Frasi
Frasi di Ibn Battuta
13 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 13 frasi di Ibn Battuta: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Ibn Battuta (esploratore e viaggiatore berbero). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Ibn Battuta
Viaggiare – ti lascia senza parole, poi ti trasforma in un narratore.
Frasi da «I viaggi»
Durante quel viaggio andai a vedere il faro : uno dei lati era caduto in rovina, ma lo descriverei comunque come un edificio quadrato che si staglia nel cielo'. La porta è in alto rispetto al terreno e di fronte, alla stessa altezza, c'è un edificio: fra questo e la porta vengono messe delle assi di legno a mo' di passerella e quando le tolgono non vi è più modo di entrare. Dentro la porta c'è una nicchia dove il guardiano può starsene seduto e all'interno si aprono diversi locali. Il passaggio di entrata misura 9 spanne, il muro 10 e ognuno dei quattro lati, 140. Sorge su un'alta collina a una parasanga da Alessandria, al termine di una lunga striscia di terra che ospita il cimitero, circondata per tre lati dal mare — il quale giunge sino alle mura della città, sicché solo partendo da Alessandria si può arrivare al faro via terra.
Quando feci ritorno nel Maghreb, nel 750 [1349], andai a rivederlo e lo trovai in un tale stato di rovina che non si riusciva più non solo a entrare ma nemmeno a raggiungere la porta. (p. 18, 2018)
Un'altra meraviglia di Alessandria è la sbalorditiva colonna di marmo che si vede sin da fuori città, la cosiddetta amüd al-sawârï , eretta in mezzo a un fitto palmeto dove spicca altissima tra gli alberi. Formata da un unico pezzo abilmente tagliato, poggia su basi in pietra di forma quadrata, simili a enormi pedane, e non si sa né come né chi ve l’abbia eretta. (pp. 18-19, 2018)
La moschea di 'Amr ibn al-'Ās è una nobile moschea, venerata e famosa, in cui si svolge la funzione del venerdì. Una strada l'attraversa da est a ovest, e verso est sorge la zâwiya dove insegnava l'imam Abu 'Abd Allah al-Shâfi'ī. Quanto alle màdrase, al Cairo ve ne sono cosi tante da non poterle contare, mentre l'ospedale sorge «Fra i due Palazzi», vicino al mausoleo di al-Malik al Mansür Qalâwün: è di una bellezza indescrivibile, ben fornito di comodità e di farmaci, e dicono che le sue entrate raggiungano i mille dinàr al giorn0. Anche le zâwiya sono numerose: qui le chiamano khawâniq (singolare khanqa) e gli emiri della città fanno a gara per costruirle. Ogni zâwiya viene assegnata a un gruppo di faqīr per lo più persiani, uomini colti che conoscono bene la via [tarīqa] del sufismo. (pp. 37-38, 2018)
Nella vecchia Cairo si trova il cimitero di al-Qarâfa, un luogo molto importante in cui ricevere la baraka. Alla sua precellenza si riferisce un hadîth riportato da al-Qurtubï e da altri, e in effetti al-Qarâfa fa parte della scarpata del Muqattam, che secondo la promessa di Dio sarà uno dei giardini del Paradiso. Gli abitanti del Cairo vi costruiscono belle cappelle circondate da mura che sembrano case, con vari locali destinati ai lettori — i quali ricevono un salario per salmodiare il Corano notte e giorno con le loro belle voci. Qualcuno fa erigere a fianco del proprio mausoleo una zâwiya o una màdrasa, e il giovedì sera vi si reca con mogli e figli per trascorrere la notte facendo il giro dei santuari famosi - e lo stesso fanno anche la notte di metà sha'bân, con i mercanti che espongono ogni genere di cibo. (pp. 39-40, 2018)
A quanto dicono, tutte le scienze apparse sulla terra prima del Diluvio furono insegnate agli uomini da Hermes l'Antico, che abitava nella parte superiore dell'Alto Egitto e veniva chiamato Enoch — o anche Idrïs. Sarebbe stato lui il primo a parlare dei movimenti delle sfere celesti e delle sostanze superiori, e anche il primo a costruire i templi e a glorificarvi l'Altissimo. Lo stesso Hermes predisse poi agli uomini il Diluvio e, temendo che andassero perduti il sapere e le competenze artistiche, costruì le Piramidi e i templi, sui quali raffigurò tutte le arti con i relativi strumenti e annotò i principî del sapere in eterno. (p. 43, 2018)
Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore. Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirle tutta l’avvenenza… (p. 96, 2018)
Lo stesso giorno, proseguendo fra giardini, corsi d'acqua e bei paeselli con molte colombaie, giungemmo a Esfahan, nell'Iraq persiano, una fra le più belle e grandi città del mondo anche se ormai è mezza in rovina per via delle faide tra sunniti e râfiditi che continuano ancor oggi a combattersi a vicenda. A Esfahan cresce moltissima frutta: un tipo di albicocche eccezionali dette qamaraldin [luna della religione], che racchiudono nel nocciolo una mandorla dolcissima e si conservano secche; mele cotogne impareggiabili per bontà di gusto e dimensioni; un'uva squisita e splendidi meloni dal gusto delizioso, con la buccia verde e la polpa rossa, paragonabili solo a quelli di Bukhârâ e di Khwârizm: si conservano secchi come i fichi nel Maghreb e se non si è abituati, all'inizio hanno un effetto lassativo — che subii anch'io quando li assaggiai.
Gli abitanti di Esfahan sono belli e hanno una pelle bianca e lucente con note d'incarnato. Le loro principali virtù sono il coraggio, l'ardimento e la generosità, e sul loro fare a gara per offrirsi l'un l'altro i cibi migliori si raccontano storie straordinarie! (pp. 220-221, 2018)
Tra i santuari fuori città [...] ricordiamo il mausoleo del pio shaykh conosciuto come al-Sa‘dī, il maggior poeta di lingua persiana del suo tempo che talvolta si espresse anche in lingua araba, con annessa una bella zāwiya fornita di un grazioso giardino interno, che egli stesso aveva fatto costruire nei pressi della sorgente del grande fiume Rukn Abād. Sempre lui aveva voluto in questo posto anche una serie di piccoli lavabi in marmo per lavare i panni: cosí gli abitanti di Shīrāz escono di città e rendono visita al santuario, mangiano il pasto che trovano alla zāwiya, fanno il bucato nel fiume e poi tornano a casa – e lo stesso feci anch'io quando vi andai.
Sede di bellissimi mercati, Qalhât sorge sulla costa e possiede a picco sul porto, una magnifica moschea dai muri ricoperti di piastrelle di maiolica qâshânï — molto simili agli zillîj maghrebini - fatta costruire dalla pia Bībī Maryam. Vi gustai un pesce che non avevo mai trovato altrove e siccome lo preferivo a qualsiasi tipo di carne, mangiavo sempre e solo quello: di solito lo cuociono alla griglia su un letto di foglie d'albero accompagnandolo con il riso — che importano dall'India. Quando attracca una nave gli abitanti sono tutti contenti perché, essendo mercanti, vivono della compravendita dei prodotti che arrivano dal mare indiano". Pur essendo arabi non si esprimono un granché correttamente e dopo ogni parola aggiungono lâ [«no»]. Cosi, per esempio, dicono: «Mangi, no? Cammini, no? Fai questo, no?» (pp. 298-299)
Dopo un viaggio di sei giorni nel deserto, il settimo arrivammo nell'Oman, un paese fertile e irriguo, disseminato d'alberi, giardini e palmeti, ove crescono vari tipi di frutta. La capitale, Nazwâ, sorge a piè d'un monte circondata da giardini e da ruscelli e possiede bellissimi mercati e imponenti moschee molto ben tenute. La gente di qui, fra l'altro, ha l'abitudine di mangiare nel cortile delle moschee: ognuno porta quello che ha e pranzano tutti insieme - e se c'è qualche viaggiatore, mangia insieme a loro. Sono uomini arditi e coraggiosi, sempre in guerra fra di loro, che seguono il rito ibadita: perciò al venerdì, dopo le quattro rak'a della preghiera di mezzogiorno, l'imam recita qualche versetto del Corano e tiene un discorso simile alla khutba pronunziando la formula «Che Dio si compiaccia di Abü Bakr e di 'Umar», senza nominare 'Uthmân e 'Ali. […] Le loro donne si comportano in modo scandaloso ma gli uomini, per nulla gelosi, non le disapprovano: racconteremo oltre una storia che ne darà testimonianza. (p. 299)
Descriverò solo l'esterno, perché dentro non l'ho vista. La chiamano Ayā Sūfiyā e dicono sia stata costruita da Asaf ibn Barakhyâ', figlio della zia materna di Salomone. Fornita di tredici porte e circondata da mura come una città, è una delle più grandi chiese bizantine e comprende un sacrato lungo circa un miglio, con un enorme portone che tutti possono varcare — e infatti anch'io ci sono entrato insieme al padre del sovrano, di cui parlerò oltre. (p. 385)
Sono un gruppo di persone che compiono cose straordinarie. Per esempio c'è chi resta mesi interi senza mangiare e senza bere; oppure c'è chi entra in una fossa scavata nella terra incaricando qualcuno di murarla dopo che vi ha preso posto: gli fa lasciare solo un'apertura sufficiente a far passare l'aria e vi resta dentro per dei mesi — addirittura ho sentito dire che c'è chi vi rimane un anno intero! Nella città di Mangalore ho visto uno di quei musulmani che imparano le pratiche degli yogi: se ne stava da venticinque giorni su un tavolo che gli avevano sistemato [per strada] senza bere né mangiare, e non so quanti giorni abbia ancora resistito in seguito!
A quanto dicono, gli yogi si preparano delle pillole assumendo una delle quali possono resistere determinati giorni e mesi senza sentire il bisogno di mangiare né di bere. Predicono anche i fenomeni occulti e possono altresì riferire ciò che avviene in posti molto distanti: perciò il sultano li tiene in gran considerazione e si compiace di stare insieme a loro. Alcuni yogi mangiano solo legumi e quasi nessuno di loro mangia carne: certo è che son talmente avvezzi alle pratiche [ascetiche], che non hanno alcun bisogno di questo mondo e delle sue vanità. (pp. 600-601)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026