Le frasi di «Discorso sul metodo» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Discorso sul metodo»
Il buon senso è la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d'esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno. (I; 1937, p. 4)
[...] non basta avere un'intelligenza buona; l'essenziale è applicarla bene. (I; 1937, p. 5)
Le più grandi anime sono capaci tanto dei maggiori vizi, quanto delle maggiori virtù [...]. (I; 1937, p. 5)
Quelli che si occupano di dare precetti, debbono stimarsi più abili di quelli ai quali li dànno; e se sbagliano nella più piccola cosa, meritano biasimo. (I; 1937, p. 8)
Io sono stato educato allo studio delle lettere fin dalla mia fanciullezza, e poiché mi avevano persuaso che, per loro mezzo, si poteva acquistare una conoscenza chiara e sicura di tutto ciò ch'è utile alla vita, avevo un grandissimo desiderio di apprenderle. Ma appena ebbi compiuto tutto questo corso di studi, alla fine del quale si è di solito ricevuti nel numero dei dotti, cambiai interamente d'opinione; perché mi trovavo impigliato in tanti dubbi ed errori, che mi sembrava di avere ottenuto, cercando d'istruirmi, il solo profitto di avere scoperto sempre di più la mia ignoranza. (I; 1937, p. 8)
[...] la lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati, che ne sono stati gli autori, e anzi una conversazione premeditata, in cui essi ci fanno conoscere soltanto i loro migliori pensieri [...]. (I; 1937, p. 10)
[...] quando s'impiega troppo tempo a viaggiare, si diventa alla fine stranieri nel proprio paese [...]. (I; 1937, p. 12)
Coloro che ragionano meglio e che ordinano più facilmente i loro pensieri, per renderli chiari e intelligibili, possono sempre meglio persuadere di quel che propongono [...]. (I; 1937, pp. 12-13)
[...] la filosofia [c'insegna] il mezzo per parlare di tutto con verosimiglianza e farci ammirare da quelli che ne sanno di meno. (I; 1996)
A conversare con gli uomini del passato accade quasi lo stesso che col viaggiare. (I; 1996)
[...] il mondo è composto quasi esclusivamente di due specie di intelligenze [...]: cioè di coloro i quali, credendosi più abili che non siano, non possono far a meno di precipitare i loro giudizi, né avere abbastanza pazienza per condurre con ordine tutti i loro pensieri – onde deriva che, se si fossero una volta presa la libertà di dubitare dei principî che hanno accettato e di scostarsi dalla via comune, non potrebbero restare in quella che bisogna prendere per andar più diritto, e rimarrebbero fuor di strada tutta la loro vita. E poi, di coloro i quali, avendo sufficiente ragione, o modestia, per giudicare ch'essi sono meno capaci di distinguere il vero dal falso di altri da cui possono essere istruiti, debbono piuttosto contentarsi di seguire le opinioni di questi altri che cercarne essi stessi delle migliori. (II; 1937, p. 27)
[...] non si potrebbe immaginar nulla di tanto strano e di così poco credibile che non sia stato detto da qualche filosofo [...]. (II; 1980, p. 46)
Nella foggia dei nostri abiti la stessa cosa che ci è piaciuta dieci anni fa, e che forse ci piacerà di nuovo prima che ne passino altri dieci, ci sembra oggi stravagante e ridicola. (II; 1996)
[...] il maggior numero degli assensi non è una prova che valga nel caso di verità difficili a scoprirsi [...]. (II; 1996)
Il primo era, di non accettare mai per vera alcuna cosa, che non conoscessi evidentemente essere tale: cioè, d'evitare con cura la precipitazione e la prevenzione; e di non includere nei miei giudizi niente più di quello che si presentasse così chiaramente e così distintamente alla mia intelligenza che io non avessi alcuna occasione di metterlo in dubbio.
Il secondo, di dividere ciascuna delle difficoltà che esaminassi, in tante particelle quante fossero possibili, e necessarie per risolverle meglio.
Il terzo, di condurre in ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili da conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi, fino alla conoscenza del più composti; supponendo ordine anche tra quelli che non si precedono naturalmente l'un l'altro.
E l'ultimo, di fare ovunque enumerazioni così complete e rassegne così generali da esser sicuro di non ometter nulla. (II; 1937, pp. 31-33)
[...] [tra] tutte le cose le quali possono cadere sotto la conoscenza degli uomini, [...] non poss[o]no esservene di così lontane, alle quali infine non si pervenga, né di così nascoste che non si scoprano. (II; 1937, pp. 33-34)
[...] ogni verità trovata [era] una regola che mi serviva dopo a trovarne altre [...]. (II; 1937, p. 36)
[...] essendoci una sola verità per ogni cosa, chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere [...]. (II; 1937, p. 37)
Mi sembrava [...] che, per sapere quali erano veramente le loro opinioni, dovessi far attenzione a quello che facevano piuttosto che a quello che dicevano; non soltanto perché, nella corruzione dei nostri costumi, vi sono poche persone che vogliano dire tutto quello che credono, ma anche perché molte volte lo ignorano esse stesse; giacché, essendo l'atto del pensiero con cui si crede una cosa, diverso da quello con cui si sa di crederla, spesso l'uno è senza l'altro. (III; 1937, pp. 42-43)
[...] siccome le azioni della vita non permettono spesso alcun indugio, è una verità certissima che, quando non è in nostro potere discernere le opinioni più vere, dobbiamo seguire le più probabili; e anzi, anche se non notiamo maggiore probabilità nelle une che nelle altre, dobbiamo tuttavia deciderci per alcune, e considerarle dopo, non più come dubbie, in quanto si riferiscono alla pratica, ma come verissime e certissime, perché tale è la ragione che ci ha fatto decidere per esse. (III; 1937, p. 44)
La mia terza massima era di cercare di vincere me stesso piuttosto che la fortuna, e di cambiare i miei desideri piuttosto che l'ordine del mondo; e, in generale, di abituarmi a credere che non c'è nulla che sia interamente in nostro possesso se non i nostri pensieri, sicché quando abbiamo fatto del nostro meglio, rispetto alle cose fuori di noi, tutto quello che non ci riesce è per noi assolutamente impossibile. (III; 1996)
Dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente indubitabile. (IV; 1996)
[...] non v'è proprio niente in questa proposizione: io penso, dunque io sono, che m'assicuri che io dico la verità, se non che veggo molto chiaramente che, per pensare, bisogna essere [...]. (IV; 1937, p. 57)
Anche quella che ho assunto poc'anzi come regola, cioè che le cose che concepiamo molto chiaramente e distintamente sono tutte vere, non è certa se non perché Dio è o esiste, perché è un essere perfetto e perché da Lui riceviamo tutto quello che è in noi. (IV; 1996)
Qui in particolare mi ero fermato per far vedere che se ci fossero macchine con organi e forma di scimmia o di qualche altro animale privo di ragione, non avremmo nessun mezzo per accorgerci che non sono in tutto uguali a questi animali; mentre se ce ne fossero di somiglianti ai nostri corpi e capaci di imitare le nostre azioni per quanto è di fatto possibile, ci resterebbero sempre due mezzi sicurissimi per riconoscere che, non per questo, sono uomini veri. In primo luogo, non potrebbero mai usare parole o altri segni combinandoli come facciamo noi per comunicare agli altri i nostri pensieri. Perché si può ben concepire che una macchina sia fatta in modo tale da proferire parole, e ne proferisca anzi in relazione a movimenti corporei che provochino qualche cambiamento nei suoi organi; che chieda, ad esempio, che cosa si vuole da lei se la si tocca in qualche punto, o se si tocca in un altro gridi che le si fa male e così via; ma non si può immaginare che possa combinarle in modi diversi per rispondere al senso di tutto quel che si dice in sua presenza, come possono fare gli uomini, anche i più ottusi. L'altro criterio è che quando pure facessero molte cose altrettanto bene o forse meglio di qualcuno di noi, fallirebbero inevitabilmente in altre, e si scoprirebbe cosí che agiscono non in quanto conoscono, ma soltanto per la disposizione degli organi. (V; 1996)
Non c'è un altro [errore] che allontani maggiormente gli spiriti deboli dalla retta via della virtù, che l'immaginare che l'anima dei bruti abbia la stessa natura della nostra. (V; 1996)
Ma se si domanda come il sangue delle vene non si esaurisca, scorrendo così continuamente nel cuore, e come le arterie non ne siano troppo piene, poiché tutto quello che passa per il cuore va a finire in esse, a questa domanda non ho bisogno di rispondere altro che quello che è stato già scritto da un medico d'Inghilterra , al quale bisogna concedere la lode d'aver rotto il ghiaccio su questo punto e d'essere stato il primo ad insegnare che ci sono molti piccoli passaggi all'estremità delle arterie, attraverso i quali il sangue che esse ricevono dal cuore entra nei piccoli rami delle vene, donde ritorna di nuovo al cuore, di modo che il suo corso non è altro che una circolazione perpetua. (V; 1937, p. 80)
[...] per quello che riguarda i costumi, ciascuno esagera tanto nella propria opinione, che si potrebbero trovare tanti riformatori quante teste [...]. (VI; 1937, p. 93)
[...] non vale niente chi non è utile ad alcuno [...]. (VI; 1937, p. 98)
[...] è bene omettere le cose che potrebbero forse arrecare qualche profitto ai viventi, quando così si ha lo scopo di farne altre che ne arrechino uno maggiore ai propri nipoti. (VI; 1937, p. 98)
[...] coloro che scoprono a poco a poco la verità nelle scienze [...] si possono paragonare ai capi degli eserciti, le cui forze sogliono crescere in proporzione delle loro vittorie, e che hanno bisogno di maggiore abilità, per sostenersi dopo la perdita di una battaglia, di quanto non ne abbiano, dopo averla vinta, per prendere città e province. Perché il cercar di vincere tutte le difficoltà e gli errori che ci impediscono di giungere alla conoscenza della verità, è davvero dar battaglia, ed è perderne una l'accettare qualche falsa opinione su un argomento un po' generale e importante: occorre, dopo, molto maggior abilità, per rimettersi nella stessa condizione di prima, che non ne occorra per fare grandi progressi, quando si hanno già dei principî certi. (VI; 1937, p. 98)
[...] quando si apprende una cosa da qualche altro, non la si può concepire e rendere propria così bene come quando la s'inventa da sé. (VI; 1937, p. 100)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026