Frasi

Frasi di «Diceria dell'untore»

14 citazioni dal libro di Gesualdo Bufalino

Le frasi di «Diceria dell'untore» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Diceria dell'untore»

Non mancava molto ormai: già erano scomparse l'incredulità e la vergogna dei primi tempi, quando ogni fibra è persuasa ancora d'essere immortale e si rifiuta di disimpararlo (p. 15)
Bene, il falso o vero nobiluomo Gran Magro era il solo fra i medici della Rocca, all'infuori di quell'altro a cui toccava il turno di guardia, che restasse a dormire ogni notte con noi (della moglie s'era diviso anni prima; una siracusana di spaventosa bellezza, sulla cui foto sputava, dicevano, tutte le mattine, prima di lavarsi), (p. 19)
Oh sì, furono giorni infelici, i più felici della mia vita. (p. 26)
Andare fra la gente, giù in città, portarsi addosso il cencio del corpo, questa somma insufficiente di lena e di sangue, in mezzo ai sani della strada, atletici, puliti, immortali... (p. 39)
Qualunque cosa faccia, dovunque vada, un pensiero mi conforta: sono un uomo involontario, dunque sono un uomo innocente. (p. 47)
Il peccato: inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere, per non essere castigati senza perché. (p. 47)
Come s'affonda in un legno un chiodo, a piccoli colpi, la morte... (p. 47)
Il vino della messa è nero, un vino forte di Salaparuta che mi danno in cucina. Vino denso, dalle vene di un Dio saraceno, e che opera all'istante. Me n'accorgo in sacrestia, quando lo rivomito, dopo un colpo di tosse, fra le cocche del fazzoletto. (p. 49)
Solo l'infelicità è degli uomini, la disperazione è di Dio. (p. 49)
Dio, gigantesco eufemismo. (p. 49)
E se fossimo solo il Suo peccato originale, l'infrazione, la mela che non doveva mangiare? (p. 50)
La morte naturale non esiste: ogni morte è un assassinio. E se non si urla, vuol dire che si acconsente. (p. 50)
Giunse così mezzogiorno, e cercammo una trattoria, dove, sospesa su una portata, e squadrando il cucchiaio che teneva in mano, Marta ricominciò a parlare, adagio, fra due puntate di tosse:
«Sì, l'analisi mi rassicura, dicono che fanno uscire solo i puliti. Eppure io sento, io so, che ogni mio fiuto è un veleno, che tutto quanto tocco o mi tocca s'infetta. Anche quello stipite del Politeama, poc'anzi. Anche questa posata. E sento, so, di spargere e ungere dappertutto la morte, su intonaci, tovaglioli, orli di piatto. A volte mi viene un'idea: di usare di proposito un tale onnipotente potere d'incubazione e di semina: mi vedo entrare in una casa; e sia una casa felice; mi vedo sputare con diligenza ai quattro canti di ciascuna stanza, su una federa, su un biberon... Chissà, un'idea così, col suo intreccio di bambinaggine e nefandezza, che semi l'hanno nutrita in me fino a farla salire alla luce; da quali catacombe e sconosciuti Piombi è fuggita... M'incuriosisco di me sempre di più». (pp. 119-120)
O disgraziato Giufà, rinsavisci ormai,
e se una cosa è perduta, non stare a sperare che torni.
Giorni belli ne avesti, e, si suppone, anche notti.
Ora lei più non vuole. Tu fa' lo stesso, Giufà;
sulle tue, non vivere infelice.
Lesbia peggiora, ma tu non stai meglio,
né fra i vivi sei altro che solamente un ostaggio.
Bada: il ludo d'amore alle flussioni di petto non giova, né ti scherma dall'omicida lombrico,
m'intendi?, l'omicida lillipuziano girovago
(Cfr. , passim, Universale Caddeo).
Basta, lasciala in pace. Ché, se mi spazientisco,
pedicabo atque inrumabo. (p. 149)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026