Frasi

Frasi di «Il male oscuro»

22 citazioni dal libro di Giuseppe Berto

Le frasi di «Il male oscuro» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Il male oscuro»

[...] la Sicilia era il posto più bello e felice del mondo e io sicuramente ci sarei andato non appena fossi diventato grande, e con la Sicilia avevano a che fare anche gli spaghetti alla carrettiera che mi piacevano molto, mio padre sempre si arrabbiava perché nessuno in casa sapeva fare un sugo decente e allora qualche volta ci si metteva lui che era stato in Sicilia da carabiniere e faceva il sugo con aglio, olio e pomodori, chiamato alla carrettiera perché lo fanno i carrettieri in Sicilia per la ragione che cuoce in poco tempo, nel mentre si cuociono gli spaghetti si cuoce anche il sugo diceva mio padre [...]. (1987, p. 79)
[...] però esaminando al di fuori d'ogni agitazione sentimentale il rapporto tra me e il padre mio con l'esperienza dell'equivalente rapporto che si era venuto a creare tra me e mia figlia ecco che io comprendevo benissimo che il rapporto d'amore tra padri e figli non è necessariamente reversibile per così dire, ossia tutta la quantità d'amore che un padre può avere per un figlio è compensata dal fatto stesso che il figlio esiste, in altre parole un padre non può pretendere che un figlio lo ami con la stessa intensità con la quale lui lo ama né con la stessa qualità d'amore [...]. (1987, p. 96)
[...] un figlio bambino ama in un modo capriccioso può piangere perché vuole stare sui ginocchi del padre o perché vuol mettersi nel letto grande tra il padre e la madre, e può ficcare le dita dentro la bocca o anche dentro gli occhi del padre [...]. (1987, p. 96)
[...] se ne andrà un giorno il figlio per conto suo completamente staccato dal padre com'è giusto senza preoccuparsi di amarlo o non amarlo mentre il padre avrà sempre bisogno di amarlo, e allora se io immaginavo mia figlia comportarsi verso di me come io mi ero comportato verso il padre non le vedevo colpa [...]. (1987, p. 96)
[...] tutti sappiamo che esistono al mondo i coprofili e anzi addirittura i coprofagi però questi dicono che siano matti e lasciamoli stare, mentre i coprofili sono persone sane di cervello le quali s'interessano simpaticamente degli escrementi per lo più raccontando storielle che hanno per oggetto vuoi l'atto defecatorio e vuoi le feci in sé, e quanto siano numerosi sulla terra questi coprofili lo si può desumere dallo stesso numero pressoché infinito delle storielle puzzolenti alcune delle quali poi non sono per niente brutte, comunque io sono convinto che la vera caratteristica dei coprofili non siano tanto le barzellette quanto la grande soddisfazione che essi per loro stessa frequente dichiarazione provano nel defecare [...]. (1987, p. 204)
In quale enorme misura somigli al padre mio lo vado scoprendo per mezzo di questa figlia Augusta a mano a mano che cresce, e sta' a vedere che lui mi amava come io amo lei. (p. 219)
E del resto io sempre con la collaborazione di questa figlia vado approfondendo parecchio la natura del rapporto tra padri e figli, ossia i figli non devono far nulla in cambio dell'amore dei padri dato che il loro unico dovere è di esistere in buona salute possibilmente, poiché io vedendo mia figlia sana provo una gioia grandissima. (pp. 219-220).
Quanti peccati Dio mio quanti peccati, non finirò mai ma gli altri perché non scontano, questo vorrei sapere perché non scontano gli altri, davvero vorrei sapere se io sono tra tutti gli uomini il più grande peccatore oppure se qualcosa non funziona proprio contro di me in questo deforme ingranaggio di giustizia, pur che ci sia giustizia e non caso e non caos, dove troviamo le ragioni metafisiche vorrei sapere, dove ci può essere un Dio giustizia così sbagliato poiché vi è bene chi più di me odia e calpesta e ha il cuore arido, ecco dunque che non sarebbe possibile un ingranaggio trascendentale neppure riferito al padre mio, gli dei hanno un'imperturbabilità remota insegnava Lucrezio. (pp. 234-235)
[...] il Super-Io di Freud ha qualche punto di contatto con la coscienza comunemente intesa ossia con quella cosa che ci rimorde dopo che abbiamo commesso il male, però il Super-Io sembra differire dalla coscienza nel senso che è molto più attivo nello sbarrare la strada al male e molto più severo nel censurarlo quando non è riuscito a tenerlo fuori, ma soprattutto differisce nel fatto che mentre la coscienza non si spiega come nasca o la si gratifica di una origine metafisica, il Super-Io si sa benissimo come nasce e si può dire che sia il risultato di una progressiva introiezione delle privazioni imposte dalla realtà ma soprattutto dagli educatori [...]. (1987, p. 279)
[...] un po' alla volta tutti questi divieti e intimidazioni entrano in noi a formare quella parte dell'anima nostra chiamata appunto Super-Io, e il bello è che non sono mica tutte introiezioni forzate quelle che arrivano a costituire l'incomodo Super-Io, per quanto strano possa sembrare ce ne sono pure di volontarie [...]. (1987, p. 279)
[...] qualche volta a dire il vero l'Io riesce a ignorare le istanze inibitorie e intimidatrici del Super-Io e a godersela un poco, ma poi Madonna santa come me la fa pagare questo poliziesco Super-Io, come mi massacra sotto tonnellate di sensi di colpa, come mi punisce mettendosi magari sulla strada della mia gloria e dicendomi tu non sei degno tu non sei capace tu non avrai mai il plauso dei radicali [...]. (1987, p. 280)
[...] io porto a termine la nuova cura tra angosce d'ogni genere con un monte chiamato Sciliar che pare sia tanto bello da meritare d'essere incluso in quasi tutte le cartoline panoramiche di Siusi, sicché a conti fatti si tratta di una specie di gloria locale ma a me questo Sciliar con la sua storta incombenza non ha procurato se non mortali sofferenze e in verità se per fortunata combinazione in qualche istante riuscivo a dimenticarmi d'essere malato ecco che quell'onnipresente Sciliar subito me lo ricordava e io per sfuggire alla sua maligna influenza non avevo altra scelta che camminare a testa bassa [...]. (1987, p. 242)
In realtà la vita come la vedo io è solo una porzione trascurabile di vita la parte più importante svolgendosi nell'inconscio dove si è accumulata nei primissimi anni di vita e forse anche prima della venuta al mondo, e dall'inconscio noi dobbiamo dunque ripescarla e portarla alla conoscenza affinché non ci possa più nuocere né spaventare, e mentre io come essere pensante e ragionevole mi lascio trascinare da alcune migliaia di millenni di cattive abitudini e faccio di tutto per costruirmi un'immagine melata e falsa del padre mio il mio inconscio sa benissimo che questo padre era un cane maledetto che tutti i giorni mi rubava la madre mentre io ero nel pieno della mia situazione edipica ossia per la madre morivo d'amore, onnipotente cane contro il quale io piccolo non avevo difesa all'infuori dell'odio, un odio smisurato come quello dei bambini che non hanno limiti nel voler bene e nel voler male sicché questo mio padre io l'ho ammazzato infinite volte con la mia volontà e il mio desiderio e in altre parole io nel mio inconscio sono infinite volte parricida. (p. 311)
Da un desiderio così dunque ero passato ad un colloquio diretto con la divinità impostato soprattutto su di un ardore diciamo pure distruttivo pregando davanti al lumicino della cappella che indicava la presenza di Gesù Dio nel Sacramento, Gesù essenza astratta di divinità, Gesù misteriosamente corpo e vita nell'Ostia e insieme non corpo e non vita e simbolo come il Padre suo. (p. 321)
Mentre dunque l'adolescente era tutto astratti e angelici furori chissà mai cosa gli stava trafficando il Super-Io, cioè se da un lato è fin troppo chiaro che con il misticismo esso cercava di soddisfare sensi di colpa e voluttà d'espiazione sepolti nell'inconscio, dall'altro lato raggiungeva sia pure involontariamente un risultato importantissimo per il futuro nel senso che il padre terreno principale elemento costitutivo del Super-Io stesso veniva relegato in un secondo piano rispetto al Padreterno. (p. 321)
E allora il compagno mi spiegò che non occorreva aspettar tanto dato che uno poteva arrangiarsi da solo facendo così e così e se volevo provare non avevo che da andare al gabinetto e chiudermi dentro, e naturalmente lo feci subito poiché c'era tutto quel groviglio torbido dell'Es che premeva per sopraffarmi e in verità ciò che provai nelle solitarie manovre fu un piacere tale da sconvolgere la mia fragile costruzione etica, uno partiva dalla parte più impura e peccaminosa del corpo e si innalzava davvero fino alle soglie del paradiso ma poi precipitava giù con la propria coscienza devastata dal peccato e dalla vergogna, come si sarebbe potuto più andare in chiesa e farsi vedere da Dio, benché Dio fosse lì a guardare anche nei gabinetti o la sera nel letto quando spegnevano la luce grande della camera e l'assistente si ritirava dietro la sua tenda nell'angolo, o in qualsiasi altro luogo dove uno commettesse peccato o ne parlasse o ne pensasse compiacendosene, sempre Dio onnipotente era lì a condannare e io non osavo più alzare gli occhi al tabernacolo sull'altare maggiore o anche solo al lumicino che indicava la presenza di Gesù nel Sacramento se prima almeno non mi ero confessato dei miei orrendi peccati, fortuna che c'era la confessione per mondarsi l'anima. (p. 325)
Ed è sbagliato vero, è sbagliato rubare e pure da parte tua è sbagliato, ma perché mi hai messo al mondo allora perché, per ingannarmi e farmi soffrire, io non volevo non volevo, cerco intorno senza trovare uno scopo per la mia vita e solo leggendo mi sembra di vivere. (p. 334)
E io dico con l'anima in tumulto perché non rendi poi quel che prometti allor, Dio santo non ho neanche quattordici anni e ho già una così grande voglia di morire, cosa faccio al mondo io cosa faccio, amo amo amo così miseramente e immensamente che non ho coraggio di fissare un oggetto per il mio amore. (p. 334)
Ma nel mio inconscio c'era qualcosa che diceva sta' a vedere che sei capace di scrivere opere d'arte proprio tu che al bar Venezia t'impappinavi a dire la poesia, ricordati come t'impappinavi. (p. 368)
Insomma ciò che importa raggiungere è una serena valutazione di sé stesso nei confronti della realtà, cosa tuttavia più facile da dire che da fare dato che velocemente cambiamo noi e insieme ovverosia contemporaneamente cambia anche la realtà la quale poi è costituita da infinite cose in perenne mutamento e inoltre da alcuni milioni o miliardi di individui ognuno in rapida trasformazione e impegnato nel correre dietro per conto suo alla mutevole realtà, sicché questo mondo sarebbe proprio una bella girandola da matti se non intervenisse l'arte del compromesso che sarebbe poi la rinuncia alla pretesa di fare cose perfette che com'è noto non sono di questo mondo e facilmente neppure dell'altro. (pp. 402-403)

Citazioni su Il male oscuro

L'opera di Giuseppe Berto si contempera dei riscontri d'una assai povera (nel senso economico, sociale) o le molte volte drammatica e talora atroce esperienza del vivere; di una indagata e approfondita conoscenza dei rapporti psicologici tra i componenti di gruppo, per esempio il gruppo di famiglia, vere unità psichiche della gente più di quanto non sia il vecchio pupazzo denominato persona singola, persona individua; di un'arte del raccontare che snida accanitamente il disperso branco dei motivi, dei temi reali, con la muta latrante delle idee implacabili, le sue proprie dovute alla nevrosi e quelle di certi sciagurati che la follia è pervenuta ad asservire. Questa è l'arte del romanziere Berto: esprimere l'angoscia col descrivere la nevrosi, esprimere la follia col penetrare lucidamente, razionalmente, l'interno delirio. (Carlo Emilio Gadda)
Da quando Flaubert ha detto "Madame Bovary sono io" ognuno capisce che uno scrittore è, sempre, autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è un po' meno quando scrive di sé, cioè quando si propone più scopertamente il tema dell'autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto del narrare dall'altra possono portarlo ad una addirittura maliziosa deformazione di fatti e di persone. L'autore di questo libro spera che gli sia perdonato il naturale narcisismo, e quanto al gusto del narrare confida che sarà apprezzato anche da coloro che per avventura potessero riconoscersi alla lontana quali personaggi del romanzo. (Giuseppe Berto, dall'introduzione)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026