Le frasi di «Io sono Malala» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Io sono Malala»
Quando abbiamo ricevuto l'invito alla Casa Bianca, abbiamo detto che l'avremmo accettato a una condizione. Non volevamo andare solo per un servizio fotografico, ma saremmo andati se Obama avesse davvero ascoltato quello che ci stava a cuore. Il messaggio di risposta fu: sarai libera di dire tutto ciò che desideri. E così è stato! È stata una riunione molto seria, in cui abbiamo parlato dell'importanza dell'istruzione. Abbiamo affrontato il ruolo degli Stati Uniti nel sostenere certe dittature e le incursioni dei droni in paesi come il Pakistan. Ho detto al presidente che invece di cercare di sradicare il terrorismo con la guerra, avrebbe dovuto cercare di farlo con l'istruzione. (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. V)
Mi sono recata al confine siriano e ho assistito all'arrivo di ondate di sfollati in fuga verso la Giordania. Per arrivare fin lì avevano attraversato il deserto a piedi senza nient'altro che i vestiti che indossavano. Molti bambini erano senza scarpe. Sono scoppiata a piangere nell'assistere alle loro sofferenze. Nei campi profughi la maggior parte dei bambini non andava a scuola. A volte la scuola non c'era. A volte andare a scuola era pericoloso. E a volte i bambini lavoravano invece di ricevere un'istruzione, perché il padre era stato ucciso. Ho visto tanti bambini lungo la strada, in un clima torrido, in cerca di lavori pesanti come il trasporto di pietre per poter nutrire la loro famiglia.
Il mio cuore era pieno di dolore. Qual è il loro peccato? Che cos'hanno fatto di male per dover emigrare? Perché questi bambini innocenti devono sopportare tali avversità? Perché vengono privati della scuola e di un ambiente pacifico? (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. VI)
Come dice mio padre, siamo gli esuli trattati meglio al mondo, in una bella casa, con tutto ciò di cui abbiamo bisogno, eppure daremmo qualsiasi cosa per la nostra patria. Nell'ultimo anno sono cambiate tante cose, ma in realtà io sono ancora quella Malala che andava a scuola nello Swat. La mia vita è cambiata, ma io no. (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. VI)
Sono nata in un paese creato a mezzanotte. Quando sono quasi morta era appena suonato mezzogiorno.
Un anno fa sono uscita di casa per andare a scuola, e non ci sono mai più ritornata. Sono stata colpita da una pallottola talebana e mentre mi portavano lontano dal Pakistan non ero cosciente. Qualcuno dice che non rivedrò più la mia casa, nel villaggio della valle dello Swat, ma io voglio credere con tutta me stessa che invece ci tornerò. Essere strappati dal paese che si ama è qualcosa che non auguro a nessuno. (p. 9)
Nella nostra società è difficile che a una ragazza sia permesso di diventare qualcosa di diverso da un'insegnante o una dottoressa, ammesso che possa lavorare. Io però ero diversa: non avevo mai nascosto i miei veri desideri, da quando avevo cambiato idea e avevo deciso che non sarei diventata un medico ma che volevo fare l'inventore o entrare in politica. (p. 12)
Quando nacqui, la gente del mio villaggio commisero mia madre e nessuno si congratulò con mio padre. Ero venuto al mondo all'alba, nel momento in cui l'ultima stella sfarfalla ancora una volta per poi spegnersi, cosa che noi pashtun siamo abituati a considerare di buon auspicio. Mio padre non aveva i soldi per pagare l'ospedale o la levatrice, per cui ad aiutare mia madre c'era solo una vicina di casa; diversamente dalla prima figlia dei miei genitori, che era nata morta, io schizzai fuori urlando e scalciando. Ma ero una bambina, venuta alla luce in un paese in cui, quando nasce un maschio, tutti escono in strada e sparano in aria, mentre le femmine vengono nascoste dietro una tenda, perché già si sa che nella vita il loro ruolo sarà semplicemente quello di far da mangiare e mettere al mondo figli.
Per molti pashtun, quello in cui nasce una femmina è un giorno triste. (p. 17)
La vergogna è una cosa terribile per un pashtun. Abbiamo un detto: «Senza l'onore, il mondo vale zero». (p. 18)
Mio padre dice sempre che «se Badshah Sahib portò la pace, suo figlio portò la prosperità». Tutti noi pensiamo al regno di Jehanzeb come al periodo d'oro della nostra storia. (p. 27)
Il mio paese esiste solo da pochi decenni ma purtroppo ha già una lunga storia di colpi di stato militari. (p. 31)
Ancora oggi tutti parlano di Ali Bhutto come di un uomo dal grande carisma. Si dice che sia stato il primo leader pakistano a prendersi a cuore i diritti della gente comune pur essendo lui stesso un signore feudale con grandi tenute e piantagioni di mango. La sua esecuzione fu un terribile shock per tutti e mise in cattiva luce il Pakistan di fronte al mondo. (p. 31)
Per conquistarsi il sostegno della popolazione, il generale Zia lanciò una campagna di «islamizzazione» che avrebbe dovuto fare di noi un «vero» paese musulmano, con l'esercito come difensore delle frontiere sia geografiche sia ideologiche. La sua convinzione era che il popolo avrebbe dovuto obbedirgli perché con lui si sarebbero applicati i veri principi dell'Islam. (p. 31)
Sotto il regime di Zia la condizione di noi donne pakistane cominciò a comportare sempre più limitazioni. Il nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, diceva sempre: «Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n'è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne.»
Il generale Zia varò delle leggi che riducevano il valore della testimonianza di una donna in tribunale alla metà di quella di un uomo. Le nostre prigioni cominciarono a riempirsi di casi come quello di una tredicenne, stuprata e rimasta incinta, condannata al carcere per adulterio perché non aveva potuto produrre a suo favore quattro testimonianze maschili.
Una donna non poteva più nemmeno aprire un conto in banca senza il permesso di un uomo. Il nostro paese ha sempre avuto forti squadre di hockey, ma Zia costrinse le giocatrici di hockey a indossare dei pantaloni lunghi e larghi e proibì del tutto alle donne di praticare altri sport. (p. 32)
Il primo ministro Bhutto aveva nominato comandante in capo dell'esercito il generale Zia perché pensava che non fosse molto intelligente e dunque che non costituisse una minaccia. Lo chiamava la sua «scimmia». (p. 33)
I pashtun vivono sparsi fra Pakistan e Afghanistan e non riconoscono fino in fondo il confine di stato tracciato dagli inglesi. (p. 33)
Fu sotto il governo di Zia che il jihad diventò il sesto pilastro della nostra religione, andandosi a sommare ai cinque che tutti impariamo a conoscere fin da bambini: la fede in un solo Dio; la preghiera cinque volte al giorno (namaz); l'elemosina (zakat); il digiuno dall'alba al tramonto durante il mese di Ramadan; e il pellegrinaggio alla Mecca (haj) che ogni buon musulmano dovrebbe compiere almeno una volta nella vita. (pp. 33-34)
Benazir fu la prima donna eletta primo ministro del Pakistan e di tutto il mondo islamico. Improvvisamente tutti sembravano ottimisti riguardo il futuro. (p. 44)
Noi pashtun non possiamo evitare i parenti o gli amici, per quanto possano crearci fastidio: devono essere sempre accolti bene. Da noi non si rispetta la privacy, e non esiste niente di simile a un appuntamento. Le persone possono presentarsi a casa d'altri quando hanno voglia e verranno ospitate fintanto che vorranno trattenersi. Un vero incubo per chi nel frattempo è impegnato ad avviare un'impresa! (p. 47)
Lo Swat non aveva avuto che sofferenze da quando era divenuto parte del Pakistan. (p. 53)
Io avevo solo quattro anni, ed ero troppo piccola per capire. Ma anche per gli adulti era un a cosa difficile da immaginare: nello Swat gli edifici più alti sono gli ospedali e gli alberghi, che hanno due o tre piani. Sembrava un evento molto lontano da noi. Io non sapevo neppure dove fossero New York e l'America. La scuola era il mio mondo, e il mio mondo era la scuola. In quel momento non ci rendevamo conto che l'ii settembre avrebbe cambiato per sempre anche il nostro mondo e che un giorno avrebbe portato la guerra nella nostra valle. (p. 54)
Papà diceva sempre che se il nostro governo non avesse speso tanto per la bomba atomica, ci sarebbero stati abbastanza soldi per le scuole. (p. 56)
Io sono orgogliosa di essere una pashtun, ma a volte penso che il nostro codice di condotta non sia proprio il massimo, soprattutto per quanto riguarda il trattamento riservato alle donne. (p. 62)
In classe avevamo letto la storia del nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, che da ragazzo, a Karachi, aveva studiato alla luce dei lampioni stradali perché a casa sua non c'era l'elettricità. E aveva invitato gli altri ragazzi a smettere di giocare con le biglie nella polvere e a giocare piuttosto a cricket, in modo da non sporcarsi. (p. 66)
Nella nostra cultura ci si aspetta che una persona si vendichi dei torti subiti, ma in questo modo dove si va a finire? Se un uomo appartenente a una cera famiglia viene ferito o ucciso da un altro uomo, bisogna che ci sia vendetta per restaurare il nang, l'onore. Vale a dire che la famiglia dell'ucciso deve uccidere un qualsiasi altro membro maschio della famiglia dell'uccisore. Che a sua volta poi si dovrà vendicare. E così via.
Non c'è limite. Abbiamo un detto: «Il pashtun si vendicò dopo vent'anni e un altro disse che era troppo presto». (p. 67)
Nella nostra tradizione di solito i discorsi vengono scritti dal padre, da uno zio o da un insegnante. E generalmente sono in inglese o in urdu, mai nella nostra lingua, il pashtu. Sembrava che tutti pensassero che parlare in inglese significasse essere più intelligenti. Ma ovviamente sbagliavano. Non importa tanto la lingua che usi, quanto le parole che scegli per esprimere ciò che vuoi dire. (p. 71)
In Pakistan c'era ancora una dittatura, ma gli Stati Uniti avevano bisogno del nostro aiuto, come era negli anni Ottanta quando i nemici erano i russi. Così come l'invasione sovietica dell'Afghanistan aveva cambiato tutto per il generale Zia, grazie all'attentato alle Torri gemelle il generale Musharraf si trasformò da pecora nera internazionale a leader richiesto da tutti: fu invitato alla Casa Bianca da George W. Bush e a Downing Street da Tony Blair.
Ma c'era un altro problema, ancora più grande. I talebani erano una creatura dei nostri servizi segreti. Molti funzionari dell'ISI erano vicini ai loro leader in quanto li conoscevano da anni e condividevano in parte le loro posizioni. (pp. 77-78)
Chiunque poteva rendersi conto che Musharraf stava facendo il doppio gioco con gli americani, prendendo i loro soldi con una mano e aiutando con l'altra i jihadisti, che i nostri servizi segreti definiscono «risorsa strategica». Gli Stati Uniti dicono di averci dato miliardi di dollari perché collaborassimo alla loro campagna contro al Qaeda, ma noi non abbiamo visto neanche un centesimo. In compenso Musharraf si fece costruire una villa a Islamabad, sulle rive del lago Rawal, e comprò un appartamento a Londra. (pp. 79-80)
Io sono orgogliosa che il nostro paese sia stato creato per essere la prima nazione musulmana al mondo, ma penso che ancora non ci siamo messi d'accordo sul significato di tale espressione. Il Corano ci insegna il sabor, cioè la pazienza, ma spesso sembriamo aver dimenticato questa parola e pensiamo che Islam significhi solo che le donne stanno a case nascoste secondo il purdah o indossano il burqa, mentre gli uomini fanno il jihad. Ma in Pakistan ci sono molte correnti islamiche. Il nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, ha lottato per l'indipendenza e per la nascita di un nuovo paese, il Pakistan, separato dall'India, dove la maggioranza è invece di religione indù. Voleva che i diritti dei musulmani fossero riconosciuti. Per lui era come quando due fratelli litigano e decidono di sanare le loro dispute andando a vivere in due case diverse.
E così, alla mezzanotte del 14 agosto 1947 l'India fu divisa e tutti noi diventammo musulmani indipendenti nel Pakistan. Non avrebbe potuto essere un inizio più sanguinoso. Milioni di musulmani attraversarono il confine tra l'India e il Pakistan, e altrettanti indù lo fecero nella direzione opposta. Quasi due milioni di persone furono uccise durante queste migrazioni. Molti vennero sgozzati sui treni, che arrivarono a Delhi e a Lahore pieni di cadaveri insanguinati. (p. 83)
Mio padre dice che il problema è che Mohammad Ali Jinnah trattò per noi una questione di territorio, ma non ebbe la possibilità di trasformarlo in un vero stato. Morì di tubercolosi appena un anno dopo la creazione del Pakistan e da allora non abbiamo smesso di combattere. Abbiamo avuto tre guerre contro l'India e una serie infinita di uccisioni nel nostro stesso paese. (p. 83)
Noi pakistani siamo divisi tra sunniti e sciiti: condividiamo le stesse credenze di base e lo stesso santo libro del Corano, ma non siamo d'accordo su chi fosse la persona giusta per guidare i musulmani dopo la morte del Profesta, PBSL, nel VII secolo. L'uomo scelto per assumere questo ruolo, ossia per diventare califfo, era Hazrat Abu Bakr, amico intimo e consigliere del Profeta, PBSL, nonche la persona che lui stesso aveva scelto per guidare la preghiera mentre giaceva sul letto di morte. La parola «sunnita» viene dall'arabo e significa «colui che segue le tradizioni del Profeta, PBSL». Ma un piccolo gruppo era convinto che la leadership dovesse restare all'interno della famiglia del Profeta, PBSL, e che toccasse a suo genero e cugino Hazrat Ali succedergli. Costoro divennero noti come sciiti, abbreviazione di Shia-t-Ali o «partito di Ali». (p. 84)
La maggioranza di noi pakistani è sunnita - più dell'ottanta per cento - anche se dentro questo gruppo principale ci sono ancora molti sottogruppi. Quello di gran lunga più numeroso è costituito dai barelvi, che prendono il nome da una madrasa del XIX secolo che sorgeva a Bareilly, nello stato indiano dell'Uttar Pradesh. Poi ci sono i deobandi, dal nome di un'altra famosa madrasa dell'Ottocento nell'Uttar Pradesh, stavolta nel villaggio di Deoband. È un gruppo molto conservatore, e la maggior parte delle nostre madrase appartiene a questa scuola. Infine ci sono gli ahl-e-hadith (gente del hadith), un gruppo salafita influenzato dal mondo arabo e ancor più conservatore o, come direbbero in Occidente, fondamentalista; loro non riconoscono i nostri santi né i nostri templi (molti pakistani sono mistici, e una gran folla accorre nei templi sufi per danzare e pregare). A loro volta questi filoni dell'Islam si dividono al loro interno in gruppi diversi. (p. 84)
Nel Santo Corano non c'è scritto da nessuna parte che solo gli uomini possono andare fuori mentre le donne dovrebbero lavorare tutto il santo giorno in casa. Durante le ore di studi islamici, a scuola, ci capitava di scrivere temi intitolati «Come viveva il Profeta, PBSL». Avevamo imparato che la prima moglie del nostro Profeta, PBSL, era una donna d'affari, Hazrat Khadija, e aveva quarant'anni, quindici più di lui, eppure lui la volle sposare lo stesso. (p. 103)
Spesso i mullah interpretano male il Corano e gli hadith quando li insegnano nel nostro paese, approfittando del fatto che ben poche persone possono leggerli nell'arabo originario. (p. 103)
I talebani divennero nemici giurati delle arti, della cultura e della storia. Distrussero tutto ciò che era antico, e non lo sostituirono con niente di nuovo. (p. 110)
Sembrava che i talebani non volessero che facessimo niente. Avevano proibito addirittura uno dei nostri giochi da tavolo preferiti, che si gioca con dei gettoni su una tavola di legno. Sentimmo dire che avevano udito delle bambine ridere e fare rumore in una stanza ed erano entrati per distruggere la tavola. Pareva che vedessero noi donne come delle bamboline da controllare, a cui dire cosa fare e cosa non fare e come vestirsi. Ma io pensavo che si Dio ci avesse volute così non ci avrebbe fatto invece tanto diverse. (p. 110)
Lei era il nostro modello. Simboleggiava la fine della dittatura e l'inizio della democrazia e mandava un messaggio di speranza e di forza a tutto il resto del mondo. Ma era anche l'unico leader politico pakistano a pronunciarsi chiaramente contro i militanti talebani e a offrirsi addirittura di aiutare le truppe americane a dare la caccia a bin Laden entro i confini del nostro paese. (p. 114)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026