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Frasi di «Ethica more geometrico demonstrata»

201 citazioni dal libro di Baruch Spinoza

Le frasi di «Ethica more geometrico demonstrata» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Ethica more geometrico demonstrata»

A coloro che preferiscono detestare o irridere le azioni o gli affetti umani anziché intenderli, senza dubbio sembrerà strano che io imprenda trattare con procedimento geometrico le stoltezze e i vizi, e che io voglia dimostrare secondo una ragione certe cose che secondo i loro strepiti ripugnerebbero alla ragione, sarebbero vane, assurde, orrende. (inciso presente sul retro dell'opera, 1992)
Agire in assoluto secondo virtù non è altro in noi che agire, vivere e conservare il proprio essere secondo la guida della ragione, e questo in base al principio della ricerca del proprio utile. (IV, 24, 1988)
Alla Crudeltà si contrappone la Clemenza, che non è una passione, ma una potenza dell'animo con la quale l'uomo modera l'Ira e la Vendetta. (def. Affetti 38, 1988)
Altri stimano che Dio sia causa libera per la ragione che potrebbe fare in tal modo che le cose che abbiamo detto seguire dalla sua natura, cioè che sono in suo potere, non avvengano, ossia non siano da egli stesso prodotte. Ma questo sarebbe lo stesso come se dicessero che Dio può far sì che dalla natura del triangolo non segua che i suoi tre angoli siano uguali a due retti. (I parte, 17 prop., traduzione Emilia Giancotti, Editori Riuniti, 1988)
Certamente l'esistenza umana sarebbe molto più felice se negli uomini la capacità di tacere fosse pari a quella di parlare. Ma l'esperienza insegna fin troppo bene che gli uomini non governano nulla con maggiore difficoltà che la lingua. (1992)
Chi è condotto dal timore, e fa il bene per evitare il male, non è condotto dalla ragione. (IV, 63, 1988)
Chi immagina che ciò che ama sia affetto da Gioia o Tristezza, sarà anch'egli affetto da Gioia o Tristezza. (III, 21, 1988)
Chi immagina che ciò che ha in Odio sia affetto da Tristezza, si rallegrerà; se, al contrario, immagina che lo stesso sia affetto da Gioia si rattristerà. (III, 23, 1988)
Chi vive guidato dalla ragione si sforza, per quanto può, di ricambiare l'odio, l'ira, il dispregio, di altri contro di lui, con l'amore, ossia con la generosità. (IV, 46, 1988)
Chiamo Schiavitù l'impotenza umana nel moderare e tenere a freno gli affetti; l'uomo soggetto agli affetti, infatti, non è padrone di sé, ma in balìa della fortuna nel cui potere è a tal punto che spesso è costretto, sebbene veda il meglio, a seguire tuttavia il peggio. (Iv, pref.)
Chiamerò intrepido colui il quale disprezza il male che di solito io temo. (III, 51, 1988)
Chiamiamo cattivo ciò che è causa di Tristezza. (IV, 30, 1988)
Chiamiamo umile colui che spesso arrossisce, che confessa i propri vizi e racconta le altrui virtù, che si fa indietro davanti a tutti e che infine cammina a capo basso e trascura gli ornamenti. (def. Affetti 29, 1988)
Coloro i quali, credono di parlare o di tacere, o di fare alcunché per libera decisione della Mente, sognano ad occhi aperti. (III parte, 2 prop., 1988)
Colui che vuole distinguere il vero dal falso deve avere un'idea adeguata di ciò che è vero e di ciò che è falso.
Citato in frasi spinoziane, fogliospinoziano.it, a cura di Claudio Catalli.
Colui il quale immagina che ciò che ama sia distrutto, si rattristerà; se, al contrario, immagina che si conservi, si rallegrerà. (III, 19, traduzione Emilia Giancotti, Editori Riuniti, 1988)
Colui il quale immagina che ciò che odia sia distrutto, si rallegrerà. (III, 20, 1988)
Così la vera felicità e beatitudine di un uomo riposano esclusivamente sulla sapienza e sulla conoscenza della verità e non sul fatto che egli è più sapiente degli altri o sul fatto che gli altri son privi della conoscenza del vero, perché questa considerazione non accresce affatto la sua sapienza, cioè la sua felicità autentica. (III, 1988)
Dico che noi agiamo quando in noi o fuori di noi avviene qualcosa di cui noi siamo causa adeguata, cioè quando dalla nostra natura, in noi o fuori di noi segue qualcosa che può essere compreso chiaramente e distintamente soltanto per mezzo della nostra stessa natura. (III, def. 2, 1988)
Dio ama se stesso di infinito amore intellettuale. (V, 35, 1992)
Dio agisce per le sole leggi della sua natura e non costretto da alcuno. (I parte, 17 prop., 1988)
Dio e tutti i suoi attributi sono eterni.
Dio esiste necessariamente. (I, 11, 1988)
Essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l'unico scopo della vita.
È possibile che amiamo oppure abbiamo in Odio certe cose, senza conoscerne la causa; ma soltanto per simpatia (come dicono) o per antipatia. (III, 15, 1988)
È proprio della natura della Ragione percepire le cose sotto una certa specie di eternità.
Gli affetti umani indicano la potenza e l'arte se non degli uomini, almeno della natura non meno di molte altre cose che ammiriamo e della cui contemplazione ci dilettiamo. (IV, 57)
Gli eventi contrari a ciò che dalla nostra utilità è richiesto, li sopporteremo di buon animo, se siamo consapevoli che abbiamo compiuto il nostro dovere, che la nostra potenza non poteva giungere a evitarli, e che noi siamo parte di tutta la natura, di cui seguiamo l'ordine. (IV, Append., cap. 32, 2002)
Gli uomini fanno tutto in vista di un fine. (I, Append., 1988)
Gli uomini quando dicono che questa o quella azione del Corpo trae origine dalla Mente che esercita il proprio dominio sul Corpo, non sanno quello che dicono e non fanno altro che confessare con parole speciose di ignorare, senza meravigliarsene, la vera causa di quella azione. (III, 2, 1988)
I nomi degli affetti rispecchiano più il loro uso che la loro natura. (def. Affetti 21, 1988)
I superstiziosi che hanno imparato più a biasimare i vizi che a insegnare le virtù e che cercano non di guidare gli uomini con la ragione, bensì di contenerli con la paura in modo che fuggano il Male piuttosto che amare le virtù, non tendono ad altro che a rendere gli altri miseri come essi stessi e perciò non è sorprendente se per lo più sono molesti e odiosi agli uomini. (IV, 63, 1988)
Il desiderio è l'essenza dell'uomo.
Il Disprezzo è l'immaginazione di una certa cosa, che tocca così poco la Mente, che la stessa Mente è spinta dalla presenza di una cosa a immaginare quel che nella stessa cosa non è, piuttosto quel che nella stessa cosa è. (def. Affetti 5, 1988)
Il Favore è Amore verso qualcuno, che ha fatto bene a un altro. (def. Affetti 19, 1988)
Il Gaudio è la Gioia che accompagna l'idea di una cosa passata che accade al di là della [nostra] speranza. (def. Affetti 16, 1988)
Il peccato, dunque, non è altro che la disobbedienza, che perciò è punita in base al solo diritto dello Stato, e al contrario l'obbedienza è stimata come un merito per il cittadino, poiché per ciò stesso è giudicato degno di godere dei benefici dello Stato. (IV, 37, 1988)
Il Pentimento è Tristezza che accompagna l'idea di un certo fatto, che crediamo di aver compiuto per libero decreto della Mente. (IV, 54, 1988)
Il Pentimento non è virtù, ossia non nasce da ragione; ma chi si pente di ciò che ha fatto, è due volte misero, ossia impotente.
Il Rimorso è la Tristezza che accompagna l'idea di una cosa passata che accade contro la nostra speranza. (def. Affetti 17, 1988)
Il Riso come anche il gioco è pura Gioia; e perciò, purché non abbia eccesso, è di per sé buono. (IV, 45, 1988)
Il sommo bene di coloro che seguono la virtù è comune a tutti e tutti egualmente possono goderne.
Il Timore è la Cupidità di evitare con un male minore un male maggiore che temiamo. (def. Affetti 39, 1988)
In base al modo in cui ciascuno è stato educato, si pente di un certo fatto o se ne gloria. (def. Affetti 27, 1988)
In natura nulla accade che possa essere attribuito ad un suo vizio; la natura, infatti, è sempre la stessa e la sua virtù e potenza di agire è ovunque una e identica, cioè le leggi e regole della natura secondo le quali tutte le cose avvengono e si mutano da una forma in un'altra sono ovunque e sempre le stesse. (III, prefazione)
In quanto una cosa concorda con la nostra natura, in tanto è necessariamente buona. (IV, 31, 1988)
In verità, se poniamo mente alle cose che dipendono dalla sola opinione, potremo concepire che può accadere che l'uomo senta di sé meno del giusto; può accadere, infatti, che qualcuno, mentre contempla tristemente la propria debolezza, immagini di essere disprezzato da tutti, e che ciò avvenga mentre gli altri a nulla pensano di meno che a disprezzarlo. (def. Affetti 28, 1988)
Intenderò per Buono ciò che sappiamo con certezza che è un mezzo per avvicinarci sempre più al modello della natura umana che ci siamo propositi; e per Male, invece, ciò che sappiamo con certezza che impedisce che riproduciamo lo stesso modello. (IV, pref.)
L'affermare che il mondo è un effetto necessario della natura divina equivale certamente a negare che sia stato fatto a caso.
L'affetto che si dice patema dell'animo è un'idea confusa, con la quale la Mente afferma una forza di esistere del suo Corpo [...] e, data la quale, la stessa Mente è determinata a pensare questo piuttosto che a quello. (def. Affetti gen.)
L'amore intellettuale della mente per Dio è lo stesso amore di Dio, con cui Dio ama se stesso, non in quanto è infinito, ma in quanto può essere manifestato attraverso l'essenza della mente umana, considerata sotto specie di eternità; ossia l'amore intellettuale della nostra mente per Dio è parte dell'infinito amore con cui Dio ama se stesso. [...] Ne segue che Dio, in quanto ama se stesso, ama gli uomini, e quindi che l'amore di Dio per gli uomini e l'amore intellettuale della mente per Dio, sono una sola e medesima cosa. (V, 36, 1992)
L'Audacia è la Cupidità dalla quale qualcuno è incitato a fare qualcosa in condizioni di pericolo che i suoi eguali temono affrontare. (def. Affetti 40, 1988)
L'avversione è Tristezza concomitante con l'idea di una certa cosa che per accidente è causa di Tristezza. (def. Affetti 9, 1988)
La Beatitudine non è premio alla Virtù, ma la Virtù stessa; né godiamo di essa perché teniamo a freno le libidini; ma, al contrario, poiché godiamo di essa, possiamo tenere a freno le libidini.
La Benevolenza è Cupidità di fare bene a colui del quale abbiamo compassione. (def. Affetti 35, 1988)
La Commiserazione è la Tristezza che accompagna l'idea del Male che accade ad un altro che immaginiamo a noi simile. (def. Affetti 18, 1988)
La conoscenza del male è conoscenza inadeguata. (IV, 64, 1988)
La conoscenza del Bene e del Male non è altro che l'affetto della Gioia e della Tristezza in quanto ne siamo consapevoli. (IV, 8, 1988)
La Costernazione si predica di colui la cui Cupidità di evitare il male è repressa dall'ammirazione del male che teme. (def. Affetti 42, 1988)
La Crudeltà, o ferocia, è la Cupidità dalla quale qualcuno è incitato ad arrecare male a colui che amiamo o di cui abbiamo Compassione.
La cupidità che nasce dalla letizia, a parità di condizioni, è più forte della cupidità che sorge dalla tristezza. (IV, 173 traduzione di Sossio Gianetta, Bollati Boringhieri, Torino 1992)
La Cupidità è la stessa essenza dell'uomo, in quanto si concepisce determinata da una certa sua affezione a fare qualcosa. (def. Affetti 1, 1988)
La Disistima consiste nel sentire, per Odio, meno del giusto nei confronti di qualcuno. (def. Affetti 22, 1988)
La Disperazione è Tristezza nata dall'idea di una cosa futura o passata, rispetto alla quale è venuta meno la ragione di dubitare. (def. Affetti 15, 1988)
La fluttuazione dell'animo e il dubbio non differiscono tra loro se non per il più e il meno. (III, 17, 1988)
L'eccitazione piacevole e il dolore si riferiscono all'uomo quando una parte è affetta a preferenza delle altre; l'ilarità, invece, e la malinconia quando tutte le parti sono parimenti affette. (III, 11, 1988)
La forza e l'incremento di ogni passione e la sua perseveranza nell'esistere non è definita dalla potenza con la quale ci sforziamo di perseverare nell'esistere, ma dalla potenza della causa esterna paragonata con la nostra. (IV, 25, 1988)
L'Emulazione è Cupidità di una certa cosa, che si ingenera in noi, per il fatto che immaginiamo che gli altri abbiano la stessa Cupidità. (def. Affetti 33, 1988)
La Gioia non è direttamente cattiva, ma buona; la Tristezza, in-vece è direttamente cattiva. (IV, 41, 1988)
La Gloria è Gioia che accompagna l'idea di una certa nostra a-zione, che immaginiamo sia lodata dagli altri. (def. Affetti 30, 1988)
L'idea di tutto ciò che aumenta o diminuisce, favorisce o limita la potenza di agire del nostro Corpo, aumenta anch'essa o diminuisce, favorisce o limita la potenza di pensare della nostra Mente. (III, 11, 1988)
Le azioni della Mente hanno origine dalle sole idee adeguate, le passioni invece dipendono dalle sole idee inadeguate. (III, 3, 1988)
L'Ilarità non può avere eccesso, ma è sempre buona, e al contrario la Malinconia è sempre cattiva. (def. Affetti 42, 1988)
L'Indignazione è Odio verso qualcuno che ha fatto male a un altro. (def. Affetti 20)
L'Invidia è Odio, in quanto produce nell'uomo un affetto per cui si rattrista della felicità altrui e, al contrario, gode dell'altrui Male. (def. Affetti 23, 1988)
La Mente umana ha conoscenza adeguata dell'essenza eterna ed infinita di Dio.
La Mente non conosce se stessa se non in quanto percepisce le idee delle affezioni del Corpo. (II, 23, 1988)
La Mente non ha una conoscenza adeguata, ma soltanto confusa di se stessa, del proprio Corpo e dei corpi esterni ogni qual volta percepisce le cose secondo il comune ordine della natura, ossia ogni qual volta in modo estrinseco, secondo la fortuita comparsa delle cose, è determinata a contemplare questo o quello, e non ogni qual volta dall'interno, per il fatto cioè che contempla più cose simultaneamente, è determinata a comprendere le loro concordanze, le loro differenze e contrarietà; ogni qual volta, infatti, è disposta dall'interno in questo o in altro modo, allora contempla le cose chiaramente e distintamente. (II, 29, 1988)
La Mente non è soggetta agli affetti che si riferiscono alle passioni se non nel corso della durata del Corpo. (V, 34, 1988)
La Mente non può immaginare nulla, né ricordarsi delle cose passate se non nel corso della durata del Corpo.
La Mente si sforza di immaginare soltanto quelle cose che pongono la sua potenza di agire. (III, 54, 1988)
La Mente umana è atta a percepire moltissime cose, e tanto più è atta quanto più il suo Corpo può essere disposto in molti modi. (II, 14, 1988)
La Mente umana non implica una conoscenza adeguata delle parti che compongono il Corpo umano. (II, 24, traduzione Emilia Giancotti, Editori Riuniti, 1988)
La Misericordia è Amore, in quanto produce nell'uomo un affetto per cui gode del bene altrui e, al contrario, si rattrista del Male altrui. (def. Affetti 24, 1988)
La natura aborrisce il vuoto.
La nostra Mente è attiva in certe cose e passiva in altre, cioè in quanto ha idee adeguate, in tanto è necessariamente attiva in certe cose e in quanto ha idee inadeguate in tanto è necessariamente passiva.
L'Odio è Tristezza, concomitante con l'idea di una causa esterna. (III, def. 7, 1988)
L'Odio non può mai essere buono. (IV, 45, 1988)
La perfezione delle cose deve essere valutata soltanto in base alla loro natura o potenza, né le cose sono più o meno perfette perché dilettano o offendono i sensi degli uomini, o perché giovano alla natura umana o la avversano. (I, appendice, 1988)
La perfezione non toglie l'esistenza della cosa, ma al contrario la pone. (I, 11, 1988)
La paura non può essere senza speranza né la speranza senza paura. (1992)
La Propensione è una Gioia concomitante con l'idea di una certa cosa che per accidente è causa di Gioia. (def. Affetti 8, 1988)
La Pusillanimità si predica di colui la cui Cupidità è repressa dal timore del pericolo, che i suoi eguali osano affrontare. (def. Affetti 41, 1988)
La superstizione sembra stabilire che è buono quel che procura Tristezza e, viceversa, cattivo quel che procura Gioia. (IV, 31, 1988)
Lo sforzo di causare un male a colui che odiamo si chiama Ira; lo sforzo, invece, di ricambiare il male che ci è stato procurato si chiama Vendetta. (III, 40, 1988)
Lo sforzo di fare bene a chi ci ama e si sforza di farci bene, si chiama Riconoscenza o Gratitudine; e perciò è manifesto che gli uomini sono molto più preparati alla vendetta che a ricambiare un beneficio. (III, 41, 1988)
La Sicurezza è Gioia nata dall'idea di una cosa futura o passata, rispetto alla quale è venuta meno la ragione di dubitare. (def. Affetti 14, 1988)
La Soddisfazione di sé è Gioia nata dal fatto che l'uomo contempla se stesso e la propria potenza di agire. (def. Affetti 25, 1988)
La Speranza è una Gioia incostante, nata dall'idea di una cosa futura o passata, del cui esito in qualche misura dubitiamo. (def. Affetti 12, 1988)
La Stima facilmente rende superbo l'uomo che è stimato. (IV, 59, 1988)
Le cose non avrebbero potuto essere prodotte da Dio in altro modo, né con un altro ordine da quello in cui sono state prodotte. (I, 33, 1988)
Le cose sono state prodotte da Dio con somma perfezione: poiché sono seguite necessariamente da una data natura che è perfettissima. (I, 33, 1988)
La Sottovalutazione di sé consiste nel sentire di sé, per Tristezza, meno del giusto.
La Sottovalutazione di sé, tuttavia, può essere corretta più facilmente dalla Superbia, poiché questa è un affetto della Gioia, quella invece della Tristezza; e perciò questa è più forte di quella. (IV, 56, 1988)
La Stima consiste nel sentire, per Amore, più del giusto nei confronti di qualcuno. (def. Affetti 21, 1988)
La teologia non è ancella della ragione, né la ragione della teologia.
La virtù, che per il saggio consegue alla conoscenza, per il volgo è oggetto di obbedienza, che esso accoglie non in base all'evidenza intrinseca del comando ma sulla fiducia nella testimonianza stessa.
Lo sforzo di conservare se stessi è il primo e unico fondamento della virtù. (IV, 22, 1988)
L'Umanità, ossia la Modestia, è la Cupidità di fare le cose che piacciono agli uomini e di omettere quelle che dispiacciono loro. (def. Affetti 43, 1988)
L'Umiltà è Tristezza nata dal fatto che l'uomo contempla la propria impotenza, o debolezza. (def. Affetti 26, 1988)
L'umiltà non è virtù, non nasce dalla vera contemplazione o ragione, ma è passione. L'umiltà è la tristezza che sorge dal fatto che l'uomo contempla la sua impotenza. (IV, 53, 1992)
L'uomo che è guidato da ragione è più libero nello Stato, dove vive secondo un decreto comune, che nella solitudine, dove obbedisce soltanto a sé stesso. (1992)
L'uomo è sempre necessariamente soggetto alle passioni e segue l'ordine comune della Natura e vi obbedisce e, per quanto lo esige la natura delle cose, vi si adatta. (IV, 4, 1988)
L'uomo è un animale sociale.
L'uomo in quanto trascura il proprio utile, e cioè di conservare il proprio essere, in tanto è impotente. (IV, 20, 1988)
L'uomo libero, cioè chi vive soltanto secondo il dettame della ragione, non è guidato dalla paura della morte, ma desidera direttamente il bene, cioè agire, vivere, conservare il proprio essere sulla base della ricerca del proprio utile; e perciò non pensa a niente meno che alla morte, ma la sua sapienza è meditazione della vita. (IV, 67, 1992)
L'uomo pensa.
La vera felicità e beatitudine di ciascuno consistono esclusivamente nel godimento del Bene e non già in quel vanto che sorge al pensiero di essere il solo a godere del Bene, mentre gli altri ne sono esclusi.
La Verecondia è la paura o timore della vergogna dalla quale l'uomo è trattenuto dal commettere qualcosa di turpe. (def. Affetti 31, 1988)
La Vergogna è Tristezza che segue a un fatto di cui si ha pudore.
La volontà e l'intelletto sono la stessa e unica cosa.
La volontà non può essere chiamata causa libera. (I, 32, 1988)
Lascio, dunque, che ognuno viva a suo talento e che chi vuol morire muoia in santa pace, purché a me sia dato di vivere con la verità.
Massima superbia o massimo avvilimento sono massima ignoranza di sé. (1992)
Né il Corpo può determinare la Mente a pensare, né la Mente può determinare il Corpo al movimento o alla quiete; né a qualunque altra cosa (se ve n'è una). (III, 2, 1988)
Nella Sottovalutazione di sé è presente una falsa specie di Pietà e di Religione. (IV, 22, 1988)
Nelle idee non vi è nulla di positivo per cui si dicono false. (II, 33, 1988)
Nessuno ha invidia della virtù di qualcuno, se non di un proprio uguale. (III, 55, 1988)
Niente accade in contrasto con la natura, anzi essa mantiene un ordine fisso e immutabile.
Niente esiste dalla cui natura non scaturisca un qualche effetto.
Noi ci sforziamo di affermare di noi stessi e della cosa amata tutto ciò che immaginiamo che produca un affetto di Gioia in noi o nella cosa amata; e, al contrario, di negare tutto ciò che immaginiamo che produca un affetto di Tristezza in noi o nella cosa amata. (III, 25, 1988)
Noi ci sforziamo di promuovere che avvenga tutto ciò che immaginiamo conduca alla Gioia; e invece di rimuovere o distruggere tutto ciò che immaginiamo conduca alla Tristezza. (III, 28, 1988)
Noi non cerchiamo, vogliamo, appetiamo, né desideriamo qualcosa perché riteniamo che sia buona; ma, al contrario, noi giudichiamo buona qualcosa, perché la cerchiamo, la vogliamo, la appetiamo e la desideriamo. (III. 9, 1988)
Noi sentiamo e sappiamo di essere eterni.
Non c'è affezione del Corpo della quale non possiamo formare un concetto chiaro e distinto. (V, 4, 1988)
Non c'è da meravigliarsi che assolutamente tutti gli atti che per consuetudine si chiamano cattivi siano seguiti da Tristezza e quelli che si dicono retti da Gioia.
Non esiste Speranza senza Paura e Paura senza Speranza. (def. Affetti 12)
Certamente, nulla se non una torva e triste superstizione proibisce di prendersi diletto. (IV, 45, 1988)
Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel suo essere. (III, 6, 1988)
Ogni cosa singolare, ossia qualunque cosa che è finita e ha una determinata esistenza, non può esistere né essere determinata ad agire se non sia determinata ad esistere e ad agire da un'altra causa che è anche finita e ha una determinata esistenza: e anche questa causa non può a sua volta esistere né essere determinata ad agire se non sia determinata ad esistere e ad agire da un'altra causa che è anch'essa finita e a ha una determinata esistenza, e così all'infinito. (I, 28, 1988)
Ognuno, secondo le leggi della propria natura, necessariamente ricerca o respinge ciò che giudica buono o cattivo. (IV, 19, 1988)
Ognuno, per quanto può, si sforzerà perché ami ciò che ama e odi ciò che odia. (III, 31, 1988)
Ognuno regola tutte le cose secondo il proprio affetto e coloro i quali, inoltre, sono combattuti da affetti contrari non sanno quel che vogliono; mentre coloro i quali non sono agitati da alcun affetto, sono spinti qua e là da un lieve impulso. (III, 2, 1988)
Per beatitudine intendo perseguire l'utile in maniera razionale e vivere la vita nel miglior modo possibile.
Per Bene intenderò ciò che sappiamo con certezza che ci è utile. (IV, def. 1)
Per Idea intendo il concetto della Mente che la Mente forma perché è cosa pensante. (II, 3, 1988)
Per il fatto solo che abbiamo considerato una certa cosa con un affetto di Gioia o di Tristezza, affetto della quale la stessa cosa non è causa efficiente, possiamo amarla o averla in Odio. (III, 15, 1988)
Per il fatto solo che immaginiamo che una certa cosa ha qualcosa di simile a un oggetto che di solito produce nella Mente un af-fetto di Gioia o di Tristezza, sebbene ciò in cui la cosa è simile a quell'oggetto non sia la causa efficiente di questi affetti, tuttavia la ameremo o la avremo in Odio. (III, 16, 1988)
Per l'invidioso non vi è nulla di più gioioso che l'altrui infelicità e nulla di più molesto che l'altrui felicità. (III, 39, 1988)
Per Male, invece, intendo ogni genere di Tristezza e soprattutto ciò che frustra il desiderio. (III, 39, 1988)
Per Male invece ciò che sappiamo con certezza che ci impedisce di impadronirci di un certo bene. (IV, def. 2, 1988)
Per perfezione intenderò la realtà in genere, e cioè l'essenza di una certa cosa in quanto esiste e agisce in un certo modo, senza tener conto della sua durata. Infatti, nessuna cosa singolare può dirsi più perfetta perché ha perseverato nell'esistenza per un tempo maggiore. (IV, pref.)
Per quanto riguarda il matrimonio; certo che esso è in armonia con la ragione se la Cupidità di congiungere i corpi non sia generata dalla sola bellezza, ma anche dall'amore di procreare figli e di educarli saggiamente; e, inoltre, l'amore di entrambi, e cioè del maschio e della femmina non abbia come causa la sola bellezza, ma soprattutto la libertà dell'animo. (IV, 20, 1988)
Per quel che riguarda le forme esteriori del culto è certo che esse non possono per nulla giovare, né nuocere alla vera cognizione di Dio ed all'amore che necessariamente ne deriva.
Per Realtà e Perfezione intendo la stessa medesima cossa. (II, def. 6, 1988)
Per virtù e potenza intendo la stessa cosa. (IV, def. 8, 1992)
Poiché per lo più accade che coloro che hanno fatto molte espe-rienze tentennino fino a quando contemplano una cosa come futura o presente e abbiano molti dubbi sull'esito della cosa stessa, avviene che gli affetti che nascono da simili immagini delle cose non siano così costanti, ma siano per lo più turbati da immagini di altre cose, fino a quando gli uomini non divengano più sicuri dell'esito della cosa. (III, 18, 1988)
Poiché supponiamo che l'uomo abbia in Odio ciò che è oggetto della sua Irrisione, segue che questa Gioia non è solida. (def. Affetti 11, 1988)
Quando la Mente contempla se stessa e la sua potenza di agire si rallegra, e tanto più quanto più distintamente immagina se stessa e la sua potenza di agire. (III, 53, 1988)
Quando la Mente immagina la propria impotenza, per ciò stesso si rattrista. (III, 55, 1988)
Quando amiamo una cosa che ci è simile, ci sforziamo per quanto è in noi di far sì che a sua volta ci ami. (III, 33, traduzione Emilia Giancotti, Editori Riuniti, 1988)
Quanto più conosciamo le cose singolari, tanto più conosciamo Dio. (1992)
Quanto più una cosa ha di perfezione, tanto più è attiva e tanto meno è passiva, e al contrario quanto più è attiva tanto più è perfetta. (V, 40, 1988)
Riconosco tre affetti primitivi ossia primari, e cioè la Gioia, la Tristezza e la Cupidità. (def. Affetti 4)
Riguardo agli uomini politici sembra che essi siano più portati a tendere insidie all'umanità che non a prenderne cura, che siano insomma più astuti che saggi. Infatti l'esperienza vien loro dicendo che ci saranno vizi finché ci saranno gli uomini.
Sappiamo con certezza che niente è buono o cattivo se non ciò che conduce effettivamente a comprendere, o ciò che può impedire che comprendiamo. (IV, 27, 1988)
Sarebbe troppo lungo elencare tutti i mali della Superbia, poiché i superbi sono soggetti a tutti gli affetti; ma a nessuno meno che a quelli dell'Amore e della Misericordia. (IV, 57, 1988)
Se, al contrario, immaginiamo che lo stesso produca un affetto di Tristezza nella cosa che amiamo, saremo viceversa mossi da Odio contro di lui. (III, 22, 1988)
Se accade che immaginiamo spesso cioè che ammiriamo, cesseremo di ammirarlo. (def. Affetti 10, 1988)
Se Dio agisce in vista di un fine, necessariamente appetisce qualcosa di cui manca. (I, Appendice, traduzione Emilia Giancotti, Editori Riuniti, 1988)
Se dunque possiamo essere causa adeguata di qualcuna di queste affezioni, allora per Affetto intendo una azione, altrimenti una passione. (III, def. 3, 1988)
Se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse loro sempre favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione.
Se gli uomini impotenti nell'animo fossero tutti egualmente su-perbi, se non si vergognassero di nulla e non avessero paura di qualcosa, come potrebbero essere uniti e costretti da vincoli? (IV, 54, 1988)
Se non possedessimo la testimonianza della Sacra Scrittura, noi dubiteremmo della salvezza della maggior parte degli uomini. (XV, 1988)
Se uno ha in odio un altro, si sforzerà di fargli male, a meno che tema che possa derivargliene un male maggiore; e viceversa, chi ama un altro, per la stessa legge si sforzerà di fargli del bene. (1992)
Tratterò dunque della natura e delle forze degli affetti, come anche del potere della Mente su di essi con lo stesso metodo con il quale ho trattato Dio e della Mente, e considererò le azioni e gli appetiti umani come se fosse questione di linee, di superfici o di corpi. (III, pref., 1988)
Tutta la natura è un solo individuo, le cui parti – cioè tutti i corpi – variano in infiniti modi senza alcun mutamento dell'individuo nella sua totalità. (II, lemma 7, scolio, 2008)
Tutto ciò che ci sforziamo di fare secondo ragione non è altro che comprendere; né la Mente, in quanto si serve della ragione, giudica per sé utile altro se non ciò che conduce a comprendere. (IV, 26, 1988)

Citazioni con testo originale

A tutte le azioni alle quali siamo determinati da un affetto che è passione, possiamo senza di questo essere determinati da ragione. (IV, 59, 1988)
Agire assolutamente per virtù non è niente altro (per la definizione 8 di questa parte) che agire secondo le leggi della natura. Ma noi, in tanto solo agiamo, in quanto intendiamo (per la proposizione 3, parte terza); dunque agire per virtù, in noi non è niente altro che agire, vivere, conservare il proprio essere sotto la guida della ragione, e ciò sul fondamento (per il corollario della proposizione 22 di questa parte) di ricercare il proprio utile. C.d.d. (IV, 24, 1992)
Dio è la causa immanente e non transitiva di tutte le cose. (I, 18, 1992)
L'Amore è Gioia, concomitante con l'idea di una causa esterna. (III, def. affetti 6, 1988)
L'esistenza di Dio e la sua essenza sono una sola e medesima cosa. (I, 20, 1992)
L'essenza delle cose prodotte da Dio non implica l'esistenza. (I, 24, 1992)
Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare. (V, 42, 1992)
Non si può concepire secondo verità nessun attributo della sostanza, dal quale segua che la sostanza può essere divisa. (I, 12, 1992)
Poiché la Ragione non esige alcunché che sia contrario alla natura, essa dunque esige che ciascuno ami se stesso, cerchi ciò che gli è utile (ma utile davvero), desìderi tutto ciò che indirizza davvero l'Uomo ad una perfezione maggiore: in assoluto, la natura esige che ognuno, per quanto sta in lui, si sforzi di conservare il proprio essere. E questo è vero necessariamente, come necessariamente è vero che il tutto è maggiore di una sua parte. Dato poi che la virtù non è altro che l'agire in conformità delle leggi della propria natura, e che nessuno si sforza di conservare il proprio essere se non in conformità delle leggi della sua propria natura, ne deriva in primo luogo che il fondamento della virtù è lo stesso sforzo, o impegno vitale, di conservare il proprio essere, e che la felicità, per un umano, consiste nel poter conservare il suo essere; in secondo luogo, deriva da quanto sopra che la virtù è da desiderarsi e da ricercarsi per se stessa, e che non c'è alcunché migliore di essa o preferibile ad essa o che ci sia più utile, e a causa del quale la virtù si dovrebbe desiderare; in terzo luogo, infine, si comprende come coloro che s'uccidono abbiano un animo impotente e siano totalmente sopraffatti da cause esterne radicalmente ostili alla loro natura. (IV, 18, traduzione di Renato Peri)
Oltre Dio non si può né dare né concepire alcuna sostanza. (I, 14, 1992)
Se gli uomini nascessero liberi, non si formerebbero nessun concetto di bene e di male, finché fossero liberi.
Dimostrazione Ho detto che è libero chi è guidato dalla sola ragione; chi dunque nasce libero e libero rimane, non ha se non idee adeguate; e perciò non ha alcun concetto del male (per il corollario della proposione 64 di questa parte) e, di conseguenza (dato che il bene e il male sono correlativi), neanche del bene. C.d.d. (IV, 68, 1992)
Tutto ciò che è, è in Dio, e niente può essere né essere concepito senza Dio. (I, 15, 1992)

Citazioni sullEthica

Esistono senza dubbio passioni tristi che hanno un'utilità sociale, ad esempio la paura, la speranza, l'umiltà, il pentimento, ma solo quando gli uomini non vivono sotto la guida della ragione. Rimane comunque il fatto che ogni passione, dal momento che implica tristezza, è cattiva in quanto tale: anche la speranza e la sicurezza. Lo Stato è tanto più perfetto quanto più poggia su affetti di gioia: l'amore della libertà deve prendere il sopravvento sulla speranza, la paura e la sicurezza. L'unico dettame della ragione [...] consiste nel concatenare il maggior numero di gioie passive col maggior numero di gioie attive. Infatti, la gioia è un'affezione passiva che aumenta la nostra potenza di agire, e solo la gioia può essere un'affezione attiva. [...] Il sentimento della gioia è il sentimento propriamente etico.
Il nocciolo, a dir così, dell'«Ethica» di Spinoza è l'intera sottomisione dell'egoismo alla libertà razionale, la quale finisce col purificarlo, insegnando a ravvisare nell'assoluta rinunzia al Tutto e all'Eterno l'unica vera affermazione di sé.
L'«Ethica» dello Spinoza vuol essere soprattutto la conoscenza di Dio: da ciò risultano le linee fondamentali della sua intuizione del mondo. La soluzione del problema metafisico condiziona la intuizione dell'essenza del problema morale.
LEtica è esposta nello stile di Euclide, con definizioni, assiomi e teoremi: si suppone che quanto viene dopo l'assioma sia rigorosamente dimostrato attraverso un ragionamento deduttivo. Tutto ciò rende difficile la lettura di Spinoza.
Qualcuno ha detto che solo Dio avrebbe potuto scrivere lEthica. Credimi, costui sbagliò. Nemmeno Dio. Infatti l'impossibilità per l' Ethica di essere scritta non è che la stessa impossibilità per il mondo di essere creato, cosa che l' Ethica dimostra perfettamente. (p. 100)
Se Spinoza l'avesse davvero sposata, Clara Maria, sarebbe stato un disastro. Ci avrebbe lasciato un mediocre canzoniere in latino, invece dell'astro che mai sarà Buco Nero dellEthica.
Cfr. la spiegazione dell'episodio in Wikibooks.
Si tratta di capire perché Spinoza, scrivendo un libro intitolato Etica, parli in continuazione di Dio, iniziando con il darne una definizione [...] e concludendo col dire che la più alta virtù è «l'amore intellettuale della mente verso Dio» (libro V, proposizione 36). Perché tanto parlare di Dio, per parlare di etica? Non sarebbe bastato parlare appunto solo di etica, di etica rigorosamente laica, tale da sussistere «etsi Deus non daretur» (anche se Dio non ci fosse) come aveva proposto solo qualche anno prima un altro grande olandese, Ugo Grozio? Invece no, Spinoza insiste sulla teologia, come aveva già fatto scrivendo, prima dellEtica, opere come il Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene e il più noto Trattato teologico-politico. Il fatto è che Spinoza sa bene che, senza un adeguato discorso su Dio, cioè sul fondamento razionale dell'essere, non si dà alcuna possibilità di stabilire un'etica.
Sul tavolo era aperto un libro in latino, con gli ampi margini pieni di note e commenti aggiunti dal dottor Fischelson in uno stampatello minuto: era lEtica di Spinoza, che egli studiava da trent'anni. Sapeva a memoria ogni proposizione, ogni dimostrazione, ogni corollario e ogni scolio, e quando voleva rileggere un determinato passo apriva quasi sempre il libro alla pagina giusta senza doverla cercare; eppure continuava a studiare lEtica ogni giorno, per ore e ore, con una lente d'ingrandimento nella mano ossuta, mormorando fra sé e annuendo col capo. La verità era che più studiava e più scopriva punti di difficile interpretazione, passi oscuri e osservazioni enigmatiche; in ogni frase c'erano significati riposti che nessuno studioso di Spinoza aveva mai decifrato. Il filosofo, in realtà, aveva precorso tutte le critiche della ragion pura formulate da Kant e dai suoi seguaci.

Giorgio Colli

Chi si accinge a leggere lEtica, si trova anzitutto di fronte a difficoltà grandissime: le definizioni, gli assiomi, le proposizioni, gli scolii, si presentano come bastioni inespugnabili, quasi isolati e ostili gli uni agli altri. Ma approfondendo l'indagine, cioè scendendo nei cunicoli sotterranei di ciascun bastione, si scoprono i collegamenti.
LEtica ha la fermezza di un tempio, in un paesaggio disabitato: se sapremo contemplarlo, penetrare devoti il suo interno, conosceremo il divino.
LEtica richiede lettori non pigri, discretamente dotati e soprattutto che abbiano molto tempo a loro disposizione. Se le si concede tutto questo, in cambio offre molto di più di quello che ci si può ragionevolmente attendere da un libro: svela l'enigma di questa nostra vita, e indica la via della felicità, due doni che nessuno può disprezzare.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026