'orgoglio e gridato alla lussuria; poi sulle mani, che avevano goduto contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi un tempo, quando ella correva a soddisfare i suoi desideri, e che ora non avrebbero camminato più.
"Ma stia zitto, signor Homais! Queste sono empietà! Lei non ha religione!" "Io ho una religione" rispose il farmacista. "La mia religione, anzi ne ho più di loro, e senza tante commedie e tanta ciarlataneria! Io adoro Dio, invece! Credo in un Essere Supremo, in un Creatore, quale che sia, non ha importanza, il quale ci ha messi quaggiù per adempiere i nostri doveri di cittadini e di padri di famiglia; ma non ho bisogno di andare in una chiesa a baciare piatti d'argento e a ingrassare di tasca mia un branco di buffoni che mangiano meglio di me. Lo si può onorare benissimo in un bosco, in un campo, o addirittura contemplando la volta celeste come gli antichi. Il mio Dio è lo stesso di Socrate, di Franklin, di Voltaire e di Béranger. Sono d'accordo con la Professione di fede del vicario savoiardo e i principi immortali dell'89! Così io non ammetto un Dio alla buona, che passeggia in giardino con il bastone in mano, alloggia i suoi amici nel ventre delle balene, muore lanciando un grido e risuscita dopo tre giorni: cose assurde in se stesse e d'altra parte in contrasto con tutte le leggi della fisica; e questo dimostra, per inciso, che i preti si sono sempre crogiolati in una torpida ignoranza nella quale tentano di far sprofondare insieme con loro tutti i popoli.
"Ci risiamo sempre i doveri. Parole del genere mi escono dalle orecchie. È un'accozzaglia di vecchi cretini dal panciotto di flanella e di bigotte con scaldino e rosario in mano, tutti accaniti a rifischiarci: "Il dovere, il dovere!" Eh, perbacco! Il dovere è sentire ciò che è grande, privilegiare ciò che è bello e non inchinarsi a tutte le convenzioni della società con le ignomie che ci impone."
Ce ne sono di più belle, ma io so amare meglio.
[...] Come se la pienezza dell'anima talvolta non traboccasse attraverso le metafore più vuote perché nessuno, mai, riesce a dare l'esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un paiolo fesso su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
Ma un infinito di passioni può concentrarsi in un attimo come una folla in un piccolo spazio.
L'avvenire era un corridoio tutto nero, che aveva in fondo la sua porta ben chiusa.
Del resto, la parola è un laminatoio che affila sempre i sentimenti. (pp. 220, "Madame Bovary", traduzione e cura di Roberto Carifi)
La signora Bovary – Parte prima
Ma l'ansietà d'una condizione nuova, e forse la tensione che le provocava la presenza di quell'uomo, erano bastate a indurla a credere di possedere finalmente quella passione meravigliosa, che fin allora era stata là ferma nell'alto, come un grande uccello dalle piume rosa, librando le ali nello splendore dei cieli poetici; – e adesso non riusciva a convincersi che quella calma in cui viveva fosse la felicità del suo sogno. (VI; 1983, p. 47)
Anche al suo cuore era accaduto qualcosa di simile: sfiorato dal lusso si era velato di un non so che d'impalpabile e d'indelebile. (VIII; 1968, p. 97)
Desiderava al contempo morire e andare ad abitare a Parigi. (IX; 1968, p. 104)
La signora Bovary – Parte seconda
Difatti le sue convinzioni filosofiche non ostacolavano le sue ammirazioni artistiche; il pensatore, in lui, non soffocava per nulla l'uomo sensibile; egli sapeva stabilire le differenze, distinguere l'immaginazione dal fanatismo. Di quella tragedia, per esempio, biasimava le idee ma ammirava lo stile; ne malediceva il concetto, ma ne applaudiva ogni particolare; e i personaggi lo portavano all'esasperazione, ma i loro discorsi lo colmavano d'entusiasmo. Quando leggeva quei grandi passi, era colto da trasporto; ma quando pensava che i baciapile ne traevano un utile per la loro bottega, era desolato, e in questa confusione di sentimenti in cui si dibatteva, avrebbe voluto insieme incoronare Racine con le sue mani e discutere con lui per un buon quarto d'ora. (III; 1983, p. 103)
Il caminetto era spento, la pendola ticchettava senza interruzione ed Emma provava un senso di stupore per questa calma delle cose, mentre dentro di lei si agitava un tale tumulto. (VI, 1968, p. 195)
Il dovere è sentire ciò che è grande, prediligere ciò che è bello e non già accettare tutte le convenzioni della società, con le ignominie che essa ci impone. (Rodolphe: VIII; 1983, p. 163)
Eh, no! perché declamare contro le passioni? Non sono forse la sola cosa bella che ci sia sulla terra, la fonte dell'eroismo, dell'entusiasmo, della poesia, della musica, delle arti, di tutto infine? (Rodolphe: VIII; 1983, p. 163)
S'era sentito dire quelle cose tante volte, che non avevano per lui nulla d'originale. Emma rassomigliava a tutte le amanti; e il fascino della novità, cadendo via a poco a poco al modo d'un vestito, lasciava apparire a nudo l'eterna monotonia della passione, che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio. Non distingueva, quell'uomo cosí ricco di esperienze, la diversità dei sentimenti che si cela sotto l'uniformità delle espressioni. Poiché labbra libertine o venali gli avevano mormorato frasi simili, egli non credeva che debolmente al candore di quelle; tutto andava sminuito, pensava, nei discorsi infocati si nascondono gli affetti mediocri; come se la pienezza dell'anima non traboccasse qualche volta dalle metafore piú vuote, perché nessuno, mai, riesce a dare l'esatta misura delle proprie necessità, né dei propri concetti, né del proprio dolore, e la parola umana è come una paiolo incrinato su cui veniamo battendo melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle. (XII; 1983, pp. 213-214)
[...] la tolleranza è il modo piú sicuro per attirare le anime alla religione. (Homais: XIV; 1983, p. 244)
La signora Bovary – Parte terza
La sfrontatezza dipende dagli ambienti dove si posa: non parliamo al mezzanino come al quarto piano, e la donna ricca sembra abbia intorno a sé, per conservare la propria virtú, tutti i suoi biglietti di banca, come una corazza, nella fodera del busto. (I; 1983, p. 260)
D'altronde, la parola è un laminatoio che sempre affina i sentimenti. (I; 1983, p. 262)
Ma la denigrazione degli esseri che amiamo, sempre ci distacca un poco da loro. Non bisogna toccare gl'idoli: la doratura ci rimane sulle dita. (VI; 1983, p. 315)
La signora Bovary – Citazioni su La signora Bovary
La ragazza Emma Bovary non è mai esistita: il libro Madame Bovary esisterà per tutti i secoli dei secoli. Un libro vive più a lungo di una ragazza. (Vladimir Nabokov)
Madame Bovary è un romanzo analitico, ammirabile per composizione, studio di caratteri e stile: libro architettato con vera scienza, dove tutto è meditato, voluto e disposto con arte sapiente; e in cui una verità severa, spietata, tiene quel luogo che in altri lodati romanzi contemporanei hanno solo la fantastica invenzione e il lirismo ideale. L'analisi del carattere di Emma Bovary è profonda e delicata; è inesorabile, forse crudele, ma sempre esatta. (Enrico Nencioni)
Se Madame Bovary avesse letto Madame Bovary non avrebbe frenato le sue fantasticherie? I veri libri immorali sono dunque quelli che trattano la vita in rosa e non quelli che ne dipingono gli errori e gli eccessi. Ovvero, non c'è peggior pornografia di quella sentimentale. (Ennio Flaiano)
Secondo me, dal punto di vista narrativo, il libro più perfetto è Madame Bovary di Flaubert. (Giorgio De Chirico)
Lettere
Ama l'arte. Fra tutte le menzogne è ancora la meno menzognera.
Ci sono, infatti, due categorie di poeti. I più grandi, i rari, i veri maestri, compendiano in sé l'umanità; senza preoccuparsi di sé o delle proprie passioni, annullando la loro personalità per assorbirsi in quella degli altri, essi riproducono l'Universo, il quale si riflette nelle loro opere scintillante, vario, molteplice, come un cielo specchiantesi tutt'intero nel mare, con tutte le sue stelle e tutto il suo azzurro. Ce ne sono altri a cui basta gridare per essere armoniosi, piangere per commuovere, parlare di sé per durare eterni. Forse, facendo altrimenti, non si sarebbero potuti spingere più lontano, ma, in mancanza dell'ampiezza, hanno l'ardore e l'estro, tanto che se fossero nati con un altro temperamento, non avrebbero forse avuto nessun genio.
Durante il mio viaggio ciò che ho visto di più bello è Genova. Ti consiglio di andarvi un giorno o l'altro, quando ne avrai il tempo. Dopo aver visitato i suoi palazzi si ha un tale disprezzo del lusso moderno che viene voglia di abitare in una scuderia e di uscire vestiti da operai.
Essere bête, egoista, e avere una buona salute, ecco le tre condizioni richieste per essere felici. Ma se manca la prima, tutto è perduto.
Ho lasciato un'altra volta questo povero Mediterraneo! Gli ho detto addio con uno strano stringimento al cuore. La mattina in cui dovevamo partire da Genova, sono uscito alle 6 dall'hotel come andassi a spasso. Ho preso una barca e sono andato fino all'entrata dalla rada per vedere ancora una volta quei flutti blu che amo tanto. Il mare era forte. Mi lasciavo cullare nella scialuppa pensando a te e rimpiangendoti. Poi quando ho sentito che poteva venirmi il mal di mare sono tornato a terra e ce ne siamo andati. Ne sono stato così triste per tre giorni che ho creduto più volte che ne sarei crepato. È letterale. Qualsiasi sforzo facessi non potevo dischiudere i denti. Comincio a credere davvero che la noia non uccide, perché vivo.
Ho visto i campi di battaglia di Marengo, di Novi, di Vercelli, ma ero in una disposizione così penosa che tutto questo mi ha ben poco toccato. Pensavo sempre a quei soffitti dei palazzi di Genova sotto i quali si fotteva con tanto orgoglio.
Ho visto un quadro di Bruegel che rappresenta la Tentazione di sant'Antonio che mi ha fatto pensare di arrangiare per il teatro La tentazione di sant'Antonio, ma questo richiederebbe uno ben più in gamba di me. Darei tutta la collezione del «Moniteur», se l'avessi, e 100 mila franchi, per comprare quel quadro, che la maggior parte di quelli che lo guardano giudicano cattivo.
Ho visto una bellissima strada, la via Aurelia, ed ora sono in una bella città, una vera bella città, Genova. Cammino sul marmo, tutto è di marmo: scale, balconi, palazzi. I palazzi si toccano tanto sono vicini e, passando dalla strada, si vedono i soffitti patrizi tutti dipinti e dorati. Vado a visitare le chiese, sento cantare suonare l'organo, guardo i monaci, osservo i paramenti sacri, gli altari, le statue; in altri momenti (ma non so bene quali) forse avrei riflettuto di più e guardato di meno. Invece qui spalanco gli occhi su tutto, ingenuamente, semplicemente, e forse è molto meglio.
L'artista deve fare in modo che la posterità creda ch'egli non abbia vissuto.
L'autore nella sua opera deve essere come Dio nell'universo, presente ovunque e ovunque invisibile.
L'idea di patria è quasi morta, grazie a Dio.
L'uomo non è niente, l'opera è tutto!
Lasciami amarti a modo mio, al modo del mio essere, con quel che tu chiami la mia originalità. Non forzarmi a niente, e io farò tutto.
Non bisogna chiedere arance ai meli, sole alla Francia, amore alle donne, felicità alla vita.
[...] non è perché un imbecille ha due piedi come me, invece di averne quattro come un asino, che io mi credo obbligato ad amarlo, o, quanto meno, a dire che lo amo e che mi interessa.
Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.
Parliamo un po' di Graziella. È un libro mediocre, sebbene sia il migliore che Lamartine abbia scritto in prosa. Ci sono particolari graziosi [...] ed è tutto o quasi.
Per stabilire qualcosa di durevole ci vuole una base fissa. Il futuro ci tormenta e il passato ci trattiene. Ecco perché ci sfugge il presente.
Quando si è qualcuno perché voler essere qualcosa?
Quello che è prodigioso nel Don Chisciotte è la totale assenza di artificio e la continua fusione di illusione e realtà, che ne fanno un libro così comico e così poetico.
Se si è coinvolti nella vita, la si vede poco chiaramente; la vista è oscurata dalla sofferenza, o dal godimento. L'artista, secondo me, è una mostruosità, qualcosa al di fuori della natura.
Se vuoi che ti parli di quanto ho visto, ti dirò che la via Aurelia è una strada lunga sessanta chilometri da fare a piedi, e che sono stato triste da morire per tre giorni, dopo aver lasciato Genova, una città tutta di marmo con dei giardini colmi di rose. Una bellezza che strazia l'anima.
Si fa della critica quando non si può fare dell'arte, nello stesso modo come si diventa spia quando non si può fare il soldato.
Sostengo che le idee sono eventi. È più difficile renderle interessanti, lo so, ma se non ci si riesce, la colpa è dello stile.
Tutto quello che si inventa è vero, devi esserne certa. La poesia è una cosa tanto precisa quanto la geometria.
Frasi da «Memorie di un pazzo»
Dal dubbio su Dio, arrivai al dubbio sulla virtù, fragile idea che ogni secolo ha fondato come ha potuto sull'impalcatura delle leggi, idea ancor più vacillante. (p. 30)
Ma era Roma che amavo, la Roma imperiale, questa bella regina che si rotola nell'orgia, sporcando la sua nobile veste con il vino della depravazione, fiera dei suoi vizi più che delle sue virtù. Nerone! Nerone, con i suoi carri di diamante che volano nell'arena, le sue mille vetture, i suoi amori di tigre e i suoi banchetti di gigante. (p. 34)
L'umanità si è messa a girare le sue macchine e, vedendo che ne sgorgava oro, ha esclamato: È Dio! E quel Dio, essa lo mangia! (p. 43)
Il mio dolore è amaro, la mia tristezza profonda, / E vi sono sepolto come un uomo nella tomba. (p. 64)
La vanità mi spinse verso l'amore; no, verso la voluttà; neppure, verso la carne. (p. 68)
Se ho provato momenti di entusiasmo, li devo all'arte; eppure, quanta vanità in essa! voler raffigurare l'uomo in un blocco di pietra o l'anima attraverso le parole, i sentimenti con dei suoni e la natura su una tela verniciata. (p. 71)
L'arte! l'arte! che bella cosa questa vanità (p. 72)
Se c'è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell'infinito e del vago che chiamano anima, questa è l'arte. (p: 72)
Vorrei il bello nell'infinito, invece vi trovo soltanto il dubbio. (p. 72)
Dicono di «Memorie di un pazzo»
Il racconto-confessione di Flaubert giovanissimo, Memorie di un pazzo, non è certo fra le sue opere più note. E non può reggere al paragone con i suoi celebri romanzi. Se viene citato, è spesso in rapporto con l' Educazione sentimentale (1869), di cui costituisce, per alcuni capitoli, un primo abbozzo, lasciato inedito, e pubblicato postumo soltanto nel 1901. Ma non è per questo da confondere e rigettare fra tanti altri scritti e progetti giovanili – non tutti, del resto, trascurabili –, fra tanti calchi e imparaticci di scuola, di cui è cosparso il primo cammino di questo scrittore. (Massimo Colesanti)
Salambò – Citazioni
Accorsero; era un leone infisso ad una croce per le quattro estremità, come un delinquente. [...] Cento passi più avanti ne videro altri due, e improvvisamente apparve una lunga fila di croci cariche di leoni: alcuni eran morti già da lungo tempo, sì che il legno non sopportava più che i resti degli altri scheletri; altri, mezzo ròsi, torcevano il muso in un'orrenda smorfia; ve n'eran di così enormi, da far piegare sotto di loro il fusto della croce, e oscillavano al vento, mentre sopra le loro teste stormi di corvi roteavano senza mai fermarsi. Quell'era la vendetta dei contadini cartaginesi allorché catturavano bestie feroci; speravano di atterrire con l'esempio le altre. I Barbari, cessando il riso, furon presi da profondo stupore: – Che popolo questo – pensavano – che si diverte a crocifigger leoni! (1962, pp. 60-61)
Uno dopo l'altro, consultò tutti gli indovini ell'esercito: udì quelli che osservano l'avanzare dei serpenti, che leggono negli astri, che soffiano sulla cenere dei morti; ingerì galbano e laserpizio, ingerì il veleno di vipera che agghiaccia il cuore; femmine negre, cantando parole barbare al chiaro di luna, lo punsero in fronre con aurei stiletti; si coprì d'amuleti e di collari, invocò volta a volta Baal-Hammon, Moloch, i sette Cabiri, Tanit e la Venere greca; incise un nome su una lastra di rame e la seppellì nella sabbia all'ingresso della sua tenda. (1962, p. 64)
– Qual che un tempo valeva un siclo d'argento, oggi vale tre šekel d'oro, e le colture abbandonate durante la guerra non fruttano nulla! [...] La Sicilia che ci dava tanti schiavi, ora è chiusa per noi! Proprio ieri, per un bagnino e quattro servi da cucina, ho dovuto sborsare più denaro di quel che un tempo mi sarebbe bastato per un paio d'elefanti! (1962, p. 71)
Laggiù gli Anziani deponevano i loro bastoni di corno di narvalo (poiché una legge, sempre rispettata, puniva con la morte chiunque entrasse alla seduta con un'arma qualsiasi). Molti all'orlo inferiore della veste, avevano lasciato uno strappo, fermandolo con un gallone di porpora, per mostrare chiaramente che piangendo la morte dei loro parenti non avevan risparmiato gli abiti; e quel segno di cordoglio impediva alla fenditura di allargarsi. Altri portavano la barba racchiusa in un sacchetto di pelle viola, appeso con due cordoncini alle orecchie. (1962, p. 160)
Sorse la luna: cetra e flauto si misero a un tempo a suonare.
Salambò si tolse i ciondoli degli orecchi, la collana, i braccialetti, il lungo camice bianco; sciolse la benda che tratteneva i capelli e li agitò qualche minuto sulle spalle, dolcemente, per rinfrescarsene sparpagliandoli. Fuori la musica seguitava: erano tre note, sempre le stesse, concitate, frenetiche; le corde stridevano, il flauto rendeva un suono sordo; Taanach segnava la cadenza schioccando le mani; Salambò, con un ondeggiamento di tutto il corpo, salmodiava preghiere ed i vestiti uno ad uno le si afflosciavano intorno. (p. 214)
La bianca luce pareva circonfonderla d'una nebbia d'argento; l'ombra umida dei passi brillava sulle lastre; stelle palpitavano in fondo all'acqua. il serpente la stringeva contro di lei le nere spire tigrate di placche d'oro. Sotto quel peso eccessivo Salambò ansimava, le reni le si piegavano, si sentiva mancare, mentre lui con l'estremità della coda le batteva piano piano la coscia. Poi, al cessare della musica, ricadde giù. (p. 215)
D'un colpo, quell'uomo aprì il petto di Matho, ne strappò il cuore, lo porse sulla spatola; e Sciahabarim, alzato il braccio, lo offrì al sole.
Il sole calava dietro i flutti; i suoi raggi arrivavano come lunghe frecce su quel cuore rosseggiante. Via via che i battiti scemavano l'astro s'immergeva; all'ultimo palpito sparì.
Allora dal golfo alla laguna e dall'istmo al faro, per tutte le strade, su tutte le case e in cima a tutti i templi fu un grido solo; cessava, ripigliava; gli edifici ne tremavano; Cartagine pareva presa da un convulso: nello spasimo d'una gioia titanica, nel delirio d'una speranza senza limiti.
Narr'Havas, ebbro di orgoglio, passò il braccio intorno alla vita di Salambò, in segno di possesso; e sollevando con la destra una patera d'oro bevve al Genio di Cartagine.
Salambò s'alzò in piedi con lo sposo, una coppa in mano, per bere anche lei. Ricadde col capo indietro sulla spalliera del trono – livida, irrigidita, le labbra aperte. I capelli sciolti le pendevano a terra.
Così morì la figlia di Amilcare per aver toccato il mantello di Tanit. (pp. 346-347)
Fin da quando egli aveva mosso il primo passo, ella s'era alzata; a mano a mano ch'egli si avvicinava, quasi incosciamente s'era spinta a poco a poco fino al limite della terrazza; e tosto, svanito tutto il resto intorno a lei, non avea più visto che Matho. Un silenzio s'era fatto nell'anima sua, – uno di quegli abissi in cui il mondo intero scompare sotto il peso d'un pensiero esclusivo, d'un ricordo, d'uno sguardo. Era attirata da quell'uomo che camminava alla sua volta. (1962, p. 386)
Dicono di Gustave Flaubert
Baudelaire e Flaubert discernono ogni bruttezza e miseria dell'uomo come l'ha creata il razionalismo diventato scientismo e macchinismo.
Baudelaire analizza il male nel suo intimo recesso, mentre Flaubert lo situa nel suo decoro.
Era un uomo di alta statura, grosso, di colorito acceso, occhi blu, baffi biondi, sanguigno, vero tipo di capitano di cavalleria. Anche nel suo vestire, nel gesto, nel passo, conservò sempre qualcosa di militare. Ma le sue abitudini, il suo carattere, furono sempre quelli di un uomo appassionato per l'arte, e che vive solamente in quella e di quella.
Essere popolare e insieme illustre, congiungere la celebrità alla gloria, creare favole per l'immaginazione delle folle ed ardui esemplari di stile per gli artisti; questa è la fortuna a cui tutti gli scrittori aspirano e che pochissimi nel secolo scorso poterono conseguire. Tra i pochissimi, Flaubert.
Flaubert, risolutamente romantico nei suoi tentativi giovanili, Chant de la mort, Smarh, Novembre, Les mémoires d'un fou, in tutta l'opera sua degli anni maturi non ha voluto fare che la satira o, se si vuole, la tragedia delle illusioni romantiche umiliate dalla realtà.
Il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio "vivrà". Queste affinità semantiche tra i personaggi e i loro nomi facevano la disperazione di Flaubert, che ci mise due anni a trovare il nome di Madame Bovary, Emma.
Il mio timore era di essere un giorno nient'altro che un innocuo Flaubert da salotto.
Nessun uomo può scrivere versi veramente buoni se non conosce Stendhal o Flaubert.
Non è esagerato dire che in Flaubert si riassunse la letteratura francese, almeno da Chateaubriand in poi, e si formarono le tendenze nuove. La sua opera è un vertice e un crocicchio. Una vita indicibilmente amara ed afflitta fu compensata da un omaggio unanime di cui dopo le epoche classiche s'era quasi perduto l'esempio.
Signore, avete seppellito il vostro romanzo in un cumulo di dettagli che sono ben disegnati ma del tutto superflui. (lettera di un editore per Madame Bovary)
Sulle orme dello Chateaubriand, egli fu si può dire il primo a considerare deliberatamente il romanzo come una sorta di poema in prosa, applicandovi quell'ostinato studio dello stile che prima d'allora si pensava riservato ai poeti, quella cura degli effetti ritmici, coloristici e plastici, che spinsero più di un critico letterario a considerarlo «un parnassiano che ha scritto in prosa».
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026