Le frasi di «L'isola del tesoro» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «L'isola del tesoro»
Storie marine in marinaresco tono / e tempeste e avventure e caldi e geli / e bastimenti e isole e crudeli / piraterie, e interrato oro, / e ogni vecchia favola ridetta / nei precisi antichi modi: / se tutto ciò, come a me piacque un tempo, / piaccia ai più savi giovani d'oggi: // così sia, così accada! — Ma se no, / Se il giovane saputo non più brama, / gli antichi amori suoi dimenticò, / Kingston, o Ballantine il valoroso, / o Cooper dalla selva e dal maroso: / così pur sia! E rassegnato io possa / e i miei pirati entrare nella fossa / ove dormono quelli e lor fantasmi! (All'esitante acquisitore, 2013)
Quindici uomini sulla cassa del morto / Io-ho-ho, e una bottiglia di rum! (I, I; 2014, p. 41)
Se non rimettete immediatamente in tasca quel coltello, vi giuro sul mio onore che alle prossime assise sarete impiccato. (dottor Livesey a Billy Bones: I, I; 2013)
Bevanda, cibo: per me il rum era tutto; come marito e moglie, eravamo [...]. (Billy Bones: I, III; 2013)
«Ma, capitano, cos'è la macchia nera?»
«È un avvertimento, amico mio.» (Jim Hawkins a Billy Bones: I, III; 2013)
Se la viltà è come dicono contagiosa, la discussione per contro accende l'ardire [...]. (Jim Hawkins: I, IV; 2013)
Al diavolo il tesoro! È la gloria di questo mare che m'ha fatto girar la testa! (John Trelawney: II, VII; 2013)
[...] andare alla ricerca d'un tesoro è affare delicato. (capitano Smollett: II, IX; 2013)
[...] il segreto [...] è stato messo in bocca al pappagallo. (capitano Smollett: II, IX; 2013)
Accarezzate i marinai, e ne farete dei diavoli. (capitano Smollett: II, X; 2013)
Così è per tutti i cavalieri di ventura. Essi vivono duramente, e rischiano la corda, ma però mangiano e bevono come pascià, e quando una crociera è finita, olà, son centinaia di sterline e non di soldi, che gli entrano in tasca. Il guaio è che la più parte se ne va in rum e sciali, e tornano in mare con la sola camicia. (John Silver: II, XI; 2013)
Guadagnare non è niente; ciò che conta è mettere da parte: credete a me. (John Silver: II, XI; 2013)
Ma io ho il mio metodo, io. Quando un camerata mi gioca un tiro — uno che mi conosce, intendo dire — significa che non gli piace troppo restare al mondo insieme col vecchio John. (John Silver: II, XI; 2013)
Aspettare, dico io: ma quando il momento arriva, colpire! (John Silver: II, XI; 2013)
Beviamo a noi, e teniamoci al vento. Torta, e bottino d'oro e d'argento! (John Silver: II, XI; 2013)
Dobbiamo proseguire, poiché tornare indietro non è possibile. (capitano Smollett: II, XII; 2013)
Forse anche l'aspetto melanconico dell'isola con le sue cineree foreste e i suoi rocciosi e selvaggi picchi, e lo spumeggiare e tuonare dei frangenti contro l'irta riva acuivano il mio malessere; fatto sta che malgrado il sole smagliante e infuocato, e l'allegrezza degli uccelli marini che si tuffavano e gridavano intorno a noi, e la prospettiva così grata sempre a chi approda dopo una lunga navigazione, io mi sentivo il cuore oppresso, e fin da quella prima occhiata imparai a odiare l'isola del tesoro. (Jim Hawkins: III, XIII; 2013)
LHispaniola rullava sulle onde gonfie. Le verghe squassavano i bozzelli, la barra del timone sbatteva di qua e di là, e l'intera nave scricchiolava gemeva s'impennava e abbatteva come una creatura torturata. (Jim Hawkins: III, XIII; 2013)
«Non so nulla del tesoro», diss'egli , «ma scommetterei la mia parrucca che qui c'è la malaria.» (III, XIII; 2013)
Fu allora che mi balenò in mente la prima di quelle idee pazze che tanto contribuirono a salvarci la vita. (Jim Hawkins: III, XIII; 2013)
Io provavo ora per la prima volta la gioia dell'esploratore. L'isola era disabitata; i miei compagni di bordo li avevo lasciati indietro, e nulla viveva davanti a me tranne mute bestie e uccelli. (Jim Hawkins: III, XIV; 2013)
Ah, quante volte durante le lunghe notti ho sognato del formaggio – grigliato, per lo più [...]. (Ben Gunn: III, XV; 2011)
[...] non volli espormi al rischio di perdere tutto per voler troppo acciuffare. (dottor Livesey: IV, XVI; 2013)
«Questo Ben Gunn che uomo è?»
«Non saprei, signore. Non sono sicuro che sia sano di mente.»
«Se hai qualche dubbio di' pure che non lo è». (dottor Livesey e Jim Hawkins: IV, XIX; 2013)
[...] vi giuro in nome del Cielo che la prossima volta che v'incontrerò vi caccerò una palla nella schiena. (capitano Smollett a John Silver: IV, XX; 2013)
Ridete, corpo di Satanasso, ridete pure! Tra un'ora riderete al rovescio. Quelli che morranno saranno i più fortunati. (John Silver: IV, XX; 2013)
«Dottore», ripigliò , «lei occuperà la porta . Attento a vedere, ma senza esporsi. Si tenga in dentro, e tiri dal vestibolo. Hunter, voi occuperete il lato est, là. Joyce, amico mio, voi starete a quello ovest. Signor Trelawney, lei è il miglior tiratore: lei e Gray terrete questo lungo tratto nord con le cinque feritoie. Lì è il punto debole, lì... Se loro riuscissero a raggiungerlo e sparare attraverso le stesse nostre aperture, le cose prenderebbero una cattiva piega. Hawkins, né tu né io siamo dei tiratori valenti: rimarremo lì per caricare e dare una mano.» (IV, XXI; 2013)
Ero pazzo, se vogliamo, e certo stavo per abbandonarmi a un'azione insensata e temeraria: ma ero deciso a compierla senza trascurare ogni possibile precauzione. (Jim Hawkins: V, XXII; 2013)
[...] tutti codesti scellerati erano altrettanto insensibili quanto il mare su cui navigavano. (Jim Hawkins: V, XXIII; 2013)
Durante trent'anni ho corso i mari e ho visto il buono e il cattivo, e il meglio e il peggio, il bel tempo e la burrasca, e le provviste esaurirsi, e i coltelli lavorare, e cos'altro non ho visto? Ebbene, ora io ti dico che mai ho visto dalla bontà uscire il bene. Io sono per chi picchia per primo; i morti non mordono: questa è la mia opinione... amen, così sia. (Israel Hands: V, XXVI; 2013)
Prenda un coltellaccio chi ha fegato, e io vi prometto che vedrò il colore delle sue budella malgrado la mia gruccia e tutto, prima che questa pipata sia finita. (John Silver: VI, XXVIII; 2013)
«Perché, vedete, dacché mi trovo a essere medico di ribelli, o di prigione, per meglio dire», seguitò il dottore Livesey col suo più gaio tono, «io mi faccio un punto d'onore di non sottrarre un uomo a Re Giorgio (Dio lo benedica) e alla forca.» (VI, XXX; 2013)
[...] voi siete un inqualificabile furfante e impostore, un mostruoso impostore [...]. (dottor Livesey a John Silver: VI, XXXIII; 2013)
Citazioni su L'isola del tesoro
Al pappagallo di cucina, sulla nave che porta i pirati verso l'isola del tesoro, io gli ho voluto più bene che se fosse stato il pappagallo di casa mia; molti anni prima di sapere che c'erano stati anche i pappagalli di Daniel Defoe, e che cotesto, probabilmente, veniva da quella famiglia di pappagalli. E son sicuro d'avere sgranato gli occhi come un bambino, quando in Treasure Island la nave deserta vien bordeggiando sul risucchio come la più indubitabile e pazza delle apparizioni; e d'averli sgranati con non meno stupore, più tardi, e, questa volta, non più soltanto come un bambino ma anche come un critico, nell'accorgermi che cotesta nave, il più perfezionato dei vascelli fantasma, apparteneva alla stessa flottiglia della nave-scheletro in Coleridge e del pontone abbandonato di Gordon Pym.
E realismo magico è questo di Robert Stevenson. Tutto è strano, inaspettato, sorprendente ciò che accade lì dentro; eppure logico, naturale, necessario.
Il protagonista Jim Hawkins trova l'intera esperienza un incubo [...] in un mondo sordido; il romanzo indica il caos shakespeariano che esiste sotto l'ordine superficiale dell'universo dove la civiltà è rimpiazzata dalla legge della giungla e dalla sopravvivenza dei più forti [...] il denaro emerge come il principio dominante che corrompe tutti [...] dio Mammona vittoriano.
Il romanzo maschile moderno, che tratta quasi esclusivamente il più ruvido, il più emozionante lato della vita, con l'oggettivo piuttosto che il soggettivo, segna la reazione contro l'abuso dell'amore nella finzione.
L'isola del tesoro è sempre qualcosa che non c'è. Il tesoro è quel che cerchiamo sempre nelle nostre vite, l'aspirazione al diverso, a ciò che è meglio di quel che abbiamo: e, forse, anche, che è meglio di ciò che siamo. È la trasfigurazione letteraria della legge evolutiva: l'uomo, soprattutto l'uomo giovane, il ragazzo-eroe, deve cercare di migliorarsi, per crescere deve sapere osare, deve fidare nel proprio istinto quando cerca soluzioni impreviste al pericolo immediato della morte.
L'isola per Stevenson non è un miraggio della salute, ma un passaggio da una malattia a un'altra malattia. Alla fine dell'avventura Jim non rimpiange certo quell'"isola maledetta"; il suo incubo non è più "il marinaio con una gamba sola" bensì il suono della "risacca lungo le coste". L'isola del tesoro è un testo molto più complesso di quanto appaia a prima vista.
La mia lettura dellIsola del tesoro è meno solare : penso soprattutto al suo côté nero, a personaggi genuinamente spaventosi come Pew il cieco o Cane Nero con il suo angosciante Bollo Nero, al duello mortale fra Jim e Jordan Hands, alla bestialità di Ben Gunn, alla stessa ambiguità di Silver, a quella lugubre canzone Quindici uomini sulla cassa del morto, alla rievocazione del terribile capitano Flint, quasi un morto vivente con le guance blu...
La prima parte dellIsola del Tesoro, quando ancora il meccanismo dell'avventura non è scattato, e regna ancora il senso dell'attesa, si può dire sia la più bella [...], in tutte queste pagine l'atto di raccontare raggiunge, coi mezzi più semplici, una delle sue più alte vette mondiali; e il fatto che s'usino ingredienti narrativi logori [...] non fa mai perdere il sapore genuino d'Inghilterra tra mare e campagna che circola per ogni pagina. Poi, man mano che l'avventura si sviluppa [...] e man mano che Hawkins, il ragazzo, diventò, come tutti i protagonisti di romanzi per l'infanzia, un troppo facile collezionista d'imprese eroiche quanto fortunate, il libro, privo di quel fondo d'esperienza vera, che lo sosteneva al principio, rischia spesso la caduta nel romanzo d'appendice vero e proprio, e sempre si salva per la sua meravigliosa leggerezza, per la grazia con cui i colori della scena, lo scorrer via delle frasi, lo scattare dei sentimenti riempiono l'attenzione del lettore di qualcosa che va al di là del prevedibile interesse per l'intreccio.
La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l'adolescenza grazie a un libro "magico" che per me continua ad essere magico, L'isola del tesoro. [...] Quel libro mi trasportò verso oceani favolosi, era un vento che non gonfiava solo le vele del vascello salpato alla ricerca del tesoro ma muoveva soprattutto le ali dell'immaginazione.
Ma soprattutto c'era in questa storia il sapore oceanico, un esotismo fantastico più vero della realtà, per cui quell'isola non segnata su nessuna carta è più viva nei suoi ancoraggi miasmatici di qualsiasi isola del Pacifico geograficamente determinata, e quella goletta della morte naviga più stretta al vento di tutti i velieri debitamente registrati. C'era, in questa storia, una lirica più casta e più potente di ogni altra, perché originata e necessitata dalla narrazione, e non fine a se stessa: la lirica dell'uomo qualunque, quando le cose lo fanno poeta.
Mai un libro fu scritto con ritmo insieme così rapido e così trattenuto, come la corsa dellHispaniola verso l'isola invisibile. Ogni parola manda un suono doppio. Viviamo con freschezza e intensità giovanile negli spazi immacolati dell'avventura: nell'assoluta realtà, dove le navi solcano i mari lasciando un segno di spuma nelle onde, dove il sangue versato macchia il suolo, dove si scava la terra per nascondere i tesori. Ma, al tempo stesso, non ci abbandona mai un sottilissimo e delicatissimo profumo di ironia, perché non abitiamo nella realtà ma nello spazio fittizio di un libro nel quale le cose più inverosimili accadono naturalmente; e le navi non lasciano segni nelle onde, il sangue bagna la terra di inchiostro, i tesori non hanno bisogno di luogo.
Ma non è un'esagerazione sostenere che quel libro avesse più a che fare con il gioco, che con il tesoro. Stevenson non cercava veramente fuori di sé o lontano da sé un mondo di cose più grandi, ma perseguiva dentro di sé un mondo di piccole cose.
Perfetto come un gioco di ragazzi ben giocato.
Se ci fu mai poema che ricostruì, che fermò – non rimpianse, o ricordò, o commentò, o tentò idealizzare secondo il vezzo lunare di ieri – quei nostri giorni, e sensazioni, e colori, e proporzioni, e desideri e maschi rilievi e ingenuo amore di stragi e innocenti ferocie e ogni altro aspetto di quei nostri giorni, è appunto il libro di Stevenson. D'accordo: Treasure Island è una favola. Ma la più credibile, la più accettabile di tutte le favole: e di una credibilità e accettabilità derivanti non tanto dalla più avveduta scaltrezza (che, sola, finirebbe inevitabilmente per svelare il suo gioco) quanto da una specie di artistico candore.
Sebbene racconti delle storie che fanno stare col fiato sospeso, Stevenson è moderatamente interessato a quel che di "interessante" egli sta raccontando. Con una eleganza provocatoria, da gentiluomo e da baro, nelle prime righe dellIsola del Tesoro Stevenson ci spiega tutto quello che accadrà nel libro che si accinge a scrivere; e noi, indifesi e drogati, lo leggiamo esattamente come se non sapessimo nulla, e ci deliziamo di ansie ingiustificate, e sprechiamo palpiti e sollievi.
Tutti pensano sia un libro per ragazzi: lo è, ma non nel senso in cui si crede. Non perché è semplice, o solare, non perché racconta l'avventura, non perché parla di pirati, e di battaglie, e di arrembaggi, e neppure perché tiene con il fiato sospeso. No Francesco, L'isola del tesoro è un libro per ragazzi perché insegna quanto sottile e ambiguo sia il discrimine che separa il bene e il male; e quanto l'avventura sia un percorso doloroso che però non può non essere vissuto.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026