Frasi
Frasi di Friedrich Nietzsche
653 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Friedrich Nietzsche raccolte in un'unica pagina: 653 frasi, divise per libro e argomento.
Friedrich Nietzsche (filosofo tedesco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Friedrich Nietzsche
Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati.
È come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa.
È impossibile che il nostro conoscere possa andare al di là dello stretto necessario per la conservazione della vita. La morfologia ci mostra che i sensi, i nervi, nonché il cervello si sviluppano proporzionalmente alla difficoltà di nutrirsi.
Io vi insegno l'oltreuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per l'oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.
I preti sono i nemici più crudeli... in essi l'odio cresce in proporzioni mostruose e sinistre, una forma di odio tra le più spirituali e tossiche.
L'intero apparato della coscienza è un apparato per astrarre e semplificare – non orientato verso la conoscenza, ma verso il dominio delle cose.
La conoscenza esiste nella misura in cui è utile. Non c'è dubbio, infatti, che tutte le percezioni di senso sono impegnate in giudizi di valore: utile e dannoso, quindi piacevole e spiacevole.
La logica è legata a questa condizione: supporre che si diano casi identici, perché senza costanti l'uomo non può sopravvivere.
Mio caro signor dottore, queste poesie di Giordano Bruno sono un regalo di cui le sono grato con tutto il cuore. Mi sono permesso di appropriarmele come se le avessi scritte io e per me – e le ho prese come gocce corroboranti. Se lei sapesse quanto raramente mi viene ancora qualcosa di corroborante dall'esterno.
Nella solitudine il solitario divora se stesso. Nella moltitudine lo divorano i molti. Ora scegli.
Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al "perché?". Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore.
Non ho mai sentito dire che le flatulenze determinino situazioni filosofiche.
Non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralisti.
Non si è dato mai il caso di una donna che abbia preso un raffreddore con un vestito scollato di un grande sarto.
Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell'attimo e perciò né triste né annoiato... L'uomo chiese una volta all'animale: "Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?" L'animale voleva rispondere e dice: "Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire" – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l'uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo".
Sento spesso il bisogno di ruminare il passato e di rendere digeribile il presente con quel condimento.
Sull'origine della logica: caos originario delle rappresentazioni. Le rappresentazioni compatibili tra loro rimasero, la maggioranza di loro andò in rovina e va in rovina.
Tutto considerato, caro amico, d'ora in poi non ha più senso parlare e scrivere su di me, ho passato agli atti per la prossima eternità la questione «chi io sia» con l'opera che sto pubblicando, Ecce Homo. D'ora in poi non bisognerà più curarsi di me, bensì delle cose per cui io esisto.
Uno che ha dimenticato del tutto il Cristianesimo, lo ascolta come fosse un gospel.
Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse il primo, come se fosse l'ultimo.
Citazioni di Friedrich Nietzsche – Attribuite
E coloro che sono stati visti danzare erano ritenuti pazzi da coloro che non potevano ascoltare la musica.
Il dramma musicale greco – Citazioni
La musica dovrebbe sostenere la poesia, rafforzare l'espressione dei sentimenti e l'interesse della situazione, senza spezzare l'azione o disturbarla con inutili fiorettature. (p. 47, 1988)
La musica dovrebbe essere per la poesia ciò che la vivacità dei colori e una felice mescolanza d'ombre e di luci sono per un disegno corretto e ben studiato; cose, tutte, che servono unicamente a dar vita alle figure senza confondere i contorni. (p. 47, 1988)
Socrate e la tragedia – Citazioni
La tragedia greca, rispetto a tutti gli altri generi d'arte imparentati con essa, è finita per motivi diversi: la sua fine è stata tragica, là dove tutti quegli altri generi sono venuti meno nella morte più bella. (p. 51, 1988)
Si sa di quale straordinaria venerazione Euripide godesse presso i poeti della nuova commedia attica. Uno dei più rinomati, Filemone, dichiarò che si sarebbe immediatamente fatto impiccare, pur di vedere Euripide negli inferi, qualora si fosse potuto convincere che il defunto aveva ancora vita e intelletto. (p. 51, 1988)
Euripide è il primo drammaturgo che segue consapevolmente un'estetica. Di proposito egli cerca ciò che è perfettamente comprensibile: i suoi eroi sono nei fatti quel che sono quando parlano. Essi si esprimono totalmente attraverso le parole, là dove invece i personaggi di Eschilo e di Sofocle sono assai più profondi e più pieni rispetto alle parole che dicono: propriamente essi balbettano su di sé. (p. 56, 1988)
Euripide dà forma ai personaggi, e nello stesso tempo li decostruisce: di fronte alla sua anatomia essi non hanno più niente di nascosto. Se Sofocle aveva detto di Eschilo ch'egli faceva il giusto pur senza averne coscienza, Euripide avrebbe dovuto dire di lui ch'egli faceva quel che non bisognava fare, poiché non ne aveva coscienza. (p. 56, 1988)
Frasi da «La Nascita della Tragedia»
Come una volta ai tempi di Tiberio i naviganti greci udirono in vicinanza di un'isola solitaria lo sconvolgente grido: «il grande Pan è morto», così per il mondo ellenico risuonò ora come un doloroso lamento: «la tragedia è morta! Anche la poesia è perduta con essa! Via, via, voi intristiti, smagriti epigoni! Via nell'Ade, perché possiate là saziarvi delle briciole dei passati maestri!».
L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto'.
La bella parvenza dei mondi del sogno, nella cui produzione ogni uomo è artista pieno, è il presupposto di ogni arte figurativa.
Frasi da «La volontà di potenza»
Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può più venire in altro modo: linsorgere del nichilismo. (Prefazione, 2, 1995)
Le posizioni estreme non sono sostituite da posizioni moderate, ma solo da altre estreme, però capovolte. (I, Il nichilismo europeo; 1995)
Grazie al cristianesimo l'individuo acquistò un'importanza così grande, fu posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare: ma il genere umano sussiste soltanto mediante i sacrifici umani... [...] E questa pseudoumanità che si chiama cristianesimo vuole precisamente ottenere che nessuno venga sacrificato... (II, Critica dei valori supremi, 246; 1995)
La virtù rimane il vizio più costoso: deve rimanere tale! (II, Critica dei valori supremi, 325; 1995)
I fatti non esistono, esistono solo interpretazioni. (III, Principio di una nuova posizione di valori, 481; 1995)
Che cos'è la verità? (Inertia; l'ipotesi che ci soddisfa; il minimo uso di forza spirituale ecc.). (III, Principio di una nuova posizione di valori, 537; 1995)
Per una caratterizzazione del genio nazionale, relativamente a ciò che è straniero e tolto a prestito:
– il genio inglese rende grossolano e naturale tutto ciò che riceve;
– il genio francese diluisce, semplifica, logicizza, orna;
– il genio tedesco mescola, media, imbroglia, moralizza;
– il genio italiano ha usato nel modo di gran lunga più libero e fine ciò che ha preso a prestito e ci ha messo dentro molto di più di quello che ne ha ricavato, essendo il genio più ricco, che più poteva donare. (III, Principio di una nuova posizione di valori, 831, 2005)
C'è un solo mondo, e questo è falso, crudele, contraddittorio, seduttore, senza senso... Un mondo siffatto è il mondo vero. Noi abbiamo bisogno di menzogne, per riportare la vittoria su questa realtà, su questa "verità", ossia per vivere... Il fatto che la menzogna sia necessaria per vivere fa parte di questo carattere terribile ed enigmatico dell'esistenza... La metafisica, la morale, la religione, la scienza vengono prese in considerazione in questo libro soltanto come altrettante forme di menzogna: con il loro aiuto si crede nella vita. (III, Principio di una nuova posizione di valori, 853, 1; 1995)
Ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti. (80a; 2006)
Tutta la bellezza e la magnificenza che abbiamo conferito alle cose reali e immaginarie, voglio reclamarla come proprietà e produzione dell'uomo: come la sua più bella apologia. L'uomo come poeta, come pensatore, come Dio, come amore, come potenza – : oh! la regale liberalità con la quale ha donato alle cose, per immiserirsi e sentirsi meschino! Finora il suo più grande disinteresse è stato che egli ha ammirato e adorato e ha saputo nascondersi, che è stato lui che ha prodotto ciò che ha ammirato. (87; 1989)
L'ozio è il padre della filosofia. – Di conseguenza – la filosofia è un vizio?... (107; 1989)
Un grande punto interrogativo del nostro secolo.
Dicono di «La volontà di potenza»
Sono annotazioni durante un viaggio attraverso mari sconvolti dal Maelström e sotto la minaccia dei mostri che emergono dalle onde. Vediamo il timoniere che osserva i suoi strumenti mentre si arroventano lentamente. Lo vediamo pensoso del corso e della . Egli esamina tutte le rotte possibili, le rotte estreme, sulle quali poi naufragherà la ragione pratica. Il primo momento, quello in cui ci si rende spiritualmente conto della catastrofe, è più terribile degli orrori concreti a cui si va incontro in quel mondo di fiamme. È l'avventura che tentano soltanto gli spiriti più ardimentosi, quelli di grandissima portata, proporzionati alla misura, se non al peso del carico. Restare schiacciati da questo peso, è stato il destino di Nietzsche, che oggi è di buon gusto prendere a sassate. Dopo il terremoto, ci si rivolta contro i sismografi. Però non si può far espiare ai barometri la colpa dei tifoni senza passar per gente rozza e primitiva. (Ernst Jünger)
Schopenhauer come educatore
Perché drizzare le orecchie per sentire ciò che dice il prossimo? È così provinciale sentirsi vincolati a opinioni che a distanza di qualche centinaio di miglia già non sono più vincolanti. Oriente e occidente sono segni di gesso che qualcuno traccia davanti ai nostri occhi per prendersi gioco della nostra pavidità. (1; 1993)
Un solo scrittore conosco che per sincerità posso mettere allo stesso livello se non addirittura più in alto di Schopenhauer: Montaigne. Il solo fatto che un uomo simile abbia scritto, ha aumentato, in verità, la gioia di vivere su questa terra. (2; 1993)
In tutti i tempi gli uomini più profondi hanno avuto compassione degli animali [...]. Certo è una grave pena vivere così, come animale, nella fame e nei desideri e non giungere ad alcuna consapevolezza su questa vita; e non si può immaginare sorte più dura di quella della bestia da preda che è spinta per i deserti dal tormento più rodente, che raramente è soddisfatta e, se lo è, la soddisfazione diventa pena nella lotta dilaniante con altri animali o per l'avidità e la sazietà più nauseanti. Essere attaccati alla vita in modo così cieco e pazzo, per nessun premio superiore, senza sapere che così si è puniti e perché si è puniti, bensì desiderare questa pena come una felicità, con la stupidità di una brama spaventevole: questo vuol dire essere un animale; [...]. Finché si aspira alla vita come ad una felicità, non si è ancora sollevato lo sguardo oltre l'orizzonte dell'animale, si vuole soltanto con maggiore consapevolezza ciò che l'animale cerca per impulso cieco. Ma così va a noi tutti per la maggior parte della vita: solitamente non usciamo dall'animalità, noi stessi siamo gli animali che sembrano soffrire insensatamente. (5)
Frasi da «Su verità e menzogna in senso extramorale»
Che cos'è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete. (p. 233, 2006)
L'indagatore di queste verità in fondo cerca soltanto la metamorfosi del mondo nell'uomo, si sforza di comprendere il mondo come una cosa umana e nel caso migliore riesce a raggiungere il sentimento di una assimilazione. (p. 236, 2006)
Il suo metodo considera l'uomo come misura di tutte le cose: nel far ciò tuttavia egli parte da un errore iniziale, credere cioè che egli abbia queste cose immediatamente dinanzi a sé, come oggetti puri. Egli dimentica così che le metafore originarie dell'intuizione sono pur sempre metafore, e le prende per le cose stesse. (p. 236, 2006)
Scheda del libro «Su verità e menzogna in senso extramorale»
Richard Wagner a Bayreuth – Citazioni
È noto che certi uomini, nell'attimo di un pericolo eccezionale, o soprattutto nel prendere un'importante decisione sulla propria vita, condensano tutto il vissuto in una visione infinitamente accelerata e tornano a conoscere, con acutezza davvero rara, tanto le cose prossime come le più lontane. (p. 7, 1992)
Le rare persone che giungono davvero all'ingenuità, come Goethe e Wagner, l'acquisiscono più facilmente nell'età matura che nella fanciullezza o nella giovinezza. (p. 11, 1992)
Il Sigfrido dellAnello del Nibelungo, quel modello straordinariamente vigoroso di giovane, poteva essere creato soltanto da un uomo e, in verità, da un uomo che avesse trovato nella maturità la propria giovinezza. E come la giovinezza, anche l'età virile giunse tardi per Wagner: su questo egli è davvero l'opposto di una natura precoce. (p. 11, 1992)
Assai di rado fu reso a qualcuno tanto difficile trovare le vie d'accesso alle scienze e alle tecniche, e spesso egli dovette improvvisare queste vie d'accesso. Il riformatore del dramma semplice, lo scopritore della posizione dell'arte nella vera società umana, il poetico chiarificatore delle passate visioni della vita, il filosofo, lo storico, lo studioso di estetica e critico Wagner, il maestro del linguaggio, lo studioso e il poeta dei miti, colui che per primo circoscrisse la magnifica, enorme struttura primordiale e vi impresse sopra le tracce del suo spirito: quale abbondanza di saperi dovette riunire ed abbracciare per divenire tutto questo! (p. 21, 1992)
Wagner è in massima misura filosofo là dove più è energico ed eroico. E appunto come filosofo egli non si limitò ad attraversare il fuoco di diversi sistemi filosofici senza intimorirsene, ma attraversò anche i vapori del sapere e dell'erudizione mantenendosi sempre fedele al suo io più elevato, che gli chiedeva "azioni comprensive della natura polifona" e gli imponeva di soffrire e di imparare per poter compiere quelle azioni. (p. 25, 1992)
Non si può essere felici finché intorno a noi tutti soffrono e si infliggono sofferenze; non si può essere morali fintantoché il procedere delle cose umane viene deciso da violenza, inganno e ingiustizia; non si può neppure essere saggi fintantoché l'umanità non si sia impegnata nella gara della saggezza e non introduca l'uomo alla vita e al sapere del più saggio dei modi. (p. 34, 1992)
Nell'economia spirituale dei nostri uomini di cultura, l'arte viene considerata oggi un bisogno del tutto falso o indegno e degradante, un nulla o un cattivo qualcosa. (p. 47, 1992)
Frasi da «Umano, troppo umano»
Alle persone che non amiamo imputiamo a colpa le gentilezze che ci fanno. (I, 309)
Con sguardi, suoni e atti, molti animali stimolano l'uomo a immaginare se stesso in loro, e molte religioni insegnano a vedere in certi casi nell'animale la dimora di anime di uomini e di dèi: ragion per cui raccomandano in genere più nobile attenzione, anzi rispettoso timore, nel modo di trattare gli animali.
Anche dopo la scomparsa di questa superstizione, i sentimenti da essa suscitati continuano ad agire, maturando e fiorendo. Su questo punto, com'è noto, il cristianesimo si è dimostrato una religione povera e retrograda. (II)
Con un talento in più si è spesso più insicuri che con uno in meno: come il tavolo sta meglio su tre che su quattro gambe. (I, 560; 2011)
Concludere dalle conseguenze alla fondatezza e infondatezza. Tutti gli Stati e gli ordinamenti della società: i ceti, il matrimonio, l'educazione, il diritto, tutte queste cose hanno la loro forza e durata solo nella fede che ripongono in esse gli spiriti vincolati – cioè nell'assenza di ragioni, o per lo meno nel rifiuto delle indagini sulle ragioni. Ciò gli spiriti vincolati non ammettono volentieri e sentono bene che è un pudendum. Il Cristianesimo, che era molto innocente nelle sue ispirazioni intellettuali, non notò nulla di questo pudendum, esigé fede e nient'altro che fede e respinse con passione la richiesta di ragioni; indicò il successo della fede: sentirete subito il vantaggio della fede, spiegava, sarete per essa beati. (I, 227; 2016)
I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato. (I, 306; 2011)
In realtà fra la religione e la vera scienza non esiste parentela, né amicizia e neanche inimicizia: esse vivono su pianeti diversi. (I, 110; 2011)
L'autore migliore sarà quello che si vergognerà di diventare scrittore. (I, 192; 2011)
L'ipocrita più distinto. – Il non parlare mai di sé è un'ipocrisia molto distinta. (I, 504; 2011)
La cattiveria è rara. Gli uomini sono per la maggior parte troppo indaffarati con se stessi per essere cattivi. (I, 85; 2016)
La piena irresponsabilità dell'uomo per il suo agire e per il suo essere è la goccia più amara che chi persegue la conoscenza deve inghiottire. (II, 107 in ed. critica G.Colli, M. Montinari, Milano 1979, p. 83)
La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia. (I, 149; 2011)
La riforma di Lutero dimostra che in quel secolo ogni moto di libertà dello spirito era ancora incerto, gracile, adolescente e la scienza non poteva ancora sollevare il capo. (I, 26)
[...] la speranza [...] è in realtà il peggiore dei mali, perché prolunga il tormento degli uomini. (II, 71; 1927, p. 98)
La vita consiste in rari momenti singoli di altissimo significato e in innumerevoli intervalli in cui nel miglior caso ci si aggirano intorno le ombre di quei momenti. L'amore, la primavera, ogni bella melodia, la montagna, la luna, il mare – tutto parla una sola volta veramente al cuore: seppure giunge mai a parlare. Giacché molti uomini non hanno affatto quei momenti e sono essi stessi intervalli e pause nella sinfonia della vita reale. (I, 586; 2011)
Le donne fini credono che una cosa non esista affatto, quando non è possibile parlarne in società. (I, 383; 2011)
Le donne possono stringere benissimo amicizia con un uomo; ma per poterla conservare – a tal fine deve ben aiutare una piccola antipatia fisica. (I, 390; 2011)
Ma quale differenza non resta sempre fra il mal di denti e il dolore (compassione) che risveglia la vista del mal di denti? (I, 104; 2016)
Nessuna religione ha mai finora contenuto, né direttamente né indirettamente, né come dogma né come allegoria, una verità. Poiché ciascuna è nata dalla paura e dal bisogno e si è insinuata nell'esistenza fondandosi su errori della ragione. (I, 110; 2011)
Noi lavoriamo continuamente a questo inganno di noi stessi. E ora credete voi, che tanto parlate e decantate l'"obliar se stessi nell'amore", lo "sciogliersi dell'io nell'altra persona", che ciò sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso? Dunque si infrange lo specchio, ci si immagina in un'altra persona che si ammira, e si gode poi la nuova immagine del proprio io, anche se la si chiama col nome dell'altra persona. (II, 37, "Opinioni e sentenze diverse"; 2011)
Non c'è niente da fare: ogni maestro ha solo un allievo – e questo gli diventa infedele – perché è destinato anche lui a essere maestro. (II, 357; 2011)
Ogni cosa finita, perfetta, viene ammirata; ogni cosa in divenire, sottovalutata. (I, 162; 2016)
Perché si contraddice. Spesso contraddiciamo un'opinione, mentre propriamente ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa. (I, 303; 2016)
Quando in un mattino di domenica sentiamo rimbombare le vecchie campane, ci chiediamo: ma è mai possibile! Ciò si fa per un ebreo crocifisso duemila anni fa che diceva di essere il figlio di Dio. La prova di una tale asserzione manca. Sicuramente nei nostri tempi la religione cristiana è un'antichità emergente da epoche remotissime, e che si creda a quell'asserzione – mentre per il resto si è così rigorosi nell'esaminare ogni pretesa – è forse il frammento più antico di quest'eredità. (I, 113; 2011)
Santippe. – Socrate trovò una donna, quale gli abbisognava; – ma non l'avrebbe mai cercata, se l'avesse conosciuta abbastanza bene: anche l'eroismo di questo spirito libero non sarebbe andato così lontano. In realtà Santippe lo spinse sempre più alla sua propria vocazione, rendendogli spiacevole e inabitabile la sua casa e il suo focolare; gli insegnò a vivere nelle strade e dovunque si potesse chiacchierare e restare in ozio, e con ciò fece di lui il più grande dialettico delle strade d'Atene; il quale dovette finire con paragonare sé stesso ad un pungente assillo che fosse stato posto da un dio sul collo del bel cavallo Atene per non lasciarlo mai in pace. (433; 1927)
Serietà nel gioco. A Genova, nel tempo del crepuscolo, sentii giungere da una torre un prolungato suono di campane: non voleva finire e risonava come insaziato di se stesso, sopra il rumore dei vicoli nel cielo serotino e nell'aria marina, così agghiacciante, così fanciullesco insieme, così melanconico. Allora mi ricordai delle parole di Platone e le sentii tutt'a un trarro nel cuore: Tutto ciò che è umano non è, in complesso, degno di esser preso molto sul serio; tuttavia...' (I, 628; 2008)
Si dovrebbe considerare uno scrittore come un malfattore, che solo in rarissimi casi merita l'assoluzione o la grazia: questo sarebbe un rimedio contro il dilagare dei libri. (I, 193; 2011)
Si è maggiormente in pericolo di essere investiti quando si è appena scansata una vettura. (I, 564; 2011)
Spesso contraddiciamo un'opinione, mentre propriamente ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa. (I, 303; 2011)
Tiranni dello spirito. Nel nostro tempo si riterrebbe malato chiunque fosse l'espressione di un carattere morale così strettamente come lo sono i personaggi di Teofrasto e di Molière, e si parlerebbe per lui di «idea fissa». L'Atene del terzo secolo ci apparirebbe, se potessimo farvi una visita, come popolata di pazzi. (II, parte seconda, 230; 2008)
Tutti gli uomini si distinguono, come in ogni tempo anche oggi, in schiavi e liberi; poiché chi non ha per sé due terzi della sua giornata è uno schiavo, qualunque cosa poi: uomo di Stato, commerciante, funzionario, dotto. (I, 283; 2011)
Tutti gli uomini che facciamo aspettare a lungo nell'anticamera del nostro favore vanno in fermentazione o divengono acidi. (II, parte prima, 255; 2011)
Una madre ama di solito in suo figlio più sé che il figlio stesso. (I, 385; 2011)
Tutte le valutazioni sono affrettate, e debbono esserlo. (Delle prime e ultime cose, 32)
In ogni morale ascetica, l'uomo adora una parte di sé come Dio, e a tale scopo è costretto a render diabolica la parte che resta. (La vita religiosa, 137)
Ciò che una volta ha mosso, è racchiuso e reso eterno nella concatenazione totale di tutto ciò che è, come un insetto nell'ambra. (Dell'anima degli artisti e degli scrittori, 208)
Agli uomini attivi di solito fa difetto l'attività più alta: voglio dire quella individuale. Essi sono attivi come funzionari, commercianti, dotti, cioè come esseri generici, non come uomini affatto determinati, singoli, unici. (Indizi di cultura superiore e inferiore, 283)
Contro i confidenziali. – Persone che ci regalano la loro piena fiducia credono con ciò di aver diritto alla nostra. Il loro è un ragionamento sbagliato; i regali non conferiscono alcun diritto. (L'uomo nel rapporto con gli altri, 311)
Presenza di testimoni. – Dietro un uomo caduto in acqua ci si tuffa tanto più volentieri se si è in presenza di persone che non osano farlo. (L'uomo nel rapporto con gli altri, 325)
Bontà materna. – Ci son madri che han bisogno di figli felici e rispettati, altre invece di figli infelici: altrimenti non possono mostrare la loro bontà materna. (La donna e il bambino, 387)
L'unità di luogo e di dramma. – Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti. (La donna e il bambino, 393)
Si deve possedere una buona memoria per poter mantenere le promesse fatte. (59)
Intemperanza nella vendetta. – Uomini grossolani che si ritengono offesi sono soliti sopravvalutare il più possibile l'entità dell'offesa, e ne raccontano la causa in termini di forte esagerazione, solo per potersi meglio avvoltolare nel sentimento di odio e di vendetta una volta destato. (62)
Tutte le azioni «cattive» sono motivate dall'istinto di conservazione o, ancor più esattamente, dal desiderio dell'individuo di cercare il piacere e fuggire il dolore: così motivate, però, esse non sono cattive. (99)
Nemiche della verità. – Le convinzioni sono nemiche della verità più pericolose delle menzogne. (483)
Ricco di carattere. – Un uomo appare ricco di carattere molto più spesso perché segue sempre il suo temperamento, che non perché segue sempre i suoi principi. (485)
Prerogativa della grandezza. – È prerogativa della grandezza rendere molto felici con piccoli doni. (496)
Dall'esperienza. – L'irrazionalità di una cosa non è affatto una ragione contro la sua esistenza, ma piuttosto una condizione di questa. (515)
Verità. – Oggi nessuno muore di verità mortali: ci sono troppi antidoti. (516)
Idea fondamentale. – Non esiste alcuna armonia prestabilita tra il favorire la verità e il bene dell'umanità. (517)
Destino umano. – Chi pensa profondamente sa di aver sempre torto, comunque agisca e giudichi. (518)
Grandezza significa: imprimere una direzione. – Nessun fiume è grande e ricco di per sé, ma è il fatto di ricevere e convogliare in sé tanti affluenti a renderlo tale. Ciò vale anche per ogni grandezza dello spirito. Importa solo questo: che uno imprima la direzione che poi tanti affluenti dovranno seguire, e non che uno possieda sin dall'inizio capacità grandi o piccole. (521)
Voler essere amati. – Pretendere di essere amati è la presunzione più grande. (523)
La lunghezza della giornata. – Quando c'è molto da infilarci, un giorno ha mille tasche. (529)
Più importante. – Si considera la cosa non spiegata e oscura più importante di quella spiegata e chiara. (532)
Disprezzo. – Al disprezzo altrui l'uomo è più sensibile che a quello che gli viene da se stesso. (549)
Soccorrevolezza pericolosa. – Esistono persone che voglion rendere pesante la vita agli uomini per nessun altro motivo se non quello di offrir poi loro le proprie ricette per alleviarla, per esempio il proprio cristianesimo. (555)
Essere bersaglio. – I cattivi discorsi degli altri su di noi spesso non si riferiscono propriamente a noi, ma sono l'espressione di un'ira, di un malumore che han tutt'altro motivo. (562)
Opinioni proprie. – La prima opinione che ci viene in mente quando all'improvviso siamo interrogati su qualcosa, di solito non è la nostra, ma solo quella corrente, della nostra casta, della nostra posizione, della nostra origine; le opinioni proprie raramente vengono alla superficie. (571)
Cattiva memoria. – Il vantaggio della cattiva memoria è che si godono più volte le stesse buone cose per la prima volta. (580)
Presunzione come ultimo conforto. – Se si interpreta una disgrazia, la propria carenza intellettuale, la propria malattia in modo da vedere in ciò una predestinazione, una prova o una misteriosa punizione per azioni commesse in precedenza, ci si rende interessante il proprio essere e ci si innalza nell'immaginazione al di sopra dei propri simili. Il peccatore orgoglioso è una figura nota a tutte le sètte religiose. (590)
Vegetazione della felicità. – Immediatamente accanto al dolore del mondo, e spesso sul suo terreno vulcanico, l'uomo ha posto i suoi piccoli giardini di felicità. Che si guardi alla vita con l'occhio di chi dall'esistenza vuole soltanto la conoscenza, o di chi si arrende e si rassegna, o di chi si rallegra per la difficoltà superata, ovunque si vedrà che vicino al male è sbocciata un po' di felicità – e una felicità tanto maggiore, quanto più il terreno era vulcanico; sarebbe però ridicolo affermare che questa felicità giustifichi lo stesso dolore. (591)
Novellini della filosofia. – Non appena si è assimilata la saggezza di un filosofo, si va per le strade con la sensazione di essere diversi, di esser diventati dei grandi uomini; giacché ci si imbatte solo in gente che ignora quella saggezza, e dunque si ha da pronunciare su tutto un giudizio nuovo e mai sentito: per il fatto di saper riconoscere un codice, oggi si pensa di potersi anche atteggiare a giudice. (594)
Desiderio di profondo dolore. – La passione, quando è passata, si lascia dietro un'oscura nostalgia di sé e, prima di scomparire del tutto, ci lancia uno sguardo seducente. Dunque deve pur esserci stata una sorta di piacere nell'esser colpiti dalla sua sferza. Paragonati ad essa, i sentimenti più moderati ci sembrano insulsi; a quanto pare, a un fiacco piacere si preferisce pur sempre un forte dolore. (606)
Uomini arretrati e uomini precorritori. – Il carattere sgradevole, che è pieno di diffidenza, che prova invidia per ogni successo del suo competitore e del suo prossimo ed è violento e collerico contro le opinioni divergenti, mostra di appartenere a un livello precedente di cultura, e di essere dunque un residuo: infatti il suo rapporto con gli uomini era giusto e adeguato in un'epoca in cui vigeva il diritto del più forte: è un uomo rimasto indietro. Un altro carattere, che partecipa alla gioia altrui, si fa amici dappertutto, sente amore per tutto quanto cresce e diviene, gode insieme con gli altri dei loro onori e successi e non si arroga la prerogativa di essere il solo a conoscere la verità ed anzi è pieno di un'umile diffidenza – questo è un uomo che precorre, che aspira a una cultura umana superiore. Il carattere sgradevole proviene dai tempi in cui le rudimentali fondamenta dei rapporti umani erano ancora da costruire, l'altro vive sul piano più alto di tali rapporti, il più lontano possibile dalla belva selvaggia che infuria e urla nei sotterranei, rinchiusa sotto le fondamenta della cultura. (614)
Estraneo al presente. – Ha grandi vantaggi l'estraniarsi per una volta in forte misura dal proprio tempo, ed essere per così dire trascinati via dalla sua sponda, nell'oceano delle passate concezioni del mondo. Guardando di lì verso la costa, per la prima volta se ne coglie la conformazione complessiva e, quando ci si riavvicina ad essa, si ha il vantaggio di intenderla nel suo insieme meglio di coloro che non l'hanno mai abbandonata. (616)
Contro i sognatori. – Il sognatore rinnega la verità di fronte a sé, il bugiardo solo davanti agli altri. (6)
Il buono seduce alla vita. – Tutte le cose buone sono potenti incentivi alla vita, persino ogni buon libro scritto contro di essa. (16)
La verità non vuol altro dio all'infuori di sé. – La fede nella verità comincia con il dubbio in tutte le «verità» credute sino a quel momento. (20)
Historia in nuce. – La parodia più seria che abbia mai sentito è questa: «in principio era il non-senso, e il non-senso era, presso Dio!. e Dio (divinamente) era il non-senso». (22)
Un idealista è incorreggibile: se lo si precipita dal suo cielo, si confeziona un ideale con l'inferno. (23)
A chi nega la propria vanità. – Chi nega la propria vanità, di solito la possiede in forma così brutale da chiudere istintivamente gli occhi davanti ad essa, per non dover disprezzare se stesso. (38)
Avere molta gioia. – Chi ha molta gioia deve essere un buon uomo: ma forse non il più intelligente, benché ottenga proprio quello che il più intelligente cerca di raggiungere con tutta la sua intelligenza. (45)
La collera come spia. – La collera prosciuga l'anima e ne porta alla luce il sedimento. Pertanto, quando non si può arrivare in altro modo alla chiarezza, bisogna saper fare andare in collera chi ci sta intorno, i nostri seguaci e i nostri avversari, per apprendere tutto ciò che accade e viene pensato contro di noi nel profondo. (54)
Un errore più amaro. – Offende in modo irreparabile lo scoprire che là dove si era convinti di essere amati, si era considerati solo una suppellettile, un gingillo da salotto, grazie al quale il padrone di casa poteva sfogare davanti agli ospiti la propria vanità. (74)
Sfiducia. – La sfiducia in se stessi non sempre se ne va timida e insicura, ma a volte è quasi frenetica; per non tremare si è ubriacata. (80)
Filosofia del parvenu. – Se per una volta si vuol essere una persona, bisogna onorare anche la propria ombra. (81)
Lode insincera. – Una lode insincera produce poi assai più rimorsi di un biasimo insincero, probabilmente solo perché con una lode troppo pronunciata, abbiamo compromesso la nostra capacità di giudizio molto più che con un biasimo forte seppure ingiusto. (87)
Soddisfare i migliori. – Quando con la propria arte si «sono soddisfatti i migliori del proprio tempo», è segno che con essa non si soddisferanno i migliori dell'epoca successiva: «vissuto», certo, «lo si è per tutti i tempi» – il plauso dei migliori assicurerà la gloria. (103)
La buona memoria. – Taluni non diventano pensatori solo perché hanno una memoria troppo buona. (122)
Scortesie di lettore. – La duplice scortesia del lettore nei confronti dell'autore consiste nel lodare il secondo libro di costui a spese del primo (o viceversa) e nel volere che l'autore gliene sia grato. (130)
Poeti e realtà. – La musa del poeta che non è innamorato della realtà, non sarà appunto la realtà e gli darà figli dagli occhi cavi e dalle ossa troppo tenere. (135)
Mezzi e fine. – In arte il fine non santifica i mezzi: ma i mezzi santi possono santificare il fine. (136)
I peggiori lettori. – I peggiori lettori sono quelli che si comportano come soldati durante un saccheggio: si prendono quello di cui possono aver bisogno, insudiciano e scompigliano il resto e bestemmiano su tutto. (137)
La critica più aspra. – Si criticano un uomo, un libro, con la stessa massima asprezza quando se ne disdegnano gli ideali. (157)
Vantaggio per gli avversari. – Un libro ricco di spirito ne comunica anche ai suoi avversari. (160)
A favore dei critici. – Gli insetti pungono non per cattiveria, ma perché anch'essi vogliono vivere; così pure i critici: vogliono il nostro sangue, non il nostro dolore. (164)
Sibi scribere. – Un autore accorto non scrive per nessun'altra posterità se non per la propria, vale a dire per la sua vecchiaia, onde poter provare anche allora gioia di sé. (167)
Il vero talento teatrale dei tedeschi fu Kotzebue; egli e i suoi tedeschi, dell'alta come della media società, fanno necessariamente tutt'uno, e i contemporanei avrebbero potuto seriamente dire di lui: «In lui viviamo e siamo noi». In lui non ci fu nulla di forzato, di costruito approssimativamente, di piacevole per metà o approssimativamente: quello che egli volle e poté, fu capito, anzi lonesto successo teatrale sui palcoscenici tedeschi appartiene tuttora agli eredi, verecondi o impudenti, dei mezzi e degli effetti kotzebuiani, soprattutto nella misura in cui la commedia è ancora in auge; ne risulta che, soprattutto lontano dalle grandi città, molto del germanesimo di allora continua a sopravvivere. Bonari, incontinenti nei piccoli piaceri, facili al pianto, desiderosi di potersi liberare almeno a teatro dell'innata freddezza e senso del dovere e di esercitarvi una tolleranza sorridente, anzi ridente, scambiando e mischiando il bene con la compassione – che è l'essenza della sentimentalità tedesca –, oltremodo felici di un'azione bella e generosa, per il resto ossequiosi dell'autorità, reciprocamente invidiosi e tuttavia bastanti a se stessi nel proprio intimo – così erano essi, così era lui. (170)
Le muse come mentitrici. – «Sappiamo dire molte menzogne» – così cantarono un giorno le muse, quando si rivelarono a Esiodo. Conduce a scoperte assai importanti il considerare finalmente l'artista come impostore. (188)
Il motto di spirito. – Il motto di spirito è l'epigramma sulla morte di un sentimento. (202)
Star sulla testa. – Quando capovolgiamo la verità, di solito non ci accorgiamo che neanche la nostra testa sta dove dovrebbe stare. (208)
In Grecia gli spiriti profondi, scrupolosi e seri erano l'eccezione; l'istinto del popolo inclinava piuttosto a considerare la serietà e la scrupolosità come una specie di deformazione. (221)
Scrittori di partito. – I rulli di tamburo di cui tanto si compiacciono i giovani scrittori a servizio di un partito, suonano a chi non appartiene a quel partito come uno stridore di catene, e suscitano più compassione che ammirazione. (308)
Quando sono necessari gli asini. – Non si spingerà la folla a gridare osanna se non si entrerà nella città cavalcando un asino. (313)
Diventar vuoti. – Di colui che si abbandona agli avvenimenti resta sempre di meno. Per questo grandi politici possono diventare affatto vuoti, pur essendo stati un giorno pieni e ricchi. (315)
Caldo sulle vette. – Sulle vette è più caldo di quanto non si immagini nelle valli, soprattutto in inverno. Il pensatore conosce il significato di questa similitudine. (335)
A che scopo vuoi ancora attaccare? Siedi come uno che abbia vinto! (354)
Uccelli canori. – I seguaci di un grand'uomo sono soliti accecarsi per meglio cantarne le lodi. (390)
Non all'altezza. Una cosa buona non ci piace quando non ne siamo all'altezza. (391)
Commedia. – Talvolta mietiamo amore e gloria per azioni e opere di cui da lungo tempo ci siamo spogliati come di una pelle: allora veniamo facilmente sedotti a fare i commedianti del nostro passato e a gettarci ancora una volta sulle spalle la vecchia pelle – e non solo per vanità, ma anche per benevolenza verso i nostri ammiratori. (393)
Il giudice. – Chi ha contemplato l'ideale di un altro, ne è il giudice inesorabile e per così dire la cattiva coscienza. (402)
L'albero della conoscenza. – Verosimiglianza, ma non verità: parvenza di libertà, ma non libertà – è per questi due frutti che l'albero della conoscenza non può venir scambiato per l'albero della vita. (1)
Dire due volte. – È bene esprimere subito una cosa due volte e darle un piede destro e uno sinistro. La verità può sì stare in piedi su una gamba, ma con due camminerà e andrà in giro. (13)
Rimorso. – Il rimorso è, come un morso di un cane a una pietra, una sciocchezza. (38)
Cloache dell'anima. – Anche l'anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per quelli molto boriosi (voglio dire i nostri cari «pessimisti» moderni) – il buon Dio. (46)
Spirito e noia. – Il proverbio «Il magiaro è troppo pigro per annoiarsi» fa pensare. Solo gli animali più fini e attivi sono capaci di noia. – Un tema per un grande poeta sarebbe la noia di Dio nel settimo giorno della creazione. (56)
La virtù più nobile. – Nella prima èra dell'umanità superiore il valore è considerato la più bella delle virtù, nella seconda la giustizia, nella terza la moderazione, nella quarta la saggezza. In quale èra viviamo noi? In quale vivi tu? (64)
'Una santa bugia. – La bugia, pronunciando la quale Arria morì (Paete, non dolet), oscura tutte le verità che mai furono pronunciate da morenti. È l'unica bugia santa che sia divenuta famosa; mentre in altri casi l'odore di santità rimase attaccato solo ad errori. (75)
Jean Paul sapeva moltissimo ma non aveva scienza, s'intendeva di ogni astuzia artistica ma non aveva arte, non trovava disgustoso quasi nulla ma non aveva gusto, possedeva sentimento e serietà ma, quando li faceva assaggiare, ci versava sopra un repellente brodo di lacrime, aveva certo spirito – troppo poco, purtroppo, rispetto alla gran fame che ne aveva: per cui porta il lettore alla disperazione proprio con la sua mancanza di spirito. Fu in complesso l'erbaccia variopinta, dal forte profumo, spuntata nottetempo nei delicati frutteti di Schiller e Goethe; fu un uomo buono e comodo, eppure fu una fatalità – una fatalità in camicia da notte. (99)
Lessing possiede una virtù prettamente francese, e come scrittore ha frequentato in genere con la massima diligenza la scuola dei francesi: sa ordinare e ben esporre le sue cose in vetrina. Senza questarte reale, i suoi pensieri come pure i loro oggetti sarebbero rimasti piuttosto in ombra, senza che la perdita fosse troppo grave. Ma dalla sua arte hanno imparato in molti (soprattutto le ultime generazioni di dotti tedeschi), e innumerevoli ne hanno tratto gioia. – In verità quegli apprendisti non avrebbero avuto bisogno, come tanto spesso è accaduto, di imparare anche lo sgradevole manierismo del suo tono, con quel miscuglio di litigiosità e probità. – Sul Lessing «lirico» si è oggi unanimi: sul «drammatico» lo si diventerà. (103)
Wieland ha scritto in tedesco meglio di chiunque altro, e ha avuto in ciò le sue brave soddisfazioni e insoddisfazioni di maestro (le sue traduzioni delle lettere ciceroniane e di Luciano sono le migliori traduzioni tedesche); ma i suoi pensieri non ci forniscono più nulla cui pensare. Sopportiamo le sue piacevoli moralità tanto poco quanto le sue piacevoli immoralità: le une ben si confanno alle altre. Gli uomini che ne trassero godimento erano però in fondo migliori di noi – ma anche, in buona misura, più lenti, e avevano appunto bisogno di un tale scrittore. – Di Goethe i tedeschi non ebbero bisogno, e anche per questo non sanno farne alcun uso. Si considerino i migliori tra i nostri politici e artisti; nessuno di loro ha avuto Goethe come educatore – non lo ha potuto avere. (107)
Il senso drammatico. – Chi non possiede i quattro sensi artistici più raffinati, cerca di comprendere tutto con il quinto, il più grossolano: questo è il senso drammatico. (117)
Herder non è nulla di quello che egli fece credere di sé (e che egli stesso desiderava credere): non un grande pensatore e inventore, non un fecondo terreno nuovo e germogliante, con la forza fresca e intatta della foresta primordiale. Ma possedeva in grandissima misura il senso del fiuto, vedeva e coglieva le primizie di stagione prima di ogni altro, che poi poteva credere che le avesse fatte crescere lui: il suo spirito stava tra la luce e l'oscurità, tra il vecchio e il nuovo e, come un cacciatore in agguato, ovunque vi fossero passaggi, abbassamenti, sconvolgimenti, segni di un intimo sgorgare e divenire: lo spingeva l'irriquietezza della primavera, ma egli era la primavera! (118)
Schiller, come altri artisti tedeschi, credeva che, avendo spirito, si potesse anche improvvisare con la penna su ogni sorta di argomenti difficili. Ed ecco che i suoi saggi in prosa – sotto ogni riguardo un modello di come non si debbono affrontare questioni scientifiche di estetica e di morale – e un pericolo per lettori giovani i quali, nella loro ammirazione per il poeta Schiller, non hanno il coraggio di pensar male dello Schiller pensatore e scrittore. (123)
Herder ebbe la sfortuna che i suoi scritti fossero sempre o nuovi o invecchiati; per le menti più sottili e robuste (come per Lichtenberg), persino l'opera principale di Herder, le sue Idee per la storia dell'umanità, furono per esempio qualcosa di vecchio già al loro apparire. (125)
Il moralismo di Kant, – da dove viene? Lo dà continuamente a capire: da Rousseau e dal ridestato stoicismo romano. (216)
Il moralismo di Beethoven in musica: è l'eterno inno di lode a Rousseau, agli antichi francesi e a Schiller. (216)
Cos'è l'intera filosofia morale tedesca, a partire da Kant, con tutti i suoi germogli e le sue secondarie diramazioni francesi, inglesi e italiane? Un attentato semiteologico contro Helvétius, un rifiuto dei liberi orizzonti lentamente e faticosamente conquistati o delle indicazioni della retta via, che egli da ultimo ha ben espresse e riunite. Ancor oggi Helvétius è in Germania il più vilipeso tra tutti i buoni moralisti e tra tutti i buon'uomini. (216)
Epicuro è vissuto e vive in ogni tempo, sconosciuto a quelli che si definivano e si definiscono epicurei, e senza fama presso i filosofi. Egli stesso ha dimenticato il suo nome: fu il bagaglio più pesante che egli mai abbia gettato via. (227)
L'Atene del terzo secolo, se potessimo visitarla, ci sembrerebbe quasi popolata di pazzi. (230)
In Russia esiste una emigrazione degli intellettuali: si passa il confine per leggere e scrivere buoni libri. Ma così si fa in modo che la patria, abbandonata dallo spirito, diventi sempre più la bocca spalancata dell'Asia, che vorrebbe inghiottire la piccola Europa. (231)
I greci sono i pazzi per lo Stato della storia antica – in quella moderna lo sono altri popoli. (232)
Lettera. – La lettera è una visita inaspettata, e il postino è il mediatore di scortesi sorprese. Si dovrebbe avere per le lettere un'ora ogni otto giorni, e poi farsi un bagno. (261)
Non femminile. – "Stupido come un uomo", dicono le donne: "vile come una donna", dicono gli uomini. La stupidità è nella donna l'elemento non femminile. (273)
Ogni far politica, anche nei più grandi statisti, è un improvvisare a caso. (277)
Quarantena centenaria. – Le istituzioni democratiche sono istituti di quarantena contro la vecchia peste degli appetiti tirannici: e, come tali, molto utili e molto noiose. (289)
La stanchezza dello spirito. – La nostra indifferenza e freddezza verso gli uomini, che viene interpretata come durezza e mancanza di carattere, spesso è solo stanchezza dello spirito: durante la quale gli altri ci sono, come lo siamo noi a noi stessi, indifferenti o molesti. (299)
Uomo! – Che cos'è la vanità dell'uomo più vanitoso in confronto a quella del più modesto, nel sentirsi, nella natura e nel mondo, «uomo»! (304)
Il miglior rimedio. – Un po' di salute ogni tanto è il miglior rimedio per il malato. (325)
Profeti del tempo. – Come le nubi ci dicono in che direzione corrono i venti lassù in alto, sopra di noi, così gli spiriti più leggeri e liberi fanno presagire con le loro direzioni che tempo farà. (330)
Aurora
Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. (prefazione, 5; 2006)
Anche quel senso della verità, che in fondo è il senso della sicurezza, l'uomo l'ha in comune con l'animale: non ci si vuol lasciar ingannare, non si vuol esser tratti in errore da noi stessi, si presta un diffidente ascolto all'esortazione delle proprie passioni, ci si domina e si rimane in agguato contro se stessi; tutto questo l'animale lo comprende parimenti all'uomo, anche in lui il dominio di sé si sviluppa dal senso del reale (dalla saggezza). Parimenti l'animale osserva gli effetti che esercita sulla rappresentazione di altri animali, e da lì impara a rivolgere il suo sguardo indietro su se stesso, a considerarsi «oggettivamente»; così ha il suo grado di autocoscienza. L'animale giudica i movimenti dei suoi nemici e amici, impara a memoria le loro peculiarità, su queste si regola: verso individui di una determinata specie rinunzia una volta per tutte alla lotta e così, nell'avvicinare alcuni tipi di animali, indovina l'intenzione di pace e di accordo. Gli inizi della giustizia, come quelli della saggezza, della moderazione, del coraggio, – in breve tutto ciò che noi definiamo virtù socratiche, è di carattere animale: una conseguenza di quegli istinti che insegnano a cercare il cibo e a sfuggire ai nemici. (26; 2012)
«Conosci te stesso» è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l'uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell'uomo. (48; 2006)
Quale luogo spaventevole ha saputo fare della terra il cristianesimo, già per il solo fatto di aver collocato ovunque il crocifisso, e per aver in tal modo designato la terra come il luogo in cui «il giusto viene martirizzato a morte»! (77; 2006)
Il cristianesimo ha fatto di tutto per chiudere il circolo, e ha dichiarato che già il dubbio è peccato. (89; 2006)
Un Dio che è onnisciente e onnipotente, e che non provvede neppure a che la sua intenzione venga compresa dalle sue creature, dovrebbe essere un Dio di bontà? (91; 2006)
Tutte le azioni sono essenzialmente ignote. (116; 2006)
Com'è venuta la ragione nel mondo? Come è giusto che arrivasse, in un mondo irrazionale, attraverso il caso. Si dovrà indovinare questo caso, come un enigma. (123; 2006)
Governare. – Gli uni governano per il piacere di governare, gli altri per non essere governati: questi ultimi hanno soltanto il più piccolo dei due mali. (181; 2006)
Il pauroso non sa che cosa significa essere soli: dietro la sua poltrona c'è sempre un nemico. (249; 2006)
Quanto più pensiamo a tutto quel che fu e che sarà, tanto più pallido ci diventa quel che appunto è ora. (441; 2017)
Maestri e scolari. – Conviene all'umanità di un maestro, mettere i propri discepoli in guardia contro se stesso. (447; 2006)
Avanti sul nemico. – Che bel suono hanno la cattiva musica e le cattive ragioni quando si marcia contro il nemico! (557; 2006)
Perdite. Vi sono perdite che comunicano all'anima una sublimità, nella quale essa si astiene dal lamento e cammina in silenzio come sotto alti, neri cipressi. (570; 2017)
Disquamarsi. – Il serpente che non può disquamarsi, perisce. Così pure gli spiriti ai quali si impedisce di mutare le loro idee: cessano di essere spirito. (573; 2006)
Da non dimenticare. – Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare. (574; 2006)
Aurora – Citazioni su Aurora
Opera di trapasso, Aurora, intesa ancora ad abbattere più che a costruire, vibra di una singolare tensione interna per il paradosso del suo impegno stesso, che è dimostrare razionalmente l'irrazionalità originaria della morale in corso. Occasione per eccellenza sia a demolire idoli, sia (anche più) a illuminare caverne dell'inconscio occupate da «sacra» tenebra di millenni. (Leone Traverso)
Frasi da «La gaia scienza»
Epicuro. Sì, sono fiero di sentire il carattere di Epicuro in modo diverso, forse, da chiunque altro, e soprattutto di gustare in tutto ciò che di lui leggo e ascolto la gioia pomeridiana dell'antichità – vedo il suo occhio che guarda un vasto, albicante mare, oltre gli scogli delle coste su cui si posa il sole, mentre grandi e piccole fiere giuocano nella sua luce, sicure e placide come questa luce e quell'occhio stesso. Una tale gioia l'ha potuta inventare solo un uomo che ha perpetuamente sofferto, la gioia d'un occhio davanti al quale il mare dell'esistenza si è quietato e che non si sazia più di guardare la sua superficie, e questo screziato, tenero, abbrividente velo di mare: non era mai esistita prima di allora una tale compostezza della voluttà. (45; 2007)
Come è noto, l'Alfieri ha mentito moltissimo, nel raccontare agli sbalorditi contemporanei la storia della sua vita. Mentì per quel dispotismo contro se stesso che dimostrò, per esempio, nel modo con cui si dette a creare un suo linguaggio e si costrinse tirannicamente a diventar poeta – aveva finito per trovare una severa forma di grandezza in cui imprimere a viva forza la sua vita e la sua memoria: deve esserci stato non poco tormento in tutto questo. – Non presterei fede alcuna neppure a una biografia di Platone, scritta da lui medesimo: così come non credo a quella di Rousseau o alla vita nuova di Dante. (91; 2007)
Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. (108; 2015)
Il carattere complessivo del mondo è il caos per tutta l'eternità, non nel senso di un difetto di necessità, ma di un difetto di ordine, di articolazione, forma, bellezza, sapienza e di tutto quanto sia espressione delle nostre estetiche nature umane. (109; 2007)
La decisione del cristiano di trovare brutto e malvagio il mondo ha reso il mondo brutto e malvagio. (130; 2007)
Fama. Quando la gratitudine di molti verso qualcuno getta via ogni pudore, nasce la fama. (171; 2015)
Contro alcune difese. – Il modo più perfido di danneggiare una cosa è quello di difenderla intenzionalmente adducendo motivi falsi. (191; 1993)
Limiti del nostro udito. – Si odono soltanto le domande a cui siamo in grado di rispondere. (196; 1993)
Ridere. – Ridere significa godere dell'altrui sofferenza, ma con la coscienza tranquilla. (200; 2007)
L'invidioso. È un invidioso – cui non si devono augurare dei bambini: sarebbe invidioso di loro perché non può più essere bambino. (207; 2015)
Sacrificio. Riguardo a sacrificio e a spirito di sacrificio le vittime la pensano diversamente dagli spettatori: ma da tempo immemorabile non si è mai data loro la possibilità di dirlo. (220; 2015)
Critica degli animali. Temo che gli animali vedano nell'uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale – vedano cioè in lui l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice. (224; 2015)
Per muovere la folla. – Colui che vuol muovere la folla, non deve forse essere l'attore di se stesso? Non deve dapprima tradursi in un qualcosa di grottescamente chiaro e presentare tutta la sua persona e le sue tesi in questa rozza semplificazione? (236; 1993)
Abitudine. Ogni abitudine rende la nostra mano più arguta e la nostra arguzia meno agile. (247; 1993)
Nessun vincitore crede al caso. (258; 2006)
L'ultima scepsi. Che cosa sono, in fondo, le verità degli uomini? Sono gli errori inconfutabili dell'umanità. (265; 1993)
Che cosa dice la tua coscienza? – «Tu devi diventare colui che sei.» (270; 1993)
Genova. Io mi sono guardato questa città, con le sue ville, i suoi parchi e l'ampio circondario delle sue colline e dei suoi declivi, tutti abitati, per un bel po'; debbo infine dire che vedo volti di stirpi passate, ché questa regione è disseminata di immagini di uomini arditi e sicuri di sé. Hanno vissuto e voluto continuare a vivere: me lo dicono con le loro case, costruite e abbellite per i secoli, e non per l'ora fugace; amavano la vita, per quanto spesso potessero essere malvagi con se stessi. (291; 1993, p. 150)
Nel Nord a chi osservi l'architettura delle città si impongono la legge e un desiderio generalizzato di legalità e di obbedienza: vi si indovina quella interiore tendenza a conformarsi e a equipararsi che doveva prevalere nell'anima di tutti i costruttori. Qui invece , dietro ogni angolo, trovi una persona a sé, che conosce il mare, l'avventura e l'Oriente, un uomo poco incline alla legge e al vicino, che gli giungono noiosi, e misura con sguardo invidioso tutto ciò che è antico e già fondato: egli vorrebbe, con uno scaltro prodigio della sua fantasia, rifondare tutto ciò almeno nel pensiero, mettervi la sua mano e la sua sensibilità - fosse anche per un istante di un soleggiato pomeriggio in cui la sua anima malinconica e insaziabile avverte, per una volta, sazietà, e al suo occhio possono presentarsi soltanto cose proprie e non più estranee. (291; 1993, pp. 150-151)
Io amo le abitudini brevi e le ritengo uno strumento inestimabile per conoscere molte cose e circostanze. (295; 1993)
Nel fare non facciamo. Sono fondamentalmente avverso a quelle morali che dicono: «Non farlo! Rinuncia! Frenati!» [...] «Il nostro fare deve determinare ciò che noi non facciamo: nel fare non facciamo» – così piace a me, così suona il mio placitum. (304; 2007)
No. La vita non mi ha disilluso! Di anno in anno la trovo invece più vera, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode! E la conoscenza stessa: può anche essere per altri qualcosa di diverso, per esempio un giaciglio di riposo o il percorso verso un giaciglio di riposo, oppure uno svago o un oziare; ma per me essa è un universo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno la loro arena. "La vita come mezzo della conoscenza": con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria? (324; 2007)
[...] una felicità, che finora l'uomo non ha mai conosciuto – la felicità di un dio colmo di potenza e d'amore, di lacrime e di riso, una felicità che, come il sole alla sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge nel mare, e come il sole, soltanto allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d'oro! Questo sentimento divino si chiamerebbe, allora – umanità! (337; 2007)
Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! (341; 2007)
Ci vien già da ridere quando troviamo «uomo e mondo» posti l'uno accanto all'altro, separati dalla sublime arroganza della paroletta «e»! (346; 2015)
Frasi da «Così parlò Zarathustra»
Erano gradini per me, li ho saliti; a tal fine ho dovuto oltrepassarli. Ma quelli credevano che volessi riposarmi su di loro.
L'uomo è una fune tesa fra l'animale e il Superuomo, una corda sopra l'abisso.
Le vostre debolezze sono salite al cielo delle virtù.
Nell'amore c'è sempre un po' di follia. Ma nella follia c'è sempre un po' di saggezza. (I, Del leggere e scrivere; Quattrocchi)
Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta che: Dio è morto. (Prologo, 3, 1972)
"Io vi insegno il superuomo". L'uomo è qualcosa che deve essere superato. (Prologo, 3; 1972)
In passato foste scimmie, ma ancor oggi l'uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia. (Prologo, 3; 1972)
L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso. (Prologo, 4; 1972)
Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. (Prologo, 5; 1972)
Il mondo mi sembrò l'opera di un dio sofferente e torturato [..] Il creatore non voleva guardare se stesso – e allora creò il mondo. (I, Di coloro che abitano un mondo dietro il mondo; 1972)
Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza. E chissà a quale scopo per il tuo corpo è necessaria proprio la tua migliore saggezza? (I, Dei dispregiatori del corpo, 1972)
Chi è salito sui più alti monti, ride di tutte le tragedie del teatro e della vita. (I, Del leggere e scrivere, 1915)
Chi scrive in sangue e sentenze, non vuol essere letto ma imparato a mente. (Del leggere e scrivere)
Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l'ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo. (I, Del leggere e scrivere, 1972)
In nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttar via l'eroe che è nella tua anima! Mantieni sacra la tua speranza più elevata! (I, Dell'albero sul monte, 1972)
Tu dici che è la buona causa che consacra perfino la guerra? Io ti dico: è la buona guerra che consacra ogni causa. (I, Della guerra e dei guerrieri, 1972)
Dovete avere solo nemici da odiare, e non nemici da disprezzare: dovete essere orgogliosi del vostro nemico. (I, Della guerra e dei guerrieri, 1972)
La nostra fede in altri rivela in che cosa noi vorremmo credere di noi stessi. (I, Dell'amico, 1973)
Due cose vuole l'uomo autentico: pericolo e giuoco. Perciò egli vuole la donna, come il giocattolo più pericoloso. L'uomo deve essere educato per la guerra e la donna per il ristoro del guerriero: tutto il resto è sciocchezza. Al guerriero non piacciono frutti troppo dolci. Perciò gli piace la donna; anche la donna più dolce è amara. (I, Delle femmine, vecchie e giovani, 1972)
L'uomo tema la donna, se odia: giacché in fondo all'anima l'uomo è solo malvagio, mentre la donna è cattiva. (I, Delle femmine vecchie e giovani, 1972)
La felicità dell'uomo dice: io voglio. La felicità della donna dice: lui vuole. (I, Delle femmine vecchie e giovani, 1972)
«Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!» (I, Delle femmine vecchie e giovani, 1972)
Matrimonio: ecco come chiamo la volontà di creare in due quell'uno che sarà qualcosa di più dei suoi due procreatori. (I, Dei figli e del matrimonio, 1972)
Quando volete parlar bene di voi, vi procurate un testimonio; e quando l'avete sedotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi stessi. (Dell'amore del prossimo)
Chi va dal prossimo, perché cerca se stesso, e chi, perché vorrebbe perdersi. Il vostro cattivo amore di voi stessi vi trasforma la solitudine in un carcere. (Dell'amore del prossimo, 36; 1973)
Vi scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla Terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! Sono avvelenatori, che lo sappiano o no. (Prologo, 3)
Io amo colui che spreca la propria anima, che non vuole ringraziamenti, e che non restituisce nulla: perché egli dona sempre e non vuole conservarsi. (Prologo, 4; Scalero 1972)
Io amo colui che si vergogna quando il dado cade in modo favorevole a lui, e si chiede: "Sono forse un baro?" giacché egli vuole andare a fondo. (Prologo, 4; Scalero 1972)
Io amo colui che getta parole d'oro davanti alle sue azioni e mantiene sempre più di ciò che aveva promesso: perché egli vuole la propria distruzione. (Prologo, 4; Scalero 1972)
Dormire non è poca arte: è necessario vegliare tutto il giorno per giungervi. (I, Delle cattedre della virtù)
Ci furono sempre malati fra coloro che sognano e cercano Dio; e tutti odiano ferocemente chi aspira alla conoscenza e la più giovane tra le virtù, che ha nome sincerità. (I, Di coloro che abitano un mondo dietro il mondo, 1963)
Il vostro omicidio, o giudici, dev'essere compassione e non vendetta. E mentre uccidete badate a giustificare la vita! (I, Del pallido delinquente, 1963)
Dicono di Friedrich Nietzsche
Aristotele toglie linguaggio e mimesis all'animale, ma Nietzsche rianimalizza la genealogia di questo concetto. Nietzsche piange per il cavallo, prende il cavallo a testimone della sua compassione, prende la sua testa nelle sue mani.
Che nell'ora fatale per la Germania egli sia stato compromesso, falsificato in ogni senso, reso sospetto, non inficia la sua opera; nella svolta epocale essa rimane una prova per valutare l'intelligenza, e anche qualcosa di più. Di Nietzsche la critica non stabilisce le coordinate, si calibra su di lui.
Chi ha compreso il declino e il crollo della civiltà occidentale riconoscerà in Nietzsche colui che ha risvegliato la coscienza dell'Europa.
Ciò che dicevano lo sguardo dei tuoi occhi, la tua bocca amorosa, era pieno di bontà, di riguardo sempre, era come un celarsi della tua maestà: volevi (per richiamare una delle tue più delicate parole) «risparmiarci il rossore». Giacché la dovizia della tua mente, l'empito del cuor tuo di dar gioia agli altri – chi mai avrebbe potuto ricambiarli in misura degna? Tu fosti uno dei più nobili e puri individui che siano passati quaggiù.
Ciò che tu fosti come spirito motore del mondo, sta davanti agli occhi di tutti; ciò che fosti come uomo di cuore, lo annunzia ogni tuo pensiero. Giacché su ogni tuo pensiero sta l'impronta della grandezza, e ogni grande pensiero – dice Vauvenargues – deriva dal cuore.
Come Nietzsche aveva profetizzato, con la religione è sparita anche la morale.
Di Nietzsche ogni pensiero è una reazione a qualcos'altro; e – come da Balzac s'è cominciato a scrivere «con tutti i sensi» – le «prove» di Nietzsche appaiono lucidissime registrazioni fisiologiche [...].Ogni sentenza nietzschiana è filtrata dai suoi patimenti; eroica, non sempre vittoriosa sulle bizzarrie del temperamento, la passione della verità. Ogni fiore della pianta spinosa ha il sapore delle radici.
Di una consonanza tra Nietzsche e Burckhardt si può parlare soltanto a proposito della loro posizione spregiudicata verso il cristianesimo. Entrambi, come discepoli di Schopenhauer, rinvenivano nel pessimismo greco l'origine delle massime opere dei greci (le attribuivano cioè a un eccesso di sofferenza), ma, mentre in Burckhardt ciò avveniva per «simpatia», in Nietzsche la comprensione dei greci è fondata su una affinità originaria della sua costituzione individuale. Infatti, se, come ritiene Burckhardt, le passioni dei greci attingono la grandezza che è loro propria dal fatto di sorgere sul terreno di un egoismo non limitato da alcuna morale religiosamente legittimata, l'ardente ambizione che animava Nietzsche, per quanto io ho potuto constatare, fu il nucleo del suo essere. La sua compassione per i greci non fu, appunto, «cristiana».
Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che "Dio è morto" è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello (secolarizzazione, scristianizzazione, pensiero unico, e così via). Ma come se fosse un'ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi. Un po' come dire: siamo moderni, emancipati, la fede in Dio appartiene al passato. Dovranno passare secoli – è sempre Nietzsche a sostenerlo – prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo e misterioso di questa morte. Che la morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo.
Dio Onnipotente, mi dispiace di essere diventato ateo, ma hai mai letto Nietzsche?! Ah, che libro!
È un uomo straordinario; su ogni cosa egli ha una sua propria idea, conquistata da se stesso.
Era un accanito lettore di giornali e se fosse vissuto oggi sarebbe sul Web tutto il giorno, nonostante i problemi di vista.
Federico non dimenticava suo padre: egli voleva, secondo il suo esempio, e come avevano fatto tutti quelli della sua razza, diventare un pastore, uno degli eletti che vivono presso Dio e parlano nel suo nome. Non sapeva concepire vocazione più alta né più conforme al suo desiderio; per quanto giovane fosse, aveva una coscienza esigente e meticolosa. Soffriva dei più leggeri rimbrotti, e voleva essere solo a dirigere la sua condotta. Quando sentiva uno scrupolo di coscienza, si ritirava in un nascondiglio buio, si esaminava e non ripigliava i giochi con la sorella se non dopo essersi deliberatamente biasimato o giustificato. Un giorno che pioveva a dirotto, sua madre lo scorse mentre tornava da scuola, senza ombrello o mantello, a passo eguale e lento. Lo chiamò. Egli rientrò quieto. «Ci raccomandano sempre di non correre per istrada», spiegò poi. I suoi camerati l'avevano soprannominato «il piccolo pastore» e lo ascoltavano in rispettoso silenzio quando leggeva ad alta voce un capitolo della Bibbia.
Gli rimprovero le sue infatuazioni e persino i suoi fervori. Non ha abbattuto idoli se non per sostituirli con altri. Un falso iconoclasta, con tratti da adolescente, e non so che verginità, che innocenza, inerenti alla sua carriera di solitario.
Il piccolo Federico è tardo a parlare, contempla ogni cosa con occhi gravi e rimane in silenzio. A due anni e mezzo, profferisce la prima parola. Il pastore ama questo compagno silenzioso e se lo conduce dietro volentieri nelle sue passeggiate. Federico Nietzsche non dimenticò mai il suono lontano delle campane sulla pianura immensa, cosparsa di stagni, né l'impressione della propria mano racchiusa nella grossa mano paterna.
In una delle sue lettere, Nietzsche scrive: "Posso credere solo in un dio danzante", ma non riuscì a trovarne. Se avesse conosciuto qualcosa di Shiva, la sua vita sarebbe stata totalmente diversa: Shiva è il dio che danza.
L'antitesi tra l'eroe e il santo si innalzò davanti a me attraverso lui e il suo dramma. Egli era l'eroe santo, ribelle e martire a un tempo. Prometeo e Cristo, Dioniso e il Crocifisso. Egli era l'uomo compiuto. La gioventù vuole pregare e adorare. L'immagine di Nietzsche fu sempre sopra il mio letto, un ritratto del tempo della demenza, colla tragica fronte oscurata, lo sguardo del martire, già lontano, affisato al nulla, all'infinito. Quel capo che cade in avanti che cos'ha in comune colla belva bionda, col Superuomo? È il figlio dell'uomo, tormentato, ferito. Ecce Homo.
La critica di Freud, come quella di Feuerbach e di Nietzsche, ha ignorato completamente la dottrina cristiana della Trinità e, a proposito dello stesso Gesù Cristo, si basa su uno stadio della ricerca oggi nettamente superato che gli permetteva di liquidare con due parole la questione della sua storicità.
La teoria del superuomo di Nietzsche fu saccheggiata dai nazisti e presentata come pensiero precorritore delle teoriche hitleriane mentre veniva da un filosofo il quale aveva potuto scrivere che quasi tutti i processi di trasformazione violenta si rivelavano «una patetica e sanguinosa baracconata».
Lo circondava un'indescrivibile atmosfera di estraneità, qualcosa per me allora del tutto inquietante, c'era qualcosa in lui che prima non avevo conosciuto, e mancavano molte cose che un tempo l'avevano caratterizzato. Era come se venisse da una terra in cui non abita nessuno.
Mi resi conto che i soli maestri di danza che io potessi avere erano il J. J. Rousseau dellEmile, Walt Whitman e Nietzsche.
Nel fulcro di questa ruota che dardeggia luce sugli spazi deserti, Blake e Nietzsche regnano come sfavillanti stelle doppie; il loro messaggio è ancora così nuovo che pensiamo ad essi in termini di pazzia. Nietzsche ricombina tutti i valori esistenti; Blake plasma una nuova cosmogonia. Per molti aspetti Rimbaud è vicino a entrambi.
Nice che dice? / Boh!
Nietzsche e Péguy: due profeti che dominano la nostra epoca. Entrambi concordano nel fare un'opera di critica. Entrambi maledicono il «mondo moderno». Una parte delle loro diagnosi coincide. Tuttavia i loro due messaggi restano opposti. L'uno e l'altro si ricollegano a un passato che viene dal profondo delle età, ma non ne scelgono la stessa vena. L'uno e l'altro annunciano tempi nuovi, ma non li plasmano con lo stesso metallo. Se da una parte Nietzsche è il profeta della rottura, dall'altra Péguy è il profeta della fedeltà. E mentre per incatenarci al carro traballante del suo Dioniso Nietzsche è sempre più portato a maledire la croce di Cristo, Péguy mostra in Gesù colui che raccoglie tutto il tragico antico per trasfigurarlo.
Nietzsche è un Wagner del pensiero. La susseguenza dei suoi pensieri è assolutamente barbara, uguale alla musica wagneriana. In ciò unicamente nell'originalità barbaramente balzante e irrompente dei suoi pensieri sta la sua forza di sovvertimento e tutto anela alla distruzione tanto in Wagner come in lui.
Nietzsche era un puro, e talvolta il puro folle; ma il mondo contro il quale egli anima la turgida protesta di Zaratustra è proprio fatto, in ogni classe sociale, di esseri come Zaratustra e la sua matta bestialità. Il superuomo non è un personaggio da venire, è una miserabile presenza che tutti gli uomini scoprono nella parte più abbietta di se stessi. Compito della vera civiltà è liberarsi da questo atroce «stato di natura» rappresentato dal perenne Zaratustra. E il Nietzsche migliore è quello appunto che s'indigna contro la viltà del mondo, e non sa di avvalersi delle negate categorie cristiane.
, il mio Nietzsche, il mio buon Nietzsche (non quello altro e di altri) è così affascinante perché parla all'anima e di cose dell'anima come Carmen parlava d'amore a Don José. «Non ci si annoiava con quella ragazza!» diceva questi a Merimée, alla vigilia di morire per lei. E nemmeno noi ci annoiamo con Nietzsche. Nietzsche non fu un filosofo; fu il caso estremo di una quasi completa sublimazione di Eros. Fu anche altra cosa; lo so.
Nietzsche non negava l'arte di Wagner quando dichiarava che «i maestri cantori» erano un attentato alla civiltà, e non si poneva il problema perché riconosceva che tra l'ammirazione estetica e il consenso etico non c'è necessario rapporto di causa a effetto.
Nietzsche non perde mai l'occasione di fustigare ogni senso di pietà per i deboli e per i malati. Vero Don Chisciotte della morte, il filosofo condanna qualunque misura in favore dei diseredati, e denuncia nella preoccupazione per le vittime la causa di ciò che egli interpreta come invecchiamento precoce della nostra civiltà.
Nietzsche sarebbe l'unico abitante nobile di un mondo derelitto. Solo la sua scelta potrebbe esporsi senza vergogna alla resurrezione di Dio.
Nietzsche si è completamente sbagliato su Dioniso, senza parlare dell'opposizione con Apollo che è pura fantasia poiché i Greci mescolavano ambedue nei miti e talvolta sembravano identificarli.
Nietzsche, un intenditore di prima forza in fatto di decadenza.
Nietzsche vuole un impossibile sacrifizio della umanità a vantaggio di pochi; Tolstoi vuole un sacrifizio impossibile del pari, quello dell'individuo all'umanità.
Pensate a Nietzsche, il puro: il cui destino fu di nutrire l'arbitrio di criminali mediocri, che nel suo verbo trovavano una promessa di gloria e una giustificazione eroica. La teoria del superuomo, riflesso dalla follia da cui fu colto l'autore, restato sempre a mezzo tra la metafora e la speculazione filosofica, rappresenta la malattia letale e non la sana riscossa dello spirito moderno. Certo, in molti punti, Nietzsche fu frainteso; ma gli scrittori hanno i lettori che meritano, e nella sua opera bisogna coraggiosamente riconoscere una torbidezza fondamentale, che dell'uomo accarezzò piuttosto la bestia che l'angelo. Nietzsche, il puro, che osò chiamar morale da schiavi la morale cristiana e civile, non s'accorse di predicar lui, veramente, la sola morale di schiavi che esista al mondo, quella della servitù all'istinto e all'inconscio. Né s'accorse che il superuomo, quel suo turgido Zaratustra, retore e vanitoso, non è ancor giunto allo stadio umano, perché non ha senso sociale.
Povero Nietzsche! È stato l'unico filosofo a cui è toccato il singolare privilegio di essere considerato responsabile niente meno che di una guerra mondiale.
Quando si leggono l'un dopo l'altro gli scritti di Nietzsche, si prova dalla prima all'ultima pagina una impressione come se si udisse un uomo in delirio, che con occhi lampeggianti e con la schiuma sulle labbra, emetta incompostamente un torrente di parole assordanti, ch'egli interrompe, ora con uno scroscio di pazza risata, ora con basse invettive ed imprecazioni, ora dandosi ad una danza vertiginosa, ora avventandosi con volto minaccioso e col pugno chiuso contro il suo visitatore o il suo supposto avversario.
Se è vano ricercare nel Nietzsche il sistema, la dimostrazione rigorosa, e talvolta anche la connessione logica delle idee, pure egli esercita innegabilmente su di noi un fascino che ha qualche cosa di misterioso.
La sua opera è divenuta popolare, nonostante la stravaganza della forma, e le incoerenze e le oscurità e i paradossi e le contraddizioni; e più ancora, nonostante il dubbio che il germe dell'alienazione, da cui egli fu colpito nel Gennaio 1889, esistesse già da molto tempo in lui, e non fosse stato senza qualche influenza sui suoi scritti.
Se non vi fossero gli onesti, ma predicanti l'amoralità come Nietzsche, il mondo sarebbe d'una insopportabile virtù o ipocrisia.
Tolstòj fu l'ultima grande passione di Nietzsche, prima della follia, e Nietzsche lo leggeva e compulsava avidamente, riconoscendo in lui lo stesso mito al quale anch'egli si sentiva forzato: la consumazione del confine tra «arte» e «vita», tra «volontà» e «realtà».
Un accurato lavoro di reinterpretazione ha sottratto il pensiero di Friedrich Nietzsche (1844–1900) all'abbraccio con le esperienze politiche della destra radicale. Non perché non ci sia effettivamente stata la utilizzazione di spunti contro le ideologie del moderno (liberalismo e socialismo) da parte della destra radicale. Ma questa simpatetica dedizione degli ambienti di destra non basta a farne un campione della reazione.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026