Le frasi di «Diceria dell'untore» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Diceria dell'untore»
Non mancava molto ormai: già erano scomparse l'incredulità e la vergogna dei primi tempi, quando ogni fibra è persuasa ancora d'essere immortale e si rifiuta di disimpararlo (p. 15)
Bene, il falso o vero nobiluomo Gran Magro era il solo fra i medici della Rocca, all'infuori di quell'altro a cui toccava il turno di guardia, che restasse a dormire ogni notte con noi (della moglie s'era diviso anni prima; una siracusana di spaventosa bellezza, sulla cui foto sputava, dicevano, tutte le mattine, prima di lavarsi), (p. 19)
Oh sì, furono giorni infelici, i più felici della mia vita. (p. 26)
Andare fra la gente, giù in città, portarsi addosso il cencio del corpo, questa somma insufficiente di lena e di sangue, in mezzo ai sani della strada, atletici, puliti, immortali... (p. 39)
Qualunque cosa faccia, dovunque vada, un pensiero mi conforta: sono un uomo involontario, dunque sono un uomo innocente. (p. 47)
Il peccato: inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere, per non essere castigati senza perché. (p. 47)
Come s'affonda in un legno un chiodo, a piccoli colpi, la morte... (p. 47)
Il vino della messa è nero, un vino forte di Salaparuta che mi danno in cucina. Vino denso, dalle vene di un Dio saraceno, e che opera all'istante. Me n'accorgo in sacrestia, quando lo rivomito, dopo un colpo di tosse, fra le cocche del fazzoletto. (p. 49)
Solo l'infelicità è degli uomini, la disperazione è di Dio. (p. 49)
Dio, gigantesco eufemismo. (p. 49)
E se fossimo solo il Suo peccato originale, l'infrazione, la mela che non doveva mangiare? (p. 50)
La morte naturale non esiste: ogni morte è un assassinio. E se non si urla, vuol dire che si acconsente. (p. 50)
Giunse così mezzogiorno, e cercammo una trattoria, dove, sospesa su una portata, e squadrando il cucchiaio che teneva in mano, Marta ricominciò a parlare, adagio, fra due puntate di tosse:
«Sì, l'analisi mi rassicura, dicono che fanno uscire solo i puliti. Eppure io sento, io so, che ogni mio fiuto è un veleno, che tutto quanto tocco o mi tocca s'infetta. Anche quello stipite del Politeama, poc'anzi. Anche questa posata. E sento, so, di spargere e ungere dappertutto la morte, su intonaci, tovaglioli, orli di piatto. A volte mi viene un'idea: di usare di proposito un tale onnipotente potere d'incubazione e di semina: mi vedo entrare in una casa; e sia una casa felice; mi vedo sputare con diligenza ai quattro canti di ciascuna stanza, su una federa, su un biberon... Chissà, un'idea così, col suo intreccio di bambinaggine e nefandezza, che semi l'hanno nutrita in me fino a farla salire alla luce; da quali catacombe e sconosciuti Piombi è fuggita... M'incuriosisco di me sempre di più». (pp. 119-120)
O disgraziato Giufà, rinsavisci ormai,
e se una cosa è perduta, non stare a sperare che torni.
Giorni belli ne avesti, e, si suppone, anche notti.
Ora lei più non vuole. Tu fa' lo stesso, Giufà;
sulle tue, non vivere infelice.
Lesbia peggiora, ma tu non stai meglio,
né fra i vivi sei altro che solamente un ostaggio.
Bada: il ludo d'amore alle flussioni di petto non giova, né ti scherma dall'omicida lombrico,
m'intendi?, l'omicida lillipuziano girovago
(Cfr. , passim, Universale Caddeo).
Basta, lasciala in pace. Ché, se mi spazientisco,
pedicabo atque inrumabo. (p. 149)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026