Le frasi di «Genealogia della morale» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Genealogia della morale»
Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere che ci si possa, un bel giorno trovare? Non a torto è stato detto:«Dove è il vostro tesoro, là è anche il vostro cuore»; il nostro tesoro è là dove sono gli alveari della nostra conoscenza. A questo scopo siamo sempre in cammino, come animali alati per costituzione, come raccoglitori di miele dello spirito, e soltanto un'unica cosa ci sta veramente a cuore – «portare a casa» qualcosa. Del resto, per quanto riguarda la vita, le cosiddette «esperienze» – chi di noi ha anche soltanto una sufficiente serietà per queste cose?
È chiaro che per esercitare così la lettura come arte, è necessaria soprattutto una cosa che al giorno d'oggi si è disimparata più di tante altre – e perciò, per arrivare alla "leggibilità" delle mie opere, ci vorrà ancora tempo – una cosa, cioè, per cui si deve essere piuttosto simili a una vacca e in nessun caso a un "uomo moderno": il ruminare. (pref., 8)
I signori sono stati spazzati via: la morale dell'uomo comune ha vinto. (I, 9; 1993)
Sono stati invece gli stessi «buoni», vale a dire i nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire ad aver avvertito e determinato se stessi e le loro azioni come buoni; cioè di prim'ordine, e in contrasto a tutto quanto è ignobile e d'ignobile sentire, volgare e plebeo. (I, 2; 1991)
Come sono diverse queste due parole, «cattivo» e «malvagio» [...] domandiamoci chi propriamente è il «malvagio», nel senso della morale del ressentiment. Con una risposta rigorosa occorrerà dire: appunto il «buono» dell'altra morale, appunto il nobile, il potente, il dominatore. (I, 11; 1991)
L'inoffensività del debole [...] il suo inevitabile dover aspettare [...] il non-potersi-vendicare è detto non-volersi-vendicare, forse addirittura perdonare («giacché costoro non sanno quel che fanno»). (I, 14; 1991)
I Romani erano invero i forti e i nobili, come non sono mai esistiti sulla terra di più forti e più nobili, e nemmeno mai sono stati sognati: ogni loro reliquia, ogni iscrizione manda in estasi, ammesso che si riesca a indovinare che cosa scrive in quelle. (I, 16; 2007)
Grazie all'eticità dei costumi e alla sociale camicia di forza l'uomo venne reso effettivamente calcolabile. (II, 1; 1991)
Soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria. (II, 3; 1991)
In che senso può essere la sofferenza una compensazione di «debiti»? In quanto far soffrire arrecava soddisfazioni in sommo grado. (II, 6; 1991)
Il senso della colpa, della nostra personale obbligazione, per riprendere il corso della nostra indagine, ha avuto, come abbiamo visto, la sua origine nel più antico e originario rapporto tra persone che esista, nel rapporto tra compratore e venditore, creditore e debitore. (II, 8; 1991)
Tutti gli istinti che non si scaricano all'esterno, si rivolgono all'interno – questo è quella che io chiamo interiorizzazione dell'uomo: in tal modo soltanto si sviluppa nell'uomo quella che più tardi verrà chiamata la sua «anima». (II, 16; 1991)
Ateismo e una sorta di seconda innocenza sono intrinsecamente connessi. (II, 20; 1991)
Si riconosce un filosofo nel suo rifuggire tre cose abbaglianti e chiassose: la gloria, i principi e le donne. (III, 8; 1991)
I malati sono il pericolo massimo per i sani; non dai più forti viene il danno per i forti, bensì dai più deboli. (III, 14; 1991)
Il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. Ogni sofferente, infatti, cerca istintivamente una causa del proprio dolore. (III, 15; 1991)
Non si trascuri infatti questa circostanza: per necessità di natura i forti tendono a dissociarsi, quanto i deboli ad associarsi. (III, 18; 1991)
Il «peccato» – giacché suona così la reinterpretazione sacerdotale della «cattiva coscienza» animale (della crudeltà volta all'indietro) – è stato sino a oggi l'avvenimento più grande nella storia dell'anima malata: in esso noi abbiamo lo stratagemma più pericoloso e più funesto dell'interpretazione religiosa. (III, 20; 1991)
Ancora sono ben lontani costoro dall'essere spiriti liberi: poiché ancora essi credono alla verità ... Allorché i Crociati cristiani si scontrarono in Oriente con quell'invincibile ordine di Assassini, quell'ordine di spiriti liberi par excellence, i cui gradi infimi vivevano in una obbedienza quale non fu mai raggiunta da alcun ordine monastico, ricevettero per qualche via anche una indicazione su quel simbolo e su quella parola d'ordine intagliata sul legno, che era riservata unicamente a grandi sommi, come loro secretum: «Nulla è vero, tutto è permesso» ... Orbene, questa era libertà dello spirito, in tal modo veniva congedata la fede nella stessa verità ... (III, 24; 2007)
L'arte, in cui appunto la menzogna si santifica e la volontà d'illusione ha dalla sua la tranquilla coscienza, è in maniera molto più radicale della scienza contrapposta all'ideale ascetico. (III, 25; 1991)
In tal modo il cristianesimo come dogma è crollato per la sua stessa morale: in tal modo anche il cristianesimo come morale deve ancora crollare – noi siamo alla soglia di questo avvenimento. (III, 27; 1991)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026