Frasi

Frasi di «Il Grande Terrore»

21 citazioni dal libro di Robert Conquest

Le frasi di «Il Grande Terrore» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Il Grande Terrore»

È difficile trovare qualcuno che scriva di Zinov'ev in modo men che ostile: sembra che egli abbia fatto sia agli oppositori che agli stalinisti, sia ai comunisti che ai non comunisti, l'impressione di essere una nullità vanitosa, incompetente, arrogante e codarda. All'infuori dello stesso Stalin, Zinov'ev è l'unico leader bolscevico che non può essere chiamato un intellettuale. Ma nello stesso tempo egli non era neppure dotato di sensibilità politica; non aveva alcuna comprensione dei problemi economici. Era un oratore molto efficace, ma i suoi discorsi mancavano di sostanza, e avevano un'efficacia solo temporanea nell'infiammare le masse. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 24)
Kirov era entrato nel partito nel 1907 all'età di diciotto anni, a Tomsk, nel 1907. Arrestato e deportato quattro volte sotto gli zar, la Rivoluzione del febbraio 1917 lo aveva trovato a capo dell'organizzazione bolscevica a Vladikavkaz nel Caucaso – un posto tipicamente minore ma molto decisivo per un militante nella clandestinità. Anch'egli mancava delle peggiori caratteristiche staliniane; anch'egli era molto popolare nel partito. Era russo, cosa che Stalin non era: solo fra gli staliniani, era anche un oratore molto efficace. Benché abbia appoggiato senza tirarsi indietro la politica di Stalin per la collettivizzazione e l'industrializzazione, non sembra che abbia avuto quella vena di malvagità che caratterizzò Stalin e i suoi più stretti alleati. Benché spietato, non era né malvagio né servile. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 29)
Città russa nella parte sud-occidentale della Siberia.
Kaganovič, benché alquanto superficiale nella valutazione di molti problemi, fu un brillante amministratore; in lui una chiara intelligenza e una forte volontà si univano a una totale assenza di freni d'umanità. Se abbiamo usato la parola spietato per descrivere Kirov in generale, per Kaganovič essa va presa proprio alla lettera – non c'era assolutamente pietà né compassione nel suo temperamento. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 30)
Un vecchio comunista osserva: «In tutta la mia lunga vita non ho mai visto una personalità più repellente di quella di Ežov». Ricordava uno di quei ragazzacci di strada la cui occupazione favorita è di legare della carta imbevuta di paraffina alla coda di un gatto e di darle fuoco – ed era proprio quello che poi doveva fare Ežov, seppure in una forma un po' diversa. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 32)
Letter of an Old Bolshevic in Boris I. Nicolaevsky, Power and the Soviet Elite, New York, 1965, p. 48.
[...] Andrej Vyšinskij: istruito intelligente, codardo e servile, era stato menscevico fino al 1921, ed era entrato nel Partito Bolscevico solo dopo che esso si era insediato da vincitore. Era quindi vulnerabile alle pressioni e alle minacce, e cercò ben presto la protezione della fazione maggiormente in grado di offrirgliela. Si fece per proprio conto una carriera quasi accademica nella facoltà di legge dell'Università di Mosca, e ne divenne rapidamente rettore, in seguito all'intervento dell'organizzazione del partito. In seguito diventò un alto funzionario nel commissariato all'istruzione e fu profondamente implicato nella purga del mondo accademico. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 33)
L'impressione che fece all'autore di questo libro, che ebbe occasione di parlargli negli ultimi anni della sua vita, quando era ministro degli Esteri, fu quella di un individuo che dava fisicamente e spiritualmente l'immagine di un «topo in forma umana». (Introduzione: Le origini del terrore, p. 33)
Non appena sconfitti Zinov'ev e Trotckij, Stalin si volse contro i suoi alleati «di destra»; il più influente di essi era di gran lunga Nikolaj Bucharin. Egli era stato descritto da Lenin come «il favorito del partito»; ma in precedenza Lenin aveva parlato di lui come di un uomo «1. credulo verso i pettegolezzi e 2. diabolicamente instabile in politica». Era di gran lunga il più intellettuale di tutti i bolscevichi, e provava un profondo interesse per la teoria (era, nella particolare formulazione di Lenin, «un valorosissimo ed eminentissimo teorico del partito», che tuttavia non comprese correttamente il marxismo). Nel 1917 Lenin pensava a Sverdlov e Bucharin come ai naturali successori, se lui e Trotckij fossero stati uccisi. (Introduzione: Le origini del terrore, p. 35)
V.I. Lenin, Sobranie sočinenij, 3a ed. russa (Moskva 1926-37), vol. 29, p. 229.
Zinov'ev non stava bene ed era febbricitante; gli fu detto che doveva essere trasferito in un'altra cella. Ma quando vide le guardie capì immediatamente; tutti i racconti concordano sul fatto che svenne, urlando con voce acutissima un disperato appello a Stalin perché mantenesse la parola. Diede l'impressione di un attacco isterico; ma probabilmente questo non è vero, perché la sua voce si faceva sempre acuta quando era eccitato, e forse stava cercando di fare un ultimo discorso. Inoltre, era ancora sofferente di un disturbo di cuore e di fegato, sicché è comprensibile qualche genere di collasso. Si dice che il tenente della NKVD incaricato dell'esecuzione, temendo l'effetto di questa scena, qualora si fosse prolungata, lungo il corridoio e fin giù nei sotterranei, lo spinse in una cella vicina e gli sparò immediatamente, e che ricevette in seguito un riconoscimento per la sua presenza di spirito. (cap. IV, p. 175)
Stalin, prima del processo, aveva promesso a Zinov'ev e al coimputato Kamenev di salvare le loro vite e la libertà delle famiglie, se si fossero dichiarati colpevoli. (Conquest, op. citata, p. 148).
Quando Kamenev fu chiamato dalla sua cella per avviarsi all'esecuzione, non si lamentò e apparve sbalordito. Non rimase ucciso al primo colpo e il tenente della NKVD responsabile dell'esecuzione divenne isterico, prese a calci l'esecutore gridandogli «finiscilo». (cap. IV, p. 175)
Per ammissione generale, Thuchačevskij aveva il miglior cervello, in fatto di cose militari, di tutto l'esercito, e la più gran forza di volontà e di nervi; proveniva dalla piccola nobiltà. (cap. VII, p. 296)
Jakir, vivace, attivo e di aspetto giovanile, era figlio di un piccolo farmacista ebreo di Kišinev. [...] Dal 1926 comandava l'importantissimo distretto militare dell'Ucraina, sotto i diversi nomi che assunse successivamente. Era il solo militare di professione che fosse membro di pieno diritto del Comitato centrale. (cap VII, p. 297)
Gli altri «militari» membri di pieno diritto erano Vorošilov e Gamarnik.
Alla parata del 1º maggio , Thuchačevskij fu il primo ad arrivare sulla tribuna riservata agli alti ufficiali dell'Armata Rossa. Salì solo con i pollici infilati nella cintura. Poi giunse Egorov, ma non guardò il collega e non lo salutò neppure. Anche Gamarnik si unì al silenzioso gruppetto. Un'atmosfera tetra e gelida circondava gli ufficiali. Alla fine della parata militare Thuchačevskij non aspettò la sfilata dei civili, ma se ne andò dalla Piazza Rossa. (cap. VII, p. 313)
Aleksandr Il'ič Egorov, generale e maresciallo dell'Unione Sovietica, giustiziato nel 1939.
Il pesce più grosso era l'accademico N.I. Vavilov, il grande genetista, favorito di Lenin. [...]. Vavilov fu sotto inchiesta per undici mesi e venne interrogato un centinaio di volte. Fu processato il 9 luglio 1941 dal Tribunale militare con le accuse di cospirazione di destra, spionaggio a favore dell'Inghilterra e altri reati. Fu condannato a morte. (cap. X, p. 478)
Messo nella cella dei condannati, in un blocco sotterraneo senza finestre, senza poter fare esercizio, per circa un anno, egli fu quasi salvato dall'elezione nel 1942 a Membro della Royal Society di Londra, che gli valse la commutazione della pena in venti anni di prigione. Ma era troppo tardi, la distrofia era in fase avanzata e lui era «andato»; morì il 26 gennaio 1943. Sua moglie e suo figlio erano stati evacuati nel 1942 da Leningrado a Saratov e vissero per tutto quel tempo a pochi chilometri dalla prigione dove lui stava morendo. Li avevano informati che lui era a Mosca e non seppero della sua vicinanza. (cap. X, p. 479)
Il campo di lavoro era uno dei pilastri dell'intero sistema staliniano; riuscire a nasconderne la natura all'Occidente fu uno dei suoi più straordinari trionfi. (cap. XI, p. 497)
Nel periodo precedente il suo arresto , aveva cominciato a bere molto riducendosi in cattive condizioni, che la lunga tensione della prigionia non aveva certo contribuito a migliorare. In certi momenti, durante il controinterrogatorio , sembrava ridotto completamente a pezzi: sottolineava le sue risposte con sciocchi sogghigni. Poi però si riprese. (cap. XII, pp. 560-561)
Jagoda aveva più di chiunque altro buone ragioni per risentirsi di quel processo: lui, più di chiunque altro, aveva reso a Stalin servigi insostituibili. Il fatto di essere arrestato lo aveva talmente colpito che non era più riuscito né a dormire né a mangiare, ed Ežov aveva temuto per il suo equilibrio mentale. Era stato mandato a parlare con lui Sluckij, l'insinuante capo della sezione esteri della NKVD. Jagoda lamentò la rovina dell'organizzazione che aveva edificato in quindici anni, e un giorno osservò che dopo tutto Dio deve esistere: perché da Stalin egli aveva meritato soltanto gratitudine, ma da Dio aveva meritato il destino che ora gli era piombato addosso. (cap XII, p. 605)
Jagoda, insieme con Bucharin, Rykov e altri diciotto imputati, fu processato a Mosca nel marzo 1938 e condannato a morte.
Anche le perdite degli ungheresi furono pesanti e compresero lo stesso Béla Kun, capo della rivoluzione comunista del 1919 in Ungheria. Il suo comportamento durante il Terrore a Budapest sfociò in azioni ancora peggiori quando, dopo essere arrivato in volo a Mosca, fu posto al governo della Crimea appena conquistata, e venne biasimato e ritirato dall'incarico da Lenin per eccessiva crudeltà. (cap. XIII, p. 642)
Béla Kun fu portato a Lefortovo dove venne torturato. Si dice che sia stato tenuto ritto su un piede solo per periodi da dieci a venti ore. Quando ritornò nella sua cella dopo l'interrogatorio aveva le gambe gonfie e il viso così nero da essere irriconoscibile. (cap. XIII, p. 642)
Prigione nell'omonimo quartiere moscovita.
Ežov fu arrestato solo agli inizi di aprile , al commissariato del Trasporto Idrico, dove aveva presieduto il Collegium senza prender parte tuttavia alle discussioni, restando in silenzio o costruendo aeroplanini di carta. Si dice che abbia confessato liberamente, coinvolgendo, come di consueto, anche altri. Fu accusato di aver incastrato persone innocenti, di aver complottato per uccidere Stalin e impadronirsi del potere, e di essere una spia degli inglesi fin dal tempo della guerra civile. Non venne tuttavia fucilato fino all'anno seguente. (cap. XIV, p. 689)
Roy Medvedev, Let History Judge (New York 1971), pp.240-41.
Come tutti sanno dal 1986, e soprattutto negli anni seguenti, l'URSS entrò nel periodo della glasnost. Uno dei primi risultati della glasnost è stata la verità sugli attuali disastri economici e sociali. I suoi fautori dissero chiaramente che il sistema di economia dirigista dello stalinismo, basato sulla continua coercizione, era una via senza uscita e andava smantellato. (Epilogo, p. 771)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026