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Frasi di «Gerusalemme liberata»

68 citazioni dal libro di Torquato Tasso

Le frasi di «Gerusalemme liberata» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Gerusalemme liberata»

Il vero condito in molli versi / i più schivi allettando ha persuaso. (I, 3)
Seguian poi di Rollon l'altera insegna / altri guerrier, non men famosi e pronti / de la Sicilia, a servitute indegna / ritolta già, che tre superbe fronti, / dove la stirpe sua trionfa e regna, / erge su 'l mar de' tre famosi monti: / co' due la Grecia e l'Africa bugiarda / e co 'l terzo l'Italia ella riguarda. / E da tre valli ancora, in cui distinse / il novo abitator la fertil terra, / venian guerrier' ch'alto desio sospinse / d'eterna gloria a perigliosa guerra. (I, 66)
[...] | e Trapani, ove fu di vita spento / l'antichissimo Anchise, i suoi non cela, | [...]. (I, 69)
A re malvagio, consiglier peggiore. (II, 2)
Già l'aura messaggera erasi desta / ad annunziar che se ne vien l'aurora: / ella intanto s'adorna, e l'aurea testa / di rose colte in paradiso infiora. (II, 11)
Purché 'l reo non si salvi, il giusto pera / e l'innocente. (II, 12)
Magnanima menzogna, or quand'è il vero / sì bello che si possa a te preporre? (II, 22)
Un non so che d'inusitato e molle / par che nel duro petto al re trapasse; / ei presentillo e si sdegnò, né volle / piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse. (II, 37)
Nulla a tanto intercessor si neghi. (II, 52)
Di sua bocca uscieno / più che mel dolci d'eloquenza i fiumi. (II, 61)
Ben gioco è di fortuna audace e stolto / por contra il poco e incerto il certo e 'l molto. (II, 67)
Ché fortuna qua già varia a vicenda / mandandoci venture or triste or buone, / ed a i voli troppo alti e repentini / sogliono i precipizi esser vicini. (II, 70)
Liberi sensi in libere parole. (II, 81)
Noi morirem, ma non morremo inulti. (II, 86)
Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia. (II, 88)
Io vêr Gerusalem, tu verso Egitto. (II, 94)
Sommessi accenti, e tacite parole, / Rotti singulti, e flebili sospiri. (III, 6)
Non lunge, quai veggiam fantasmi o larve, / Poi che nascoso è lo splendor diurno, / Tale un corrier ne l'ombre oscuro apparve / Per non diritte vie cheto e notturno: / Là ove il maggior lume occulto sparve, / Spiegan tremuli rai Giove e Saturno. (III, 26)
Il gran nemico dell'umane genti. (IV, 1)
Diversi aspetti in un confusi e misti. (IV, 3)
Il rauco suon della tartarea tromba. (IV, 3)
Pera il campo e ruini, e resti in tutto / Ogni vestigio suo con lui distrutto. (IV, 17)
[...] (ahi, cieca umana mente, / come i giudizi tuoi son vani e torti!) (IV, 21)
Fa manto del vero alla menzogna. (IV, 25)
Renditi vinto; e per tua gloria basti / Che dir potrai che contro me pugnasti. (IV, 32)
Ahi crudo Amor, ch'ugualmente n'ancide / l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi, / e d'ogni tempo egualmente mortali / vengon da te le medicine e i mali! (IV, 92)
Ché nel mondo mutabile e leggiero / costanza è spesso il variar pensiero. (V, 3)
Così conclude, e con sì adorno inganno / cerca di ricoprir la mente accesa / sotto altro zelo; e gli altri anco d'onore / fingon desio quel ch'è desio d'amore. (V, 7)
Instinto è dell'umane menti / Che ciò che più si vieta, uom più desia. (V, 76)
Spesso avvien che ne' maggior perigli / Sono i più audaci gli ottimi consigli. (VI, 6)
Mostra a dito ed onorata andresti / Fra le madri latine e fra le spose / Là nella bella Italia (VI, 77)
Era la notte, e 'l suo stellato velo / chiaro spiegava e senza nube alcuna; / e già spargea rai luminosi e gelo / di vive perle la sorgente luna. / L'innamorata donna iva co'l cielo / le sue fiamme sfogando ad una ad una; / e secretari del suo amore antico / fea i muti campi e quel silenzio amico. (VI, 103)
[...] ombrose piante / D'antica selva [...]. (VII, 1)
Questa greggia e l'orticel dispensa / Cibi non compri alla mia parca mensa. (VII, 10)
Difesa miglior, ch'usbergo e scudo, / È la santa innocenza al petto ignudo. (VIII, 41)
Tosto s'opprime chi di sonno è carco, / ché dal sonno a la morte è un picciol varco. (IX, 18)
Però che quello, o figli, è vile onore / cui non adorni alcun passato orrore. (IX, 28)
Ma non perciò nel disdegnoso petto / d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco, / benché suo foco in lui non spiri Aletto, / né flagello infernal gli sferzi il fianco. / Rota il ferro crudel ove è più stretto / e più calcato insieme il popol franco; / miete i vili e i potenti, e i più sublimi / e i più superbi capi adegua a gli imi. (IX, 67)
Risorgerò nemico ognor più crudo, / Cenere anco sepolto e spirto ignudo. (IX, 99)
A guisa di leon quando si posa. (X, 56)
L'asta, ch'offesa or porta ed or vendetta, / per lo noto sentier vola e rivola, / ma già colui non fère ove è diretta, / ch'egli si piega e 'l capo al colpo invola; / coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta / profondamente il ferro entro la gola, / né gli rincresce, del suo caro duce / morendo in vece, abbandonar la luce. (XI, 80)
Il bruno il bel non toglie. (XII, 21)
Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno / teatro, opre sarian sì memorande. / Notte, che nel profondo oscuro seno / chiudesti e ne l'oblio fatto sì grande, / piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno / a le future età lo spieghi e mande. / Viva la fama loro; e tra lor gloria / splenda del fosco tuo l'alta memoria. (XII, 54)
Oh nostra folle / mente ch'ogn'aura di fortuna estolle! (XII, 58)
Segue egli la vittoria, e la trafitta / vergine minacciando incalza e preme. / Ella, mentre cadea, la voce afflitta / movendo, disse le parole estreme; / parole ch'a lei novo un spirto ditta, / spirto di fé, di carità, di speme: / virtú ch'or Dio le infonde, e se rubella / in vita fu, la vuole in morte ancella. (XII, 65)
Amico, hai vinto: io ti perdon...; perdona. (XII, 66)
La vide, e la conobbe; e restò senza / E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!. (XII, 67)
In questa forma / Passa la bella donna, e par che dorma. (XII, 69)
Qual in membro gentil piaga mortale / tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore, / tal da i dolci conforti in sì gran male / più inacerbisce medicato il core. (XII, 85)
Oh vani giuramenti! ecco contrari / seguir tosto gli effetti a l'alta speme, / e cader questi in tenzon pari estinto / sotto colui ch'ei fa già preso e vinto. (XII, 105)
Non dee guerra co' morti aver chi vive. (XIII, 39)
Femmina è cosa garrula e fallace, / Vuole e disvuole: è folle uom che sen fida. (XIV, 84)
Muoiono le città, muoiono i regni, / copre i fasti e le pompe arena ed erba, / e l'uom d'esser mortal par che si sdegni: / oh nostra mente cupida e superba! (XV, 20)
Di poema dignissima e d'istoria (XV, 32)
Quando mi gioverà narrare altrui / Le novità vedute e dire: Io fui! (XV, 38)
E quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre, / l'arte, che tutto fa, nulla si scopre. (XVI, 9)
Cogliam' la rosa in sul mattino adorno / Di questo dì che tosto il seren perde. (XVI, 15)
Teneri sdegni, e placide e tranquille / Repulse, e cari vezzi, e liete paci, / Sorrisi e parolette e dolci stille / Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci. (XVI, 25)
E mentre spunta l'un, l'altro matura. (XVI, 40)
Lo schermitor vinto è di schermo. (XIX, 14)
Non scese, no, precipitò di sella. (XIX, 104)
Purché costei si salvi, il mondo pera. (XX, 69)
Combatta qui chi di campar desia: / la via d'onor de la salute è via. (XX, 110)
Conosco l'arti del fellone ignote, / ma ben può nulla chi morir non pote. (XX, 131)
– Ecco l'ancilla tua; d'essa a tuo senno / dispon, – gli disse – e le fia legge il cenno. – (XX, 136)
È 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali.
La morte non è pena de i rei, ma fine de la pena.

Citazioni sulla Gerusalemme liberata

Quanto ha di scenico e di fastoso l'età della Controriforma, è quanto rimane di quella sovranità [rinascimentale dell'uomo sull'universo]: una pompa a cui non risponde più lo slancio fiducioso dell'anima. Dietro quel fasto c'è un senso di vuoto e d'angoscia. Questa è la giustificazione storica della costante oscillazione della Liberata tra lo scenico e l'elegiaco. (Attilio Momigliano)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026