Le frasi di «Fedone» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Fedone»
Ora che ci penso, che strano effetto mi faceva stare accanto a quell'uomo; ero lì, che moriva un amico, e non provavo alcuna pietà. Mi pareva felice, Echecrate, sia dal suo modo di fare che da come parlava: c'era in lui una nobile e intrepida fierezza, tanto da farmi pensare che egli se ne andava non senza il soccorso di un dio e che, nell'aldilà, sarebbe stato il più felice di tutti. Ecco perché, forse, non provavo quella pietà che pure sarebbe stata così naturale in tanta sventura. (Fedone, cap. II)
Che strana cosa, amici, par che sia quello che la gente chiama piacere, e in che meraviglioso rapporto per natura con quello che sembra il suo contrario: il dolore! E pensare che entrambi insieme non vogliono mai trovarsi nell'uomo; ma quando qualcuno insegua l'un d'essi e lo prenda, costui si trova in certo modo costretto a prender sempre anche l'altro, quasi che, sebbene due, pure si trovino legati allo stesso capo. (Socrate: cap. III; 1935, pp. 33-34)
La filosofia è la musica più grande. (cap. IV)
L'uomo è un prigioniero che non può aprire la porta della sua prigione e scappare... deve aspettare; e non è libero di gestire la sua vita finché un dio non lo chiama. (cap. VI)
Cose, come per esempio la grandezza, la sanità, la forza e, in una parola, della sostanza di tutte le cose, di ciò che ciascuna è. La verità di esse si contempla forse mediante il corpo o avviene che chi di noi si accinge più degli altri e con più accuratezza a pensare ciascun oggetto della sua indagine in sé, costui si avvicina il più possibile alla conoscenza dell'oggetto? E potrà farlo nel modo più puro chi si dirigerà verso ciascun oggetto, il più possibile, con il solo pensiero, senza intromettere nel pensiero la vista e senza trascinarsi dietro con il ragionamento alcun altro senso, ma utilizzando solo il puro pensiero di per se stesso, andrà a caccia di ciascuno degli enti in sé nella sua purezza, dopo essersi liberato il più possibile da occhi, orecchie e, a parlar propriamente, da tutto il corpo, perché turba l'anima e non le consente di acquistare verità e intelligenza, quando comunica con essa. Non è forse costui, Simmia, se mai altri, che coglierà l'essere? È straordinariamente vero, disse Simmia, ciò che dici, Socrate. (cap. X)
Alla fine tutte le cose non devono forse essere inghiottite dalla morte? (cap. XVII)
E non dicevamo da un pezzo anche questo: che, quando l'anima s'associa il corpo nell'indagare alcunché mediante o la vista o l'udito o un altro senso qualunque – perché indagare mediante il corpo non vuol dire altro che indagare mediante i sensi – allora dal corpo è tratta verso quelle cose che non permangono mai identiche a sé, ed essa medesima erra e si turba e barcolla come , perché tali sono le cose con cui viene a contatto? [...] Invece, quando l'anima indaga tutta sola di per sé, allora s'innalza verso ciò che è puro, eterno, immortale, immutabile; e, come congenere con questo, non solo aderisce sempre ad esso ogni qualvolta si raccolga in se stessa e ne abbia il modo; ma ecco ch'ella cessa dall'errare e, rispetto a quegli enti, permane sempre invariabilmente costante, perché tali sono le cose con cui viene a contatto. E questa condizione dell'anima è chiamata intelligenza? (Socrate: cap. XXVII; 1935, p. 65)
[...] credo che in simili argomenti si debba conseguire uno di questi scopi: o apprendere da altri come stieno, o trovarlo da sé; oppure, ove ciò riesca impossibile, attenendosi, se non altro, al migliore e al più inoppugnabile dei ragionamenti umani, e affidandosi ad esso, come ad una zattera, navigare a proprio rischio attraverso la vita, quando non si possa con più sicurezza e minor pericolo compiere questo viaggio su una più salda nave, voglio dire su una parola divina. (Simmia: cap. XXXV; 1935, pp. 73-74)
La misantropia difatti s'insinua nell'animo nostro dall'avere senz'arte posto soverchia fiducia in qualcuno e averlo creduto un uomo in tutto veritiero, sano d'animo e fido; e trovarlo di lì a poco malvagio e infido, e poi ancora sempre diverso. E quando uno ci capiti spesso, e per opera specialmente di quelli che egli riteneva i più sicuri ed intimi amici; costui, a furia d'inciampare, finisce per odiar tutti e credere che assolutamente non ci sia in nessuno nulla di sano e di schietto. (Socrate: cap. XXXIX; 1935, p. 80)
[...] il parlare in modo impreciso non è soltanto sconcio in se stesso, ma nuoce anche all'anima. (Socrate: cap. LXIV; 1935, p. 121)
— Critone, disse — e furono le sue ultime parole — siamo in debito d'un gallo ad Asclépio; offriteglielo; non ve ne dimenticate. (cap. LXVI; 1935, p. 125)
Citazioni sul Fedone
Il Fedone rimane una tappa fondamentale dell'itinerario platonico, sia per la sua alta qualità letteraria sia per la sua ricchezza e densità filosofica. (Bruno Centrone)
Il Fedone, sia per la sua perfezione letteraria e drammatica, sia per la compiutezza dei contenuti filosofici, è senz'altro ascrivibile a una fase matura dell'attività di Platone. (Bruno Centrone)
L'autenticità dell'uomo, nel Fedone, risiede solo nell'anima, non nel corpo né nell'unione di anima e corpo; il corpo è strumento dell'anima, come è tematizzato nellAlcibiade primo dove si sostiene che lo strumento non fa parte della autentica natura di chi se ne serve, come i colori non rientrano nella natura del pittore: l'uomo è dunque essenzialmente la sua anima. (Bruno Centrone)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026