Frasi

Frasi di «Erewhon»

40 citazioni dal libro di Samuel Butler

Le frasi di «Erewhon» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Erewhon»

Conducevo una vita monotona, ma molto sana; e quando uno sta bene non si cura gran che del resto. (cap. I, p. 6)
Ora, nel ricordarlo, provo un piacere immenso: ma in quel momento non ci facevo caso. Quando siamo felici non ne abbiamo quasi mai coscienza. E in un certo senso questo è un male, ma è anche un bene: perché se l'avessimo, dovremmo forse essere più coscienti della nostra infelicità; e spesso ho pensato che noi siamo egualmente ignari dell'uno come dell'altro stato. Chi ha scritto «O fortunatos nimium sua si bona nôrint agricolas,» avrebbe potuto scrivere altrettanto giustamente, «O infortunatos nimium sua si mala nôrint»; e non pochi di noi trovano una difesa contro il dolore più vivo proprio nella incapacità di vedere ciò che hanno fatto, ciò che stanno soffrendo; e ciò che veramente sono. Si deve essere grati allo specchio perché ci rivela solo la nostra apparenza. (cap. III, p. 16)
Le esplorazioni sono stupende prima di farle e dopo averle fatte, ma tutt'altro che comode mentre si fanno. A meno che non siano talmente facili che non possano neanche chiamarsi tali. (cap. IV, p. 27)
Appena rimasi solo, cercai di riflettere sulle parole del mio insegnante, ma non riuscii a trarne alcuna conclusione, se non che rilevavano una perversità morale maggiore di quanto avessi mai potuto pensare. E questo mi affliggeva, perché non tollero di aver rapporti stretti con gente che non la pensa come me. (cap. IX, p. 62)
Alcuni dei miei visitatori avevano ricevuto un'ottima educazione nelle Scuole dell'Irragionevolezza, e ottenuto i massimi diplomi in ipotetica, che è la base dei loro studi. (cap. IX, p. 65)
Chi ha un minimo di rispetto per se stesso non stringe mai un rapporto di amicizia alla pari con chi ha meno fortuna di lui per nascita, salute, denaro, bellezza, e così via. Non è naturale, ma addirittura auspicabile, per qualsiasi tipo di società umana o animale, che chi ha fortuna provi ripugnanza e persino disgusto per gli infelici, o comunque per le vittime di sciagure eccezionali e particolarmente gravi. (cap. X, p. 73)
Perché la proprietà è un furto; ma, quand'è così, siamo tutti ladri, di fatto o nelle interazioni, e abbiamo perciò ritenuto necessario organizzare i nostri furti come abbiamo organizzato la nostra lussuria e il nostro sistema vendicativo. Proprietà, matrimonio, legge; la regola e le convenzioni sono per l'istinto come il letto per un fiume; e guai a colui che indebolisce gli argini mentre l'acqua del fiume scorre. (cap. XII, p. 90)
Ma l'argomento principale dei progressisti è di natura economica, in quanto sanno che facendo appello alle tasche invece che al cervello dei cittadini raggiungeranno prima il loro scopo: perché nelle tasche, di solito, la gente ha qualcosa di suo, mentre nel cervello ha più che altro roba presa in prestito o rubata. (cap. XII, p. 95)
È qui che quasi tutte le religioni errano. I loro preti vogliono farci credere di conoscere il mondo invisibile più di quanto possa mai conoscerlo chi è ancora accecato dal visibile, dimenticando che, se negare l'esistenza di un regno invisibile è male, ancora peggio è fingere di sapere qualcosa di più del mero fatto che esiste. (cap. XV, pp. 118-119)
Ma non cedetti subito; i suoi argomenti per persuadermi mi davano un piacere troppo vivo perché ci rinunciassi arrendendomi al primo assalto. (cap. XVI, p. 123)
Un tratto distintivo della gente di Erewhon è che quando si dice assolutamente sicura di qualcosa, e dichiara che tale certezza è la base su cui deve costruire la propria vita, di rado ci crede sul serio. Se fiuta odor di marcio nella struttura delle sue amate istituzioni, si tappa, finché può, il naso. (cap. XVIII, p. 135)
Strano fato dell'uomo! Muore se riesce ad afferrare ciò che è costretto a inseguire per non perire. Se non lo insegue è simile ai bruti, se lo afferra è più infelice delle creature infernali. (cap. XIX, p. 141)
«Nascere» gli dicono «è un crimine, un delitto capitale; e una volta che lo hai commesso puoi aspettarti da un momento all'altro la condanna a morte. Potrai magari riuscire a vivere settanta, ottant'anni. Ma che cosa sono di fronte all'eternità di cui godi adesso? E persino se la condanna venisse commutata, e ti fosse concesso di vivere in eterno, col tempo proveresti una così atroce stanchezza della vita che l'esecuzione capitale ti parrebbe la suprema clemenza.» (cap. XIX, p. 143)
È penoso per l'anatroccolo essere stato covato da una gallina; ma non è forse penoso anche per la gallina aver covato l'anatroccolo? (cap. XIX, p. 144)
Nessun erewhoniano crede che il mondo sia nero come lo dipingono; ma questa è proprio una delle loro caratteristiche: spessissimo, a parole, sostengono a spada tratta cose che, in fondo, non credono e non pensano affatto. (cap. XX, p. 148)
[...] il mestiere lo si può apprendere solo nella bottega di colui che, con quel mestiere, si guadagna il pane. (cap. XX, p. 152)
Si dice che l'amore per il denaro è la radice di tutti i mali. Ma altrettanto si può dire della mancanza di denaro. (cap. XX, p. 153)
[...] il limite tra gioventù e vecchiaia dovrebbe essere posto a trentacinque anni; [...]. (cap. XX, p. 154)
(cap. XXI, pp. 159-160)
Nessuno è tanto sano da non soffrire di qualche disturbetto da qualche parte, e nessuno è tanto malato da non avere qualche organo che funziona. (cap. XXII, p. 163)
Dissi che secondo me le idee originali dovevano essere incoraggiate, ma dovetti rimangiarmi subito le parole, perché evidentemente, per loro, il genio era come uno scandalo: è inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per il quale lo scandalo avviene. Ogni uomo, sostengono, ha il dovere di pensare come il suo vicino; e il cielo lo aiuti, se ha la disgrazia di considerare buono ciò che agli altri sembra cattivo. A dire il vero questa teoria erewhoniana non è molto diversa dalla nostra, se si pensa che anche la nostra parola «idiota» significa semplicemente una persona che pensa a modo suo. (cap. XXII, p. 163)
«Il nostro dovere» mi disse «non è quello di aiutare gli studenti a pensare con la loro testa. Questa è, anzi, l'ultima cosa che gli si deve insegnare se si vuole il loro bene Dobbiamo fare in modo che pensino come noi o, comunque, come ci sembra utile dire che pensiamo.» (cap. XXII, pp. 163-164)
Tuttavia, non potevo fare a meno di pensare che alcuni di loro erano stati per così lungo tempo immersi nello studio dell'ipotetica da essere diventati l'antitesi vera e propria degli Ateniesi al tempo di san Paolo. E difatti gli Ateniesi volevano vedere e sentire soltanto cose nuove, quei professori cercavano accuratamente di evitare ogni idea che non conoscessero già, e consideravano il loro cervello come una specie il santuario dove, una volta introdottasi un'idea, nessun'altra doveva cercare di spodestarla. (cap. XXII, p. 168)
Non ci riesce facile simpatizzare con le emozioni di una patata o con quelle di un'ostrica, perché la patata non fa chiasso quando la lessano, come non fa chiasso l'ostrica quando viene aperta: mentre nulla per noi è più eloquente del chiasso; ne facciamo tanto sulle nostre sofferenze! E siccome ostriche e patate non ci infastidiscono con manifestazioni di dolore, pretendiamo che non sentano nulla. Ed effettivamente non sentono nulla dal punto di vista del genere umano: ma il genere umano non è tutto. (cap. XXIII, p. 175)
«Se poi qualcuno obietta che l'azione della patata è soltanto chimica e meccanica, e dovuta agli effetti chimici e meccanici della luce e del calore, bisognerebbe chiedere, per tutta risposta, se ogni sensazione non è forse un processo chimico e meccanico; se le cose che noi riteniamo puramente spirituali non sono forse mutamenti di equilibrio in una serie infinita di leve, a partire da quelle troppo piccole per essere visibili al microscopio fino ad arrivare al braccio dell'uomo e agli strumenti di cui si serve. Chi ci dice che non esista un movimento molecolare del pensiero da cui si può dedurre una teoria dinamica delle passioni? In altre parole, non dovremmo chiederci di quali specie di leve è composto un uomo invece di domandarci quale sia il suo carattere? In quale equilibrio sono quelle leve? Quanto di questo e di quello ci vorrà per farle funzionare e spingerle a fare così e così?» (cap. XXIII, pp. 175-176)
"Il silenzio," ha detto uno scrittore "è una virtù che ci rende graditi ai nostri simili." (cap. XXIII, p. 178)
[...] le macchine servono l'uomo solo a patto di essere servite, e pongono loro stesse le condizioni di questo mutuo accordo. [...] Quanti uomini vivono oggi in stato di schiavitù rispetto alle macchine? Quanti trascorrono l'intera vita, dalla culla alla tomba, a curare notte e giorno le macchine? Pensate al numero sempre crescente di uomini che esse hanno reso schiavi, o che si dedicano anima e corpo al progresso del regno meccanico: non è evidente che le macchine stanno prendendo il sopravvento su di noi? (cap. XXIV, p. 182)
Non ci sono forse più uomini impegnati a curare le macchine che a curare i propri simili? Le macchine non mangiano forse perché servite dall'uomo? (cap. XXIV, p. 183)
«L'uomo è il risultato e la manifestazione di tutte le forze che hanno agito su di lui, prima o dopo la nascita. In ogni istante, la sua azione dipende unicamente dalla sua costituzione, e dall'intensità e direzione delle varie influenze a cui è stato soggetto. Alcune di tali influenze si neutralizzano indubbiamente a vicenda; ma l'uomo agirà secondo la sua natura, e secondo le influenze che ha subito in passato e che subisce nel presente dall'esterno, con la regolarità e la ineluttabilità di una macchina.»
«In genere, ci rifiutiamo di ammetterlo perché non conosciamo a fondo né la natura degli individui né l'insieme delle forze che agiscono su di essi. Ne vediamo solo una parte, ed essendo incapaci di inquadrare, se non in modo approssimativo, la condotta umana, neghiamo che essa sia soggetta a leggi fisse, e attribuiamo in massima parte la personalità e le azioni dell'uomo al caso, alla sorte, o al destino. Ma queste sono solo parole per nascondere la nostra ignoranza; e basterebbe riflettere un poco per capire il più audace volo dell'immaginazione, o il ragionamento più sottile, è un accadimento necessario, e l'unico accadimento possibile nel momento in cui accade, come la caduta della foglia morta, quando il vento la stacca dal ramo.» (cap. XXV, pp. 190-191)
E non peccheremmo di completa follia se rifiutassimo i vantaggi che non possiamo ottenere altrimenti, solo perché di quei vantaggi altri profitteranno più di noi? (cap. XXV, p. 197)
Fortunatamente il buon senso, che pure è per natura la più mite delle creature viventi, quando si sente il coltello alla gola è capace di rivelare una insospettata forza di resistenza e di mandare al diavolo tutti gli eruditi, anche quando pareva già legato mani e piedi in loro potere. (cap. XXVI, p. 202)
La base su cui egli decise doversi unicamente fondare il dovere era tale, come è ovvio, da non lasciar posto a molti degli antichi usi del paese. Quegli usi, sosteneva, erano tutti sbagliati: e non appena qualcuno si azzardava ad avere opinioni diverse, il vecchio signore si appellava al potere invisibile, con cui lui solo era in comunicazione diretta, e invariabilmente il potere invisibile gli dava ragione. (cap. XXVI, p. 203)
«Le piante» diceva «in apparenza non si interessano affatto delle cose umane. Non riusciremo mai a far capire a una rosa che sette per cinque fa trentacinque, ed è perfettamente vano parlare a una quercia delle oscillazioni dei prezzi del mercato. Ne deduciamo che la quercia e la rosa mancano di intelligenza, e siccome non capiscono le nostre faccende pensiamo che non capiscano nemmeno le loro. Ma che cosa può sapere dell'intelligenza chi parla cosi? Chi dà prova di maggior intelligenza: lui, o la quercia e la rosa?» (cap. XXVII, p. 212)
Ma il desiderio di credere che qualche individuo sappia veramente quanto dice di sapere, e possa così risparmiarci la pena di pensare con la nostra testa, è talmente radicato nel cuore umano, che ben presto fanatici e sedicenti filosofi divennero più potenti che mai, e riuscirono a poco a poco a inculcare nei loro concittadini tutte le assurde teorie sulla vita descritte nei capitoli precedenti. (cap. XXVII, p. 218)

Citazioni su Erewhon

Erewhon, ritenuto oggi il miglior libro satirico del suo genere dopo I viaggi di Gulliver, quando venne offerto dall'autore agli editori Chapman e Hall venne rifiutato su parere, nientemeno, che di George Meredith e Butler dové, se lo volle pubblicare, risolversi a farlo stampare a proprie spese, sotto il velo dell'anonimo, e se il libro alla prima edizione ebbe un corto esito, questo fu dovuto semplicemente al fatto che fu ritenuto opera di Lord Lytton. Quando si venne a conoscere il nome del vero autore, la vendita del volume diminuì del novanta per cento. (Aldo Sorani)
Non c'è dubbio che Butler, parlando di «linguaggio ipotetico», intendesse in realtà riferirsi al latino, la lingua che suo padre gli aveva insegnato a quattro anni con l'aiuto di una bacchetta. Il tono è ironico, e sicuramente Butler avrebbe preferito che «gli abitanti di Erewhon» dedicassero gli anni migliori dei loro ragazzi non al «linguaggio ipotetico» ma a qualcosa di più consistente. Facile immaginare infine quale fosse l'opinione dell'autore riguardo all'opportunità di «pagare stipendi», e per tutta la vita, a coloro che «che abbiano raggiunto un considerevole livello» nello studio del linguaggio ipotetico: come nel caso del dr. Kennedy di Shrewsbury. A volte, però, l'odio è miglior consigliere dell'amore. Ecco perché invitiamo il lettore a non prendere sotto gamba questa invenzione metaforica di Butler: i classici come «hypothetics», i classici come un modo per aprire gli occhi del ragazzo su tutte le possibilità che si possono incontrare nell'universo, anche quelle che non si vedono qui e ora. A nostro parere, infatti, Butler, odiando, ci aveva indovinato. (Maurizio Bettini)
Riferimento a un passaggio del XXI capitolo.
Tuttavia quello che rimane, forse, il meglio di Erewhon, cioè lo spirito, la grazia, l'impertinenza soave, l'acutezza dissimulata: questo e altro, come la passione per il nonsense, per le assurdità infantili, vennero a Butler dalla società di cui si faceva beffe, dalla morale della nursery e del sermone domenicale, dei coupons e del ballo Excelsior. Alcune verità annunciate nei due Erewhon suonano diversissime da altre che, in quel torno di tempo, bandiva Nietzsche; sebbene, a considerarle da vicino, vengano a significare lo stesso. (Giorgio Zampa)

Lucia Drudi Demby

Ma il risveglio dell'io butleriano si pone immediatamente in termini diversi: le creature che gli appaiono, superato il confine dell'irrazionale, non sono né più alte né più basse, né più storte né più diritte di tutti i comuni mortali. Somigliano agli individui di una qualunque razza mediterranea: agli Italiani più belli, per esser precisi. Ed è proprio questa la sostanza della prima meraviglia. Nessuna deformazione, né nelle persone né nelle cose. Il clima è temperato, il paesaggio tranquillo. Il primo villaggio appare più o meno come doveva apparire un qualsiasi villaggio europeo di qualche secolo fa.
Perché, in Erewhon, la virtù è la salute, la malattia il crimine. La ricchezza premiata. La miseria punita. Si pratica una selezione cosciente, imperturbabile, ragionata. Il risultato, indubbiamente positivo, è che i poveri e i malati sono pochi, e anche quei pochi non si fanno vedere in giro e non guastano il sacrosanto piacere della vita. Nelle scuole, invece delle idee chiare e distinte, si insegnano la nebulosità e l'ipotetica.
L'io, dunque, è approdato in un rovesciamento assoluto, in un paradossale capovolgimento. Sempre, per muovere al riso, sia sul piano dell'eleganza scettica e dello humour, sia su quello del comico automatico o buffonesco, nel giuoco astratto della marionetta, come nell'assalto della satira e dell'insulto a oltranza, si è ricorsi al paradosso e al rovesciamento. Ma il paradosso, questa suprema forma di snobismo, questo salto che porta a vedere le cose da un punto di vista eccezionale ed eccessivo, questa sfida all'oggetto guardato, è suscitato dall'occasione, e, in genere, valido entro l'occasione. Non ha finalità se non in se stesso e nel contraccolpo che intende dare. Non presuppone né continuità né consequenzialità.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026