Le frasi di «Il partigiano Johnny» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Il partigiano Johnny»
Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... (p. 1)
Si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell'autentico popolo d'Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto". (da Il partigiano Johnny, Torino 1968, p. 40; citato in Ginsborg 1989, p. 14)
Tu sei comunista, Tito? - Io no, - sbottò lui. - Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti. Sono nella Stella Rossa perché la formazione che ho incocciata era rossa, il merito è loro d’averla organizzata e d’avermela presentata a me che tanto la cercavo, come finora non ho cercato niente altrettanto intensamente. Ma a cose finite, se sarò vivo, vengano a dirmi che sono comunista! (cap. V, p. 62)
Ora camminavano verso la suprema specola, sul ciglione assolutamente nudo ed un poco riverberante. E Johnny seguì con l’occhio tutta la giogaia dell’immensa collina, gli parve l’accosciata posante moglie di Polifemo... L’occhio si perdeva abissalmente ne lo sbalzante digradare, ai fondovalle, alle pinete ed alle macchie intorno ai raggelati corsi d’acqua; anche a chilometri di distanza eventuali fascisti dovevano apparire come nudi. (cap. V, p. 66)
Il cuore di Johnny s’apriva e scioglieva, girò tutto apposta per farsi partecipe e sciente d’ogni uomo. Erano gli uomini che avevano combattuto con lui, che stavano dalla sua parte ché all’opposta. E lui era uno di loro, gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello stacco di classe, è come loro, bello come loro se erano belli, brutto come loro, se brutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamenti, per trovarsi insieme a quella battaglia. (cap. VII, p. 91)
Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata. Anche agli altri doveva succedere lo stesso, perché tutti erano un po’ chini, e assorti, come a seguire quella stessa onda nella loro spina dorsale. Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, no mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere, e ti dà insieme l’umiliante persuasione di aver già fatto troppo, tutta la tua parte con una battaglia. (cap. VII, p. 92)
Non posso mancare, sono convinto che questo è il vero scopo e significato della mia essenza di partigiano e guerriero mondiale: per ognuno di noi l'essenziale è questo, purgare e purificare il luogo natio di LORO". (pp. 106-107)
Verso mezzanotte, le ultime due squadre erano pronte per la partenza. - Abbiamo probabilità, Biondo? - domandò un uomo. - Fattore campo, disse il Biondo semplicemente, ma con una serietà sinistra. Allora Johnny pensò che fra un paio d’ore, su questa particolare terra, sotto quella universale luna, sarebbe stato, novanta su cento, morto o prigioniero, e pensò «how sorry he ought to be». {cap. X, p. 123)
Quanto all’etichetta politica, i capi badogliani erano vagamente liberali e decisamente conservatori, ma la loro professione politica bisogna riconoscere, era nulla, sfiorava pericolosamente il limbo agnostico, in taluni di essi si risolveva nel puro e semplice esprit de bataille. L’antifascismo però, più che mai considerato, oltre tutto, come una armata, potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista, era integrale, assoluto, indubitabile. (cap. XII, p. 146)
Pierre sospirò: - Io e quelli dovremmo essere fratelli per vocazione. Eppure io non do un soldo per loro. Essi hanno calcolato tutto e noi niente. Essi cominciano dalla città e noi abbiamo cominciato dalle colline. Se perderemo la città noi torneremo sulle colline senza batter ciglio, nella vena del nostro destino, ma essi non lasceranno la città. Svestiranno precipitosamente la divisa, pregheranno che chi li ha visti non li tradisca, malediranno la loro ingenuità, il loro sentimentalismo, il loro patriottismo, malediranno noi che li abbiamo costretti a rimetter la divisa e che non siamo veri soldati. Credimi Johnny, io non mi sento di scambiare con loro una sola parola. (cap. XIX, p. 243)
Johnny sedeva e fumava al limite della pioggia. Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata. (cap. XX, p. 261)
Tutta la gente stava cambiando, gradualmente, dappertutto. La disfatta partigiana in città aveva influito anche su loro, sulla loro speranza di una fine della guerra ragionevolmente vicina. Per mesi e mesi avevano dato ed aiutato e rischiato, unicamente in cambio di assicurazioni di un progresso verso la vittoria, per i loro raccolti e i loro greggi e il loro tranquillo andare a fiere e mercati, questa brutta faccenda di tedeschi e fascisti seppellita una volta per tutte. Ora dopo la secca lezione della città, dovevano continuare a dare, aiutare e rischiare testa e tetto, nella brumosa lontananza della vittoria e della liberazione. Per mesi avevano dato e aiutato sorridendo, ridendo e facendo un mondo di fiduciose domande, ora dovevano cominciare a dare in silenzio, poi quasi sullenly, infine in muta e poi non più muta protesta. (cap. XXII, p. 296)
Mi hanno portato via tutti i polli e conigli, il vitello e il porcellino. E col fucile mi hanno ucciso il cane che di loro non voleva saperne. Mi dissero che portavano via tutto solo per non lasciarne ai tedeschi che dovevano, debbono passare dopo di loro. Così son qui fuori ad aspettare i tedeschi. E voi per piacere uscite subito dalla mia aia e lontanatevi. (cap. XXVI, p. 348)
Così entrando in un altro grande bosco, fecero alt nel più protetto e central suo, accadesse quel che volesse. Si sedettero sulla terra rappresa, appoggiandosi a tronchi crepitanti, senza fiato per il freddo condensantesi, sentendo appieno su e dentro di sé l’integrità dell’umana loro miseria fino ad allora mascherata e narcotizzata dall’eccitazione per la vita. Le teste penzolavano, ma gli occhi non si chiudevano, per tener le mani calde, avevano rilasciato le armi a terra, vi aderivano come metallici pesci in secco. La fame li torturava con dita cinesi. Domani, domani al più tardi, per mangiare avrebbero dovuto sfondare porte sprangate, e puntar le armi contro donne solitarie e mortalmente atterrite. Non era per negar loro cibo, ma non volevano che gli entrassero nemmeno per un attimo sotto il tetto, vi lasciassero il loro odore puro e semplice. Domani. (cap. XXV, p. 335)
E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull'ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l'importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la repugnanza delle colline l'afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I'll go on to the end. I'll never give up. (cao. XXVIII, p. 373)
- Non sei morto, Johnny? - Ettore e Pierre sono morti. Scattò la testa come in una sorta di civetteria. - Sono morti - Loro sono morti. - Pazienza, - disse lei. - Sarai certo distrutto dal gran correre e camminare. Entra, sali nella mia stessa camera e coricati subito nel mio letto. Rullando coi piedi sul piancito affogato dalle patate Johnny arrivò alla scala e salendola sentì un gorgoglio della cagna, subito zittita ed ammansita. Come entrò, qualcuno tenne il respiro, un altro sfregò un fiammifero ed a quella fiamma Johnny vide Pierre ed Ettore seduti sul letto, ridenti in silenzio di lui, con la cagna stesa sulle loro gambe, felice. (cap. XXVIII, p. 378)
Riuscì sull’aja, si diresse al forno abbandonato, cacciò una mano nella bocca e tastò le pietre fredde e polverose, finché le sue dita toccarono e gripparono qualcosa di metallico. Era la pistola di Ettore; ecco perché non l’avevano fucilato sul posto. Ma l’avrebbero fatto stanotte o una delle prossime? Ettore non poteva dimostrare che non era partigiano. E non l’avrebbe nemmeno tentato, nemmeno voluto: era orgoglioso e inflessibile, così pronto a pagare il grande prezzo, ma nella sua dimessa, sempre minimizzante maniera. (cap. XXX, p. 395)
E li amò come bambini, accettò quel loro esser tanto giovani e così fuori della guerra e sperò che essi dimenticassero poi rapidamente e totalmente quella guerra in cui avevano marginalmente scalpicciato coi loro piedi innocenti, augurò loro bene e fortuna in quel mondo di dopo che egli aveva tanto poche probabilità di dividere con loro. (cap. XXXII, p. 413)
Johnny guardò circolarmente i bambini in gioco e disse: - Qualunque cosa accada, badate a loro. Capito? Pensate prima a loro. E noi lasciateci al nostro destino. Pensate soltanto a loro. Non sentirete rimorso col tempo, sarete tranquilli. (cap. XXXII, p. 418)
Due soldati mi scortarono fino al posto di blocco: uno, dopo avermi insultata a più non posso, passò avanti ad accelerare le bestie, e l’altro rimasto alla predella trovò il tempo di bisbigliarmi: «Scolpitevi in mente la mia faccia, signora, e salvatemi dai partigiani e spendete per me una buona parola, e datemi rifugio. Non importa che i partigiani mi pestino da sfigurarmi, se capito dalle vostre parti, purché non mi tolgano la vita. Ne ho abbastanza, specie ora che il colonnello se ne va, e a giorni diserterò». Io gli accennai appena di sì con la testa e subito dopo passai il posto di blocco, con tutti loro che mi insultavano dietro, compreso quello che mi si era appena raccomandato. (cap. XXXIII, p. 428)
- Io sono ignorante, d’accordo, - cominciò il mugnaio, - e perché abbiamo un po’ di tempo cercherò di spiegarti perché e quanto sono ignorante. Io nacqui nell’ignoranza e ci restai allevato fino a bambino. Ma da ragazzo non ci volli rimanere, come ci restano invece tutti quelli nati e vissuti su queste alte colline, ma ci lottai contro, mi rivoltai e ci lottai contro e ancora ci lotto. Mi basti dirti che pur occupato in questo mestieraccio e vivendo in questi posti selvaggi, io non ho mai mancato di leggermi tutti i giorni il giornale, naturalmente fin quando la corriera ha funzionato e il servìzio postale. Ogni volta rileggevo tre volte lo stesso foglio, per incavare idee sugli uomini e sui fatti e sul mondo -. (cap. XXXIV, p. 439)
Lassù si schioccò indietro il berretto e: - Che ve n’è sembrato dell’inverno, ragazzi? - disse. - Non è stata una grande, tremenda cosa? Lo è stata, ve lo dico io, ed è la cosa della quale ci vanteremo maggiormente. Non è così? Vi vedo legnosi e intirizziti. Animo, dunque! L’inverno venturo saremo in pace, forse in una bella camera, calda a ventidue gradi, forse in vestaglia, forse in pantofole e forse, pensateci! sposati. Pensate che tragedia, che comica! - e tutti gli uomini risero altamente e strainedly. - Scommetto la testa, proseguì Nord, - che ci assalirà allora una barbara nostalgia di questo terribile inverno e piangeremo, sì piangeremo sulla sua memoria. Quindi, un evviva a questo inverno! (cap. XXXVI, p. 449)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026