Frasi
Frasi di Platone
182 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 182 citazioni di Platone, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Platone (filosofo greco antico). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Platone
Aster, prima splendevi come stella del mattino tra i viventi, ora, morto, tra i defunti splendi come stella della sera.
Dalla democrazia nasce per natura il dispotismo, e dalla libertà estrema la forma più grave di tirannia e di schiavitù.
E se mai... la vita dell'uomo è degna di essere vissuta, lo è quando ha raggiunto la visione dell'essenza stessa della bellezza.
Gli incanti sono le parole buone.
Interrogarsi è compito del filosofo, perché non vi è altro modo per dare inizio alla filosofia.
I particolari riconducono necessariamente e inevitabilmente a universali.
Il buono, naturalmente, è sempre bello, e il bello non è mai privo di proporzione.
La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l'infinito.
La geometria è conoscenza di ciò che esiste sempre.
[...] noi uomini non osavamo neppure assaggiare la carne bovina, non immolavamo animali vivi, ma libagioni, frutti guarniti di miele e altre offerte di analoga purezza. La carne, invece, la rifiutavamo, perché ritenevamo un'empietà sia il consumarla, sia il macchiare di sangue gli altari degli dèi.
Insomma, i nostri antenati realizzavano quell'ideale di vita, cosiddetto orfico, che consiste nel mangiare ogni cibo inanimato e nel rifiutare ogni cibo animale.
La democrazia... anarchica e varia è dispensatrice di uguaglianza tanto a uguali che a ineguali.
O Dione, col tuo amore hai reso pazzo il mio cuore.
Per natura, all'opinione piace opinare.
Una delle punizioni per non aver partecipato alla politica è quella di essere governato da esseri inferiori.
Citazioni di Platone – Attribuite
Il bello è lo splendore del vero.
L'uomo è un bipede implume.
Solo i morti hanno visto la fine della guerra.
Frasi da «Apologia di Socrate»
Cherefonte, penso, voi lo conoscete. [...] Sicché un giorno, andato a Delfi, osò interrogare l'oracolo su questo — e, come dico, non fate chiasso, cittadini — dunque, se ci fosse qualcuno più sapiente di me. Ebbene la rispose che più sapiente non c'era nessuno. (cap. V, p. 24)
Di quest'uomo son più sapiente io. Poiché, c'è pericolo che nessuno di noi due sappia nulla di bello e di buono; ma costui crede di sapere qualcosa e non sa, mentre io, come non so, non credo neanche di sapere. E però forse io sono almeno in questo, per poco che sia, più sapiente di lui: che ciò che non so, non credo neppure di saperlo. (cap. VI, p. 25)
[...] anche dei poeti io conobbi in breve questo: che non per sapienza poetavano come poetavano, ma per certa natura e ispirazione divina, come i profeti ed i vati, giacché questi pure dicono tante belle cose, ma poi non sanno nulla di quel che dicono. (cap. VII, p. 26)
[...] chi mai al mondo penserebbe che ci , sì, figliuoli di dei , ma non dei? (cap. XV, p. 33)
[...] molta avversione ed in molti s'è accumulata contro di me; questo, sappiatelo, è verissimo; ed è ciò che mi perderà, dato che mi perda; non Meleto né Ànito , ma la calunnia e il malanimo della gente. Questo ha già perso molti altri valentuomini, e ne perderà, credo, anche in avvenire. Oh! non c'è pericolo che si fermi in me. (cap. XVI, p. 34)
Tu, amico, non parli bene, se credi che debba tener conto del pericolo di vivere o di morire un uomo di qualche valore, per piccolo che sia, piuttosto che considerare soltanto, se, quando opera, operi secondo giustizia o no, e se faccia azioni degne d'un uomo dabbene o d'un malvagio. (cap. XVI, p. 34)
La morte difatti nessuno sa neppur se non sia per l'uomo il maggiore di tutti i beni; e gli uomini la temono quasi sapessero di certo ch'è il maggiore dei mali. (cap. XVII, pp. 35-36)
[...] io, in confronto di quei mali, di cui so che son mali, non temerò mai né fuggirò quelli che non so se per caso non anche dei beni. (cap. XVII, p. 36)
[...] non da ricchezza nasce agli uomini virtù, ma da virtù ricchezza e ogni altro bene, così in privato come in pubblico. (cap. XVII, p. 37)
A me senza dubbio non può far male né Meleto né Ànito; non ne ha nemmeno il modo; poiché non è, penso, conforme a giustizia che uno migliore soffra danno da uno peggiore. Potrà mettere a morte o mandare in esilio o privare dei diritti di cittadino. Ma tali cose costui forse e qualche altro le stimerà dei grandi mali; io no, che considero assai maggior male quello che fa ora costui, d'adoperarsi a uccidere ingiustamente un uomo. (cap. XVIII, p. 37)
[...] ove mandiate a morte me, non troverete facilmente un altro simile a me, il quale, per quanto sappia di ridicolo il dirlo, sono stato dal dio addirittura applicato alla città, come ad un cavallo grande e generoso, ma per la sua stessa mole alquanto pigro e bisognoso d'esser tenuto desto da una specie di tafano. Ed è proprio così, se non erro, che il dio ha assegnato alla città me, un uomo, cioè, tale che non tralasciò di destarvi, di persuadervi, di riprendervi uno per uno l'intero giorno standovi addosso dovunque. Orbene, cittadini, un altro simile non vi nascerà facilmente; ma se mi date retta, mi risparmierete. Eppure chi sa che voi, incolleriti con me, come chi è destato quando sonnecchia, per compiacere ad Ànito non mi diate un colpo, e mi uccidiate facilmente per seguitar poi a dormire durante il resto della vita [...]. (cap. XVIII, p. 38)
Non c'è uomo che possa salvarsi, quando s'opponga francamente a voi, come ad ogni altra moltitudine, ed impedisca che si compiano in città tanti atti ingiusti od illegali; ma è necessario che chi combatte davvero in difesa della giustizia, se vuole esser salvo anche per poco, meni vita privata, non pubblica. (cap. XIX, p. 39)
[...] una vita che non dia luogo ad esame non merita d'esser vissuta [...]. (cap. XXVIII, p. 48)
[...] né in tribunale né in guerra non è lecito, né a me né ad altri, di ricorrere a qualunque mezzo per scampare ad ogni costo alla morte. (cap. XXIX, p. 49)
Però io temo, cittadini, che il difficile sia non già schivare la morte, ma assai più difficile sottrarsi alla malvagità, che corre più veloce della morte. (cap. XXIX, p. 50)
[...] se credete che con l'uccidere le persone tratterrete qualcuno dal biasimarvi di non vivere rettamente, v'ingannate. Questa via di liberazione non è né pratica né bella; bellissima invece e facilissima quella, non già di chiudere agli altri la bocca, ma apparecchiare se stessi a diventare quanto si può migliori. (cap. XXX, p. 50)
Ora, se non è nessuna sensazione, ma come un sonno, quando dormendo non si veda nemmeno alcun sogno, un guadagno meraviglioso sarebbe la morte. (cap. XXXII, p. 52)
[...] all'uomo dabbene nulla può toccare di male né vivo né morto [...]. (cap. XXXIII, p. 53)
Frasi da «Cratilo»
Socrate: Dunque, se tutte le cose non sono per tutti insieme allo stesso modo e sempre, né per ciascuno ogni cosa di quelle esistenti si trova ad essere in un modo particolare, è chiaro che le cose stesse hanno in sé una sostanza certa, che non ci riguarda e che esse non si lasciano trascinare da noi su e giù secondo il nostro estro, ma che sono di per se stesse secondo la loro sostanza così come l'hanno ottenuto da natura. (3)
Socrate: Io dunque faccio questa supposizione: mi pare che i primi uomini che abitavano in Grecia considerassero dèi soltanto quelli che ora anche molti barbari stimano tali, e cioè il sole, la luna, la terra, gli astri e il cielo, e siccome li vedevano tutti andare sempre di corsa e correre, da questa loro natura del thein ('correre'), li chiamarono theous ('dèi'); in seguito poi, riconosciute le altre divinità, le chiamarono tutte con questo nome. Ti pare che quel che dico in qualche modo si avvicini al vero oppure in niente? (9)
Socrate: Dice Eraclito "che tutto si muove e nulla sta fermo" e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume". (11)
Socrate: In realtà sembra pure che questo nome abbia una qualche attinenza con la parola, e l'essere hermeneus ('interprete'), nunzio, ladro, ingannatore nei discorsi e trafficante è questa tutta una attività che riguarda la potenza della parola. Quello che dicevamo anche prima, l'eirein e l'uso del 'parlare'. L'altra parte poi, come anche Omero spesso dice, adopera emesato ('escogitò') che vuol dire 'macchinare', mechanesasthai. Servendosi dunque di queste due parti il legislatore ci presenta questo dio come ho mesamenos ('colui che escogitò') il parlare e la parola, il parlare infatti è eirein, e quasi ci ordina: "O uomini, colui che escogitò il parlare, è giusto che da voi venga chiamato Eiremes". Ora noi, abbellendo, come crediamo, il suo nome, lo chiamiamo Ermes. (14)
Frasi da «Critone»
Socrate: Ho sognato una donna, bella e avvenente, tutta vestita di bianco, che mi si è avvicinata e mi ha detto: «Socrate, fra tre giorni, tu sarai nei felici campi di Ftia.»
Critone: Che strano sogno, Socrate.
Socrate: A me, Critone, sembra chiaro. (cap. 2)
Passare per uno che tiene più al denaro che agli amici: cosa mi potrebbe capitare di peggio? (Critone, cap. 3)
Magari, Critone, fosse capace di fare il male, perché, allora, sarebbe capace, anche di fare il bene. E questa sarebbe una gran bella cosa. Invece non è capace di fare né l'uno né l'altro, non ti fa diventare né saggio né stolto, ma agisce, così, a casaccio. (Socrate, cap. 3)
Mi pare proprio che tu, oltretutto, non compia una cosa giusta lasciandoti andare, mentre potresti salvarti, perché, in fondo, ti adoperi a far quello che vorrebbero i tuoi nemici, anzi, che hanno già ottenuto, volendoti morto. E, in più, mi sembra che tu tradisca anche i tuoi figli che potresti allevare e educare e che, invece, abbandoni e che, per quanto dipende da te, vivranno in balia del destino, come degli orfani. (Critone, cap. 5)
Mio caro Critone, questo tuo zelo sarebbe assai lodevole se fosse conforme a giustizia, altrimenti, più esso è insistente, più è biasimevole. (Socrate, cap. 6)
Se noi, prestando orecchio a quelli che non se ne intendono, roviniamo ciò che diventa migliore attraverso un sano esercizio e va, invece, in malora con pratiche dannose, che ne sarà della nostra vita? (Socrate, cap. 8)
L'importante non è vivere, ma vivere bene. (Socrate, cap. 8)
Far del male non è per nulla diverso dall'essere ingiusti. (Socrate, cap. 10)
Frasi da «Fedone»
Ora che ci penso, che strano effetto mi faceva stare accanto a quell'uomo; ero lì, che moriva un amico, e non provavo alcuna pietà. Mi pareva felice, Echecrate, sia dal suo modo di fare che da come parlava: c'era in lui una nobile e intrepida fierezza, tanto da farmi pensare che egli se ne andava non senza il soccorso di un dio e che, nell'aldilà, sarebbe stato il più felice di tutti. Ecco perché, forse, non provavo quella pietà che pure sarebbe stata così naturale in tanta sventura. (Fedone, cap. II)
Che strana cosa, amici, par che sia quello che la gente chiama piacere, e in che meraviglioso rapporto per natura con quello che sembra il suo contrario: il dolore! E pensare che entrambi insieme non vogliono mai trovarsi nell'uomo; ma quando qualcuno insegua l'un d'essi e lo prenda, costui si trova in certo modo costretto a prender sempre anche l'altro, quasi che, sebbene due, pure si trovino legati allo stesso capo. (Socrate: cap. III; 1935, pp. 33-34)
La filosofia è la musica più grande. (cap. IV)
L'uomo è un prigioniero che non può aprire la porta della sua prigione e scappare... deve aspettare; e non è libero di gestire la sua vita finché un dio non lo chiama. (cap. VI)
Cose, come per esempio la grandezza, la sanità, la forza e, in una parola, della sostanza di tutte le cose, di ciò che ciascuna è. La verità di esse si contempla forse mediante il corpo o avviene che chi di noi si accinge più degli altri e con più accuratezza a pensare ciascun oggetto della sua indagine in sé, costui si avvicina il più possibile alla conoscenza dell'oggetto? E potrà farlo nel modo più puro chi si dirigerà verso ciascun oggetto, il più possibile, con il solo pensiero, senza intromettere nel pensiero la vista e senza trascinarsi dietro con il ragionamento alcun altro senso, ma utilizzando solo il puro pensiero di per se stesso, andrà a caccia di ciascuno degli enti in sé nella sua purezza, dopo essersi liberato il più possibile da occhi, orecchie e, a parlar propriamente, da tutto il corpo, perché turba l'anima e non le consente di acquistare verità e intelligenza, quando comunica con essa. Non è forse costui, Simmia, se mai altri, che coglierà l'essere? È straordinariamente vero, disse Simmia, ciò che dici, Socrate. (cap. X)
Alla fine tutte le cose non devono forse essere inghiottite dalla morte? (cap. XVII)
E non dicevamo da un pezzo anche questo: che, quando l'anima s'associa il corpo nell'indagare alcunché mediante o la vista o l'udito o un altro senso qualunque – perché indagare mediante il corpo non vuol dire altro che indagare mediante i sensi – allora dal corpo è tratta verso quelle cose che non permangono mai identiche a sé, ed essa medesima erra e si turba e barcolla come , perché tali sono le cose con cui viene a contatto? [...] Invece, quando l'anima indaga tutta sola di per sé, allora s'innalza verso ciò che è puro, eterno, immortale, immutabile; e, come congenere con questo, non solo aderisce sempre ad esso ogni qualvolta si raccolga in se stessa e ne abbia il modo; ma ecco ch'ella cessa dall'errare e, rispetto a quegli enti, permane sempre invariabilmente costante, perché tali sono le cose con cui viene a contatto. E questa condizione dell'anima è chiamata intelligenza? (Socrate: cap. XXVII; 1935, p. 65)
[...] credo che in simili argomenti si debba conseguire uno di questi scopi: o apprendere da altri come stieno, o trovarlo da sé; oppure, ove ciò riesca impossibile, attenendosi, se non altro, al migliore e al più inoppugnabile dei ragionamenti umani, e affidandosi ad esso, come ad una zattera, navigare a proprio rischio attraverso la vita, quando non si possa con più sicurezza e minor pericolo compiere questo viaggio su una più salda nave, voglio dire su una parola divina. (Simmia: cap. XXXV; 1935, pp. 73-74)
La misantropia difatti s'insinua nell'animo nostro dall'avere senz'arte posto soverchia fiducia in qualcuno e averlo creduto un uomo in tutto veritiero, sano d'animo e fido; e trovarlo di lì a poco malvagio e infido, e poi ancora sempre diverso. E quando uno ci capiti spesso, e per opera specialmente di quelli che egli riteneva i più sicuri ed intimi amici; costui, a furia d'inciampare, finisce per odiar tutti e credere che assolutamente non ci sia in nessuno nulla di sano e di schietto. (Socrate: cap. XXXIX; 1935, p. 80)
[...] il parlare in modo impreciso non è soltanto sconcio in se stesso, ma nuoce anche all'anima. (Socrate: cap. LXIV; 1935, p. 121)
— Critone, disse — e furono le sue ultime parole — siamo in debito d'un gallo ad Asclépio; offriteglielo; non ve ne dimenticate. (cap. LXVI; 1935, p. 125)
Dicono di «Fedone»
Il Fedone rimane una tappa fondamentale dell'itinerario platonico, sia per la sua alta qualità letteraria sia per la sua ricchezza e densità filosofica. (Bruno Centrone)
Il Fedone, sia per la sua perfezione letteraria e drammatica, sia per la compiutezza dei contenuti filosofici, è senz'altro ascrivibile a una fase matura dell'attività di Platone. (Bruno Centrone)
L'autenticità dell'uomo, nel Fedone, risiede solo nell'anima, non nel corpo né nell'unione di anima e corpo; il corpo è strumento dell'anima, come è tematizzato nellAlcibiade primo dove si sostiene che lo strumento non fa parte della autentica natura di chi se ne serve, come i colori non rientrano nella natura del pittore: l'uomo è dunque essenzialmente la sua anima. (Bruno Centrone)
Frasi da «Fedro»
La scoperta della scrittura avrà l'effetto di produrre la dimenticanza nelle anime che l'impareranno, perché, fidandosi della scrittura, queste si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesime.
L'anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di sé non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. [...] Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l'unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell'anima, mio bell'amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore.
Le parole false non sono solo male in se stesse, ma infettano l'anima con il male.
L'anima di un uomo è immortale e incorruttibile.
E come un soffio di vento o un'eco, rimbalzando da superfici levigate e solide, viene rinviata al punto di emissione, così il flusso della bellezza, arrivando nuovamente al bell'amato attraverso gli occhi, che sono la via naturale per arrivare all'anima, come vi è giunto e l'ha eccitata al volo, irrora i condotti delle ali, stimola il formarsi delle ali e colma d'amore l'anima, a sua volta, dell'amato.
Poiché dunque il pensiero di un dio si nutre di intelletto e di scienza pura, anche quello di ogni anima che abbia a cuore di accogliere quanto le si addice, quando col tempo abbia scorto l'essere, ne gioisce e, contemplando la verità, se ne nutre e si trova in buona condizione, finché la rotazione circolare non riconduca allo stesso punto. Durante l'evoluzione esso vede la giustizia in sé, vede la saggezza, vede la scienza, non quella alla quale è connesso il divenire, né quella che è diversa perché è nei diversi oggetti che noi ora chiamiamo enti, ma quella che è realmente scienza nell'oggetto che è realmente essere. E dopo aver contemplato allo stesso modo le altre entità reali ed essersene saziata, si immerge nuovamente nell'interno del cielo e torna a casa. E una volta arrivata, l'auriga, arrestati i cavalli davanti alla mangiatoia, li foraggia di ambrosia e dopo questa li abbevera di nettare.
Quanto alla divina follia ne abbiamo distinto quattro forme, a ciascuna delle quali è preposta una divinità: Apollo per la follia profetica, Dioniso per la follia iniziatica, le Muse per la follia poetica, mentre la quarta, la più eccelsa, è sotto l'influsso di Afrodite e di Amore.
Il sopraccelestiale luogo non lo inneggiò alcun de' poeti di qua mai, e mai non lo inneggerà degnamente. Ecco: e si ha a dir vero, parlando specialmente della verità. La verace essenza, che né colore ha, né figura, e non può essere toccata; che può esser contemplata solo dalla mente, reggitrice dell'anima; che è obbietto della verace scienza, ha questo luogo. (Socrate, seconda orazione: 1988, XXVII)
[...] la scrittura ha di grave questo; ed è proprio simile alla pittura. Imperocché i figliuoli di questa stanno lì come vivi; ma se alcuna cosa domandi, maestosamente tacciono: e così le orazioni scritte. (Socrate: 1988, LX)
Tu offri ai discenti l'apparenza, non la verità della sapienza; perché quand'essi, mercé tua, avranno letto tante cose senza nessun insegnamento, si crederanno in possesso di molte cognizioni, pur'essendo fondamentalmente rimasti ignoranti e saranno insopportabili agli altri perché avranno non la sapienza, ma la presunzione della sapienza.
Frasi da «Filebo»
Due o tre volte le cose belle. (59ce)
Frasi da «Gorgia»
A che genere di uomini appartengo? A quello di chi prova piacere nell'essere confutato, se dice cosa non vera, e nel confutare, se qualcuno non dice il vero, e che, senza dubbio, accetta d'esser confutato con un piacere non minore di quello che prova confutando. Infatti, io ritengo che l'esser confutati sia un bene maggiore, nel senso che è meglio essere liberati dal male più grande piuttosto che liberarne altri. Niente, difatti, è per l'uomo un male tanto grande quanto una falsa opinione sulle questioni di cui ora stiamo discutendo. Se dunque anche tu sostieni di essere un uomo di questo genere, discutiamo pure; altrimenti, se credi sia meglio smettere, lasciamo perdere e chiudiamo il discorso. (Socrate)
La retorica, dunque, a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all'ingiusto. (Socrate)
La scienza non è altro che percezione. (Socrate)
Spesso, ormai, mi sono recato con mio fratello e con altri medici da qualche ammalato che non voleva bere medicine o mettersi in mano al medico lasciando che questi praticasse tagli o cauterizzazioni, e, mentre il medico non riusciva a persuaderlo, io lo persuasi con non altra arte che la retorica. Sostengo, anzi, che, se un retore e un medico arrivassero in una città qualsiasi, e se si trovassero a dover competere a parole nell'assemblea o in un'altra pubblica adunanza su quale dei due vada scelto come medico, il medico non avrebbe alcuna possibilità di uscirne vincitore, ma la scelta cadrebbe su quello capace di parlare, ammesso che costui lo volesse. E se si trovasse a competere con qualsiasi altro specialista, il retore saprebbe persuadere a scegliere sé piuttosto che chiunque altro. Non c'è infatti argomento di cui il retore, di fronte alla folla, non sappia parlare in modo più persuasivo di qualsiasi altro specialista. (Gorgia)
Uno ha imparato il pugilato, il pancrazio e la lotta con le armi in modo da essere più forte degli amici come dei nemici, non per questo egli deve percuotere gli amici, né ferirli né ucciderli. (Gorgia)
Accade invece che, quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto, e quando l'uno non riconosca che l'altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria, e ciascuno pensa che l'altro parli per invidia nei propri confronti, facendo a gara per avere la meglio e rinunciando alla ricerca sull'argomento proposto nella discussione. (Socrate)
Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c'è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l'impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno. (Socrate)
Apposta noi ci procuriamo amici e figli! perché quando noi, divenuti più vecchi, cadiamo in errore, voi che siete più giovani, al nostro fianco, raddrizziate la nostra vita nelle opere e nelle parole. (Socrate)
Se uno fa una cosa per un fine, non vuole la cosa che fa, bensì la cosa per cui fa quello che fa. (Socrate)
Non bisogna invidiare chi non è degno di essere invidiato né gli sciagurati, ma averne piuttosto compassione. (Socrate)
Io non preferirei né l'uno né l'altro; ma, se fosse necessario o commettere ingiustizia o subirla, sceglierei il subire ingiustizia piuttosto che il commetterla. (Socrate)
Quant'è difficile confutarti, Socrate! Ma non riuscirebbe a confutarti anche un bambino, dimostrandoti che non dici il vero? (Polo)
Polo: Ti metti a dire cose assurde, Socrate!
Socrate: E cercherò di far sì che anche tu, amico mio, dica le stesse cose che dico io.
La verità non si confuta mai. (Socrate)
I felici sono felici per il possesso della giustizia e della temperanza e gli infelici, infelici per il possesso della cattiveria. (Socrate)
Io invece credo, o carissimo, che sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io dirigessi, e che la maggior parte della gente non fosse d'accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, ad essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi. (Socrate)
È opportuno che il malvagio venga punito, quanto lo è che il medico curi l'ammalato: ogni castigo, infatti, è una sorta di medicina. (Socrate)
E questo perché tu, o Socrate, mentre sostieni di cercare la verità, in realtà porti gli altri a fare affermazioni di questo genere, grossolane e volgari, che non sono belle rispetto alla natura, ma rispetto alla legge. E queste, vale a dire la natura e la legge, sono nella maggior parte dei casi opposte. Dunque, quando uno si vergogna e non osa dire le cose che pensa, finisce necessariamente per contraddirsi. (Callicle)
Avvalendosi di quale diritto Serse mosse guerra alla Grecia, o suo padre agli Sciti? (Callicle)
La filosofia è un'amabile cosa, purché uno vi si dedichi, con misura, in giovane età; ma se uno vi passi più tempo del dovuto, allora essa diventa rovina degli uomini. (Callicle)
Quando vedo un uomo già avanti negli anni che ancora coltivi la filosofia e non sappia separarsene, mi sembra, o Socrate, che costui abbia bisogno di essere preso a botte. (Callicle)
Dimmi, o Socrate, non ti vergogni, alla tua età, di andare a caccia di parole, e, quando uno si sbagli di una parola, di credere di aver trovato in questo una fortuna inaspettata? (Callicle)
Chissà se ciò che è chiamato morire è vivere, oppure se vivere è morire. (Socrate, citando Euripide)
Anche un allevatore di asini, di cavalli e di buoi, che fosse tale quale Pericle fu, avrebbe la fama di essere un cattivo allevatore. (Socrate)
La morte, come mi sembra, altro non è che la separazione di due cose, l'anima e il corpo, l'una dall'altra. (Socrate)
Dai potenti vengono gli uomini più malvagi. (Socrate)
Peraltro, o Socrate, bisogna fare uso della retorica come di tutti gli altri strumenti di lotta. Infatti, anche di tutti gli altri strumenti di lotta non bisogna servirsi in modo indiscriminato e contro tutti. (456 c)
Frasi da «Lettera VII»
Mi resi conto, allora, che in breve tempo questi individui riuscirono a far sembrare l'età dell'oro il periodo precedente, e fra le altre scelleratezze di cui furono responsabili, mandarono, insieme ad altri, il vecchio amico Socrate – una persona che non ho dubbi a definire l'uomo più giusto di allora – a rapire con la forza un certo cittadino al fine di sopprimerlo. E fecero questo con l'intenzione di coinvolgerlo con le buone o con le cattive nelle loro losche imprese. Ma Socrate si guardò bene dall'obbedire, deciso ad esporsi a tutti i rischi, pur di non farsi complimenti delle loro malefatte.
Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, quanto più, col passare degli anni, riflettevo, tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto.
Senza uomini devoti e amici fidati non era possibile combinare nulla e d'altra parte non era per niente facile trovarne di disponibili, dato che ormai il nostro stato non era più retto secondo i costumi e il modo di vivere dei padri ed era impossibile acquisirne di nuovi nell'immediato.
Il testo delle leggi, e anche i costumi andavano progressivamente corrompendosi ad un ritmo impressionante, a tal punto che uno come me, all'inizio pieno di entusiasmo per l'impegno nella politica, ora, guardando ad essa e vedendola completamente allo sbando, alla fine fu preso da vertigini.
Ad un certo punto mi feci l'idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato. I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l'umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia.
Né c'è legge che possa assicurare la pace ad uno Stato i cui cittadini si credono in dovere di dilapidare ogni sostanza in spese pazze, e stimando quasi un obbligo l'ozio, interrotto solamente da banchetti, libagioni e piaceri d'amore. È evidente che tali città siano coinvolte in una continua sequela di tirannidi, oligarchie, democrazie, i cui capi non vorranno neppure sentir parlare di una costituzione giusta ed equilibrata.
Mi sarei vergognato moltissimo se mi fossi scoperto un uomo buono solo di parlare e incapace di tradurre in atto le proprie idee.
Il primo dovere di chi dà consigli a un uomo infermo che segue una dieta nociva alla salute è quello di cambiar sistema di vita; le altre indicazioni verranno solo se egli accetta con convinzione queste disposizioni. Se, invece, non vuole lasciarsi convincere, un vero uomo e un medico che io possa stimare tali rifuggiranno dal dargli altri consigli, perché chi continuasse a fare ciò sarebbe tutto l'opposto di un vero uomo e di un esperto di medicina. Lo stesso vale anche per lo Stato, sia quello in cui uno solo ha il potere, sia quello dove molti comandano.
L'uomo intelligente non fa mai affidamento sulle affinità psicologiche e fisiche.
La tirannia non è una buona soluzione, né per chi la subisce, né per i suoi figli né per i suoi discendenti; essa piuttosto, è di per sé un fatto negativo. In effetti, solo gente dalla mente ristretta e servile, che vive e vivrà nell'ignoranza di ciò che è giusto e buono nei confronti degli uomini e degli dei potrebbe godere di guadagni ammassati illegalmente.
Nessun uomo è nato per essere immortale, né, se lo divenisse, sarebbe per questo felice, anche se molti pensano il contrario.
Dopo di ciò, la mia vita e quella di Dionigi si svolgevano più o meno così: io lì a guardar fuori, come un uccello che aspetta solo di spiccare il volo, lui lì a tentarle tutte per tenermi tranquillo, senza però nulla voler restituire delle cose di Dione. Agli occhi di tutta la Sicilia, però, ci professavamo amici.
Sarò di certo con voi se, provando bisogno di reciproca amicizia, cercherete di fare qualcosa di buono; ma finché siete a desiderare il male, chiamate in aiuto qualcun altro.
Ho paura d'essere stato proprio io, inconsapevolmente e senza accorgermene, a porre i presupposti per la caduta della tirannide, quelle volte che mi incontrai con Dione, allora giovane, e gli dimostrai per via di ragionamento ciò che mi pareva essere il meglio per l'uomo, esortandolo a realizzarlo. (327a)
Se mai altra volta, certo ora potrà attuarsi la nostra speranza che filosofi e reggitori di grandi città siano le stesse persone. (328a; attribuita a Dione)
Dopo aver conquistato molte e grandi città della Sicilia messe a sacco dai barbari, non fu in grado, dopo averle colonizzate, di insediare in ciascuna di esse governi fidati di suoi compagni, né di altri [...] e risultò sette volte più inefficace di Dario, il quale, facendo affidamento non su fratelli o creature sue, ma solo su persone che avevano partecipato alla sottomissione del Medo eunuco, fece una divisione in sette parti, ciascuna più grande della Sicilia [...] con le leggi che promulgò, infatti, ha fatto sì che l'impero persiano si conservasse fino ad oggi. E inoltre anche gli Ateniesi colonizzarono essi stessi molte città greche che avevano subito l'invasione dei barbari, ma le conquistarono già abitate, e tuttavia mantennero l'impero per settant'anni, per essersi assicurati degli amici in ciascuna delle città. Dionisio invece, che aveva riunito in un solo stato tutta quanta la Sicilia, non fidandosi nella sua saggezza di nessuno, a stento riuscì a salvare se stesso. (331e-332c)
Io, cittadino ateniese, amico di Dione, suo alleato, mi recai dal tiranno per cambiare in amicizia un rapporto di ostilità; combattei contro i calunniatori, ma ne fui sconfitto. Tuttavia, per quanto Dionigi con onori e ricchezze cercasse di tirarmi dalla sua parte per usarmi come prova a favore della legittimità dell'esilio di Dione, in questo fallì miseramente. (333d)
Mi recai alla corte del tiranno, io, ateniese, amico di Dione e suo alleato, per cercare di riportare fra di loro l’amicizia dopo l’ostilità; ma fui sconfitto dalle maldicenze dei calunniatori. Allora Dionisio, offrendomi onori e ricchezze, cercò di convincermi a passare dalla sua parte, di diventargli amico, dando così testimonianza che l’esilio di Dione era meritato: ma non riuscì nel suo intento. (333d)
Se mi darai ascolto e verrai in Sicilia, per prima cosa la situazione di Dione verrà regolata secondo i tuoi desideri – desideri che saranno senz'altro ragionevoli e ai quali io non farò opposizione; in caso contrario, nulla si farà di quanto tu desideri per i suoi affari e per lui. (339c; attribuita a Dionisio II)
Frasi da «Liside»
I
Mio caro figliuol di Geronimo, Ippotale, bada: non ti chiedo, se sei o no innamorato di qualcuno. Lo so che non solo ami, ma che hai già fatto molto cammino sulla via dell'amore. Nelle altre cose valgo ben poco, e sono disutile; ma, non so come, ho ricevuto da un dio questo dono: d'indovinare a colpo d'occhio chi ama e chi è amato. (p. 13)
IX
E dimmi, quando uno ama un altro, chi dei due diventa amico dell'altro: l'amante dell'amato o l'amato dell'amante? o è affatto indifferente? (p. 21)
Il simile è amico al simile: che, cioè, il solo buono è amico al solo buono, mentre il cattivo non contrae mai una vera amicizia né col buono né col cattivo. (p. 23)
Frasi da «Menone»
E così è anche per le virtù: anche se sono molteplici e di diversi tipi, tutte hanno un'unica e identica forma, a causa della quale esse sono virtù, e verso la quale è bene che guardi colui che deve rispondere a chi domanda di spiegare che cosa mai sia la virtù. (Socrate)
Tutti quanti gli uomini sono buoni nella stessa maniera: infatti, diventano buoni, venendo in possesso delle medesime cose. (Socrate)
L'anima dell' uomo è immortale, e che talora termina la vita terrena – ciò che si chiama morire –, e talora di nuovo rinasce, ma che non perisce mai: per questa ragione, bisogna vivere la vita nel modo più santo possibile. (Socrate)
Col credere che si debba far ricerca delle cose che non si sanno, diventiamo migliori, più forti e meno inetti, che non se credessimo che sia impossibile trovare ciò che non sappiamo. (Socrate)
Quando un uomo è audace senza senno ne riceve danno, quando invece con senno ne trae vantaggio. (Socrate)
Potremo chiamare divini quelli che ora dicevamo: gli indovini, i vati, i poeti tutti. E i politici, non meno di costoro, potremmo affermare che sono divini e che sono ispirati, essendo infiammati e posseduti dal dio, allorché colgono nel giusto, dicendo molte e grandi cose, ma senza conoscere nulla di ciò che dicono.
Frasi da «Parmenide»
Ha scritto le stesse cose, per un certo verso, che hai scritto tu , anche se, cambiando qualche particolare, tenta di ingannarci, come se avesse detto qualcosa di diverso. (Socrate)
Mi sembra che le cose che avete detto siano dette per superare l'intelligenza di noi altri. (Socrate)
Socrate, come sei degno di essere ammirato per lo zelo che ti spinge ai discorsi! (Parmenide)
"Sei ancora giovane, Socrate", replicò Parmenide, "e la filosofia non si è ancora impossessata di te, come, secondo la mia previsione, si impossesserà in futuro, quando non stimerai più indegna nessuna di quelle cose: ora ti preoccupi ancora di prestare eccessiva attenzione alle opinioni degli uomini, vista l'età."
Non si possono concepire i molti senza l'uno. (Parmenide)
Frasi da «Protagora»
Nessuno dei sapienti ritiene che ci sia alcun uomo che deliberatamente erri e deliberatamente commetta azioni brutte e cattive, ma sanno bene che tutti coloro che commettono azioni brutte e cattive, le commettono senza volerlo. (Socrate; 1986, p. 5)
E bisogna star bene attenti, o amico, che il Sofista, lodando le cose che vende, non ci inganni, così come fanno coloro che vendono il cibo del corpo, cioè i mercanti e i bottegai. Infatti, costoro, dei cibi che vendono non sanno neppure essi quale sia buono e quale sia cattivo per il corpo, ma li lodano tutti per poterli vendere. (Socrate; 1986, p. 27)
Frasi da «Simposio»
Amore, fra gli dèi l'amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all'antica condizione. Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l'umana natura.
D'altro canto, nemmeno gli ignoranti amano la sapienza, né desiderano diventare sapienti. Proprio in questo, difatti, l'ignoranza è insopportabile, nel credere da parte di chi non è né bello né eccellente, e neppure saggio, di essere adeguatamente dotato. Chi non ritiene di essere privo, dunque, non desidera ciò di cui non crede di aver bisogno.
E come un soffio di vento o un'eco, rimbalzando da superfici levigate e solide, viene rinviata al punto di emissione, così il flusso della bellezza, arrivando nuovamente al bell'amato attraverso gli occhi, che sono la via naturale per arrivare all'anima, come vi è giunto e l'ha eccitata al volo, irrora i condotti delle ali, stimola il formarsi delle ali e colma d'amore l'anima, a sua volta, dell'amato.
E quando Socrate ebbe detto queste cose, i presenti applaudirono; [...]
e d'un tratto fu picchiato alla porta del cortile, che fece gran rumore, per opera – sembrava – di una brigata allegra, ed essi udirono la voce di una flautista [...]
E non molto dopo udirono la voce di Alcibiade dal cortile: era completamente ubriaco e gridava forte domandando dove fosse Agatone e pretendendo che lo si conducesse da Agatone.
Sorreggendolo, dunque, la flautista e alcuni altri del suo seguito lo condussero dai presenti; e lui si fermò sulla porta, cinto da una fitta corona d'edera e di violette, e con una gran quantità di nastri sul capo, e disse: – Vi saluto, signori: volete accettare come compagno nel bere un uomo ubriaco fradicio, oppure dobbiamo andarcene...?
...giungo adesso, con i nastri sul capo per toglierli dal mio capo e inghirlandare il capo del più sapiente e del più bello.
Riderete forse di me perché sono ubriaco? Eppure io, anche se voi ridete, so bene di dire la verità... (212 c, d, e, traduzione di Giorgio Colli)
Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio.
Infatti ognuno diventa poeta, anche se prima era privo di ispirazione, quando Eros lo tocca. (196 e)
Lui stesso, per lui stesso, con lui stesso, — omogeneo eterno.
Poiché, dunque, è figlio di Poro e di Penìa, ad Amore è toccata la sorte seguente. In primo luogo è sempre povero e ben lontano dall'essere delicato e bello, come credono i più, anzi è duro e lercio e scalzo e senza tetto, abituato a coricarsi in terra e senza coperte, dormendo all'aperto sulle porte e per le strade e, avendo la natura di sua madre, è sempre di casa col bisogno. Per parte di padre, invece, è insidiatore dei belli e dei buoni, coraggioso, audace e teso, cacciatore terribile, sempre a tramare stratagemmi, avido di intelligenza e ingegnoso, dedito a filosofare per tutta la vita, terribile stregone, fattucchiere e sofista. E per natura non è né immortale né mortale, ma ora fiorisce e vive nello stesso giorno, quando gli va in porto, ora invece muore e poi rinasce nuovamente in virtù della natura del padre. E infatti l'oggetto dell'amore è ciò che è realmente bello, grazioso, perfetto e invidiabilmente beato, mentre l'amante ha un altro aspetto, quale quello che ho esposto.
Dicono di «Simposio»
Il Sommo Amore della Provvidenza divina, per ridurci alla diritta via da noi smarrita, anticamente spirò in Grecia una castissima donna, chiamata Diotima sacerdotessa: la quale da Dio spirata, trovando Socrate filosofo dato sopra tutto allo Amore, gli dichiarò, che cosa fusse questo ardente desiderio, e per che via ne possiamo cadere al sommo Male e per che via ne possiamo salire al sommo Bene. Socrate rivelò questo sacro misterio al nostro Platone: Platone filosofo sopra gli altri pio, subito un libro per rimedio de’ Greci ne compose. (Marsilio Ficino)
Frasi da «Sofista»
Il filosofo [...] è difficile a scorgersi proprio per la luce della regione che abita: egli procede, infatti, attraverso ragionamento sempre guidato dall'idea dell'essere. È naturale che gli occhi della moltitudine, rivolti a questa divina regione, non riescano a reggere.
Se uno degli ascoltatori, non a scopo di contesa né per scherzare, ma seriamente dovesse rispondere, dopo aver riflettuto, a che cosa deve essere riferito questo nome, il "non essere", in riferimento a che cosa e per quale oggetto noi crediamo che egli ne farebbe uso e che cosa indicherebbe a chi lo interroga? [...] Ma questo almeno è chiaro, che il "non essere" non deve essere riferito a qualcuno degli enti. [...] Ma noi diciamo che, se s'intende parlare correttamente, non bisogna definirlo né come unità né come molteplicità e neppure assolutamente chiamarlo con il "lo", perché anche con questa espressione lo si designerebbe con una specie di unità.
Frasi da «Teeteto»
Nessuna cosa è per se stessa una sola; tu non puoi, correttamente, dar nome a una cosa né a una sua qualità; se tu, per esempio, chiami alcuna cosa grande, ecco che essa potrà apparire anche piccola; se la chiami pesante, potrà apparire anche leggera; e così via per tutto il resto, perché niente è uno, né sostanza, né qualità. Dal mutar luogo, dal muoversi, dal mescolarsi delle cose fra loro, tutto diviene ciò che noi, adoprando una espressione non corretta, diciamo che è; perché niente mai è, ma sempre diviene. Su questo punto tutti i filosofi, uno dopo l'altro, a eccezione di Parmenide, si deve ammettere che sono d'accordo, [...]; e anche sono d'accordo i migliori poeti dell'uno e dell'altro genere di poesia, Epicarmo della commedia, della tragedia Omero; il quale, dicendo "Padre fu Oceano a' numi e madre Teti", intese dire che tutte le cose hanno origine dal flusso e dal movimento.
Frasi da «Timeo»
Adunque è a dire verosimilmente che questo mondo è generato vivo, animato e in verità intelligente, per provvidenza di Dio. (VI, 30b – 30c)
[...] se nel centro dell'universo ci fosse un corpo solido equilibrato, esso non inclinerebbe mai verso qualcuna delle estremità, per esser questo in tutti i lati uniformi; anzi, se anche uno camminasse in giro intorno ad un tal , spesso fermandosi in luoghi antipodici, lo stesso punto potrebbe chiamarlo ora basso ed ora alto. Giacché, essendo il tutto, come or ora s'è esposto, di forma sferica, dire che qualche luogo sia in basso e qualche altro in alto non è da uomo di senno [...]. (XXVI, 63a)
Dicono di Platone
Chi oserebbe negare che Socrate e Platone siano stati uomini religiosi, anche se lo siano stati diversamente da Isaia e Geremia? E non sappiamo noi come fosse tutto permeato di religiosità – da quella filosofia stoica e neoplatonica a quella popolare misterica – la civiltà ellenistico-romana in cui si impiantò trionfalmente il cristianesimo?
Ci si immagina Platone e Aristotele tutti paludati nei loro abiti da pedanti. Erano uomini di mondo come gli altri, che ridevano coi loro amici. E quando si sono divertiti a fare le loro leggi e la loro politica, è stato per gioco. Era l'aspetto meno filosofico e meno serio della loro vita; l'aspetto più filosofico consisteva nel vivere in modo semplice e sereno. Quando hanno scritto di politica, l'hanno fatto come per porre delle regole in un ricovero di pazzi. E se hanno mostrato di parlarne come fosse una gran cosa, è stato perché essi sapevano che i pazzi a cui parlavano credevano di essere re e imperatori. Essi entrano nei loro princìpi per moderare la loro follia e renderla più innocua che possono.
Ciò che Platone chiama giustizia dello Stato, è piuttosto la bellezza di quello; poiché ciò che distingue il Giusto dal Bello è questo: nel Bello si aduna la ricchezza d'una esistenza varia e molteplice, ma priva di coscienza e senza che le parti siano soddisfatte. Il Giusto invece conferisce ad ogni essere una sussistenza propria, una interna soddisfazione e un movimento indipendente, acciocché anch'esso a sua volta entri come un tutto, e si attui liberamente nel tutto maggiore. Ma ciò non si trova nello Stato di Platone. Egli sacrifica l'uomo, la sua felicità, la sua libertà, la stessa sua morale perfezione; infatti questo Stato non esiste che per sé stesso, perché appaia la sua nobiltà e magnificenza, e i cittadini non sono ad altro destinati che a servire, come semplici membri alla bellezza della sua costruzione. Quindi egli ha il carattere rappresentativo, come tutte le cose belle; è un'opera artistica che sembra di esistere meno per le sue proprie parti, che per chi la contempla.
Egli, uomo sapiente, capiva chiaramente che l'equa distribuzione dei beni è la condizione sine qua non perché un paese sia ben governato.
Fino a quei tempi il Vico ammirava due soli sopra tutti gli altri dotti, che furono Platone e Tacito; perché con una mente metafisica incomparabile Tacito contempla l'uomo qual è, Platone qual dee essere.
Gli Ateniesi [...], grazie a un solo sofista , volevano abbattere la tirannide di Dionisio, convincendolo a disfarsi delle sue diecimila guardie e ad abbandonare le quattrocento triremi, i diecimila cavalieri e una fanteria di molte volte maggiore, per andare a cercare nell'Accademia quel suo 'bene' misterioso e diventare felici in virtù della geometria.
I due filosofi sono immortali, e ciascuno dei due ha i suoi pregi. Preferiamo sceglierci Aristotele come guida nella vita, e Platone come ispiratore dei nostri sogni. Ma sarebbe una triste vita quella in cui fossimo costretti a rinunciare all'uno o all'altro.
Il più celebre nome di questi precursori del socialismo è quello di Platone. Platone, è il socialista assoluto, in altri termini, il comunista integrale, il comunismo essendo la forma radicale del socialismo.
Il socialismo di Platone è particolarmente interessante perché è esclusivamente politico. Egli costruisce la sua città ideale in funzione della realtà economica; la costruisce per se stessa. La bellezza della città esige, per lui, che l'individuo sia completamente fuso nella società. Non deve vedersi che quale membro della società, facendo concordare integralmente le sue attività, i suoi interessi, i suoi desideri, le sue volontà, alle attività, agli interessi, ai desideri ed alle volontà della Città. Deve essere, in breve, nel corpo sociale quello che sono le membra, o piuttosto le cellule, nel corpo dell'individuo.
In lui trovate ciò che avete già trovato in Omero, ora maturato in pensiero, il poeta convertito in filosofo, con vene di saggezza musicale più elevate di quelle raggiunte da Omero; come se Omero fosse il giovane e Platone l'uomo finito; eppure con la non minore sicurezza di un canto ardito e perfetto, quando ha cura di avvalersene; e con alcune corde d'arpa prese da un più alto cielo. Egli contiene il futuro, pur essendo uscito dal passato. In Platone esplorate l'Europa moderna nelle sue cause e nella sua semente, il tutto in un pensiero che la storia d'Europa incarna o dovrà ancora incarnare.
L'aver fondata la sua teoria cosmogonica sull'analogia dell'uomo con l'universo, a quel modo che nella Repubblica aveva ricavato la politica dalla analogia dell'uomo con lo stato; l'aver fatto del mondo un animale intelligente e animato; e l'aver giustificato questa sua fantasia cosmica [...]; dovevano fare di Platone il maestro di tutti i cosmologi ed astrologi futuri, i quali trovavano nel suo sistema quasi i fondamenti scientifici delle loro opinioni.
Non si può entrare nel mondo della filosofia a forza di citazioni; bisogna leggere qualcosa, non si può spiegare Platone senza invogliare a leggere qualcosa di Platone.
Platone aveva in fondo, da artista qual era, preferito l'illusione all'essere, e cioè la menzogna e l'escogitazione della verità, l'irreale all'esistente.
Platone è filosofo sommo, il filosofo per eccellenza. Indubbiamente anche la figura di Aristotele rifulge di luminoso fulgore. Ma [...] nessun altro filosofo ha influenzato quanto Platone il destino della filosofia occidentale. Le sue dottrine gnoseologiche, metafisiche, etiche, politiche, estetiche, assimilate dal cristianesimo, sono diventate eredità permanente della cultura medioevale e della cultura moderna. La figura di Platone è fondamentale, gigantesca e poliedrica. Oltre che la storia della filosofia essa interessa la storia della poesia, della letteratura e della lingua greca. [...] La straordinaria grandezza di Platone è stata riconosciuta in ogni tempo.
Platone è mio amico, ma la verità è ancora più mia amica.
Platone è un mistico.
Platone fu il vero distillatore — non diremo creatore, perché la cosa viene certo dal mistico Oriente — della metafisica cristiana: fu lui che plasmò la Trinità e il Logos: fu lui ancora che distillò la distinzione dell'anima e del corpo subordinando questo a quella; fu lui che fece di questa terra un esilio; fu lui, insomma, che ridusse a sistema filosofico quel decadentismo morale che fa dei sensi una prigione, del mondo un male e che fa consistere la felicità nei vaneggiamenti della metafisica.
Platone ha inventato il comunismo con i commissari ai suoi vertici. [...] Il governo di Platone è esattamente quello che abbiamo oggi al Cremlino.
Platone occultò ciò che scrisse intorno alle cose divine sotto veli di enigmi e di figure matematiche.
Platone può considerarsi il filosofo ad un tempo più facile e più difficile da leggersi. Può definirsi il filosofo più facile da leggersi, in quanto, data la ricchezza dei contenuti e la squisita arte e la straordinaria maestria con cui sono composti, i suoi scritti comunicano messaggi agli uomini di cultura di tutti i tempi [...]. Va invece considerato un pensatore e uno scrittore difficile da leggere e da interpretare, per il fatto che esce, in larga misura, dagli schemi imposti dalla cultura moderna e contemporanea.
Platone rappresenta il maggior concentrato del pensiero pitagorico.
Platone ricercava la verità e la bellezza e, soprattutto, la giustizia.
Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità.
Se l'Idea si ritirasse dal mondo, l'uomo non avrebbe più cognizione del bene e del male; nella stessa guisa che quando il sole è tramontato, l'occhio non può più distinguere i colori e gli oggetti, sebbene sia evidente che egli ha in sé stesso la facoltà di vedere e discernere. Questa è la similitudine di Platone.
Se in vita il magistero di Platone ha dato alimento a intelletti filosofici e ispirato rispetto ai non filosofi, dopo la morte e nei secoli i suoi scritti sono stati e sono guida per innumerevoli uomini non solo alla meditazione e alla ricerca, ma alla dignità di vivere. In costante tensione spirituale e intellettuale, Platone sa come pochi altri richiamare a quella coscienza di sé e infondere quel severo entusiasmo che devono governare una vita conforme alla «vera filosofia».
Se Platone avesse potuto conoscere il cinema, sarebbe morto di terrore.
Si è detto talvolta che Platone annunciava il cristianesimo. Ma non c'è niente in lui del guazzabuglio giudaico: il mondo doveva trovare salvezza nelle forme, non nella fede.
Tentò di comporre un proprio sistema della natura umana, dei suoi attributi e dei suoi fini, seguendo uno schema geometrico, poiché riteneva che questo avrebbe spiegato tutto quanto esisteva.
Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone.
Tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate.
Volgarità è, essenzialmente, dare del tu a Platone o a Goethe.
Dionisio disse una volta a Platone che gli avrebbe tagliato la testa; Senocrate che era presente rispose: «Nessuno taglierà la gola a Platone, prima di avere tagliato la mia.
Lacrime per Ecuba e per le donne troiane / filarono già le Moire, quando esse nacquero; / a te, invece, Dione, che per le tue belle opere / celebravi la vittoria, versarono le dèe ampie speranze. / Nella tua grande patria, dai concittadini onorato, giaci, O Dione, / tu che con follia d'amore mi hai stravolto l'animo.
Ma quando Platone conversando sulla tirannide affermò che il suo diritto del più forte aveva validità solo se fosse stato preminente anche in virtù, allora il tiranno si sentì offeso e, adirato, disse: "Le tue parole sono degne di un vecchio", e Platone: "Invece le tue sono parole di un tiranno".
Una seconda volta Platone venne in Sicilia presso Dionigi il Giovane per chiedergli un po' di terra e alcuni uomini che vivessero secondo la sua costituzione. E Dionigi, benché avesse promesso, non mantenne fede.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026