Frasi

Frasi di «Danubio»

21 citazioni dal libro di Claudio Magris

Le frasi di «Danubio» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Danubio»

[...] per avviarsi verso la verità e l'amore bisogna sradicarsi, andar via e lontano da casa, strapparsi da ogni legame immediato e da ogni religio dell'origine, come nella dura pagina del Vangelo in cui Cristo chiede alla madre cosa ci sia fra loro due. (p. 50)
Qualunque sia l'opinione o la fede professata dagli uomini, ciò che li distingue è soprattutto la presenza o l'assenza, nel loro pensiero e nella loro persona, di questo oltre, il loro sentimento di abitare un mondo compiuto ed esaurito in se stesso oppure incompleto e aperto all'altrove. Il viaggio è forse sempre un cammino verso quelle lontananze che splendono rosse e viola nel cielo della sera, oltre la linea del mare e dei monti, nei paesi sui quali sorge il sole che da noi tramonta. Il viandante avanza nella sera, ogni passo lo inoltra nel tramonto e lo conduce oltre la striscia infuocata che si spegne. (p. 97)
Ogni viaggio [...] è una resistenza alla privazione, perché si viaggia non per arrivare ma per viaggiare e fra gli indugi brilla il puro presente. (p. 100)
[...] la poesia ha più genio della vita e sa cantare la maestà dell'asino. Un asino, non un purosangue di scuderia, riscalda Gesù nella stalla; Omero paragona Aiace, che salva le navi achee resistendo da solo all'assalto dei troiani, a un asino, la cui groppa sotto la soma e le batoste diviene grande come lo scudo del Telamonio. A un asino, alle sue sofferenze pazienti, viene paragonato anche il Cristo, percosso per aver voluto aiutare gli uomini.
La forza dell'asino ha l'attributo degli eroi classici, la pazienza, la tranquilla, umile e indomabile costanza che non recede dal proprio cammino e che sullo scatto nervoso del nobile destriero come Ulisse su Paride. (pp. 126-127)
Quando abbattevano un albero, i boscaioli bavaresi si toglievano un tempo il berretto e pregavano Dio di concedergli l'estremo riposo. C'è una religiosità del legno; il suo fiorire e il suo invecchiare fanno sentire un albero come un fratello. Nessuna creatura vivente può restare esclusa dalla redenzione o venire cancellata dall'eternità; come i personaggi di Singer, dovremmo recitare il Kaddish, la preghiera funebre, per la farfalla che muore e la foglia che cade. (p. 132)
[...] la vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue insicurezze, bensì quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze. (p. 183)
La razionalità geometrica di quelle forme architettoniche, volute dal filosofo che ha così implacabilmente indagato le possibilità e i limiti del pensiero, sembra ora rivelare, in un'arida epifania, un'inutilità che stringe il cuore. Ci si chiede che cosa volesse Wittgenstein da quell'edificio, se desiderasse costruire una casa o la prova dell'impossibilità di una vera casa, di quella che una volta si chiamava il focolare. Chissà quali limiti volevano idealmente tracciare, nella sua mente, quelle forme quadrate, quali indicibili spazi e immagini dovessero asceticamente escludere, lasciare fuori. (p. 198)
«Finché parlava», diceva Thomas Mann di lui, per sottolinearne la forza dialettica, «aveva ragione». Kafka, col quale le spettrali vicende del mondo costrinsero il vecchio Lukács a fare i conti, avrebbe potuto insegnargli che talvolta si ha ragione quando si tace. Ma il silenzio non è dialettico, non è hegeliano, è mistico o ironico (o entrambi); non è Marx, ma è Wittgenstein o Hofmannsthal, è viennese. (p. 221)
L'austriacità è arte della fuga, vagabondaggio, amore della sosta nell'attesa di una patria che, come dice il viandante di Schubert, è sempre cercata, presagita e mai conosciuta. Questa patria ignota, nella quale si vive su un conto in passivo, è l'Austria, ma è anche la vita, amabile e – sull'orlo del nulla – lieta. (p. 239)
L'arte di governo non soffoca i dissidi né supera le contraddizioni, ma le copre e le compone in un equilibrio sempre provvisorio, lasciandole sussistere nella loro sostanza e giocandole, semmai, le une contro le altre. Il reggitore dell'impero è, per definizione, anch'egli un Proteo, che cambia maschera e politica con duttile mobilità e non vuole perciò trasformare i Protei suoi sudditi in cittadini tutti d'un pezzo, bensì lascia che essi passino dall'amore alla rivolta e viceversa, dalla depressione all'euforia, in un gioco senza fine e senza progresso, che non vuole imporre una rigida unità ai vari popoli, bensì lasciarli sussistere e convivere nella loro eterogeneità. (p. 286)
La grande letteratura ungherese non è quella che celebra lo splendore di un'Ungheria eroica, ma quella che denuncia la miseria ed il buio del destino ungherese. [...]
La letteratura magiara è una folta antologia di queste ferite, di questa sensazione di abbandono e di solitudine che induce gli ungheresi a sentirsi, come dice una lirica di Attila József, «seduti sull'orlo dell'universo». (p. 302)
Un viaggio è sempre anche una spedizione di salvataggio, la documentazione e la raccolta di qualcosa che sta estinguendosi e fra poco sparirà, l'ultimo approdo a un'isola che le acque stanno sommergendo. (p. 305)
[...] il saggismo è la peripezia, struggente e insieme ironica, dell'intelligenza che avverte l'inautenticità del'immediatezza e il divario fra la vita e il suo significato e tuttavia punta, sia pure obliquamente, a quella trascendenza del significato che resta inattingibile nella realtà, ma che balena nella consapevolezza della sua assenza e nella sua nostalgia. (p. 308)
Ogni erede è un vero uomo del futuro, perché ha imparato, prima di tanti altri, a vivere senza un futuro, nell'interruzione di ogni continuità storica, e cioè non a vivere ma a sopravvivere. (p. 313)
Sulla poltrona di quella barbieria,Kappus sedeva come Nasreddin, il faceto saggio turco che, anch'egli dal barbiere, aveva messo a tacere con una battuta il terribile Tamerlano, il feroce conquistatore del mondo.
Le storielle di Kappus sono aneddoti arguti, barzellette, tic e pettegolezzi quotidiani; è difficile distinguere le pagine scritte da lui da quelle che la vita, la piccola tradizione epica della Lonovichgasse che confluiva nella bottega, narrava sul suo conto. Quegli aneddoti sono un detrito secolare, briciole di una Storia antica, sedimenti di idilli e conflitti etnici che il vento, per un attimo, solleva come polvere e butta nella bottega. Poco dopo il barbiere, con la scopa, spazza il pavimento e li ributta in strada, insieme ai capelli del cliente che ha appena sforbiciato. (p. 359)
Nella Lonovichgasse, strada di Timișoara, in cui si trovava la bottega di barbiere di Anton Dénes, frequentata da Kappus. Caudio Magris, Danubio, p. 359.
Le rive del Danubio raccoglievano, portate dalle ondate migratorie che si susseguivano nei millenni, le genti più disparate, e Vidin era un angiporto della storia. C'erano ragusei, albanesi, esuli curdi, drusi del Libano che Kanitz ricorda di aver visto chiusi in gabbia come uccelli rapaci, zingari, greci, armeni, ebrei spagnoli e soprattutto tartari e circassi. (p. 404)
Va a scovare la saggezza in fondo al candore d'ogni giorno, l'intelligenza nascosta sotto i panni della grulleria, la follia poetica travestita da sempliciotto buon senso e burbera cocciutaggine, don Chisciotte camuffato da Sancho Panza. È il poeta di un Danubio invernale e gelato, come certe fontane cui il ghiaccio fa assumere forme fantastiche, ed è il mago che libera le figure e le storie imprigionate in quel gelo. (p. 412)
A Ruse, scrive Canetti – anzi, per lui, a Rustschuk – il resto del mondo si chiamava Europa e, quando qualcuno risaliva il Danubio fino a Vienna, si diceva che andava in Europa. Ma già Ruse, a dire il vero, è Europa, è una piccola Vienna, con il giallo ocra delle case dei commercianti ottocenteschi, i parchi ariosi e signorili, l'eclettismo degli edifici fin de siècle, grevi di cariatidi e ornamenti, e una tarda simmetria neoclassica. Ci si sente a casa, in un'aria familiare di Mitteleuropa solida e operosa, fra l'antica e colorita prosperità mercantile del porto fluviale e l'opaca imponenza dell'industria pesante; fra le vie e le piazze s'incontrano angoli di Vienna o di Fiume, la rassicurante uniformità dello stile danubiano. (pp. 415-416)
Rybak è un artista più grande del grande Chagall; nonostante l'esperienza parigina – che lo inserì nella cultura occidentale, con tutta la poesia della sua patria nell'Est, e gli diede una certa fama – non è entrato nella circolazione internazionale, come meriterebbe, e forse non vi rientrerà più. [...] Oggi i media sono il messaggio, cambiano e cancellano la storia, come fa il Grande Fratello in 1984 di Orwell. L'industria culturale ha distrutto i posteri; non ci saranno revisioni dei trionfi presenti, non verrà veramente l'ora di Rybak, tutt'al più qualche fievole e momentanea riscoperta da parte di pochi amatori. A chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha. Ma se il grande mondo costringe all'inchino, si può sempre farglielo alla rovescia, come Bertoldo. L'inaudita grandezza di Rybak splende nell'ombra. (p. 442)
La letteratura è attratta dalle bassure e dai rifiuti, che non appaiono quale miseria da redimere, bensì quale angolo nel quale s'è rifugiato un incanto svanito. I viaggi in giù, da quelli di Jules Verne a quelli più modesti di Sussi e Biribissi nei tombini, sono più favolosi degli altri, perché si addentrano nel grumo più riposto e inaccessibile, il mitico centro di fuoco, che ricorda gli evi in cui la terra era una palla incandescente, o gli scarti dell'esistenza, che non vedremo mai più. (p. 447)
[...] cammino fra cardi e spighe selvatiche, fra i resti del tempio di Zeus e della basilica, porte massicce e colonne struggenti nel tramonto come steli, terme mute. La sera diafana e ferma s'inarca su questa tomba dei secoli, qualche biscia sparisce fra i sassi e gli uccelli stridono sui muri sbrecciati; i ruderi scendono a un mare rossastro di alghe e fondali. (p. 454)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026