Le frasi di «La conquista della felicità» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «La conquista della felicità»
Io non sono nato felice. Da bambino il mio salmo preferito era: «Stanco della terra e carico dei miei peccati». A cinque anni, mi dissi che, se dovevo vivere fino ai settanta, avevo sopportato soltanto, fino a quel momento, la quattordicesima parte di tutta la mia vita, e, intravvedendo davanti a me il tedio che mi attendeva su di un cammino così lungo, lo giudicai insopportabile. Durante l'adolescenza, la vita mi era odiosa e pensavo al suicidio; ma questo mio proposito era tenuto a freno dal desiderio di approfondire la mia conoscenza della matematica. (cap. I; 1969, pp. 16-17)
L'interesse per il proprio io [...] non spinge ad alcuna attività di carattere costruttivo. Può indurre a tenere un diario, a sottoporsi a un esame psicoanalitico, o forse a farsi monaco. Ma il monaco non sarà felice fino a quando le occupazioni quotidiane del monastero non l'avranno reso dimentico della sua anima. Quella felicità che egli attribuisce alla religione, avrebbe potuto raggiungerla anche diventando spazzino, purché fosse stato costretto a rimanere tale. La disciplina esteriore è la sola via che conduca alla felicità per quegli infelici, troppo dediti all'introspezione per poter essere curati in altro modo. (cap. I; 1969, p. 18)
Il narcisismo è, in un senso, il contrario di un abituale senso della colpa; esso consiste nell'abitudine di ammirare se stesso e di desiderare d'essere ammirato. Fino a un certo punto ciò è, naturalmente, normale, e non va deplorato; è soltanto nei suoi eccessi che quest'abitudine diventa un male grave. In molte donne, specialmente le donne della società ricca, la capacità di provare amore è completamente inaridita, e sostituita da un prepotente desiderio d'essere amate da tutti gli uomini. (cap. I; 1969, pp. 19-20)
Il megalomane differisce dal narcisista per il fatto che desidera di essere potente piuttosto che simpatico e cerca di essere temuto piuttosto che amato. A questo tipo appartengono molti dementi e la maggior parte dei grandi uomini della storia. (cap. I; 1969, p. 21)
Solitamente il megalomane, sia pazzo che nominalmente sano, è il prodotto di qualche profonda umiliazione. (cap. I; 1969, p. 22)
Un uomo può sentirsi così completamente ostacolato, da non cercare più alcuna forma di soddisfazione, ma soltanto distrazione ed oblio. Egli diventa allora un devoto del «piacere». Vale a dire, cerca di rendersi sopportabile la vita diventando meno vivo. L'ubriachezza, per esempio, è un suicidio temporaneo; la felicità che arreca è puramente negativa, una sosta momentanea dell'infelicità. (cap. I; 1969, p. 23)
Gli uomini che sono infelici, come gli uomini che dormono male, ne menano sempre vanto. (cap. I; 1969, p. 23)
È comune ai giorni nostri, come lo è stato in molti altri periodi della storia del mondo, il supporre che i saggi tra noi siano coloro che, dopo aver penetrato la fallacia degli entusiasmi dei tempi passati, hanno capito che non ci rimane più nulla per cui vivere. Gli uomini che nutrono questa opinione sono veramente infelici, ma sono fieri della loro infelicità, che attribuiscono alla natura dell'universo e che considerano essere l'unico atteggiamento razionale per un uomo illuminato. (cap. II; 1969, p. 25)
L'uomo saggio sarà felice nella misura in cui le circostanze glielo permettono, e se egli, oltre un certo limite, trova penosa la contemplazione dell'universo, contemplerà invece qualche altra cosa. (cap. II; 1969, p. 25)
L'uomo che ottiene facilmente le cose per le quali non prova che un desiderio molto moderato, finisce col concludere che la soddisfazione del desiderio non dà la felicità. Se ha una disposizione mentale filosofica, ne deduce che la vita umana è essenzialmente disgraziata, poiché anche l'uomo che ha tutto quello che vuole è infelice. Egli dimentica che l'essere privi di qualcuna delle cose che desideriamo è una condizione indispensabile della felicità. (cap. II; 2014)
Tutti sanno che un uomo d'affari rovinato è molto più ben provvisto, in quanto ad agi materiali, di un uomo che non è mai stato ricco abbastanza, per avere occasione d'andare in rovina. (cap. III; 1969, p. 43)
Nessuno si stupisce che un generale o un ammiraglio famoso sia povero; anzi, la povertà, in tali circostanze, in un certo senso è in se stessa un onore. (cap. III; 1969, p. 48)
Due sono i motivi che spingono a leggere un libro: uno, per divertimento; l'altro, per vanità. (cap. III; 1969, p. 50)
Una certa capacità di sopportare la noia è quindi indispensabile per avere una vita felice, ed è una delle cose che si dovrebbero insegnare ai giovani. Tutti i grandi libri hanno dei capitoli noiosi, e tutte le grandi vite hanno avuto dei periodi non interessanti. (cap. IV; 1969, p. 59)
Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l'occhio dell'adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell'erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani. (cap. IV; 1969, p. 63)
L'amore è una esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato, come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità. Nel rapporto sessuale senza amore non vi è nulla di tutto questo. Quando il piacere momentaneo finisce, resta la stanchezza, il disgusto, e la vita sembra vuota. L'amore è parte della vita della terra; il sesso senza l'amore, no. (cap. IV; 1969, p. 64)
La metà almeno dei peccati dell'umanità sono causati dalla paura della noia. (cap. IV; 2014)
[...] il nostro io non è un frammento molto importante del mondo. (cap. V; 1969, p. 71)
Uno dei sintomi di un prossimo collasso nervoso è la convinzione che il proprio lavoro sia tremendamente importante, e che concedersi un po' di vacanza sarebbe causa di chissà quali disastri. Se fossi medico prescriverei una vacanza a tutti quei pazienti che considerano importante il loro lavoro. (cap. VI; 1969, p. 72)
L'invidia è la base della democrazia. (cap. VI; 1969, p. 79)
Nella maggior parte delle donne l'invidia gioca una parte straordinariamente importante. (cap. VI; 1969, p. 80)
La modestia è considerata una virtù, ma io, per parte mia, dubito che, nelle sue espressioni estreme, essa meriti d'essere considerata tale. (cap. VI; 1969, p. 85)
Non credo che un pavone invidi la coda di un altro pavone, poiché ogni pavone è persuaso d'avere la coda più bella del mondo. La conseguenza di ciò è che i pavoni sono uccelli pacifici. (cap. VI; 1969, pp. 85-86)
La nostra morale nominale è stata formulata da preti e da donne in istato di schiavitù mentale. È tempo che gli uomini, che devono avere una parte normale nella vita normale del mondo, imparino a ribellarsi a questa dannosa assurdità. (cap. VII; 1969, p. 100)
La mania di persecuzione ha sempre radice in un concetto troppo esagerato dei propri meriti. (cap. VIII; 1969, p. 109)
[...] quattro massime di carattere generale [...] si dimostreranno una cura efficace contro la mania di persecuzione, se si capisce quanto siano vere. La prima è: ricordate che i motivi che determinano le vostre azioni non sono sempre così altruistici come vi appaiono. La seconda è: non sopravvalutate i vostri meriti. La terza è: non aspettatevi che gli altri si interessino di voi quanto voi stesso. E la quarta è: non immaginatevi che la gente si interessi tanto a voi da nutrire un particolare desiderio di perseguitarvi. (cap. VIII; 1969, p. 113)
Il segreto della felicità è questo: fate in modo che i vostri interessi siano il più possibile numerosi e che le vostre reazioni alle cose e alle persone che vi interessano siano il più possibile cordiali anziché ostili. (cap. X; 1969, p. 150)
Ciò che la fame è rispetto al cibo, la gioia di vivere è rispetto alla vita. (cap. XI; 2014)
È necessario, perciò, se le razze bianche devono sopravvivere, che l'aver figli possa essere di nuovo una fonte di felicità per i genitori. (cap. XIII; 2014)
Essere capaci di riempire intelligentemente le ore di ozio è l'ultimo prodotto della civiltà, e al giorno d'oggi pochissime persone hanno raggiunto questo livello. (cap. XIV; 1969, p. 198)
Un pilota capace di eseguire delle acrobazie vi trova un piacere così grande che non gli importa di mettere a repentaglio la vita. (cap. XIV; 1969, p. 201)
Ho persino sentito parlare di idraulici che gustavano il loro lavoro, sebbene non abbia mai avuto la fortuna di conoscerne uno. Qualsiasi lavoro che richieda dell'abilità può essere piacevole, purché l'abilità necessaria sia o variabile o passibile di continuo miglioramento. (cap. XIV; 1969, pp. 201-202)
Gli scienziati [...] hanno molto meno spesso degli artisti un temperamento infelice, e nel complesso gli uomini che svolgono un importante lavoro scientifico sono uomini felici, la cui felicità deriva principalmente dal loro lavoro. (cap. XIV; 1969, p. 206)
Se avessi la possibilità di organizzare l'educazione superiore secondo come vorrei che fosse, cercherei di sostituire le antiche religioni ortodosse, che parlano a pochi, tra i giovani d'oggi, e di regola ai meno intelligenti e ai più oscurantisti, con qualche cosa che forse difficilmente si può chiamare religione, poiché consiste unicamente nell'accentrare l'attenzione su determinati fatti indiscutibili. (cap. XV; 1969, p. 215)
Per sopportare bene le disgrazie quando avvengono, è saggio aver coltivato in momenti migliori una certa varietà di interessi, di modo che la mente possa trovare pronto qualche luogo indisturbato che le offra altre associazioni di idee ed altre emozioni, diverse da quelle che rendono difficilmente sopportabile il presente. (cap. XV; 1969, p. 218)
Il lasciarsi abbattere da una perdita, o persino da parecchie perdite, non è cosa da ammirarsi come prova di sensibilità, bensì da deplorarsi come difetto di vitalità. (cap. XV; 1969, p. 218)
La rassegnazione è di due specie, una radicata nella disperazione, l'altra in una irraggiungibile speranza. La prima è nociva, la seconda no. (cap. XVI; 1969, p. 225)
È meglio non fare nulla piuttosto che fare del male. Metà del lavoro utile al mondo consiste nel combattere il lavoro dannoso. (cap. XVI; 1969, p. 229)
Una certa rassegnazione è implicita nella volontà dì affrontare la verità riguardo a noi stessi; questa rassegnazione, anche se nei primi momenti può implicare una certa sofferenza, alla fine diventa una protezione, in realtà l'unica protezione possibile, contro le delusioni e le sconfitte alle quali si espone colui che è in malafede verso se stesso. (cap. XVI; 1969, p. 230)
L'entusiasmo è per la vita quello che è la fame per il cibo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026