Frasi
Frasi di Samuel Butler
376 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 376 frasi di Samuel Butler: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Samuel Butler (scrittore inglese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Alpi e santuari – Citazioni
Non fui mai impressionato dal San Gottardo come la volta di cui ho già parlato, quando lo attraversai d'inverno. Andammo in slitta da Hospenthal ad Airolo e mi ricordo di aver considerato che bella gente fossero i postiglioni e le guardie e gli uomini che aiutavano a caricare i bagagli sulle slitte: rudi forti e pieni di salute, come è logico attendere da una vita attiva all'aperto in un clima simile; inoltre erano uomini scelti perché la traversata invernale non è mai senza pericoli. (p. 23)
Se consideriamo la tendenza di qualsiasi lingua, quando raggiunge un certo predominio, di soppiantare tutte le altre, e se guardiamo la carta del mondo considerando l'estensione ora in mano alle due nazioni di lingua inglese, penso sia lecito profetizzare che la lingua nella quale è stato scritto questo libro sarà un giorno familiare alla maggior parte dei ticinesi quanto la propria. (p. 39)
Locke è stato molto lodato per il suo saggio sull'intelletto umano, ma penso che un saggio sull'umano fraintendimento sarebbe non meno importante e interessante. L'illusione è in una certa misura una delle cause principali, se non la principale, del progresso umano, però deve essere dosata. Vi si basa ogni speculazione abortiva, commerciale o filosofica, e per quanto si possa criticarla, ne siamo tutti debitori. (p. 42)
Nessuno più di me odia l'ubriachezza, tuttavia sono convinto che l'intelletto umano deve in gran parte la sua superiorità su quello degli animali inferiori proprio allo stimolo che l'alcol dà all'immaginazione – e l'immaginazione è poco più che un altro nome dell'illusione. (pp. 43-44)
[...] fra un altro paio di secoli all'incirca, grandi ondate di cambiamenti si succederanno a più riprese nel giro di un'ora, o addirittura di un secondo, o di una frazione di secondo, finché passeranno inosservati come i mutamenti che subiamo negli stadi embrionali, o saranno avvertiti come vibrazioni. E andrebbe sicuramente così non fosse per un punto di frizione che interferisce fra teoria e pratica. Tale frizione è provocata in parte dal fatto che ogni rivoluzione disturba gli interessi acquisiti, e la cosa apparirebbe intollerabile quando gli uomini diventassero alternativamente milionari e pezzenti una volta ogni quindici giorni, – vivendo una settimana in un palazzo e quella seguente in un ospizio, e dovendo in continuazione vendere tutto all'asta quindi comperare una nuova casa e riammobiliarla e avanti così; – di conseguenza bisognerà ricorrere a qualche sistema artificiale per porre un limite alle invenzioni. Inoltre, sebbene le invenzioni si moltiplichino in rapporto geometrico, tuttavia ve ne sono alcune che si moltiplicano più rapidamente delle altre, e la lentezza di una può impedire lo sviluppo di un'altra. Comunque, per quanto mi pare di capire, il tempo presente è praticamente per un uomo la sola epoca confortevole da viverci di tutte quelle che ci furono o che mai ci saranno. Il passato era troppo lento, il futuro sarà troppo rapido. (pp. 58-59)
[...] mi sarebbe piaciuto essere stato cattolico in un paese cattolico e protestante in uno protestante. Evidentemente vi sono certe cose che, come la politica, sono troppo serie per essere prese sul serio. Surtout point de zéle non è il motto di un cinico ma la conclusione di un uomo ragionevole; più ci sta a cuore qualcosa più dovremmo stare in guardia contro l'eccesso nei suoi confronti; dal fervore all'eccesso non c'è che un passo. Quando San Paolo disse che tutto era di tutti, inserì la punta di un cuneo senza indicare con un segno fino a dove farla penetrare. (p. 64)
Che cos'è «una menzogna»? Se mi rivolgo a chiedere assistenza morale ai mie cugini, cioè gli animali inferiori, la cui natura genuina proclama quanto Dio ha loro inculcato con una immediatezza da cui dovremmo imparare, scopro che la pavoncella mente quando ci distoglie dai suoi piccoli fingendo di avere un'ala spezzata. Secondo voi, Dio è adirato per questa piccola deviazione dal sentiero della verità? O non sarà forse stato proprio Lui a suggerirle di dire il falso, e di dirlo a ragion veduta, senza scrupoli di coscienza, e non solo una volta, ma di farlo per abitudine tanto da diventare per sei settimane all'anno una bugiarda credibile, abituale e professionista? Io penso di sì. (p. 68)
Una volta, in un pomeriggio estivo vidi in una lontana regione una di quelle orchidee che si fanno un dovere di imitare un insetto con i loro petali. Predispongono questa finzione con tanta scaltrezza che i veri insetti, pensando si stia già saccheggiando il miele, passano via senza molestarli. Guardando con concentrazione e rimanendo ben immobile mi parve di udire un'orchidea fare questo discorso ai suoi nati che sentiva dentro di sé sebbene io non li vedessi. «Bambini miei» diceva «presto dovrò lasciarvi; pensate all'insetto, miei diletti, poiché questa è la verità; afferratevi a questo grande pensiero nel vostro cammino nella vita poiché è l'unica cosa indispensabile; se tanto ve ne dimenticate, siete perduti.» Più e più volte cantò questo ritornello con quell'esile voce prima che la lasciassi. Poi mi imbattei in alcune farfalle il cui mestiere è di fingere di credere in tutte le verità vitali in cui dentro di sé non credono; e così fingono di essere un certo altro tipo di disgustose farfalle che nessun uccello mangerebbe mai a causa del loro odore disgustoso; queste furbacchione nascondono il loro profumo e raggiungono la vecchiaia in santa pace. (p. 69)
L'uomo buono che non mente mai intenzionalmente a se stesso e non è mai scortese, può mentire e mentire e mentire finché vuole agli altri e non sarà mai bugiardo per nessuno: le sue menzogne diventano verità nel momento in cui passano nelle orecchie di chi l'ascolta. Se uno inganna se stesso ed è scortese, la verità non dimora in lui, diventa falsità mentre è ancora nella sua bocca come le quaglie nel deserto del Sinai. (pp. 69-70)
Malgrado tutto quanto è stato detto del Kent, del Surrey e del Sussex, non potemmo fare a meno di riflettere a quanto sia povera di quel cuscino adiposo rappresentato dai rilievi montani qualsiasi nazione se confrontata con l'Italia; [...]. (p. 90)
Il santuario, sulla cima della montagna, è a circa 2800 piedi sul livello del mare, e 500 piedi circa sopra San Pietro. È impossibile immaginare una posizione più deliziosa di quella di San Pietro. [...] al di sopra di tutto ciò, si erge dominante la principale attrazione del luogo da cui è difficile distogliere lo sguardo – intendo dire il santuario stesso di San Michele. Un disegno non è sufficiente a dare un'idea del luogo. La sua natura è propria di quegli spettacoli affascinanti come il pennacchio del Vesuvio o il Sacro Monte di Varese, che ti accaparrano l'attenzione escludendo ogni altra cosa in vista. Da ogni prospettiva risulta sempre sorprendente. (pp. 91-92)
Le pietre all'interno sono tagliate con una cura e precisione tali che si direbbero vecchie di non più di cinquant'anni. All'esterno, invece, non fa meraviglia che il granito pur duro com'è, appaia alterato dal tempo specie quando si consideri quanto sia particolarmente esposto alle intemperie. Mi immagino, ancora una volta, come deve ululare quassù il vento in inverno e come deve infuriare la neve! Solo chi ha visto la neve cadere quando il terreno è a zero gradi, sa quanto sia penetrante. Come deve deporsi lievemente sui crani e sulle spalle degli scheletri. Immaginatevi un cupo crepuscolo di gennaio su questa scala dopo un'abbondante nevicata, quando i soffici fiocchi penetrati attraverso le numerose fessure si attaccano ai muri. O una scintillante notte invernale allorché la luna illumina gli scheletri ricoperti di neve. (p. 96)
Per quanto riguarda l'affermazione che la chiesa sia di «stile gotico», direi invece che si tratta di un esempio estremamente bello di puro romanico dei primi anni dell'XI secolo. È vero che l'arco mediano dei tre che dividono la navata centrale da quelle laterali è a sesto acuto mentre gli altri due sono a tutto sesto, ma ciò è evidentemente dovuto alle necessità di economizzare spazio, più che mai prezioso in questo caso. Vi era infatti spazio sufficiente per due archi a tutto sesto, ma non abbastanza per tre, così fu deciso di ridurre leggermente l'arco centrale. Si tratta di un arco senza chiave di volta, formato semplicemente da due segmenti di cerchio appoggiati l'uno contro l'altro. Non si tratta certamente di un arco gotico, bensì romanico, modificato in modo insolito essendo stato costruito in condizioni insolite. (pp. 100-101)
[...] sono le piante a essere gli eretici e non noi. Non c'è dubbio su questo punto; siamo perciò perfettamente giustificati a divorarle. Il nostro è il credo originale e ortodosso, poiché il protoplasma è molto più animale che vegetale; è molto più giusto dure che le piante sono derivate dagli animali che non gli animali dalle piante. Tuttavia, come molti altri eretici, le piante hanno prosperato bene. Ce ne sono moltissime in giro e per quanto riguarda la bellezza, se non l'ingegno – di genere limitato ma sempre ingegno – è difficile dire se sia il regno animale ad avere il vantaggio. La visuale delle piante è molto limitata; i dissenzienti sono di vista corta; ma entro i loro confini conoscono abbastanza bene i particolari dei loro affari, come se avessero un sistema di rendiconto ben calibrato che li tiene al corrente della loro posizione. È vero che vengono mangiati; mangiarli è il nostro sistema di convertirli; mangiare è solamente un sistema violento di fare del proselitismo e delle conversioni; e noi li convertiamo – in sostanza animale, secondo il nostro modo di pensare. Ma anche gli animali vengono mangiati. Si convertono a vicenda quasi come a loro volta convertono le piante. E non appena un animale è morto viene riconvertito da una pianta. (p. 150)
Le differenze economiche creano delle differenze specifiche che rendono gli appartenenti alle due categorie più o meno sospettosi reciprocamente, e raramente produttiva inter se. L'operaio agiato può aiutare i suoi amici più poveri meglio di quanto possiamo farlo noi e una persona colta con denaro d'avanzo può impiegarlo meglio aiutando gente povera ma istruita che non coloro che sono più propriamente chiamati poveri. Fino a che il mondo progredisce sono inevitabili cospicue differenze di classe; la fine di questo stato di cose sarà il segno che è stato raggiunto l'equilibrio. Allora la civiltà umana diventerà immutabile come quella delle api o delle formiche. Qualcuno dirà che quando ciò avverrà sarà molto triste, altri che sarà una buona cosa; in realtà va bene per entrambi, poiché il progresso e l'equilibrio hanno ciascuno vantaggi e svantaggi che rendono impossibile stabilire quale dei due sia migliore; in entrambi i casi il lato positivo supera di gran lunga quello negativo, dal momento che la maggioranza delle persone sarà soddisfatta e non verrà vivere in nessun'altra condizione. (p. 192)
La passeggiata che da Mesocco va a San Bernardino è deliziosa; richiede all'incirca tre ore. In quanto a pendii erbosi e fiori non ne conosco una migliore soprattutto da San Giacomo in avanti. Nei boschi sopra San Giacomo ci sono degli orsi, o perlomeno vi erano lo scorso anno. (p. 217)
San Bernardino, a 5.500 piedi sul livello del mare, mi ha entusiasmato meno di Mesocco, ma vi sono alcuni begli angolini. Il migliore albergo è l'Hotel Brocco. Il paese si trova un paio d'ore al di sotto del passo; la strada che lo raggiunge è gradevole. In molti posti si può ancora vedere la vecchia strada romana tuttora conservata molto bene in certi punti. San Bernardino è una località termale alla moda per la sua sorgente di acqua ferruginosa. Spesso durante l'estate ospita dalle due alle tremila persone, soprattutto della zona del Lago Maggiore, molte anche di Milano. (pp. 217-218)
Ci sono bei posti vicino alla chiesa di questo paese e curiosi affreschi moderni su un'osteria situata un po' discosta dalla strada, ma non c'è alloggio. (p. 218)
La zona di Mendrisio, o, come è chiamata, il «Mendrisiotto», è splendida. Si dovrebbe stabilire Mendrisio come quartier generale: c'è un ottimo albergo, l'hotel Mendrisio, tenuto dalla Signora Pasta, insuperabile per le comodità e per tutto quanto rende piacevole il soggiorno in un albergo. Non ho mai visto casa sistemata più perfettamente; persino nei giorni più caldi ho sempre trovato le stanze fresche e arieggiate, e le notti mai opprimenti. Il segreto, in parte, consiste forse nel fatto che Mendrisio sorge più alto di quanto non sembri e l'albergo, situato sul pendio del colle, vi riceve tutta la brezza. (pp. 222-223)
Come tutti sanno, Locarno è una bella città. Sia l'Hotel Locarno sia l'Hotel della Corona sono buoni, ma quest'ultimo mi pare meno caro. Al castello c'è un affresco della Madonna attribuito, e credo giustamente, a Bernardino Luini, e nel cimitero fuori della città ci sono alcuni antichi affreschi della seconda metà del XV secolo molto interessanti, anche se in condizioni pietose. [...] La grande attrattiva di Locarno, comunque, è il Sacro Monte che si erge più in alto rispetto alla città. (p. 262)
Salendo lungo il cammino più ripido e scosceso, si può vedere l'orto dei frati, un piccolo paradiso con viti, alveari, cipolle, insalate, cavoli, calendole per colorare il risotto e un'aiuola di lussureggianti piante di tabacco. Tra il fogliame qua e là compare la corpulenta figura di un frate con un cappello di paglia in testa. (p. 263)
La chiesa in sé non ha nulla di notevole, ma contiene la più bella raccolta di ex voto di qualsiasi chiesa che io conosca ad eccezione di quella di Oropa; c'è anche un dipinto italiano moderno, una «Sepoltura» del Ciseri che è molto ammirata, non da me però, trattandosi di un dipinto accademico.
Molto bello è il chiostro che dà sul lago. Nel cortiletto sotto, a sua volta molto bello, c'è una cappella che raffigura l'Ultima Cena con statue dipinte in grandezza naturale come a Varallo molto commoventi e un affresco (?) nello sfondo che bisognerebbe poter esaminare bene ma la cappella è così buia che è più facile dirlo che farlo. (pp. 263-264)
Alpi e santuari – Citazioni su Alpi e santuari
Il buon pastore scende per Val Levantina e visita i santuari di Campiogna, di Primadengo, Dalpe, Prato, Rossura, Tengia, Calònico, Giòrnlco... Su e giù per greppi e per mulattiere, sempre a piedi, solo in compagnia di qualche alpigiano osserva, descrive: ogni tanto colpito dal suono di una campana o dall'accento musicale di un paesaggio butta giù quattro note per rendere i. suo stato d'animo in quel momento. Ma più spesso disegna: una balza, una chiesa, un paesello. Il libro è pieno di questi suoi schizzi a matita precisi, ariosi. Poi se gli viene a tiro un'idea geniale, ecco una bella pagina dove l'unghia del darwinista, dal capovolgitore di valori lascia qua e là segni acri e potenti. Se ne potrebbero stralciare parecchie dal volume di queste geniali conclusioni. (Carlo Linati)
Frasi da «Così muore la carne»
[...] si deve giudicare la gente non tanto da quel che fa, quanto dalle possibilità che mostra di possedere. Se uno ha fatto tanto, sia in pittura che in musica, o nei comuni affari della vita, da riuscire a persuadermi che posso fidarmi di lui in qualsiasi contingenza, quegli ha fatto abbastanza. Non è da ciò che un uomo è stato capace di dipingere su una tela, né dagli altri che, per così dire, ha dipinto sulla tela della propria vita, che io voglio giudicarlo, ma piuttosto da quelle che sono state le sue intenzioni, i suoi scopi. Se riesce a persuadermi che ha trovato nobili le cose che io reputo nobili, non chiedo altro: la sua grammatica può essere imperfetta, eppure io lo capisco, in una parola ci si intende. (cap. I; p. 6)
È molto meglio sapere troppo poco piuttosto che troppo. Chi sa troppo poco viene condannato, ma chi sa troppo odiato, non appena la gente sia obbligata a seguirlo. (cap. V; p. 21)
Per la maggior parte degli uomini è assai più facile sopportare con equanimità le disgrazie, purché capitino gradualmente, che non grandi ricchezze, raggiunte in una sola generazione. (cap. V; p. 21)
Noi sappiamo così bene che cosa facciamo e perché lo facciamo, non è vero? Ma io penso ci sia un buon nocciolo di verità nella recente teoria che sostiene che sono i pensieri meno consci e le meno azioni che più delle altre modellano la nostra vita e la vita dei nostri figli. (cap. V; p. 24)
I bambini posseggono la meravigliosa facoltà di morire o di adattarsi all'ambiente. Anche quando sono infelici – e profondamente infelici – stupisce la facilità con la quale si può loro impedire che se ne accorgano, o per lo meno che attribuiscano tale infelicità ad altre cause che non ai loro peccati. (cap. VI; p. 28)
A me pare che la giovinezza sia come la primavera, stagione troppo vantata – deliziosa quando s'abbia fortuna d'imbroccare bene, ma in realtà difficile ad incontrare e in genere memorabile più per venti maligni che per dolci brezze. (cap. VI; p. 29)
L'autunno è la più dolce stagione, e la mancanza dei fiori è più che compensata dai frutti. (cap. VI; p. 29)
È vero che in vecchiaia si vive sotto l'ombra della morte, la quale, come una spada di Damocle, può piombarci sopra ad ogni istante; ma si è già trovato tante volte che, nella vita, la paura è maggiore del male, che si è ormai diventati come la gente che vive ai piedi del Vesuvio, e si accetta il rischio senza timori eccessivi. (cap. VI; p. 29)
Se un vero amore non ha mai placido corso, quando non si miri che al matrimonio, a volte, tutto va bene. (cap. XI; p. 46)
Gli innamorati sono come l'alba e il tramonto: non c'è giorno che ne sia privo, ma è ben difficile poterli scorgere. (cap. XI; p. 49)
Se in simili casi fosse possibile tradurre le emozioni in cifre, sono sicuro che si troverebbe che si soffre assai più nelle strade che partono dalla chiesa di S. Giorgio in Hanover Square, che non nelle celle dei condannati di Newgate. In nessun'altra occasione la figlia della morte, come la chiamano gli italiani, stringe più crudelmente tra le sue cruente dita il cuore di un uomo, come durante la prima mezz'ora che egli trascorre da solo con la donna sposata, ma non mai sinceramente amata. (cap. XIII; p. 56)
Se chi si trova in una posizione difficile riesce a compiere il primo passo ragionevole che la ragione sappia indicargli, troverà sempre molto più facile compiere il secondo. (cap. XIII; p. 57)
L'opera di ogni uomo, si tratti di letteratura di musica di pittura di architettura o di qualsiasi altra arte, è sempre un autoritratto, e più uno cerca di nascondersi, più chiaramente rivela suo malgrado le proprie caratteristiche. (cap. XIV; p. 63)
[...] sarebbe stata ugualmente orripilata a sentire qualcuno che dubitava della religione cristiana o a vedere qualche altro che la metteva in pratica. (cap. XV; p. 66)
Invero penso non ci sia foglia che, ingiallendo di autunno, smetta di interessarsi della linfa e di annoiare con lunghe lamentele e rimbrotti l'albero che l'ha messa al mondo. Mi pare proprio che la natura, se ci tenesse anche poco, potrebbe compiere il suo lavoro in modo meno noioso. Perché mai dovrebbero le generazioni successive sconfinare l'una nell'altra? Perché non potremmo venire collocati, sotto forma di uova, in tante piccole celle pulite, con avvolte intorno dieci o ventimila sterline a testa, in buoni della Banca d'Inghilterra, e svegliarci poi come fa la vespa sphex, che trova papà e mamma non solo le hanno lasciato a portata di mano di che cibarsi in abbondanza, ma che sono già stati mangiati da qualche passero, prima che lei incominciasse ad aver coscienza della sua vita individuale? (cap. XVIII; pp. 81-82)
Tutti gli animali, eccetto l'uomo, sanno che il principale dovere in questa vita è di goderla, ed essi infatti la godono, quanto l'uomo e le altre circostanze permettono loro. (cap. XIX; p. 84)
Per essere utile una virtù deve, come l'oro, essere amalgamata con qualche metallo più comune e più solido. (cap. XIX; p. 86)
La gente è usa separare vizio e virtù, quasi fossero due cose che nulla hanno in comune. Ma non è così. Non c'è virtù utile che non abbia una parte di vizio; non c'è forse vizio, il quale non possegga una traccia di virtù; virtù e vizio sono come vita e morte, spirito e materia, cose che non possono esistere se non determinate dai loro opposti. (cap. XIX; p. 86)
Che il vizio rispetti la virtù è notorio; noi chiamiamo questo rispetto ipocrisia. Ma dovrebbe esserci qualche parola per indicare il rispetto che la virtù non di rado mostra, o ad ogni modo farebbe bene a mostrare per il vizio. (cap. XIX; p. 86)
Il piacere, dopo tutto, è guida più sicura che non la giustizia o il dovere. (cap. XIX; p. 87)
La principale ragione per cui la casa di un prete è generalmente infelice risiede nel fatto che il prete vive troppo spesso a casa, o vicino a casa. Il dottore passa metà del giorno a visitare gli infermi; gli avvocati e i commercianti hanno ufficio fuori di casa; ma il prete non ha uno speciale compito che gli garantisca che egli se ne starà via per molte ore e in determinati periodi. (cap. XXIV; p. 103)
Le persone intelligenti si sbarazzano di quasi tutto ciò che deve perire durante la loro stessa vita. Un uomo di trentacinque anni non dovrebbe rimpiangere di non aver avuto un'infanzia felice, più di quanto non rimpianga di non essere nato principe reale. Sarebbe forse più felice se avesse avuto un'infanzia fortunata, ma, per quanto ne può sapere lui, se l'avesse avuta, sarebbe potuta capitargli qualche disgrazia, che l'avrebbe ucciso molto tempo prima. (cap. XXIV; p. 104)
A me sembra che quelli che sono felici in questo mondo siano in genere migliori e più amabili degli infelici; e così, nel caso di una Resurrezione e Giudizio Universale, è assai probabile che essi appunto saranno stimati degni di un posto nel Paradiso. (cap. XXVI; p. 109)
Tutti si aspettano che il prete sia una specie di domenica umana. Egli non può fare ciò che sarebbe peccato veniale per a gente da giorno feriale. Viene infatti pagato perché conduca una vita più austera degli altri, è questa la sua raison d'être, e se i parrocchiani vedono che egli si comporta in tal modo, approvano perché possono ritenerlo il loro contributo a ciò che considerano una vita santa. È per questo che il prete viene spesso chiamato «vicario», dovendo la sua pietà far le veci della pietà delle sue pecorelle. (cap. XXVI; p. 110)
[...] un ecclesiastico non può quasi mai permettersi di guardare le cose come sono in realtà. La sua professione lo obbliga a sostenere un partito; gli è dunque impossibile esaminare senza preconcetti il parere opposto. (cap. XXVI; p. 110)
In questo mondo ci sono due classi di persone: quelle che peccano e quelle contro cui si pecca. Se si deve appartenere ad una delle due classi, molto meglio la prima che non la seconda. (cap. XXVI; p. 111)
È possibile fare del bene a qualcuno, quando si eccettui nominarlo erede universale e morire subito dopo? Non deve forse ciascuno occuparsi della propria felicità, e il mondo non andrebbe meglio se ognuno pensasse ai propri affari e lasciasse che gli altri pensassero ai loro? (cap. XXXIII; p. 137)
La vita non è una corsa all'asino, dove ognuno corre sull'asino del vicino ed è l'ultimo arrivato quello che vince; [...]. (cap. XXXIII; p. 137)
Nessun ragazzo può resistere, quando gli venga offerto un buon pranzo da una donna gentile e ancor bella. Sotto questo aspetto i ragazzi sono assai simili a dei cagnolini: getta loro un osso ed essi diventano subito amici. (cap. XXXIII; p. 140)
Il vantaggio di incaricarsi dei propri complimenti è che si possono sempre avere della forma e qualità che si desidera. (cap. XXXIV; p. 144)
[...] il bugiardo migliore è quello che sa tirare il maggior partito dalla più piccola menzogna, che se ne serve con molta cautela, e non la spreca quando non ve n'è bisogno. (cap. XXXIX; p. 167)
È abbastanza difficile sapere se si è felici o infelici nel presente; molto più difficile paragonare la relativa felicità o infelicità nei diversi periodi della propria vita. Il maggior grado di approssimazione cui si possa giungere è di dire che si è abbastanza felici, quando non si è obbligati ad ammettere che si è infelici. (cap. XLV; p. 194)
Tutte le signorine sono o molto belle, o molto intelligenti, o molto dolci; possono scegliere la categoria che preferiscono, ma di qui non si scappa: una di queste tre la devono scegliere. (cap. XLVIII; p. 212)
In tutta la Bibbia non c'è una parola che proibisca il tabacco. È ben vero che allora non era stato ancora scoperto, e che forse era stato risparmiato per nessuna altra causa se non per quella. Perché, mentre possiamo immaginare San Paolo e persino Nostro Signore che bevono una tazza di tè, impossibile immaginarli che fumano la sigaretta o la pipa. (cap. L; pp. 223-4)
Ma ad Ernesto pareva che la religione non fosse compatibile con le mezze misure o anche solo con i compromessi. (cap. LI; pp. 227-228)
Gli embrioni, ad ogni fase dello sviluppo, pensano d'aver raggiunto la sola condizione che veramente si addica loro. Questa, pensano, deve certo essere l'ultima metamorfosi, tanto più che per porvi fine si dovrebbe ricevere una scossa così forte che nulla potrebbe sopravvivere. Ogni cambiamento è una scossa: ogni scossa in sé una morte. E ciò che noi chiamiamo morte non è altro che una scossa abbastanza forte da distruggere il passato e il presente come affini tra loro. In altre parole, la morte non è che la constatazione che la differenza tra il passato e il presente è maggiore della somiglianza, sì che non è più possibile chiamare la seconda fase una continuazione della prima e ci costa meno fatica crederla qualcosa che decidiamo di considerare nuova. (cap. LIII; p. 236)
Un uomo può sopportare l'annunzio che deve subire una grave operazione chirurgica, o che ha una malattia che tra poco lo ucciderà, o che rimarrà invalido o cieco per il resto della vita. Per quanto tremende queste notizie, pure non sembra che atterriscano il maggior numero degli uomini, ed anzi molti vanno abbastanza tranquilli persino al patibolo. Ma anche i più forti tremano per la rovina finanziaria, e quanto migliori essi sono, più completo in genere è il loro collasso. Infatti il risultato più frequente dei rovesci finanziari è il suicidio, a cui ben di rado si ricorre per sofferenze fisiche. (cap. LXVI; p. 289)
Ci sono orfanotrofi [...] per i bambini che hanno perduto i genitori. Perché, oh perché, non ci sono rifugi per gli adulti che non li hanno ancora perduti? (cap. LXVII; p. 296)
Una rosa cessa forse d'essere una rosa, perché ignora il proprio nome? (cap. LXVIII; p. 297)
Col lento passare dei giorni giunse a capire che il Cristianesimo e la negazione del Cristianesimo dopo tutto si equivalevano, come spesso fanno gli opposti. Il dissidio era tra i nomi, non tra l'essenza delle cose: in realtà la Chiesa Cattolica, la Chiesa Anglicana e il libero pensiero hanno gli stessi ideali e si incontrano sul terreno dell'educazione: il più perfetto santo è la persona meglio educata. Poi giunse a capire quanto poco importasse la fede professata, fosse religione, fosse irreligione, purché la si seguisse con caritevole con caritatevole incoerenza, senza voler giungere ad assurde conclusioni. Il pericolo risiede nell'intransigenza con cui si segue un dogma; non nel dogma o nella sua mancanza. (cap. LXVIII; p. 300)
Durante tutta la nostra vita, ogni giorno, ogni ora, siamo sempre impegnati in questo processo di accomodare la nostra personalità mutata o immutata agli elementi mutati o immutati dell'ambiente. La vita infatti non consiste in altro se non in questo processo di accomodamento: quando non lo copiamo bene siamo stupidi, quando non lo compiamo affatto pazzi, quando lo sospendiamo temporaneamente addormentati, quando vi rinunziamo del tutto morti. In una vita quieta, priva di eventi, i cambiamenti interni ed esterni sono così insignificanti che il processo di fusione e messa a fuoco non costa quasi sforzo alcuno; in altre vite si deve compiere un grande sforzo ma si giunge anche a brillanti risultati; infine in altre un grande sforzo non viene seguito che da risultati insignificanti. Una vita sarà più o meno riuscita a seconda che la facoltà di accomodamento è uguale o inferiore allo sforzo richiesto per fondere ed accordare cambiamento interno ed esterno. (cap. LXIX; p. 305)
Alcuni sono così fortunati da incontrare pochi ostacoli; altri così abili da riuscire a superarli; ma nella maggior parte dei casi la gente per salvarsi, deve passare attraverso la prova del fuoco. (cap. LXXII; p. 320)
Una casa vuota è come un cane randagio o un cadavere. La corruzione subito vi si infiltra da ogni parte, e ciò che la muffa e il vento e le intemperie risparmiano, vien distrutto dai monelli della strada. (cap. LXXII; p. 320)
Le amicizie di un uomo, come il testamento, sono infirmate non solo dal suo matrimonio, ma anche da quello dei suoi amici. (cap. LXXV; p. 337)
Uno sbalzo troppo violento dalla cattiva alla buona fortuna è dannoso quanto uno sbalzo dalla buona alla cattiva; inoltre la povertà è una condizione molto pericolosa, uno stato di vita quasi embrionale, attraverso il quale è meglio passare se si vogliono mantenere sicuramente gli ulteriori sviluppi, ma che, come il morbillo o la scarlattina, è meglio avere in forma benigna e guarire il più presto possibile. (cap. LXXVIII; pp. 348-9)
Un giorno gli feci notare come la misera ricompensa concessa da Dio a quanti si dedicano alle ricerche più serie, dovrebbe provare a sufficienza che egli le disapprova, o almeno le tiene in così scarso conto da non volerle incoraggiare.
Mi rispose: – Oh, non parlare di ricompense. Milton per il Paradiso Perduto ha ricevuto cinque sterline.
– Cinque sterline di troppo, – replicai subito. – Io stesso gliene avrei dato il doppio, perché non l'avesse mai scritto. (cap. LXXXI; p. 364)
Io sono un Ismaele, per istinto come per circostanze, ma se non frequento la società sarò meno vulnerabile di quanto non lo sia in genere un Ismaele. Il momento in cui un uomo va in società, si trova esposto da ogni lato. (cap. LXXXIV; p. 389)
Quando si passa nella chiave di do diesis [...] ci si trova come una signora che viaggi da sola sulla metropolitana, e si accorge tutto ad un tratto di essere a Shepherd's Bush senza sapere con precisione dove vuole andare. (cap. LXXXV; p. 408)
Dicono di «Così muore la carne»
Il libro di Samuel Butler si può classificare fra i Bildungsroman, in quanto segue la formazione di una coscienza individuale; ma in realtà la maturazione del personaggio consiste soprattutto nella sua emancipazione dalla tirannide paterna, attraverso tappe lente e strazianti. Ma a rendere straordinario il romanzo di Butler nel panorama vittoriano più ancora dei motivati sberleffi contro certe idee correnti, ai quali va certo attribuita la mancata pubblicazione, è l'ampiezza del tentativo operato dall'autore onde capire i perché. Verso la fine del racconto, quando scopre incrinata la propria fede nel cristianesimo, Ernest si mette a cercare altre spiegazioni, e desiste solo dopo essersi reso conto che perfino Euclide, l'uomo più logico mai esistito, ebbe bisogno di porre dei postulati non dimostrabili. (Masolino D'Amico)
La realtà che il Butler descrive è apparsa così esosa e gretta che due aspre critiche si sono appuntate contro di lui. La prima riguarda l'uomo e si è chiesto con , ed anche con sdegnò, come un. figlio abbia potuto, dopo aver offeso i sentimenti religiosi del padre e di tutta la parentela ed aver tradito tutto quello che essi si attendevano da lui, divertirsi a farne una beffa oltraggiosa e spietata. La seconda critica riguarda l'artista, di cui si sono negati i meriti, appunto per la soverchia rispondenza del suo racconto alla realtà. Butler – si è detto – non ha fatto che copiare e fotografare dal vero e i suoi meriti di romanziere non esistono. A questa seconda accusa ha ben risposto anche recentemente Orlo Williams, dimostrando come il Butler, anche copiando dal vero, abbia rivissuto la realtà e tratto dal suo genio il fuoco necessario a fonderla e a riplasmarla. Quanto alla prima accusa, essa è ancora e sarà per molto tempo argomento di aspre polemiche, ma chi comprende l'importanza della requisitoria antifamiliare del Butler e ne sente tutto il valore d'arte sarà sempre pronto ad ammettere che il grande scrittore si è assolto magnificamente della colpa dell'uomo. (Aldo Sorani)
Samuel Butler fu uno scrittore assai originale, con lampi ed estri di genio alternati a qualche incoerenza. Lo riconobbe egli stesso, come dimostra la descrizione dell'attività letteraria del suo Ernest: brillante a tratti, con puntigli e idiosincrasie, tale da incuriosire i lettori e, spesso, da respingerli, mettendoli vagamente a disagio con l'episodico affiorare di una punta di follia. Ma almeno in Così muore la carne, Butler raggiunse la grandezza. Pochi altri libri riescono a trasmettere il senso di un'epoca, di un'atmosfera, con un paragonabile impasto di passione personale e di distacco obbiettivo, di sarcasmo e di penetrazione psicologica. (Masolino D'Amico)
Frasi da «Così muore la carne»
Certo non conosciamo altra opera che più di questa al tempo in cui nacque, e nell'aura decorosa e pudibonda dell'ottimismo vittoriano essa ci appare il primo importante e coraggioso annunzio della reazione successiva. Infatti lo Shaw – che di quella reazione doveva essere uno degli esponenti maggiori – non tardò a richiamarsi al Butler e a proclamarlo il suo maggiore maestro inglese.
Composto secondo i modi di una velata autobiografia – tanto più aderente e precisa in quanto la libertà della finzione romanzesca permette di adeguare le vicende esterne all'intimo svolgersi dei motivi e di essere sempre a fuoco – il libro narra la storia di Ernesto Pontifex, o se vogliamo di Samuel Butler, che nato in un ambiente cui la sua natura per istinto, attraverso lunghi e dolorosi errori, deve aprirsi un varco verso la vera vita, che il cuore confusamente gli promette, ma che egli ignora a tal punto da giungere, in certi attimi di scoramento, a dubitare che esista.
Ma per indicare tutti i motivi che rendono importante questo libro dobbiamo uscire dal campo strettamente letterario. In esso infatti troviamo tracciata una storia di alcune delle principali ideologie inglesi dell'ottocento e – cosa anche più importante – fissato con grande chiarezza quello che fu tra i motivi fondamentali della vita ottocentesca: la ricerca continua e sovente affannosa di una fede, in grado di sostituire la religione tradizionale che rapidamente si ritirava, lasciando allo scoperto zone sempre più vaste della società, e di conseguenza l'ingenua fiducia accordata a ogni nuova teoria, la quale non tardava ad abbandonare i precisi limiti scientifici per confondersi in un alone religioso – fenomeno questo che può oggi spiegare la rapida fortuna e l'ancor più rapida decadenza di tante di quelle teorie.
Frasi da «Erewhon»
Conducevo una vita monotona, ma molto sana; e quando uno sta bene non si cura gran che del resto. (cap. I, p. 6)
Ora, nel ricordarlo, provo un piacere immenso: ma in quel momento non ci facevo caso. Quando siamo felici non ne abbiamo quasi mai coscienza. E in un certo senso questo è un male, ma è anche un bene: perché se l'avessimo, dovremmo forse essere più coscienti della nostra infelicità; e spesso ho pensato che noi siamo egualmente ignari dell'uno come dell'altro stato. Chi ha scritto «O fortunatos nimium sua si bona nôrint agricolas,» avrebbe potuto scrivere altrettanto giustamente, «O infortunatos nimium sua si mala nôrint»; e non pochi di noi trovano una difesa contro il dolore più vivo proprio nella incapacità di vedere ciò che hanno fatto, ciò che stanno soffrendo; e ciò che veramente sono. Si deve essere grati allo specchio perché ci rivela solo la nostra apparenza. (cap. III, p. 16)
Le esplorazioni sono stupende prima di farle e dopo averle fatte, ma tutt'altro che comode mentre si fanno. A meno che non siano talmente facili che non possano neanche chiamarsi tali. (cap. IV, p. 27)
Appena rimasi solo, cercai di riflettere sulle parole del mio insegnante, ma non riuscii a trarne alcuna conclusione, se non che rilevavano una perversità morale maggiore di quanto avessi mai potuto pensare. E questo mi affliggeva, perché non tollero di aver rapporti stretti con gente che non la pensa come me. (cap. IX, p. 62)
Alcuni dei miei visitatori avevano ricevuto un'ottima educazione nelle Scuole dell'Irragionevolezza, e ottenuto i massimi diplomi in ipotetica, che è la base dei loro studi. (cap. IX, p. 65)
Chi ha un minimo di rispetto per se stesso non stringe mai un rapporto di amicizia alla pari con chi ha meno fortuna di lui per nascita, salute, denaro, bellezza, e così via. Non è naturale, ma addirittura auspicabile, per qualsiasi tipo di società umana o animale, che chi ha fortuna provi ripugnanza e persino disgusto per gli infelici, o comunque per le vittime di sciagure eccezionali e particolarmente gravi. (cap. X, p. 73)
Perché la proprietà è un furto; ma, quand'è così, siamo tutti ladri, di fatto o nelle interazioni, e abbiamo perciò ritenuto necessario organizzare i nostri furti come abbiamo organizzato la nostra lussuria e il nostro sistema vendicativo. Proprietà, matrimonio, legge; la regola e le convenzioni sono per l'istinto come il letto per un fiume; e guai a colui che indebolisce gli argini mentre l'acqua del fiume scorre. (cap. XII, p. 90)
Ma l'argomento principale dei progressisti è di natura economica, in quanto sanno che facendo appello alle tasche invece che al cervello dei cittadini raggiungeranno prima il loro scopo: perché nelle tasche, di solito, la gente ha qualcosa di suo, mentre nel cervello ha più che altro roba presa in prestito o rubata. (cap. XII, p. 95)
È qui che quasi tutte le religioni errano. I loro preti vogliono farci credere di conoscere il mondo invisibile più di quanto possa mai conoscerlo chi è ancora accecato dal visibile, dimenticando che, se negare l'esistenza di un regno invisibile è male, ancora peggio è fingere di sapere qualcosa di più del mero fatto che esiste. (cap. XV, pp. 118-119)
Ma non cedetti subito; i suoi argomenti per persuadermi mi davano un piacere troppo vivo perché ci rinunciassi arrendendomi al primo assalto. (cap. XVI, p. 123)
Un tratto distintivo della gente di Erewhon è che quando si dice assolutamente sicura di qualcosa, e dichiara che tale certezza è la base su cui deve costruire la propria vita, di rado ci crede sul serio. Se fiuta odor di marcio nella struttura delle sue amate istituzioni, si tappa, finché può, il naso. (cap. XVIII, p. 135)
Strano fato dell'uomo! Muore se riesce ad afferrare ciò che è costretto a inseguire per non perire. Se non lo insegue è simile ai bruti, se lo afferra è più infelice delle creature infernali. (cap. XIX, p. 141)
«Nascere» gli dicono «è un crimine, un delitto capitale; e una volta che lo hai commesso puoi aspettarti da un momento all'altro la condanna a morte. Potrai magari riuscire a vivere settanta, ottant'anni. Ma che cosa sono di fronte all'eternità di cui godi adesso? E persino se la condanna venisse commutata, e ti fosse concesso di vivere in eterno, col tempo proveresti una così atroce stanchezza della vita che l'esecuzione capitale ti parrebbe la suprema clemenza.» (cap. XIX, p. 143)
È penoso per l'anatroccolo essere stato covato da una gallina; ma non è forse penoso anche per la gallina aver covato l'anatroccolo? (cap. XIX, p. 144)
Nessun erewhoniano crede che il mondo sia nero come lo dipingono; ma questa è proprio una delle loro caratteristiche: spessissimo, a parole, sostengono a spada tratta cose che, in fondo, non credono e non pensano affatto. (cap. XX, p. 148)
[...] il mestiere lo si può apprendere solo nella bottega di colui che, con quel mestiere, si guadagna il pane. (cap. XX, p. 152)
Si dice che l'amore per il denaro è la radice di tutti i mali. Ma altrettanto si può dire della mancanza di denaro. (cap. XX, p. 153)
[...] il limite tra gioventù e vecchiaia dovrebbe essere posto a trentacinque anni; [...]. (cap. XX, p. 154)
(cap. XXI, pp. 159-160)
Nessuno è tanto sano da non soffrire di qualche disturbetto da qualche parte, e nessuno è tanto malato da non avere qualche organo che funziona. (cap. XXII, p. 163)
Dissi che secondo me le idee originali dovevano essere incoraggiate, ma dovetti rimangiarmi subito le parole, perché evidentemente, per loro, il genio era come uno scandalo: è inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per il quale lo scandalo avviene. Ogni uomo, sostengono, ha il dovere di pensare come il suo vicino; e il cielo lo aiuti, se ha la disgrazia di considerare buono ciò che agli altri sembra cattivo. A dire il vero questa teoria erewhoniana non è molto diversa dalla nostra, se si pensa che anche la nostra parola «idiota» significa semplicemente una persona che pensa a modo suo. (cap. XXII, p. 163)
«Il nostro dovere» mi disse «non è quello di aiutare gli studenti a pensare con la loro testa. Questa è, anzi, l'ultima cosa che gli si deve insegnare se si vuole il loro bene Dobbiamo fare in modo che pensino come noi o, comunque, come ci sembra utile dire che pensiamo.» (cap. XXII, pp. 163-164)
Tuttavia, non potevo fare a meno di pensare che alcuni di loro erano stati per così lungo tempo immersi nello studio dell'ipotetica da essere diventati l'antitesi vera e propria degli Ateniesi al tempo di san Paolo. E difatti gli Ateniesi volevano vedere e sentire soltanto cose nuove, quei professori cercavano accuratamente di evitare ogni idea che non conoscessero già, e consideravano il loro cervello come una specie il santuario dove, una volta introdottasi un'idea, nessun'altra doveva cercare di spodestarla. (cap. XXII, p. 168)
Non ci riesce facile simpatizzare con le emozioni di una patata o con quelle di un'ostrica, perché la patata non fa chiasso quando la lessano, come non fa chiasso l'ostrica quando viene aperta: mentre nulla per noi è più eloquente del chiasso; ne facciamo tanto sulle nostre sofferenze! E siccome ostriche e patate non ci infastidiscono con manifestazioni di dolore, pretendiamo che non sentano nulla. Ed effettivamente non sentono nulla dal punto di vista del genere umano: ma il genere umano non è tutto. (cap. XXIII, p. 175)
«Se poi qualcuno obietta che l'azione della patata è soltanto chimica e meccanica, e dovuta agli effetti chimici e meccanici della luce e del calore, bisognerebbe chiedere, per tutta risposta, se ogni sensazione non è forse un processo chimico e meccanico; se le cose che noi riteniamo puramente spirituali non sono forse mutamenti di equilibrio in una serie infinita di leve, a partire da quelle troppo piccole per essere visibili al microscopio fino ad arrivare al braccio dell'uomo e agli strumenti di cui si serve. Chi ci dice che non esista un movimento molecolare del pensiero da cui si può dedurre una teoria dinamica delle passioni? In altre parole, non dovremmo chiederci di quali specie di leve è composto un uomo invece di domandarci quale sia il suo carattere? In quale equilibrio sono quelle leve? Quanto di questo e di quello ci vorrà per farle funzionare e spingerle a fare così e così?» (cap. XXIII, pp. 175-176)
"Il silenzio," ha detto uno scrittore "è una virtù che ci rende graditi ai nostri simili." (cap. XXIII, p. 178)
[...] le macchine servono l'uomo solo a patto di essere servite, e pongono loro stesse le condizioni di questo mutuo accordo. [...] Quanti uomini vivono oggi in stato di schiavitù rispetto alle macchine? Quanti trascorrono l'intera vita, dalla culla alla tomba, a curare notte e giorno le macchine? Pensate al numero sempre crescente di uomini che esse hanno reso schiavi, o che si dedicano anima e corpo al progresso del regno meccanico: non è evidente che le macchine stanno prendendo il sopravvento su di noi? (cap. XXIV, p. 182)
Non ci sono forse più uomini impegnati a curare le macchine che a curare i propri simili? Le macchine non mangiano forse perché servite dall'uomo? (cap. XXIV, p. 183)
«L'uomo è il risultato e la manifestazione di tutte le forze che hanno agito su di lui, prima o dopo la nascita. In ogni istante, la sua azione dipende unicamente dalla sua costituzione, e dall'intensità e direzione delle varie influenze a cui è stato soggetto. Alcune di tali influenze si neutralizzano indubbiamente a vicenda; ma l'uomo agirà secondo la sua natura, e secondo le influenze che ha subito in passato e che subisce nel presente dall'esterno, con la regolarità e la ineluttabilità di una macchina.»
«In genere, ci rifiutiamo di ammetterlo perché non conosciamo a fondo né la natura degli individui né l'insieme delle forze che agiscono su di essi. Ne vediamo solo una parte, ed essendo incapaci di inquadrare, se non in modo approssimativo, la condotta umana, neghiamo che essa sia soggetta a leggi fisse, e attribuiamo in massima parte la personalità e le azioni dell'uomo al caso, alla sorte, o al destino. Ma queste sono solo parole per nascondere la nostra ignoranza; e basterebbe riflettere un poco per capire il più audace volo dell'immaginazione, o il ragionamento più sottile, è un accadimento necessario, e l'unico accadimento possibile nel momento in cui accade, come la caduta della foglia morta, quando il vento la stacca dal ramo.» (cap. XXV, pp. 190-191)
E non peccheremmo di completa follia se rifiutassimo i vantaggi che non possiamo ottenere altrimenti, solo perché di quei vantaggi altri profitteranno più di noi? (cap. XXV, p. 197)
Fortunatamente il buon senso, che pure è per natura la più mite delle creature viventi, quando si sente il coltello alla gola è capace di rivelare una insospettata forza di resistenza e di mandare al diavolo tutti gli eruditi, anche quando pareva già legato mani e piedi in loro potere. (cap. XXVI, p. 202)
La base su cui egli decise doversi unicamente fondare il dovere era tale, come è ovvio, da non lasciar posto a molti degli antichi usi del paese. Quegli usi, sosteneva, erano tutti sbagliati: e non appena qualcuno si azzardava ad avere opinioni diverse, il vecchio signore si appellava al potere invisibile, con cui lui solo era in comunicazione diretta, e invariabilmente il potere invisibile gli dava ragione. (cap. XXVI, p. 203)
«Le piante» diceva «in apparenza non si interessano affatto delle cose umane. Non riusciremo mai a far capire a una rosa che sette per cinque fa trentacinque, ed è perfettamente vano parlare a una quercia delle oscillazioni dei prezzi del mercato. Ne deduciamo che la quercia e la rosa mancano di intelligenza, e siccome non capiscono le nostre faccende pensiamo che non capiscano nemmeno le loro. Ma che cosa può sapere dell'intelligenza chi parla cosi? Chi dà prova di maggior intelligenza: lui, o la quercia e la rosa?» (cap. XXVII, p. 212)
Ma il desiderio di credere che qualche individuo sappia veramente quanto dice di sapere, e possa così risparmiarci la pena di pensare con la nostra testa, è talmente radicato nel cuore umano, che ben presto fanatici e sedicenti filosofi divennero più potenti che mai, e riuscirono a poco a poco a inculcare nei loro concittadini tutte le assurde teorie sulla vita descritte nei capitoli precedenti. (cap. XXVII, p. 218)
Dicono di «Erewhon»
Erewhon, ritenuto oggi il miglior libro satirico del suo genere dopo I viaggi di Gulliver, quando venne offerto dall'autore agli editori Chapman e Hall venne rifiutato su parere, nientemeno, che di George Meredith e Butler dové, se lo volle pubblicare, risolversi a farlo stampare a proprie spese, sotto il velo dell'anonimo, e se il libro alla prima edizione ebbe un corto esito, questo fu dovuto semplicemente al fatto che fu ritenuto opera di Lord Lytton. Quando si venne a conoscere il nome del vero autore, la vendita del volume diminuì del novanta per cento. (Aldo Sorani)
Non c'è dubbio che Butler, parlando di «linguaggio ipotetico», intendesse in realtà riferirsi al latino, la lingua che suo padre gli aveva insegnato a quattro anni con l'aiuto di una bacchetta. Il tono è ironico, e sicuramente Butler avrebbe preferito che «gli abitanti di Erewhon» dedicassero gli anni migliori dei loro ragazzi non al «linguaggio ipotetico» ma a qualcosa di più consistente. Facile immaginare infine quale fosse l'opinione dell'autore riguardo all'opportunità di «pagare stipendi», e per tutta la vita, a coloro che «che abbiano raggiunto un considerevole livello» nello studio del linguaggio ipotetico: come nel caso del dr. Kennedy di Shrewsbury. A volte, però, l'odio è miglior consigliere dell'amore. Ecco perché invitiamo il lettore a non prendere sotto gamba questa invenzione metaforica di Butler: i classici come «hypothetics», i classici come un modo per aprire gli occhi del ragazzo su tutte le possibilità che si possono incontrare nell'universo, anche quelle che non si vedono qui e ora. A nostro parere, infatti, Butler, odiando, ci aveva indovinato. (Maurizio Bettini)
Tuttavia quello che rimane, forse, il meglio di Erewhon, cioè lo spirito, la grazia, l'impertinenza soave, l'acutezza dissimulata: questo e altro, come la passione per il nonsense, per le assurdità infantili, vennero a Butler dalla società di cui si faceva beffe, dalla morale della nursery e del sermone domenicale, dei coupons e del ballo Excelsior. Alcune verità annunciate nei due Erewhon suonano diversissime da altre che, in quel torno di tempo, bandiva Nietzsche; sebbene, a considerarle da vicino, vengano a significare lo stesso. (Giorgio Zampa)
Frasi da «Erewhon»
Ma il risveglio dell'io butleriano si pone immediatamente in termini diversi: le creature che gli appaiono, superato il confine dell'irrazionale, non sono né più alte né più basse, né più storte né più diritte di tutti i comuni mortali. Somigliano agli individui di una qualunque razza mediterranea: agli Italiani più belli, per esser precisi. Ed è proprio questa la sostanza della prima meraviglia. Nessuna deformazione, né nelle persone né nelle cose. Il clima è temperato, il paesaggio tranquillo. Il primo villaggio appare più o meno come doveva apparire un qualsiasi villaggio europeo di qualche secolo fa.
Perché, in Erewhon, la virtù è la salute, la malattia il crimine. La ricchezza premiata. La miseria punita. Si pratica una selezione cosciente, imperturbabile, ragionata. Il risultato, indubbiamente positivo, è che i poveri e i malati sono pochi, e anche quei pochi non si fanno vedere in giro e non guastano il sacrosanto piacere della vita. Nelle scuole, invece delle idee chiare e distinte, si insegnano la nebulosità e l'ipotetica.
L'io, dunque, è approdato in un rovesciamento assoluto, in un paradossale capovolgimento. Sempre, per muovere al riso, sia sul piano dell'eleganza scettica e dello humour, sia su quello del comico automatico o buffonesco, nel giuoco astratto della marionetta, come nell'assalto della satira e dell'insulto a oltranza, si è ricorsi al paradosso e al rovesciamento. Ma il paradosso, questa suprema forma di snobismo, questo salto che porta a vedere le cose da un punto di vista eccezionale ed eccessivo, questa sfida all'oggetto guardato, è suscitato dall'occasione, e, in genere, valido entro l'occasione. Non ha finalità se non in se stesso e nel contraccolpo che intende dare. Non presuppone né continuità né consequenzialità.
Il buon porto – Citazioni
Fece allora ulteriori domande e scoprì che dei quindici bambini nella sua classe solo cinque erano stati battezzati e anche che non era possibile notare alcuna differenza nella disposizione o nella condotta tra i bambini rigenerati e quelli non rigenerati. I bambini buoni e i bambini cattivi erano distribuiti in proporzioni uguali in relazione al numero di bambini battezzati e non battezzati. Nonostante il suo carattere naturale avesse una certa disposizione all'impetuosità, John aveva anche una mente concreta ed empirica; per questo motivo fece un controllo dell'intera scuola, che conteneva circa cento ragazzi, e venne a sapere chi fosse battezzato e chi no. La maggioranza non lo erano stati, tuttavia l'inclinazione verso il bene o il male era così distribuita da precludere qualsiasi possibilità di asserire che i bambini battezzati fossero migliori di quelli non battezzati. (parte I, cap. 1; p. 32)
Sembrava impossibile che una mente così attiva dovesse aver percorso così tanta strada per poi tornare alla stessa posizione da cui era partita. (parte I, cap. 2; p. 37)
Nessun cambio è buono a meno che non sia stato necessariamente richiesto. Neppure la Riforma fu cosa buona, ma lo è adesso e l'accetto come accetto qualsiasi cosa che pur non essendo fondamentale ha ottenuto l'approvazione di molte generazioni dei miei concittadini. Non cercherei di annullare la Riforma più di quanto l'avrei supportata nel secolo sedicesimo. Che si lasci crescere fino alla raccolta ciò che è storico, non storico e dubbioso. Quando avrà perso la sua vitalità ciò che non è vitale perirà e diventerà marcio senza che nessuno se ne accorga; continuerà a vivere fino a che avrà vita. (parte I, cap. 2; p. 48)
È un vero imbroglio, furto, fraudolenza o che altro il fatto che un uomo menta agli altri nella speranza di ottenere qualcosa di considerevole, ma si tratta di una offesa comprensibile in confronto al permettere a se stessi di essere ingannati. È esattamente come lasciare che altri che ci arrechino noia: l'uomo che si lascia annoiare merita più disprezzo dell'uomo che annoia. L'uomo che tollera dei quadri scadenti, della musica scadente, della moralità scadente e della compagnia scandente è più spregevole di colui che è l'agente primario di qualsiasi di queste cose. Ha infatti meno da guadagnare e quindi probabilmente inganna se stesso di più, così che commette un crimine maggiore per una ricompensa inferiore. (parte I, cap. 3; p. 54)
Possiamo perdonare a un uomo quasi ogni falsità purché ci si accorga che era spinto da una forte tentazione e che sapeva di stare ingannando: ha fatto del male, certo, ma lo possiamo comprendere e forse potrebbe essere ancora utile. Ma cosa possiamo provare nei confronti di una persona che mente anche a se stessa per un futile motivo e che non sa di star mentendo? Una cosa del genere deve essere fatta di un inutile tronco marcio di fico che cade in tutte le direzioni quando ci si avvicina. Il comune autoingannatore della società moderna è un soggetto più pericoloso e spregevole di qualsiasi altro comune criminale; è una questione su cui coloro che non si autoingannano non hanno bisogno di far chiarezza. (parte I, cap. 3; p. 55)
Nessuna di voi ha mai visto un cane rabbioso abbaiare e mordere la sua catena come se volesse divorarvi, per poi essere ammansito e smettere di abbaiare una volta che vi siate avvicinate coraggiosamente e gli abbiate detto di stare tranquillo? Questo è il carattere della miscredenza: ama minacciare coloro che battono in ritirata, eppure scappa atterrita da coloro che l'affrontano con forza. (parte II, cap. 1; p. 81)
Cos'è che ha reso il nome di Strauss così terribile alle orecchie degli Ecclesiastici Inglesi? Nulla di certo se non l'inquietante silenzio che è stato mantenuto nei suoi riguardi in tutte le parti della nostra Chiesa. Perché, in fondo, cosa può dire o fare Strauss contro tutti i miracoli se risulta essere impotente contro la Resurrezione? Può produrre frasi che sembrano plausibili, ma non è una grande impresa. Può mostrarci come ci sia qualsiasi improbabilità a priori nel fatto che i miracoli fossero stati eseguiti da una persona che era nata e poi risorta? Se un uomo fece così è allora poca cosa che sapesse camminare sulle acque e comandare i venti. Ma se non c'è alcuna difficoltà a priori in relazione a questi miracoli, allora ne esistono altre. (parte II, cap. 5; p. 121)
Quale dovrebbe quindi essere la legittima conclusione? Di certo che non abbiamo prove della morte di Cristo sulla Croce, o in altre parola che non abbiamo prova dal fatto che fosse morto! Uniamo ciò alle note sulla Resurrezione che abbiamo visto più sopra e ci sentiremo come se fossimo nelle mani di qualche miscredente Gesuitico che stesse cercando di indebolire la nostra fede nelle nostre più preziose convinzioni facendo finta di starle difendendo piuttosto che nelle mani di una persona che è quasi impossibile sospettare di un progetto del genere. Cosa dovremmo dire se avessimo trovato Newton, Adam Smith o Darwin argomentare così a favore delle loro opinioni? Cosa dovremmo pensare di qualsiasi causa scientifica perorata in questo modo? Saremmo ben consci del fatto che è già persa. E tuttavia i nostri migliori teologi devono essere applauditi ed elevati per accondiscendere a una strategia così disonesta che verrebbe disprezzata anche da un avvocato malfamato in quanto troppo ovviamente superficiale da poter esserci di anche il più minimo uso. (parte II, cap. 6; pp. 144-5)
O il Cristianesimo è la verità della verità (quella che in questo mondo dovrebbe soggiogare tutte le altre nei pensieri degli uomini e comparata alla quale tutte le altre verità sono insignificanti tranne per il fatto che si raggruppano intorno a lei) oppure al massimo è un errore che dovrebbe essere messo a posto il prima possibile. Non c'è via di mezzo. O Gesù Cristo fu il Figlio di Dio oppure non lo fu. Se lo fu, allora il grande Padre ci proibisce di imbrogliare al fine di provarlo; ci proibisce di mercanteggiare per un centimetro in più o in meno di ferita e di discutere sulla radice νυγ nella parola greca ενυξε. Meglio ammettere che la morte di Cristo deve rimanere per sempre materia di dubbio, nel caso ci venga richiesto un sacrificio così grande, piuttosto che anche solo avvicinarci a una menzogna solo per il fine di rendere doppiamente sicura una certezza. Nessuna mente onesta può dubitare che la causa di Cristo sia servita molto meglio dall'esporre un argomento insufficiente piuttosto che sorvolarci sopra in silenzio, o altrimenti che la causa di Cristo sia da essere attaccata e non da essere difesa. (parte II, cap. 6; p. 146)
Il buon porto – Citazioni su Il buon porto
È stato spesso supposto che l'elaborato corredo di mistificazione che Butler usò in Il buon porto fosse stato deliberatamente costruito al fine di farsi beffe del pubblico. Non credo che sia andata così. Sono convinto che Butler avesse creato un'intelaiatura ironica per i suoi argomenti semplicemente per renderli più efficaci di quanto lo furono quando vennero esposti senza fronzoli nel pamphlet del 1865. (R. A. Streatfield)
Il buon porto non mi ha arrecato alcun danno sociale di cui io sia mai venuto a conoscenza. Potevo attaccare il Cristianesimo tanto quanto volessi e a nessuno importava un fico secco; ma quando attaccai Darwin fu una questione differente. Per molti anni Evolution, Old and New e Unconscious Memory provocarono una rovina alle mie prospettive letterarie. Solo ora sto iniziando a riemergere dal danno letterario e socievole che quei due libri perfettamente giusti mi hanno inflitto. Oserei dire che abbondano di piccole manchevolezze di gusto, ma sono più che contento di averli scritti. (Samuel Butler)
La richiesta di una nuova edizione di Il buon porto mi dà l'opportunità di dire un paio di parole sulla genesi di quello che, sebbene non sia uno dei suoi libri più popolari di Samuel Butler, è certamente uno dei più caratteristici. Poche delle sue opere mostrano infatti più marcatamente le sue brillanti capacità come polemista e la sua implacabile determinazione di arrivare alla verità di qualunque cosa avesse attirato la sua attenzione. (R. A. Streatfield)
Frasi da «L'autrice dell'Odissea»
Io non discuterò se l'Iliade e l'Odissea siano dello stesso autore, in quanto, se io convinco il lettore che l'Odissea fu scritta da una donna e in Sicilia, va da sé che non fu scritta da Omero, giacché non vi può essere dubbio sul sesso dello scrittore dell'Iliade. Gli stessi criteri che ci obbligheranno ad attribuire l'Odissea a una donna, vietano qualsiasi altra conclusione, eccetto quella che l'Iliade fu scritta da un uomo. (cap. I; p. 18)
Ciò che è giusto per un uomo è errato per una donna e viceversa. I giovani di Jane Austen, per esempio, raramente sono molto interessanti, ma solo quelli che son ciechi alla squisita purezza e delicatezza del lavoro di Jane Austen si lamenteranno che lei non capisca gli uomini così bene come le donne. (cap. I; p. 23)
In un'epoca, inoltre, nella quale gli uomini erano principalmente occupati o in guerre o nella caccia, le arti di pace, e tra esse tutti tutti i generi di pregio letterario, erano più naturalmente lasciate alle donne. Se fosse conosciuta la verità, molto probabilmente troveremmo che fu l'uomo, piuttosto che la donna, l'intruso nel dominio della letteratura. Nausicaa fu più probabilmente una sopravvissuta che non una intrusa ma, molto più probabilmente di tutto, ella era all'altezza dei tempi. (cap. I; p. 26)
L'uomo e la donna non si comprendono mai l'un l'altro pienamente, tranne, forse, durante il fidanzamento e la luna di miele, e siccome l'uomo comprende l'uomo più di quanto lo possa la donna, così la donna comprende la donna più di quanto non lo possa un uomo. (cap. III; p. 123)
Gli uomini sembrano incapaci di parlare delle donne senza deriderle o metterle in caricatura; e così, forse, una donna non sa mai descrivere un uomo così facilmente come quando lo mette in ridicolo. Se ella lo fa intenzionalmente è sicura di riuscirvi, se lo fa senza preconcetto riuscirà più sicuramente ancora. Ciascuno dei due sessi, infatti, riesce benissimo nel mettere in caricatura l'altro, [...]. (cap. IV; p. 124)
Chi sono le donne dell'Odissea? Vi è Minerva onnipresente, a fianco di Ulisse e Telemaco, per dirigerli e consigliarli ed alternativamente rimproverarli o adularli. Nell'Iliade essa è una grande guerriera, ma non è una donna; nell'Odissea essa è una grande donna ma non una guerriera. (cap. IV; p. 125)
Per di più è chiaro in tutto il libro III e in tutto il libro IV, nei quali Telemaco tenta di avere notizie di suo padre, che quello che egli realmente vuole è la certezza della sua morte, non della sua esistenza, sebbene questo possa spiegarsi nel senso che egli dispera della seconda alternativa. L'indignazione di Telemaco per la prodigalità dei proci è notevolmente divisa dalla scrittrice in tutto il poema; su questo è furiosa forse per causa dello spreco continuo che vedeva in casa di suo padre. (cap. IV; p. 142)
[...] io considero i Ciclopi, i superstiti dei vecchi soggiogati abitanti sicani di monte Erice. Essi devono la loro fama di una gigantesca statura alle grandi dimensioni delle pietre con le quali costruirono le mura delle loro città sul monte Erice. (cap. X; p. 221)
Life and Habit – Citazioni
Un'impressione uniforme corrisponde praticamente a nessuna impressione.
Non si può imparare o disimparare senza dolori o sofferenze.
L'umorismo e l'ironia più perfetti sono generalmente del tutto inconsci. Esempi di entrambi sono spesso forniti da uomini che il mondo considera carenti di umorismo; è più probabile che queste persone siano inconsapevoli del proprio delizioso potere per la stessa maestria e perfezione con cui lo possiedono.
I vestiti di un uomo, quando sono appoggiati su una sedia di notte, non fanno parte di lui, ma quando li indossa sembrano esserlo, come una specie di cibo che lo riscalda e lo lo nutre, e la cui perdita può ucciderlo di freddo.
Parole, parole, parole [...] sono gli ostacoli sulla via della verità. Finché non pensi alle cose come sono, e non alle parole che le travisano, non puoi pensare correttamente. Le parole producono confini apparentemente stringenti e veloci laddove non ne esistono. Le parole dividono; così chiamiamo questo uomo, quello scimmia, quell'altro ancora scimmietta, mentre sono tutti solo differenziazioni della stessa cosa. Per pensare a una cosa bisogna liberarsi delle parole: sono gli abiti che indossano i pensieri, solo gli abiti. Lo dico più e più volte, perché non c'è niente di più importante. Le parole degli altri uomini ti fermeranno all'inizio di un'indagine. Un uomo può giocare con le parole per tutta la vita, sistemandole e risistemandole come tessere del domino. Se potessi pensare a te senza parole, mi capiresti meglio.
Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.
Non è chi per primo concepisce un'idea, né chi la mette in piedi e la fa camminare a quattro zampe, ma è chi fa accettare agli altri la conclusione principale, su basi giuste o sbagliate, ad aver svolto il lavoro più grande per la promulgazione di un'opinione. Ed è ciò che il signor Darwin ha fatto per l'evoluzione.
Ritorno in Erewhon – Citazioni
La prima idea è un germoglio robusto: se può si sviluppa. (cap. III; p. 264)
Ognuno di noi ha qualche scheletro, grande o piccolo, in qualche armadio, e se è uno scheletro ben educato che se ne rimane tranquillo nel suo cantuccio, la cosa non è poi tale da turbarci troppo. Esistono però scheletri con cui non c'è mai da star sicuri che al momento meno opportuno non aprano lo sportello dell'armadio, scendano al piano di sotto, suonino il campanello del vestibolo, e, con una brutta grinta, si presentino come gli Scheletri Tal de' Tali, e chiedano se il padrone o la padrona sono in casa. Questo tipo di scheletro, anche se al massimo è grande come lo scheletro di un coniglio, pare a volte più grande di quello di un dinoterio. (cap. VIII, p. 309)
Mi addormento con la piena, sicura speranza / che il mio sonno non verrà interrotto; / e che mentre io avrò tutto dimenticato, / non sarò del tutto dimenticata, / ma continuerò a vivere, nei pensieri e negli atti / di coloro che ho amato, / quella vita in cui, finché ebbi forza di lottare, / appassionatamente lottai per entrare. (cap. X; p. 329)
La fede, come un qualsiasi corpo mobile, segue la linea di minor resistenza [...]. (cap. XI; p. 334)
Perché se gli uomini non temono la morte più del necessario, finiscono per corteggiarla più del necessario. Si può esaltare la morte solo se si disdegna la vita; tuttavia, secondo lui, una moderata certezza di onore e rinomanza dopo la morte è un conforto più vero per chi muore, e un più reale incentivo ad agire rettamente nella vita, [...]. (cap. XI; p. 334)
La vita, affermava, non risiede in organi corporei, ma nella facoltà di usarli, e nell'uso che ne facciamo: cioè nell'opera che essi compiono. Come l'elemento essenziale di una fabbrica non è né l'edificio in cui si lavora, né gli strumenti con cui si lavora, ma la potenza di volontà del padrone, e i beni che egli produce; così la vera vita consiste nella sua volontà e nelle sua opera, non nel suo corpo. «Coloro che identificano la vita dell'uomo con quella del corpo» diceva «fanno lo stesso errore di chi scambia gli attrezzi del falegname per il falegname stesso». (cap. XI; p. 335)
Secondo il dottore la nostra potenza di volontà non si limita a mettere in opera il sistema speciale di organi che le è proprio, ma sotto certe condizioni arriva a influenzare altre volontà analoghe, ovvero a subirne l'influenza: dimodoché, ad esempio, se la potenza di volontà di A ha una presa sufficiente sulla potenza di volontà di B da riuscire a mettere in moto, attraverso B, il meccanismo di quest'ultimo, quella che in apparenza è un'azione di B in realtà sarà piuttosto un'azione di A, e ciò in senso non meno reale che se l'azione fosse stata compiuta attraverso il sistema meccanico dello stesso A: in altre parole, A sarà vissuto in B. Il principio universalmente ammesso per cui chi compie un'azione per mano di un'agente la compie in realtà lui stesso, dimostra che la teoria su esposta è solo un modo indiretto di esprimere ciò che per il senso comune è assolutamente ovvio. (cap. XI; pp. 335-6)
Ma la coscienza di chi agisce non è così importante come generalmente si crede, in confronto alla realtà vitale dell'azione. Noi non sappiamo nulla della forza che fa battere il nostro cuore, e non ci rendiamo nemmeno conto che batte, finché il battito è regolare. Non abbiamo alcuna coscienza del nostro respiro, né della digestione, né dell'impresa di capitale importanza che abbiamo compiuto come embrioni, né del graduale sviluppo dall'infanzia alla pubertà. Nessuno può negare che tutte queste azioni vengano compiute da un agente vitale; ma più questo agente è normale, sano, e veramente vivo, meno è stato e sarà conscio del suo agire. La parte della nostra vita corporea che penetra fino alla nostra coscienza è ben limitata rispetto a quella di cui siamo inconsapevoli. (cap. XI; pp. 336-7)
Uno scrittore, ad esempio, ha scritto un libro che diletta o disgusta migliaia di persone che egli non conosce e che non conoscono lui. Supponiamo che il libro abbia una notevole influenza, o comunque una qualche influenza, sulle azioni di quelle persone. Supponiamo che l'autore dorma profondamente, mentre altri leggono con gran gusto il suo libro, e agiscono in conseguenza, magari a enorme distanza dal luogo ove egli si trova. Qual è la sua vita più vera, quella che egli vive in loro, o quella, altrettanto inconscia, che vive nel suo corpo immerso nel sonno? Chi può negare che la vita vicaria sia la più attiva? (cap. XI; p. 337)
[...] quando un uomo muore, viene talmente annullato uno dei grandi fattori della sua vita, che egli non potrà più avere una vita vera di alcun genere. Perché vivere significa non solo influenzare, ma essere influenzati; e quando un uomo è morto, come può essere influenzato? Può esistere per gli altri, ma gli altri non possono esistere per lui. Può venire da noi, ma noi non possiamo andare da lui. Cessando quindi di essere sensibile, perde una così gran parte di quel che costituiva la sua vita che non può più possedere una vita vera. (cap. XI; p. 338)
Sembra dunque che non esista una vita assoluta se non combinata con una certa dose di morte, né una morte assoluta se non combinata con una qualche dose di vita, almeno finché non sia sparito ogni postumo potere di influenza. Questo, forse, intendeva Figliodelsole quando diceva che nel mezzo della vita siamo morti, e nel mezzo della morte siamo vivi. (cap. XI; p. 339)
Come il corpo è il sacramento, ovvero il segno esteriore e visibile, dello spirito, così la posterità è il sacramento di chi vive dopo la morte. Entrambi rappresentano il meccanismo attraverso cui l'altro agisce e si manifesta. (cap. XI; p. 340)
Son pochi i semi che germogliano in confronto a quelli che marciscono o vengono mangiati, e la maggior parte degli abitanti di questa terra sono solo dei nati morti rispetto a quella vita più vasta, mentre nessuno è immortale rispetto all'eternità. (cap. XI; p. 340)
[...] "appari e svanisci": ecco la legge che pervade tutte le cose che conosciamo, e se c'è stata qualche predisposizione, essa è stata in favore di una vita breve e felice, una vita che contenga in sé abbastanza promesse da durare oltre la tomba perché valga la pena di tentarla, piuttosto che in favore di una vita eterna, fosse pure la migliore e la più nobile. (cap. XI; pp. 340-1)
La fede non consiste, come sostengono falsamente alcuni, nel credere in certe cose senza avere prove sufficienti; questa non è fede, ma mancanza di fede in tutte le cose in cui dovremmo credere di più. La fede consiste nel credere che l'istinto dei migliori tra gli uomini sia in se stesso una prova che non può essere messa da parte alla leggera; e i migliori tra gli uomini hanno sempre ritenuto la morte preferibile al disonore, e addirittura desiderabile, quando con essa si può conquistare la gloria. (cap. XI; p. 341)
Quale ineffabile contraddizione in termini! Quale rovesciamento di tutte le leggi di questo mondo, il dover stimare povera cosa anche le somme gioie e i sommi piaceri di cui abbiamo coscienza o percezione in questa vita, di fronte a speranze nel cui avverarsi non avremo mai né coscienza né percezione. Eppure è così, e lo sappiamo tutti, anche se non vogliamo confessarcelo. Perché, in cuor suo, il mondo disprezza le sue stesse leggi. (cap. XI; p. 342)
La vita, tanto prima quanto dopo la morte, è come l'amore – ogni logica le è avversa, mentre ogni sano istinto la favorisce. (cap. XI; p. 342)
Uno dei massimi doveri della posterità [...] è quello di valutare rettamente coloro che affrontano il suo giudizio. Conceda loro il beneficio del dubbio, e ignori i loro peccatucci; ma quando appare innegabile che un uomo è stato veramente ignobile e codardo, la sua reputazione deve rimanere in purgatorio del tempo per un periodo che varia, diciamo, dai cento ai duemila anni. Dopo un centinaio di anni, in genere, potrà tornare fra gli uomini, pur restando sempre offuscato. Dopo duemila se ne potrà parlare in qualsiasi società, senza che nessuno si scandalizzi. Il nostro senso di colpa morale varia in ragione inversa del quadrato della distanza che da essa ci separa nel tempo e nello spazio. Non così l'eroismo; l'eroismo non perde il suo splendore né col tempo né con lo spazio. Il bene è come l'oro; è raro, ma non si offusca. Il male è come l'acqua torbida; abbondante e piena di fango, ma a furia di scorrere finirà per tornare limpida. (cap. XI; p. 343)
Il che dimostra la verità di quanto Euclide osservò molto tempo fa: e cioè che il più piccolo non potrà mai comprendere il più grande. È altrettanto vero, però, che il più grande non può comprendere il più piccolo. (cap. XII; p. 351)
Nel mondo esterno, siamo costretti a tollerare molte cose contrarie alla felicità del massimo numero di individui, in parte perché non possiamo sempre scoprire in tempo che è genuinamente bugiardo, e non desta preoccupazioni, e chi lo è a parole, ma in realtà maschera un'indole sincera; e in parte perché, dovendo sbagliare, preferiamo lasciarci sfuggire i colpevoli, piuttosto che punire gli innocenti. Così, molti che notoriamente appartengono alla categoria degli onesti, vengono lasciati in libertà; e non è raro vederli addirittura far comunella con i guardiani della pubblica immoralità. D'altronde, estirpare radicalmente la rettitudine non sarebbe nell'interesse del pubblico. Una certa dose di sincerità agisce come beneficio stimolante al conformismo dei più, in quanto li spinge a rendersi conto della loro fortuna, e fornisce qualcosa da disprezzare. (cap. XIII; pp. 354-5)
[...] da un punto di vista umano, non v'è errore più grande del cercare di essere sempre nel giusto. (cap. XIII; p. 357)
Maledetti coloro che dicono: "Tu non servirai insieme Dio e Mammona", perché il dovere generale dell'uomo consiste nel saper conciliare le esigenze opposte di questi due dèi. (cap. XIII; p. 358)
È stato detto che Dio non può cambiare il passato, ma gli storici sì. E i pittori, osservò mio padre dentro di sé, possono fare tutto quello che fanno gli storici, e persino con migliori risultati. (cap. XIII; p. 365)
Ritorno in Erewhon – Citazioni su Ritorno in Erewhon
Analogamente, partendo, in Erewhon, dal sogno della conversione in massa dei pretesi discendenti delle dieci tribù smarrite d'Israele (quelle cioè sfuggite, in tutto e per tutto, alla contaminazione cristiana), si arriva, in Ritorno in Erewhon, al pratico, disadorno e divertito contratto, al ragionare in termini di pepite e sterline, lasciti e donazioni, conguagli valutari, «scambi con l'estero». L'utopia, cioè la proposta di un mondo possibile, si arrende alla nuda pianura della realtà. Si riapre, per l'ennesima e non ultima volta, la tabula rasa del realismo e del positivismo inglese, con la sua caustica ma statica consapevolezza. (Lucia Drudi Demby)
Ancora più che in Erewhon il Ritorno in Erewhon, pubblicato nel 1901, l'anno precedente la morte dell'autore, dà il senso di una condanna senza appello, di un'amara, inflessibile negazione degli sforzi dell'uomo per darsi una ragione di vita sulla terra. Il vago monismo che vi viene espresso non si distingue da quello, sempre di origine materialista, predicato in altri paesi d'Europa, nello stesso pe riodo; consolazione magra, punto d'appoggio troppo debole per chi rifiuta ogni soccorso dell'al di là. (Giorgio Zampa)
Erewhon, abbiamo detto, è l'immagine capovolta del nostro mondo; Ritorno in Erewhon è il capovolgimento del capovolgimento. Gli Erewhoniani, sperimentatori «contaminati» riprovano tutto da capo; e il risultato è squallido, perché il sapore del gradevole egoismo originario è quasi svanito. Dopo il miracolo, il paese inesistente appare un mondo prostituito, come certe civiltà africane dopo che si è sovrapposto, al loro errore, il nostro. Un falso Dio si è imposto là dove l'assenza di Dio era la componente prima di un robusto amore del presente. E quel falso Dio è proprio il viaggiatore, l'esploratore, il turista, che, al suo ritorno, si ritrova davanti la propria figura, già mistificatrice, mistificata in una pala d'altare, le proprie parole già false, falsificate in una raccolta di Detti sacri. (Lucia Drudi Demby)
The Note-Books – Capitolo I, Lord, What is Man?
Siamo come le palle da biliardo in una partita tra giocatori inesperti: spinte continuamente in prossimità della buca senza mai finirci dentro, se non per caso.
Che nesso volubile deve esserci fra i nostri pensieri se un odore improvviso, un gruppo di musicanti per la strada, un volto umano intravisto sulle lingue del fuoco o nel fusto nodoso di un albero, li portano di punto in bianco alle più stravaganti associazioni.
La vita è la distribuzione di un errore – o di errori.
Il guscio di una chiocciola è una superstizione: le lumache non hanno il guscio e se la passano altrettanto bene. Ma una chiocciola senza guscio non diventa per questo una lumaca, a meno che non assorba l'indifferenza di una lumaca verso il guscio.
La vita è un lungo processo attraverso il quale si raggiunge la stanchezza.
La vita è l'arte di trarre conclusioni sufficienti da premesse insufficienti.
Un senso dell'umorismo abbastanza forte da mostrare all'uomo non solo le assurdità degli altri ma anche le proprie gli impedirà di compiere tutti i peccati; o quasi tutti, tranne quelli che vale la pena commettere.
La vita è come la musica: deve essere composta a orecchio, seguendo l'istinto e le sensazioni, non le regole.
Ci sono due grandi regole nella vita, una generale e l'altra particolare. La prima è che tutti finiscono per ottenere ciò che vogliono, se solo ci provano. Questa è la regola generale. La regola particolare è che ogni individuo è, chi più chi meno, un'eccezione alla regola generale.
Ogni forma di progresso è basata sul desiderio, innato e universale, di ogni organismo di vivere al di là dei propri mezzi.
Il mondo è un tavolo da gioco predisposto in modo tale che tutti quelli che entrano nel casinò devono giocare e tutti a lunga scadenza devono perdere, chi più chi meno, anche se di quando in quando possono realizzare una vincita provvisoria.
Trascorriamo i nostri giorni come giochiamo a carte, prendendoli così come vengono, senza sapere quale capiterà, sperando in una carta fortunata e ottenendone talvolta una, spesso ottenendo proprio quella sbagliata.
Forse il mondo non è particolarmente saggio; ma non conosciamo niente di più saggio.
Il mondo sarà sempre governato dal principio dell'egoismo. Non dovremmo cercare di por fine a questo stato di cose, ma di rendere l'egoismo dei farabutti più coincidente con l'egoismo della gente per bene.
Esiste un eterno antagonismo di interessi tra l'individuo e il mondo in generale. All'individuo non importerà tanto quanto potrà soffrire in questo mondo, purché possa vivere nei buoni pensieri degli uomini anche molto tempo dopo averlo lasciato. Al mondo in generale non importa quanta sofferenza l'individuo possa sopportare o causare in questa vita, a condizione che si allontani completamente dai pensieri degli uomini, sia nel bene che nel male, quando se ne sarà andato.
Ho scialacquato la mia vita come uno scolaretto scialacqua i soldini che riceve ogni settimana. D'altronde la metà del piacere – e anche più della metà – che il ragazzino trova in quei soldini sta proprio nel fatto di avere qualche cosa da scialacquare. Scialacquare è di per sé una gioia, e così è stato della mia vita quando ero più giovane. Adesso non la scialacquo più, ma non mi dispiace averne data via un bel po'. Quanto ciarpame avrei accumulato se non l'avessi fatto! Non sarebbe meglio riprendere a scialacquare quella che mi resta?
Quando borbottiamo sulla vanità delle cose umane, visto che anche l'opera più nobile non è eterna, ma prima o poi sarà come se non fosse mai esistita, dovremmo tenere a mente che il mondo, almeno per quello che ci è dato di capire, è fatto per essere goduto più che per essere conservato. Un continuo andirivieni pervade tutto ciò di cui abbiamo conoscenza, e sebbene le cose grandi svaniscano più lentamente, esse stesse sono composte di cose piccole e devono andare al passo di queste ultime.
Il punto è che se mai si mirava a qualcosa quando le cose iniziarono a formarsi o a essere formate, questo deve essere stato una vita breve e felice, con una estensione nel tempo in certi casi privilegiati, piuttosto che una permanenza nel tempo, anche nel caso delle cose più belle e più nobili. E se ci si sofferma su questo problema, la morte e la nascita sono così strettamente collegate che non si può distruggere l'una senza allo stesso tempo distruggere l'altra. È solo l'estinzione che rende possibile la creazione.
La vita è un insieme di onde che, giunte al culmine, muoiono frangendosi in un milione di frammenti ognuno dei quali è comunque riassorbito immediatamente nel mare della vita e contribuisce a formare una generazione successiva, che avanza con moto ondoso finché essa pure s'infrange.
La base della riproduzione non dev'essere ricercata nel desiderio dei genitori di riprodursi, ma nel malcontento delle cellule germinali verso quanto li circonda all'interno dei genitori, e nel loro desiderio di mettersi in proprio.
Gli ovuli, gli spermatozoi e gli embrioni, non solo di tutte le razze umane ma di tutte le cose viventi, sia animali che vegetali, formulano pochi pensieri, ma quei pochi sono quasi identici su qualsiasi argomento. Questo «quasi» è la piccola crepa all'interno del liuto che a lungo andare darà un carattere così diverso alla musica.
C'è una somiglianza, più o meno grande, tra i piaceri che tutte le nostre evacuazioni ci procurano. Credo che il piacere derivi sempre dal sollievo: sollievo, cioè, dallo sforzo notevole, anche se per lo più inconscio, di trattenere quello che è gradevole eliminare.
Il corpo umano non è che una tenaglia posta sopra un mantice e una casseruola, il tutto fissato su due trampoli.
Ogni uomo dovrebbe considerarsi una specie di scatola per gli attrezzi. Fin qui è abbastanza facile; ma la difficoltà sta nel fatto che sono gli attrezzi stessi che costruiscono e manovrano gli attrezzi.
È l'opera di Händel, non il corpo con il quale ha composto la sua opera, che ci costringe ad attraversare mezza Londra per ascoltare la sua musica.
Tutta la vita di certa gente è una sorta di morte parziale – una lunga, estenuante agonia, per così dire, di immobilismo e di inesistenza cui la morte fa solo da sigillo o da firma solenne: la rinuncia a ogni ulteriore azione o operato da parte del firmatario. La morte sottrae a questi individui quella piccola forza che sembravano avere e non concede loro niente tranne il riposo.
La morte, non è né una fine né un inizio definitivo. Così colui che perde la propria anima la può ritrovare, e colui che la trova potrebbe perderla.
The Note-Books – Capitolo II, Elementary Morality
Le fondamenta della morale sono come tutte le altre; se ci scava troppo intorno, la struttura sovrastante finisce per crollare.
Cercare di arrivare alle fondamenta della morale è come cercare di riportare a livello di consapevolezza ciò che è passato nell'inconscio, e questo finisce per turbare e disorientare quelli che continuano a provarci con troppa insistenza.
[...] quando l'uomo onesto rinnega le azioni oneste che ha compiuto e agisce contro la giustizia e contro la legge, si riscontrerà che in generale avrà guadagnato in simpatia quello che ha perso in santità.
Un eccesso di bontà è tanto immorale quanto ogni altro eccesso.
Dio fa pagare le virtù dei padri ai figli fino alla terza e alla quarta generazione.
Tutto quello che si può dire a vantaggio della virtù è che vi è una considerevole propensione in suo favore, e che è meglio stare dalla sua parte che contro di lei, ma a volte l'accesso alla virtù può essere nocivo. Se vuoi capire la virtù non devi essere immune dal vizio, perché l'uomo realmente virtuoso, che è in perfetto stato di grazia, è virtuoso solo inconsciamente e senza rendersene conto. A meno che un uomo non sia totalmente virtuoso, sarà in parte vizioso. La virtù è, per così dire, il riposo del sonno o della morte; il vizio è il risveglio della conoscenza del bene e del male, senza la quale non vi è vita degna di questo nome.
Non esiste una conoscenza del bene senza una corrispondente conoscenza del male; ecco perché ogni nazione ha i suoi dèi e i suoi demoni, e li onora con servile riguardo. Dio senza il diavolo muore, perché rimane solo.
Per quelli che non sono obbligati a logorarsi sul lavoro – e ci sono molti che si ammazzano di lavoro per la pura incapacità di frenare questa loro passione che li domina come la brama dell'alcol domina l'ubriaco – l'eccesso è tanto immorale nel lavoro quanto nel bere o nel mangiare.
Il mondo riesce a fatica a rinunciare a tutti i vizi che da tempo si sono ampiamente insediati tra le popolazioni civili. Questi vizi devono avere qualche attrattiva pur nella loro deformità.
La più sincera virtù ha sempre teso all'eccesso piuttosto che all'ascetismo: cosa comprensibile e verificabile, dato che anche la virtù si farà i suoi calcoli delle probabilità, e terrà quindi conto dell'eventualità di non venire identificata. La virtù sa bene che è impossibile procedere senza compromessi e, per così dire, si accorda un mezzo tono più in su in modo da preparare una caduta durante l'esecuzione.
Gli estremi di vizio e virtù sono parimenti detestabili: la virtù assoluta certamente uccide un uomo quanto il vizio assoluto, per non parlare poi dei suoi tedi e delle sue pomposità.
Dio non vuole che la gente sia troppo buona. Non gli va giù. Gli piace che non sia né troppo buona né troppo cattiva; ma, ai suoi occhi, è più veniale la tendenza all'eccesso di cattiveria che la tendenza all'eccesso di bontà.
Se la virtù potesse sempre avere la meglio, sarebbe insopportabile, come succede generalmente con le fazioni dominanti. La funzione del vizio è proprio quella di contenere la virtù entro limiti ragionevoli.
Finora la virtù non è mai stata adeguatamente rappresentata da nessuno che potesse rivendicare di essere considerato virtuoso. È il sub-vizioso che capisce meglio la virtù. Che i viziosi si limitino a descrivere, cosa che riescono a fare abbastanza bene.
La moralità entra in gioco a seconda che il piacere preceda o segua il malessere. Così, è immorale ubriacarsi perché il mal di testa segue l'atto del bere, ma se il mal di testa venisse prima e l'ubriachezza poi, ubriacarsi sarebbe morale.
Senza dubbio ogni scoperta, ogni tipo di cambiamento è immorale, poiché tende a sconvolgere la mente degli uomini e quindi i loro costumi, e quindi la loro morale, che è quello che resta dei loro mores o costumi. Ne dovrebbe conseguire che non c'è nulla di così assolutamente morale quanto la stagnazione, a parte il fatto che se fosse perfetta distruggerebbe qualsivoglia costumanza. Così ci deve sempre essere immoralità nella moralità e moralità nell'immoralità. Perché ci sarà qualcosa del costume legittimo e abituale anche nelle cose più inusuali e detestabili che si possano fare.
Se un uomo non riesce a procurarsi altro cibo, è più naturale per lui uccidere un altro essere umano e mangiarlo che morire di fame; il nostro orrore è dovuto soprattutto alle circostanze che rendono quest'azione naturale più che al cannibalismo stesso.
Penso che derivi più infelicità dalla famiglia che da qualsiasi altra fonte. Intendo, cioè, dal tentativo di prolungare a sproposito i legami familiari e di tenere insieme artificiosamente delle persone che per natura non legherebbero mai. Questo errore non è tanto grave tra le classi inferiori, ma ne uccide in gran quantità, quotidianamente, tra le classi medie e alte. E non piace né ai vecchi né ai giovani.
L'autore di un articolo della «Pall Mall Gazzette» (credo nel 1874 o 1875, nei mesi autunnali, ma non ricordo bene) riassumeva l'idea della divinità in Omero come quella di «un uomo forte, amoroso, bello, coraggioso e scaltro in modo superlativo». È più o meno così che dovrebbe essere un bravo Dio che faccia bene il suo dovere. Ma dovrebbe essere anche gentile, e avere un buon senso dell'umorismo, e disprezzare sia i vizi dei meschini che le meschinità dei virtuosi.
Vi è una religione i cui seguaci possano essere indicati come nettamente più amabili e degni di fiducia di quelli di ogni altra? Se fosse così, questo risolverebbe il problema.
La scienza e la religione si riconciliano nelle persone buone e di buon senso ma da nessuna altra parte.
Una morte fatta con stile, in modo lussuoso, è una delle cose più dispendiose a cui un uomo possa indulgere. Morire con tutti i confort costa un sacco di soldi a meno che uno non si spenga alla svelta.
Le perdite di denaro sono le peggiori, la perdita della salute viene subito dopo e la perdita della buona reputazione è solo in terza posizione. Il resto è uno scherzo, purché non si tocchino i soldi, la salute e la reputazione.
The Note-Books – Capitolo III, The Germs of Erewhon and of Life and Habit
Le principali specie e sottospecie della razza umana non vanno cercate fra i negri, i Circassi, i Malesi o gli aborigeni americani, ma fra i ricchi e i poveri. La differenza di organizzazione fisica fra le due specie di uomini è molto più grande di quella che esiste fra le cosiddette razze dell'umanità. Il ricco può andare da qui in Inghilterra quando ne ha voglia, mentre un'invisibile fatalità impedisce alle gambe dell'altro di trasportarlo oltre certi angusti confini.
[...] ai nervi o ai tessuti, o a tutto quello che risponda al timone del desiderio di un uomo ricco, può collegarsi tutto un esercito di arti, visibili e invisibili.
The Note-Books – Capitolo IV, Memory and Design
Essere significa pensare ed essere pensabile. Vivere significa pensare continuamente e ricordare di averlo fatto.
La memoria sta alla mente come la viscosità sta al protoplasma: dà al pensiero una tenacità – è una specie di pied-à-terre dal quale può partire e senza il quale rimane immobile. Infatti il pensiero e la memoria sono inseparabili. Niente pensiero, niente memoria; e niente memoria, niente pensiero. Siccome il pensiero conscio e la memoria conscia sono funzioni l'uno dell'altra, lo stesso vale per il pensiero inconscio e per la memoria inconscia. La memoria inconscia è, per così dire, il corpo del pensiero; ed è attraverso la memoria che il corpo e la mente sono legati assieme nel ritmo e nelle vibrazioni.
The Note-Books – Capitolo V, Vibrations
Non risolveremo mai nulla se non smettiamo di cercare di separare la mente e la materia. La mente non è una cosa e, comunque, non ne sappiamo niente; è una funzione della materia. La materia non è una cosa e, comunque, non ne sappiamo niente. È una funzione della mente.
L'azione è il processo mentale, si materializza, e con cui la sostanza, che è materiale, si mentalizza. È come il tempo presente, che unisce il tempo passato a quello futuro, ed è il solo che valga la pena di considerare, anche se è il solo tempo che non abbia una vera e propria esistenza.
L'azione è il punto di congiungimento tra il cambiamento corporeo, visibile o almeno percettibile, e la modificazione mentale, che è sempre invisibile se non quando si rivela nell'azione. Così l'azione è il segno materiale di certi stati mentali. Traduce il pensiero in un corrispondente mutamento corporeo.
The Note-Books – Capitolo VI, Mind and Matter
Il sentimento è un'arte e, come ogni altra arte, la si può acquisire con l'applicazione. L'analogia fra i sentimenti e le parole è molto stretta. Entrambi hanno il loro fondamento nella volontà e si basano ampiamente su convenzioni. Come non dovremmo farci governare dai sentimenti. I sentimenti possono ingannarci, possono mentire, possono essere usati in modi innaturali e artificiali, possono essere forzati, possono traviarci, ma possono anche essere controllati.
Lo stomaco sano è squisitamente conservatore. Pochi radicali hanno una buona digestione.
The Note-Books – Capitolo VII, On the Making of Music, Pictures and Books
Noi chiediamo alle parole più di quello che possono fare. Quello che cerchiamo di fare con le parole è molto simile al tentativo di aggiustare un orologio con un piccone, o dipingere una miniatura con uno strofinaccio. Noi pretendiamo che le parole ci aiutino ad afferrare e analizzare quello che nella sua estrema essenza è inafferrabile come un'ombra. Eppure eccole lì: dobbiamo trovare una forma di coabitazione con loro, ed è saggio trattarle da buone vicine e farne l'uso migliore, non il peggiore. Ma sono le ultime arrivate in confronto al pensiero e all'azione. Quello che dovremmo leggere non sono tanto le parole, ma l'uomo di cui intuiamo l'esistenza al di là delle parole stesse.
Le parole impediscono e uccidono la perfetta formulazione del pensiero, o ne vengono uccise. Ma sono come impalcature, utili, se non indispensabili, per lavorare su un pensiero imperfetto e collaborare a renderlo perfetto.
Le parole sono come i soldi: non c'è niente di più inutile se non quando si usano.
Le idee sono come ombre – sembrano salde finché non cerchiamo di afferrarle.
Il fatto che ogni stato mentale si intensifichi nell'espressione è tutt'uno col fatto che nessuna cosa ha di per sé una sua esistenza se non nel momento in cui la si esprime.
Le mie annotazioni diventano sempre più lunghe se le accorcio. Voglio dire che il processo di comprensione le rende più pregnanti, e così danno vita a nuove annotazioni. Non cerco mai di ampliarle, così non so se si accorgerebbero qualora lo facessi. Forse questo sarebbe un buon sistema per farle diventare più brevi.
La regola dovrebbe essere di non imparare una cosa finché non si è assolutamente certi che entro breve tempo se ne sentirà tanto il bisogno da non poterne più fare a meno.
Nell'arte, non cercare mai di scoprire o di imparare niente se non dopo che l'ignoranza di una determinata cosa ti abbia tormentato per qualche tempo. Solo allora te la ricorderai, ma solo in questo caso.
La mente di ogni uomo è una terra che gli è incognita, tanto che non c'è motivo di affannarsi a elaborare progetti di avventura per accedere a paesi inesplorati. Per raggiungerli non c'è bisogno di andare lontano: come il Regno dei Cieli, questi paesi sono dentro di noi.
Lo stile di un uomo in qualsiasi arte dovrebbe essere come il suo abito: attirare meno attenzione possibile.
Non sono io che faccio libri, sono loro che crescono; vengono da me e insistono per essere scritti a modo loro.
I critici generalmente diventano tali non in virtù della loro predisposizione a questo compito, ma per la loro incapacità di fare qualunque altra cosa. I libri dovrebbero essere processati da un giudice e dai giurati come se fossero dei crimini, e bisognerebbe ascoltare le argomentazioni di entrambe le parti.
Un grande ritratto è sempre un ritratto del pittore più che un ritratto del modello.
Quando un uomo ha dei dubbi su quello che deve scrivere, gli sarà utile chiedersi cosa diranno le sue parole di lì a cent'anni.
The Note-Books – Capitolo VIII, Handel and Music
Se leghi le mani a Händel impedendogli di rendere le emozioni umane, e liberi Bach non dandogli nessuna emozione umana da interpretare – se, di fatto, privi Händel delle sue possibilità mentre togli a Bach le sue difficoltà – i due potranno competere in qualche modo, ma Händel ne uscirà comunque vittorioso. Altrimenti è assurdo concedere a Bach di entrare in lizza.
Bach viene considerato un musicista più profondo di Händel in virtù della sua frequente e più involuta complessità di composizione. In realtà Händel era abbastanza profondo da evitare l'uso selvaggio del contrappunto cui ricorreva istintivamente Bach, ma sapeva bene che l'opinione pubblica avrebbe certamente considerato Bach al suo livello, se non addirittura superiore. È probabilmente per questo che Händel era diffidente nei confronti di Bach.
Solo un grande compositore come Händel – o qualcuno di altrettanto grande, se fosse possibile trovarlo – può anche essere, spesso, facilmente e trionfalmente banale. Così come ci vuole – o piuttosto ci vorrebbe – un compositore all'altezza di Händel per scrivere un altro coro dellAlleluia. Solo chi è capace di tanto potrà con trattare con facilità anche situazioni banali come fa Händel. Händel è così grande e così semplice che solo un musicista di professione può essere incapace di capirlo.
L'onestà non consiste nel non rubare mai, ma nel sapere quando smettere di rubare e come fare buon uso di quanto si è rubato. Solo i grandi possidenti sanno rubare con garbo e a tempo. Un buon ladro, che utilizza bene quel che prende, è ipso facto un buon inventore. Meglio un uomo che sappia usare bene quello che è stato fatto da altri che due modesti e indipendenti inventori.
Se Bach si contorce, Wagner ha le convulsioni.
Nei libri è facile nominare i morti dimenticati cui siamo debitori, ed è possibile riconoscere apertamente il debito in qualsiasi momento e dovunque se ne presenti l'occasione. Più uno scrittore è originale, maggiore sarà il piacere che proverà nel richiamare l'attenzione sull'opera dimenticata di chi l'ha preceduto. Le convenzioni della pittura e della musica, tuttavia, pur ammettendo il prestito non meno liberamente della letteratura, non consentono una palese dichiarazione della fonte.
Per una vasta percentuale del suo lavoro nessun musicista può essere originale. [...] è sorprendente quanta parte anche della musica più originale consista di passaggi, scale e cadenze comuni.
La storia dell'arte è una storia di revivals.
The Note-Books – Capitolo IX, A Painter's Views on Painting
Gli antichi maestri insegnavano non per il gusto di insegnare; né per l'idea, allora inesistente, di servire la causa dell'arte; non perché i genitori degli allievi li pagassero per insegnare. [...] I maestri prendevano dei discepoli a cui insegnare perché c'era più lavoro di quanto riuscissero a fare da soli e avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse.
Disegnare dal vero è come cercare di mettere un pizzico di sale sulla coda della natura. Eppure c'è chi ci riesce molto bene.
I pittori dovrebbero ricordare che l'occhio, di norma, è un organo buono, semplice, credulone – sempre pronto a prendere per vero tutto quello che gli viene detto con piglio e fermezza.
Dopo aver cercato, per tanti anni, di diventare accurati, dobbiamo passarne molti altri a scoprire quando e come essere inaccurati.
Pensate a una vostra opera e consideratela con l'occhio con cui giudichereste l'opera di un vostro rivale. Se la guardate per ammirarla siete persi.
Si può affinare la propria mano a seconda di come si giudica il proprio lavoro. Chi lo osserva per trovarne difetti, li trova e li corregge. Chi lo osserva per trovarne i pregi, li trova e non migliora. Non si può considerare un'opera perfetta e perfettibile allo stesso tempo.
Un uomo non può essere virtuoso del colore se non è molto di più.
The Note-Books – Capitolo X, The Position of a Homo Unius Libri
Se morirò giovane, almeno non sarò annoiato dal mio stesso successo.
Stavo completando l'acquisto di alcune piccole case a Lewisham e dovevo firmare con il mio nome. Il venditore, vedendo solo il nome e non conoscendo nessuno dei miei libri, mi disse, piuttosto sgarbatamente, ma senza voler dire alcun male:
"Hai scritto libri come Hudibras?
Dissi prontamente: "Certo, Erewhon è un libro buono quanto Hudibras."
Si stava facendo troppo dura per lui, così ha pensato che non avessi sentito bene e ha ripetuto la sua domanda. Ho risposto di nuovo come prima e lui si è zittito. Gli ho inviato una copia di Erewhon subito dopo averlo completato. È stato un discorso piuttosto alto da parte mia, lo ammetto, ma non avrebbe dovuto sfidarmi senza essere stato provocato.
Dicono di Samuel Butler
Butler fu spesso rimproverato dai suoi amici inglesi di flirtare un po' troppo col «partito nero», e si deve certo a questo suo amletismo confessionale se intorno ai suoi libri, per anni ed anni (tutta la sua vita), critica e pubblico fecero il più desolato silenzio. Ma egli era soprattutto un sincero, un innamorato di verità e di bellezza: un uomo libero a cui il mentire verso se stesso, ai proprii istinti, quello si pareva vera eresia.
I recensori gli stettero lontani per il resto della sua vita. Erano stati presi in giro una volta e stettero molto attenti a non essere presi in giro un'altra. Si sparse la voce secondo la quale Butler non doveva essere preso seriamente, qualsiasi cosa scrivesse, e il risultato di questo decreto fu palese nella cospirazione di silenzio che accolse non solo i suoi libri sull'evoluzione ma anche le sue opere omeriche, i suoi scritti sull'arte e la sua attenzione dei sonetti di Shakespeare.
Il quale, se non è il solo scrittore inglese profondamente imbevuto di spiriti biblici (ché altri, anche in tempi recenti, son giunti a toni ben più cupi e disperati) è però quello che – malgrado il tono ironico e talvolta scherzoso, malgrado il tentativo di vincere o, almeno, di isolare la sua tristezza – meglio di tanti è riuscito a raffigurare il destino del natus de muliere, che in sé porta il segno della maledizione originale e deve scontare in anticipo ogni ora di pace.
L'amara ironia e la satira feroce dello scrittore furono – come è stato detto – la superstruttura difensiva in cui si richiuse uno spirito delicato. Una sensibilità facilmente ferita ed esposta a tutti i colpi di una società meschina e non rispondente in alcun modo alle sue più effusive esigenze, si irrigidì in un sogghigno motteggiatore, che restò fissato sul volto dolorante come una maschera brutale. Anima complicata e sconvolta pur nella sua composta serenità, scrittore di purissimo stile che ha lasciato una profonda orma del suo pensiero e del suo metodo sulla letteratura inglese del nuovo secolo.
Molti anni sono occorsi agli stessi inglesi per accorgersi di questa originalità potente e fecondatrice e per assegnare al Butler quel posto che gli spetta tra gli scrittori della seconda metà del secolo decimonono, il primo posto, al dire di Bernard Shaw, che dell'opera del Butler si è nutrito sino al midollo. Ma l'antipatia e la cecità di cui il pubblico inglese ha dato prova nel giudicare il Butler possono avere avuto le loro giustificazioni o le loro attenuanti. Lo scrittore di Erewhon e della Via della carne minava dalle fondamenta gli edifizi più consacrati dalle loro convinzioni e dalle loro consuetudini, aveva posto in dubbio irrispettosamente i postulati della religione, aveva mancato beffardamente di rispetto alla sua stessa famiglia, esponendone in un romanzo le gretterie e le debolezze, che erano poi quelle di cui egli accusava tutta una chiesa, tutta una società.
Samuel Butler, com'è noto anche fra noi, era un pastore protestante morto nel 1902, a 67 anni, e che scrisse dei romanzi fantastici, delle «utopie» piene di paradossi originali ed aggressivi, ma che fino a pochi anni or sono erano pressoché ignorati in Inghilterra dal gran pubblico. Fu Bernard Shaw o meglio fu il trionfo dell'opera sua a rimettere in onore il pensiero e l'arte butleriana. L'ideologia antiborghese anticostituzionale, antimoralistica dello Shaw, quel suo fare freddamente oltraggioso, graziosamente canzonatorio e paradossale si ritrovano già tutti nelle pagine di Butler che, oltreché uomo dì fantasia, era anche uno schietto filosofo evoluzionista.
Si può essere costretti a imparare il latino a quattro anni, per di più a bacchettate, e poi sviluppare un grande amore per i classici? Normalmente no, e Samuel Butler non fece eccezione alla regola. Sottoposto a questo precoce trattamento, i classici li detestò per sempre. Naturalmente non era questo lo scopo che suo padre, il reverendo Thomas Butler, si era prefisso quando decise di insegnargli così per tempo la lingua di Cicerone e di Virgilio. Né a questo risultato aspiravano le lezioni che il ragazzo Samuel ricevette in seguito dal dr. Kennedy, celebre professore di lingue classiche a Shrewsbury: la scuola in cui il reverendo Thomas aveva mandato il figlio con tanta fiducia («un luogo in cui da ogni parte ti senti circondato dalla menzogna», annoterà lo scolaro). Ma le cose andarono proprio così. Samuel Butler imparò per sempre a odiare i classici – con l'esclusione di Omero – tanto quanto imparò a detestare Tennyson: che suo nonno, l'autorevole vescovo Butler, ovviamente venerava.
Butler non compra opinioni, nemmeno da Aristotele o da qualche altro «ipse dixit»: se le fabbrica da sé; le idee gli nascono in testa. Ed è così che nascono le sue bizzarrie e i suoi colpi di genio, le sue intuizioni e le sue affermazioni aberranti, le sue passioni idiosancratiche e i suoi meravigliosi paradossi.
Come definirlo: scrittore? Sì certo; ma avrebbe voluto essere qualcos'altro, per esempio un pittore. [...] Per tutta la vita ha voluto essere accettato dallestabilishment artistico inglese, senza riuscirci, o riuscendoci solo a metà e per brevi periodi. O forse, più che un pittore era un artista della fotografia, l'arte visiva in cui dimostrò le sue doti migliori. O forse non era un fotografo bensì un musicista fallito [...]. O forse non era nemmeno un musicista (e meno ancora un compositore), ma un dilettante di genio che si sporcò le mani con tutte le arti.
Di una cosa però siamo certi: Samuel Butler era uno spirito bizzarro, prototipo del bastian contrario. Perché questo gentiluomo vittoriano, rispettabile, abbastanza benestante per gran parte della sua vita, giustamente diviso fra un'amante fissa di sesso femminile (che visitava ogni settimana, e a cui non rivelò il suo vero nome per almeno dieci anni), e giovani amici di sesso maschile cui versò regolarmente una pensione anche nei periodi in cui le sue condizioni finanziarie erano precarie (oltre ai vari sodali maschi cui dedicò la massima parte della sua attenzione devota durante gli anni più avanzati e la vecchiaia), trovava la sua verità interiore nell'opposizione. A tutto e a tutti.
Figlio e nipote di ecclesiastici, destinato lui stesso alla carriera ecclesiastica e, da principio, mansuetamente disposto ad essa, Butler non si presenta con le stigmate folgoranti del genio, ma con la dura, pratica testardaggine dell'impiegato di banca. Quando si ribella e decide di cambiare radicalmente la propria vita, non lo fa per un richiamo invincibile, né per uno slancio ispirato, ma, per così dire, coi documenti alla mano, perché ha scoperto un piccolo particolare che certamente non funziona: cioè che, fra i suoi allievi, quelli che non hanno ricevuto il battesimo non sono né migliori né peggiori di coloro che lo hanno ricevuto. È una scoperta da nulla, di cui in seguito sorriderà egli stesso: ma è la chiave che gli svela la possibilità di mistificazione totale dell'ingranaggio in cui stava per essere inghiottito.
Se l'opera creativa è soprattutto un modo di rappresentare e onorare il proprio Dio, ecco, dunque, il Dio di Samuel Butler, così vicino che basta, di nuovo, guardarsi allo specchio: è l'uomo individuale, meschino, pervertito, egocentrico, vile; senza anime da convertire né verità da fondare; pronto, nel regno furtivo della propria mente, ma anche in quello, non meno furtivo, della vita quotidiana, ad ogni blasfemia, ad ogni crimine, ad ogni ritrattazione, purché sia utile: ma che da quel crimine, da quella blasfemia, da quella ritrattazione rifugge non appena li riconosce inutili, vuoti e fragili quanto l'ipocrisia, il falso pietismo, e la giacca a doppio petto del conformismo.
Siamo lontani, con Butler, dai deliri erotici di Swinburne, dalla sensualità estetizzante di Pater, dall'eroico decadentismo di Oscar Wilde. Per Wilde, l'arte crea la vita; cioè l'atto scaturisce e acquista realtà solo dall'emozione creativa. Per Butler l'arte è deduttiva, e continuamente passata al vaglio della ragione. Si respira, nelle sue pagine, la lucida ironia di Voltaire; ma anche la riduzione antiromantica, la «fine del mondo» dataci, dopo più di mezzo secolo, da quel grande impiegato della poesia che fu T. S. Eliot. Con un processo analogo alla democratizzazione dell'immagine operata da Eliot, Butler svaluta, stinge, o addirittura dissolve in acido cloridrico le banconote di una civiltà che ancora, a molti, appariva gloriosamente in fieri, o, comunque, drammaticamente vitale, e che a lui invece svela il suo aspetto spettrale. Sembra di veder venire avanti, dalle sue pagine, Franz Kafka, le camere a gas, i cervelli elettronici, la morte nei frigoriferi, le antenne televisive, la moda dello zen, il problema del tempo libero.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026