Frasi

Frasi di «Genealogia della morale»

21 citazioni dal libro di Friedrich Nietzsche

Le frasi di «Genealogia della morale» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Genealogia della morale»

Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere che ci si possa, un bel giorno trovare? Non a torto è stato detto:«Dove è il vostro tesoro, là è anche il vostro cuore»; il nostro tesoro è là dove sono gli alveari della nostra conoscenza. A questo scopo siamo sempre in cammino, come animali alati per costituzione, come raccoglitori di miele dello spirito, e soltanto un'unica cosa ci sta veramente a cuore – «portare a casa» qualcosa. Del resto, per quanto riguarda la vita, le cosiddette «esperienze» – chi di noi ha anche soltanto una sufficiente serietà per queste cose?
È chiaro che per esercitare così la lettura come arte, è necessaria soprattutto una cosa che al giorno d'oggi si è disimparata più di tante altre – e perciò, per arrivare alla "leggibilità" delle mie opere, ci vorrà ancora tempo – una cosa, cioè, per cui si deve essere piuttosto simili a una vacca e in nessun caso a un "uomo moderno": il ruminare. (pref., 8)
I signori sono stati spazzati via: la morale dell'uomo comune ha vinto. (I, 9; 1993)
Sono stati invece gli stessi «buoni», vale a dire i nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire ad aver avvertito e determinato se stessi e le loro azioni come buoni; cioè di prim'ordine, e in contrasto a tutto quanto è ignobile e d'ignobile sentire, volgare e plebeo. (I, 2; 1991)
Come sono diverse queste due parole, «cattivo» e «malvagio» [...] domandiamoci chi propriamente è il «malvagio», nel senso della morale del ressentiment. Con una risposta rigorosa occorrerà dire: appunto il «buono» dell'altra morale, appunto il nobile, il potente, il dominatore. (I, 11; 1991)
L'inoffensività del debole [...] il suo inevitabile dover aspettare [...] il non-potersi-vendicare è detto non-volersi-vendicare, forse addirittura perdonare («giacché costoro non sanno quel che fanno»). (I, 14; 1991)
I Romani erano invero i forti e i nobili, come non sono mai esistiti sulla terra di più forti e più nobili, e nemmeno mai sono stati sognati: ogni loro reliquia, ogni iscrizione manda in estasi, ammesso che si riesca a indovinare che cosa scrive in quelle. (I, 16; 2007)
Grazie all'eticità dei costumi e alla sociale camicia di forza l'uomo venne reso effettivamente calcolabile. (II, 1; 1991)
Soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria. (II, 3; 1991)
In che senso può essere la sofferenza una compensazione di «debiti»? In quanto far soffrire arrecava soddisfazioni in sommo grado. (II, 6; 1991)
Il senso della colpa, della nostra personale obbligazione, per riprendere il corso della nostra indagine, ha avuto, come abbiamo visto, la sua origine nel più antico e originario rapporto tra persone che esista, nel rapporto tra compratore e venditore, creditore e debitore. (II, 8; 1991)
Tutti gli istinti che non si scaricano all'esterno, si rivolgono all'interno – questo è quella che io chiamo interiorizzazione dell'uomo: in tal modo soltanto si sviluppa nell'uomo quella che più tardi verrà chiamata la sua «anima». (II, 16; 1991)
Ateismo e una sorta di seconda innocenza sono intrinsecamente connessi. (II, 20; 1991)
Si riconosce un filosofo nel suo rifuggire tre cose abbaglianti e chiassose: la gloria, i principi e le donne. (III, 8; 1991)
I malati sono il pericolo massimo per i sani; non dai più forti viene il danno per i forti, bensì dai più deboli. (III, 14; 1991)
Il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. Ogni sofferente, infatti, cerca istintivamente una causa del proprio dolore. (III, 15; 1991)
Non si trascuri infatti questa circostanza: per necessità di natura i forti tendono a dissociarsi, quanto i deboli ad associarsi. (III, 18; 1991)
Il «peccato» – giacché suona così la reinterpretazione sacerdotale della «cattiva coscienza» animale (della crudeltà volta all'indietro) – è stato sino a oggi l'avvenimento più grande nella storia dell'anima malata: in esso noi abbiamo lo stratagemma più pericoloso e più funesto dell'interpretazione religiosa. (III, 20; 1991)
Ancora sono ben lontani costoro dall'essere spiriti liberi: poiché ancora essi credono alla verità ... Allorché i Crociati cristiani si scontrarono in Oriente con quell'invincibile ordine di Assassini, quell'ordine di spiriti liberi par excellence, i cui gradi infimi vivevano in una obbedienza quale non fu mai raggiunta da alcun ordine monastico, ricevettero per qualche via anche una indicazione su quel simbolo e su quella parola d'ordine intagliata sul legno, che era riservata unicamente a grandi sommi, come loro secretum: «Nulla è vero, tutto è permesso» ... Orbene, questa era libertà dello spirito, in tal modo veniva congedata la fede nella stessa verità ... (III, 24; 2007)
L'arte, in cui appunto la menzogna si santifica e la volontà d'illusione ha dalla sua la tranquilla coscienza, è in maniera molto più radicale della scienza contrapposta all'ideale ascetico. (III, 25; 1991)
In tal modo il cristianesimo come dogma è crollato per la sua stessa morale: in tal modo anche il cristianesimo come morale deve ancora crollare – noi siamo alla soglia di questo avvenimento. (III, 27; 1991)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026