Frasi

Frasi di «Canti Orfici»

25 citazioni dal libro di Dino Campana

Le frasi di «Canti Orfici» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

La notte

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso. (I, La notte, 1)
Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo. (I, La notte, 2)
L'agile forma di donna dalla pelle ambrata stesa sul letto ascoltava curiosamente, poggiata sui gomiti come una Sfinge: fuori gli orti verdissimi tra i muri rosseggianti: noi soli tre vivi nel silenzio meridiano. (I, La notte, 7)
La magia della sera, languida amica del criminale, era galeotta delle nostre anime oscure e i suoi fastigi sembravano promettere un regno misterioso. (I, La notte, 8)
Venne la notte e fu compita la conquista dell'ancella. Il suo corpo ambrato la sua bocca vorace i suoi ispidi neri capelli a tratti rivelazione dei suoi occhi atterriti di voluttà intricarono una fantastica vicenda. (I, La notte, 9)
Lassù tra gli abeti fumosi nella nebbia, tra i mille e mille ticchettìi le mille voci del silenzio svelata una giovine luce tra i tronchi, per sentieri di chiarìe salivo: salivo alle Alpi, sullo sfondo bianco delicato mistero. Laghi, lassù tra gli scogli chiare gore vegliate dal sorriso del sogno, le chiare gore i laghi estatici dell'oblio che tu Leonardo fingevi. Il torrente mi raccontava oscuramente la storia. Io fisso tra le lance immobili degli abeti credendo a tratti vagare una nuova melodia selvaggia e pure triste forse fissavo le nubi che sembravano attardarsi curiose un istante su quel paesaggio profondo e spiarlo e svanire dietro le lancie immobili degli abeti. (I, La notte, 14)
Descrizione di Bignasco.
Una fanciulla nel torrente lavava, lavava e cantava nelle nevi delle bianche Alpi. Si volse, mi accolse, nella notte mi amò. E ancora sullo sfondo le Alpi il bianco delicato mistero, nel mio ricordo s'accese la purità della lampada stellare, brillò la luce della sera d'amore. (I, La notte, 14)
Salivano voci e voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro dell'ombra ardente, al colle al colle. A l'ombra dei lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra al vento. Il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva e levava nell'odor lussurioso dei vichi, e la bianca notte mediterranea scherzava colle enormi forme delle femmine tra i tentativi bizzarri della fiamma di svellersi dal cavo dei lampioni. (II, Il viaggio e il ritorno, 1)
Descrizione dei vicoli di Genova.
Dal giardino una canzone si rompe in catena fievole di singhiozzi: la vena è aperta: arido rosso e dolce è il panorama scheletrico del mondo. (II, Il viaggio e il ritorno, 2)
O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato da una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d'amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. (II, Il viaggio e il ritorno, 3)
Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina. (II, Il viaggio e il ritorno, 3)

Notturni

Non so se tra rocce il tuo pallido / viso m'apparve, o sorriso / di lontananze ignote / fosti, la china eburnea / fronte fulgente o giovine / suora de la Gioconda / o delle primavere / spente, per i tuoi mitici pallori / O Regina o Regina adolescente: [...]. (La chimera, vv. 1-9)
La luce del crepuscolo si attenua: / inquieti spiriti sia dolce la tenebra / al cuore che non ama più! (Il canto della tenebra, vv. 1-3)
Me ne vado per le strade / strette oscure e misteriose: / vedo dietro le vetrate / affacciarsi Gemme e Rose. (La petite promenade du poète)
Citato da Caparezza in Fugadà, traccia n. 2 di Exuvia (2021): «Me ne vado per le strade strette, oscure e misteriose, / non c'è un cane, qualche stella nella notte fantasiosa / via dal tanfo, via dal tanfo.»
La stradina è solitaria: / non c'è un cane qualche stella / nella notte sopra i tetti: / e la notte mi par bella. / E cammino poveretto / nella notte fantasiosa, / pur mi sento nella bocca / la saliva disgustosa. Via dal tanfo / via dal tanfo e per le strade / e cammina e via cammina, / già le case son più rade. (La petite promenade du poète)

La Verna

Il corridoio, alitato dal gelo degli antri, si veste tutto della leggenda Francescana. Il Santo appare come l'ombra di Cristo, rassegnata, nata in terra d'umanesimo. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede: Frate Sole, Suor Acqua, Frate Lupo. Un caro santo italiano. (I, La Verna (Diario), 22 settembre)
L'acqua del mulino corre piana e invisibile nella gora. Rivedo un fanciullo, lo stesso fanciullo, laggiù steso sull'erba. Sembra dormire. Ripenso alla mia fanciullezza: quanto tempo è trascorso da quando i bagliori magnetici delle stelle mi dissero per la prima volta dell'infinità delle morti!... (II, Ritorno)
Marradi (Antica volta. Specchio velato)
Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. (II, Ritorno)

Immagini del viaggio e della montagna

O se come il torrente che rovina / e si riposa nell'azzurro eguale, / se tale a le tue mura la proclina / anima al nulla nel su andar fatale, / se a le tue mura in pace cristallina / tender potessi, in una pace eguale, / e il ricordo specchiar di una divina / serenità perduta o tu immortale / anima! o Tu!
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi / e luci e luci: ed io lontano e solo: / quiete è la messe, verso l'infinito / (quieto è lo spirto) vanno muti carmi / a la notte: a la notte: intendo: Solo / ombra che torna, ch'era dipartito...

Firenze

Fiorenza giglio di potenza virgulto primaverile. Le mattine di primavera sull'Arno. La grazia degli adolescenti (che non è grazia al mondo che vinca tua grazia d'Aprile), vivo vergine continuo alito, fresco che vivifica i marmi e fa nascere Venere Botticelliana.

Varie e frammenti

A l'antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell'aria pura si prevede sotto il cielo il mare. L'aria pura è appena segnata di nubi leggere. L'aria è rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di più rosea estate. [...] Dall'altra parte della piazza la torre quadrangolare s'alza accesa sul corroso mattone su a capo dei vicoli gonfi cupi tortuosi palpitanti di fiamme. La quadricuspide vetta a quadretta ride svariata di smalto mentre nel fondo bianca e torbida a lato dai lampioni verdi la lussuria siede imperiale. Accanto al busto dagli occhi bianchi rosi e vuoti, e l'orologio verde come un bottone in alto aggancia il tempo all'eternità della piazza. La via si torce e sprofonda. Come nubi sui colli le case veleggiano ancora tra lo svariare del verde e si scorge in fondo il trofeo della V. M. tutto bianco che vibra d'ali nell'aria. (da Piazza Sarzano; 1972, pp. 62-63)
Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea / dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto / ride l'arcano palazzo rosso dal portico grande: / come le cataratte del Niagara / canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare: / Genova canta il tuo canto! (da Genova; 1972, p. 64)
Già a frotte s'avventurano / i viaggiatori alla città tonante / che stende le sue piazze e le sue vie: / la grande luce mediterranea / s'è fusa in pietra di cenere: / pei vichi antichi e profondi / fragore di vita, gioia intensa e fugace: / velario d'oro di felicità / è il cielo ove il sole ricchissimo / lasciò le sue spoglie preziose. [...] | perdute nel crepuscolo tonante / ombre di viaggiatori / vanno per la Superba / terribili e grotteschi come i ciechi. (da Genova; 1972, p. 67)

Citazioni su Canti orfici

I Canti orfici hanno offerta materia a numerose tesi di laurea, a documentazioni biografiche e a ricerche critiche, quali forse non vanta alcun altro nostro poeta contemporaneo. (Enrico Falqui)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026