Frasi

Frasi di «Apologia di Socrate»

18 citazioni dal libro di Platone

Le frasi di «Apologia di Socrate» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Apologia di Socrate»

Cherefonte, penso, voi lo conoscete. [...] Sicché un giorno, andato a Delfi, osò interrogare l'oracolo su questo — e, come dico, non fate chiasso, cittadini — dunque, se ci fosse qualcuno più sapiente di me. Ebbene la rispose che più sapiente non c'era nessuno. (cap. V, p. 24)
Di quest'uomo son più sapiente io. Poiché, c'è pericolo che nessuno di noi due sappia nulla di bello e di buono; ma costui crede di sapere qualcosa e non sa, mentre io, come non so, non credo neanche di sapere. E però forse io sono almeno in questo, per poco che sia, più sapiente di lui: che ciò che non so, non credo neppure di saperlo. (cap. VI, p. 25)
[...] anche dei poeti io conobbi in breve questo: che non per sapienza poetavano come poetavano, ma per certa natura e ispirazione divina, come i profeti ed i vati, giacché questi pure dicono tante belle cose, ma poi non sanno nulla di quel che dicono. (cap. VII, p. 26)
[...] chi mai al mondo penserebbe che ci , sì, figliuoli di dei , ma non dei? (cap. XV, p. 33)
[...] molta avversione ed in molti s'è accumulata contro di me; questo, sappiatelo, è verissimo; ed è ciò che mi perderà, dato che mi perda; non Meleto né Ànito , ma la calunnia e il malanimo della gente. Questo ha già perso molti altri valentuomini, e ne perderà, credo, anche in avvenire. Oh! non c'è pericolo che si fermi in me. (cap. XVI, p. 34)
Tu, amico, non parli bene, se credi che debba tener conto del pericolo di vivere o di morire un uomo di qualche valore, per piccolo che sia, piuttosto che considerare soltanto, se, quando opera, operi secondo giustizia o no, e se faccia azioni degne d'un uomo dabbene o d'un malvagio. (cap. XVI, p. 34)
La morte difatti nessuno sa neppur se non sia per l'uomo il maggiore di tutti i beni; e gli uomini la temono quasi sapessero di certo ch'è il maggiore dei mali. (cap. XVII, pp. 35-36)
[...] io, in confronto di quei mali, di cui so che son mali, non temerò mai né fuggirò quelli che non so se per caso non anche dei beni. (cap. XVII, p. 36)
[...] non da ricchezza nasce agli uomini virtù, ma da virtù ricchezza e ogni altro bene, così in privato come in pubblico. (cap. XVII, p. 37)
A me senza dubbio non può far male né Meleto né Ànito; non ne ha nemmeno il modo; poiché non è, penso, conforme a giustizia che uno migliore soffra danno da uno peggiore. Potrà mettere a morte o mandare in esilio o privare dei diritti di cittadino. Ma tali cose costui forse e qualche altro le stimerà dei grandi mali; io no, che considero assai maggior male quello che fa ora costui, d'adoperarsi a uccidere ingiustamente un uomo. (cap. XVIII, p. 37)
[...] ove mandiate a morte me, non troverete facilmente un altro simile a me, il quale, per quanto sappia di ridicolo il dirlo, sono stato dal dio addirittura applicato alla città, come ad un cavallo grande e generoso, ma per la sua stessa mole alquanto pigro e bisognoso d'esser tenuto desto da una specie di tafano. Ed è proprio così, se non erro, che il dio ha assegnato alla città me, un uomo, cioè, tale che non tralasciò di destarvi, di persuadervi, di riprendervi uno per uno l'intero giorno standovi addosso dovunque. Orbene, cittadini, un altro simile non vi nascerà facilmente; ma se mi date retta, mi risparmierete. Eppure chi sa che voi, incolleriti con me, come chi è destato quando sonnecchia, per compiacere ad Ànito non mi diate un colpo, e mi uccidiate facilmente per seguitar poi a dormire durante il resto della vita [...]. (cap. XVIII, p. 38)
Non c'è uomo che possa salvarsi, quando s'opponga francamente a voi, come ad ogni altra moltitudine, ed impedisca che si compiano in città tanti atti ingiusti od illegali; ma è necessario che chi combatte davvero in difesa della giustizia, se vuole esser salvo anche per poco, meni vita privata, non pubblica. (cap. XIX, p. 39)
[...] una vita che non dia luogo ad esame non merita d'esser vissuta [...]. (cap. XXVIII, p. 48)
[...] né in tribunale né in guerra non è lecito, né a me né ad altri, di ricorrere a qualunque mezzo per scampare ad ogni costo alla morte. (cap. XXIX, p. 49)
Però io temo, cittadini, che il difficile sia non già schivare la morte, ma assai più difficile sottrarsi alla malvagità, che corre più veloce della morte. (cap. XXIX, p. 50)
[...] se credete che con l'uccidere le persone tratterrete qualcuno dal biasimarvi di non vivere rettamente, v'ingannate. Questa via di liberazione non è né pratica né bella; bellissima invece e facilissima quella, non già di chiudere agli altri la bocca, ma apparecchiare se stessi a diventare quanto si può migliori. (cap. XXX, p. 50)
Ora, se non è nessuna sensazione, ma come un sonno, quando dormendo non si veda nemmeno alcun sogno, un guadagno meraviglioso sarebbe la morte. (cap. XXXII, p. 52)
[...] all'uomo dabbene nulla può toccare di male né vivo né morto [...]. (cap. XXXIII, p. 53)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026