Frasi

Frasi di «Chi si aiuta Dio l'aiuta»

23 citazioni dal libro di Samuel Smiles

Le frasi di «Chi si aiuta Dio l'aiuta» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Chi si aiuta Dio l'aiuta»

Come oratore [...] la sua prima comparsa alla Camera fu un fiasco compiuto. Quantunque foggiate in istile pretensioso e sublime, le sue sentenze furono accolte da ilarità generale; ma egli pose fine al suo dire con un detto che divenne una profezia. Prostrato sotto le risa ond'era stata accolta la sua manierata eloquenza esclamò: «Ho cominciato a più riprese molte cose e non sono riuscito in alcuna; io mi taccio ora, ma verrà tempo che mi porgerete ascolto.» E il tempo venne; e l'attenzione e il favore che Disraeli seppe procacciarsi da ultimo col suo dire nella prima assemblea politica del mondo sono una prova luminosa di quel che possono la risolutezza e l'. (edizione 1867, cap. I, p. 23)
Il re fu inesorabile; denaro e favori a Böttger quanti volesse; non mai la libertà: era manifesto ch'ei lo considerava suo schiavo. Il pover'uomo continuò ancora a lavorare per alcun tempo, sotto l'impero di questa persecuzione; ma in capo a uno o due anni si buttò sull'imbraca. Disgustato dal mondo e di sé, si abbandonò all'; e tale è la forza dell'esempio negli uomini, che la più parte degli operai della fabbrica di Meissen si diede a medesimo vizio, non sì tosto seppero di Böttger. Conseguenza di ciò furono brighe e risse, che senza posa si rinnovarono tanto che dovettero intervenire i soldati tratto tratto per metter pace fra i porcellanieri, com'erano chiamati. (edizione 1871, cap. III, p. 64)
Affranto d'animo e di corpo, alternando i giorni fra il lavoro e il bere, quasi abbrutito, e travagliato ognora dall'infermità derivatagli dalla lunga e forzata reclusione, Böttger tirò innanzi malissimamente qualche anno ancora, finché non venne la morte a liberarlo 13 marzo 1719, che non aveva trentacinque anni. Fu sotterrato di notte, come un cane, nel cimitero di san Giovanni a Meissen. Così fu trattato, e finì miseramente i brevi giorni uno dei più grandi benefattori della Sassonia. (edizione 1871, cap. III, p. 65)
la vita del conte di Buffon ci offre bella conferma di quanto possa l'industre pazienza per ben riuscire; e della verità della sentenza di lui, non essere, cioè, il genio altro che pazienza. L'attività di quest'uomo fu prodigiosa, tanto che ad esso gli antichi romani avrebbero applicato le parole che si leggono cosi di frequente nei loro scrittori; incredibile industria, diligentia singulari. Considerando il tempo quale tesoro numerato, che perduto una volta più non si racquista, ei ne fu avarissimo. Ogni momento che non dava per necessità al riposo o al sollievo dell'animo, lo consacrava al lavoro. (edizione 1871, cap. IV, pp. 79-80)
Per quarant'anni di seguito Buffon lavorò a tavolino tutte le mattine dalle nove alle due, tutte le sere dalle cinque alle nove. La sua assiduità fu così costante da diventare per lui necessità del vivere. (edizione 1871, cap. IV, p. 80)
La puntualità fu una delle sue qualità più spiccate; senza di essa non gli sarebbe stato possibile mandar a termine tante opere letterarie. Di regola rispondeva in giornata alle lettere, salvo che chiedessero deliberazioni gravi o ricerche necessarie. Soleva levarsi alle cinque, accendersi il fuoco, radersi e vestirsi alla lesta; alle sei era a tavolino con tutte le sue carte dinnanzi in bellissimo ordine e i libri sparsi in terra per modo da averli facilmente sotto mano, mentre almeno uno de' suoi cani prediletti accosciato sul tappeto ne spiava amoroso ogni più lieve movimento. Di questa maniera allorché la famiglia si riuniva fra le nove e le dieci per la colazione, Scott aveva già lavorato un bel poco. (edizione 1871, cap. IV, pp. 81-82)
La sua immensa dottrina, frutto di molti anni di lavoro indefesso e di somma diligenza, non lo insuperbì mai; ché anzi ei parlava di sé con sì gran modestia da fargli perfino confessare ch'ei s'era trovato spesso nel corso della vita impacciato per ignoranza. (edizione 1871, cap. IV, p. 82)
Narrasi del pittore Wilson che presso a finire alcuno de' suoi ammirevoli paesaggi soleva ritrarsi alquanto dalla tela, e ben bene considerato il lavoro, con certo suo pennello dal lungo manico gettava lì alla brava qualche tocco che finiva stupendamente il quadro. Ma non tutti possono fare altrettanto in pittura né in altro; perocché non si acquisti la facoltà di dare l'ultimo tocco se non mercé un lungo lavoro. Se non si fosse studiosamente procacciata la perizia voluta, è probabilissimo che quell'artista anziché produrre effetti mirabili co' suoi tocchi arditi non avesse fatto che sgorbii. (edizione 1871, cap. V, p. 86)
Anco Riccardo Wilson da fanciullo si dilettava in disegnare uomini e animali col carbone sulle pareti domestiche. Da principio prese a far ritratti; ma condottosi poi in Italia entrò un giorno dallo Zuccarelli suo amico, e stanco di aspettarlo prese a dipingere la scena che scorgevasi dalla finestra. Sopraggiunto lo Zuccarelli ne rimase cosi ammirato, che domandò a Wilson se avesse studiato paesaggio: ed avendo questi risposto che no: «Provatevici, ripigliò Zuccarelli, e certo riuscirete». Wilson seguì il consiglio con assiduità rara, e divenne il primo paesista inglese. (edizione 1871, cap. VI, p. 116)
Francesco Zuccarelli (1702-1788), pittore italiano del periodo rococò.
Hogarth imparava pochino alla scuola, ma in quella vece disegnava egregiamente le lettere dell'alfabeto. I suoi esercizi scolastici eran più commendevoli per gli ornamenti calligrafici onde li abbelliva, che per correttezza. In questa stava al disotto dei più ignoranti, in quelli non aveva chi lo pareggiasse. Il padre lo mise a lavorare da un argentiere, dove imparò a disegnare e incidere stemmi sulle posate. In seguito apprese da sé l'intaglio in rame, ed in ispecie a far grifoni ed altri mostri araldici; ciò gli diede vaghezza di riprodurre nella sua varietà la fisionomia umana, nel che divenne poi eccellente, quanto nessun altro mai. (edizione 1871, cap. VI, p. 116)
Per un dono tutto suo ch'egli coltivò con gran cura, bastava vedesse una fisionomia singolare, per riprodurne fedelmente a memoria i lineamenti. Vedendo forme fantastiche, bizzarre sembianze, ne prendeva tosto ricordo sull'unghia del pollice, e poi a casa le riproduceva in grande. (edizione 1871, cap. VI, pp. 116-117)
Nel testo "fisonomia".
Tutto ciò che sapeva di fantastico e di originale lo attraeva, e a più facile pascolo della sua immaginazione, praticava i luoghi meno frequentati. Di questa maniera arricchì la mente di un immenso tesoro, onde si valse nelle sue opere, ammirevoli per alti concepimenti e naturalezza. Da qui ne venne che i dipinti suoi sono come riflesso fedele e ricordanza non solo dei naturali e dei costumi, ma anco delle idee in voga al tempo in che visse. Nessuna scuola, diceva egli, può insegnare a ben dipingere meglio della natura. (edizione 1871, cap. VI, p. 117)
Destinato al mestiere del padre che era barbiere in Londra, maneggiò i rasoi fino al giorno in cui uno stemma disegnato da lui in un piatto d'argento, fermò lo sguardo di tale che si faceva radere. Colpito dalla bellezza del disegno, quel signore cercò in ogni modo di persuadere il vecchio Turner a permettere che il figlio seguisse la propria inclinazione. Quegli si fece pregare assai, ma poi acconsentì. (edizione 1871, cap. VI, pp. 118-119)
Senza assiduità non si raggiunge l'eccellenza; la ferma volontà basta talora a mutare il possibile in fatto, poiché i nostri sono spesso i precursori delle cose che siamo in grado di compiere. All'opposto i timidi, i titubanti trovano ogni cosa impossibile se non altro perché tale lor sembra. (edizione 1871, cap. VIII, p. 176)
Vincenzo aveva vent'anni, e poteva darsi bel tempo, spendendo la rendita del patrimonio onoratamente accumulato. Ma questo ei non fece; ché assuefatto al lavoro, non poteva stare un minuto inoperoso. Considerando attentamente tutto ciò che gli cadeva sott'occhio, e viaggiando, s'era fitto in capo questa verità, che non v'ha nazione forte davvero e grande, la quale non abbia per via del lavoro acquistata e mantenuta la sua grandezza e la sua forza. Comparando la Sicilia e l'Italia all'Inghilterra, vedendo da vicino, e pregiando tutto ciò che il popolo inglese ha di buono, di forte, di grande, si senti nascere desiderio vivissimo di migliorare le condizioni della sua patria, dilatandone i traffici, promovendone l'industria, rendendone più agiate e operose le moltitudini per renderle ad un tempo più morali; e fermato nell'animo il generoso proposito, a quello si volse con tutte le sue forze. (edizione 1871, cap. IX, p. 225)
Il Florio divenne più che venti volte milionario, né mai ricchezza al mondo poté dirsi di miglior acquisto della sua. Ma incalcolabili sono i lucri che la sua operosità recò all'universale. Accorto e sagace, non si tenne mai dallo spendere e dal rimetterci di tasca per far lavorare in casa ciò che avrebbe potuto con minor spesa trarre da fuori. Per introdurre in patria un'industria nuova non guardò mai al proprio. Oggi quattromila famiglie hanno pane dalla sua casa. (edizione 1871, cap. IX, p. 227)
Benedetto dalle migliaia che beneficava in segreto, onorato in mille guise con decorazioni, medaglie, premi, e colla nomina a Senatore del regno, stimato, ben voluto e riverito da tutti, son ricordate dovunque in Palermo e fuori, la bontà dell'animo suo, l'integrità, l'esattezza, la puntualità, la perizia ne' commerci. Lo scorso anno, , vide chiudersi la sua vita onorata e proficua a sé e ad altrui; e l'Italia ancor piange la perdita d'uno dei suoi figli migliori. (edizione 1871, cap. IX, p. 227)
Il F. morì a Palermo l'11 sett. 1868 (fonte Dizionario biografico degli italiani, vol. 48, 1997).
Uno dei francesi più chiari per belle doti di mente fu Beniamino Constant; ma fiacco e cascante a vent'anni, la sua vita fu un gemito prolungato, anziché una serie di nobili azioni, che ei, diligente e temperato, avrebbe al certo compiute. Ei s'era proposto di far molte cose che non fece mai, sicché gli appiccicarono il nomignolo di Constant l'Incostant. (edizione 1871, cap. XII, p. 264)
Era scrittore vivo e facile, e vagheggiava scrivere numerose opere che il mondo non avrebbe lasciato perire. Ma nella sublimità de' suoi pensieri ei menava vita abbietta, che il trascendentalismo de' suoi scritti non riuscì a palliare. Mentre attendeva alla sua opera sulla religione, passava i giorni al tavoliere da gioco, e scrivendo il suo romanzo Adolphe, s'impastoiava in tresche amorose. Con un ingegno strapotente ei nulla poteva, perché non credeva nella virtù. (edizione 1871, cap. XII, pp. 264-265)
La dolcezza é il miglior indizio di nobile carattere. Aver riguardo ai sentimenti altrui, sia d'inferiori, di soggetti o di eguali; rispettare la dignità d'ognuno: ecco in che consiste la condotta del gentiluomo. (edizione 1871, cap. XIV, p. 303)
L'influenza vantaggiosa che un uomo onesto, energico ed industre può esercitare sopra i suoi simili e i suoi dipendenti, non che sulla propria nazione, non può esser meglio illustrata che dalla saliente individualità di Sir Giovanni Sinclair, cui l'abate Gregoire chiamava l'uomo più infaticabile d'Europa. (edizione 1867, cap. XIII, p. 307)
Quando Rush, ambasciatore americano, giunto in Inghilterra, chiese qual fosse la miglior opera sull'agricoltura, gli fu risposto: quella di Sinclair; chiese poi qual fosse la miglior opera sulle finanze inglesi, e gli fu risposto: la Storia del Reddito Pubblico di Sir Giovanni Sinclair. Ma il monumento maggiore della sua industria instancabile, opera che avrebbe sgomentato ogni altr'uomo, fu la sua Relazione Statistica della Scozia in ventun volumi, una delle più pregevoli opere pratiche che mai state pubblicate al mondo. Essa gli costò pressoché ottant'anni di continuo lavoro, durante i quali ricevette più di 20,000 lettere sul suo argomento. Era un'impresa patriottica da cui non ritrasse alcun vantaggio personale, fuorché l'onore di averla compiuta. (edizione 1867, cap. XIII, p. 310)
Fino al termine della sua vita questo egregio uomo lavorò di cuore ed a vantaggio universale, porgendo un grande esempio alla propria famiglia e al proprio paese. Nel cercare cosi laboriosamente il bene altrui, si può dire che rinvenisse il proprio, non la ricchezza, che la sua generosità recò qualche squarcio alla sua fortuna privata, ma la felicità e la soddisfazione di sé stesso. (edizione 1867, cap. XIII, pp. 311-312)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026