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Frasi di «La prima guerra del football e altre guerre di poveri»

31 citazioni dal libro di Ryszard Kapuściński

Le frasi di «La prima guerra del football e altre guerre di poveri» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «La prima guerra del football e altre guerre di poveri»

Pensai che il modo migliore di raccontare l'Africa fosse quello di parlare di colui che in quel periodo fu la figura più significativa del continente, un uomo politico, un visionario, un tribuno e uno stregone: Nkrumah. (p. 21)
Lo scopo che si è prefisso fin da ragazzo è la liberazione del Ghana. Per raggiungerlo, però, bisogna prima diventare qualcuno. Essere qualcuno: ecco il primo obiettivo. A quel tempo il Ghana è una colonia. Un nero non ha possibilità di fare carriera. (p. 26)
Quando il premier va nei villaggi, dorme nelle capanne. A volte si trattiene per strada a chiacchierare fino a tarda notte. In quei casi non rientra in città e si ferma a dormire in una casa qualunque. Questo gli procura le simpatie generali. Così passa il suo tempo. (p. 30)
Parlava in tono fermo, chiaro e uniforme. Nkrumah è un oratore eccellente, da gestire parco ma incisivo. Perfino gli inglesi dicono che ascoltarlo è un piacere. È un uomo di media statura, ben fatto e gradevole. Ha un viso intelligente, la fronte alta e lo sguardo profondo e triste. Uno sguardo che rimane triste anche quando Nkrumah sorride. (p. 33)
L'uomo alto e magro non parlava come gli altri. Diceva che la nostra tribù non era sola, che esisteva una famiglia di tribù chiamata nation congolaise, che dovevamo essere tutti fratelli e che questo ci avrebbe dato la forza. Parlò a lungo, era calata la notte. L'oscurità aveva cancellato le facce. Non si vedevano che le parole dell'uomo. Erano chiare. Le distinguevamo perfettamente. (p. 41)
Ho già sentito parlare di Nasser, Nkrumah, Sékou Touré. Adesso sento Lumumba. Ma bisognerebbe vedere come li ascolta l'Africa, vedere la folla che va ai comizi: solenne, compresa, gli occhi febbrili. Bisogna avere i nervi saldi per soportare l'ovazione estatica che saluta l'apparizione di ognuno di loro. È bene mescolarsi alla folla, applaudire, ridere e arrabbiarsi con lei, sentire la sua pazienza e la sua forza, la sua dedizione e la sua minacciosità. Un comizio in Africa è sempre una festa popolare, gioiosa e piena di dignità come la festa del raccolto. (p. 43)
Nasser ha un eloquio duro e incisivo, è sempre dinamico, impulsivo, dominatore. Touré battibecca con la folla, la conquista con il suo buonumore, con il suo sorriso perenne, con la sua sottile noncuranza. Nkrumah è patetico, raccolto, con uno stile da predicatore che gli è rimasto addosso dai tempi dei suoi sermoni nelle chiese dei neri d'America. E la folla, inebriata dalle parole dei capi, nel suo entusiasmo si avventa sull'automobile di Gamal, solleva l'automobile di Sékou, si spezza le costole per toccare l'automobile di Kwame. (p. 43)
Ora che si è risvegliata, l'Africa ha bisogno di grandi nomi. Come simbolo, come collante, come ricompensa. Per secoli la storia di questo continente è rimasta anonima. Nello spazio di trecento anni i mercanti hanno deportato milioni di schiavi: chi può citare il nome di una sola vittima? Per secoli si è combattuto contro l'invasione bianca: chi può citare il nome di un solo combattente? Quali nomi evocano le sofferenze delle generazioni nere, quali nomi commemorano il coraggio delle tribù massacrate? L'Asia ha avuto Confucio e Buddha, l'Europa Shakespeare e Napoleone. Dal passato africano non emerge un solo nome che il mondo conosce, che l'Africa stessa conosca.
Ed ecco che ora, quasi ogni anno, la grande marcia africana, come per rimediare a un irrecuperabile ritardo, scrive nella storia un nuovo nome: 1956, Gamel Nasser; 1957, Kwame Nkrumah; 1958, Sékou Touré; 1960, Patrice Lumumba. (pp. 43-44)
La biografia di quest'uomo si riassume in quest'unica formula: non fa in tempo. All'epoca in cui Kasavubu o Bolikango conquistano faticosamente i loro seguaci, Lumumba non è ancora all'orizzonte, o perché è troppo giovane, o perché sta in prigione. Ma gli altri pensano solo alla loro parrocchia, mentre Lumumba pensa a tutto il Congo.
Il Congo è un oceano, un immenso affresco pieno di contrasti. Piccoli agglomorati di congolesi vivono sparsi nella giungla e nella savana; spesso non si conoscono e sanno poco gli uni degli altri. Sei persone per chilometro quadrato. Il Congo è grande come l'India. A Gandhi ci vollero vent'anni per attraversare l'India. Lumumba ha provato ad attraversare il Congo in sei mesi. Un'impresa impossibile. (p. 44)
Negli altri paesi, i leader hanno a disposizione la stampa, la radio, il cinema, la televisione. Hanno i loro staff.
Lumumba non aveva niente di tutto ciò. Tutto apparteneva ai belgi, e il suo staff neanche esisteva. Anche se avesse avuto un giornale, in quanti avrebbero potuto leggerlo? Anche se avesse avuto un'emittente radiofonica, in quante case c'erano apparecchi radio? Bisognava attraversare il paese. Come Mao, come Gandhi, come Nkrumah e Castro. (p. 45)
Lumumba è sempre di un'eleganza raffinata. La camicia di un bianco abbagliante, il colletto inamidato, i polsini con i gemelli, la cravatta annodata alla moda, gli occhiali dalla montatura costosa. Questo non è lo stile popolare, è lo stile degli évolués cresciuti alla scuola degli europei. Quando Nkrumah va in Europa, indossa a scopo dimostrativo il costume africano; quando Lumumba va in un villaggio africano indossa, per la stessa ragione, gli abiti europei. Può darsi che non lo faccia con intenzione, ma è così che viene interpretata. (p. 45)
Lumumba è figlio del suo popolo. Anche lui è ingenuo e mistico, passa facilmente da un estremo all'altro, dagli scoppi di gioia alla disperazione muta. È una figura appassionante perché incredibilmente complessa. Niente in quest'uomo si presta a una definizione. Ogni formula gli va stretta. Irrequieto, caotico, testa calda, poeta sentimentale, politico ambizioso, anima elementare, arrogante e nello stesso tempo umile; convinto sino all'ultimo della sua verità, sordo alle parole altrui, assorto nella propria bellissima voce. (pp. 48-49)
L'afrikaner è un bianco che però non si considera europeo. Anzi l'afrikaner disprezza l'europeo, o se ne vergogna. In effetti, dal suo punto di vista, gli europei rappresentano la parte compromessa della razza bianca, il suo punto debole, la sua frazione più molle e opportunista. Secondo l'afrikaner, l'europeo è liberale, disonora la razza bianca cedendo terreno ai neri in Africa, è senza morale poiché la domenica va al cinema e al ristorante e, quel che è peggio, è spesso comunista. Tra gli afrikaner fanatici dirsi "jou europeen!" (tu europeo!) è una specie di ingiuria o di rimprovero, come dire "buono a nulla". L'afrikaner può anche conoscere qualche lingua europea, ma eviterà accuratamente di parlarla. Interrogato in inglese, da un giudice del tribunale, l'afrikaner risponde solo nella sua lingua, l'afrikaans. Se risponde in inglese, verrà considerato un traditore dagli altri afrikaner. (p. 84-85)
Gli afrikaner sostengono oggi che il Sudafrica appartiene solo a loro, perché quando vi arrivarono non era di nessuno. Si tratta di una vecchia bugia divulgata da tutti i colonialisti dall'America fino all'Oceania. Vero è invece che il Sudafrica era un paese scarsamente popolato, e tale si è mantenuto anche oggi, nel secolo dell'esplosione demografica mondiale. I coloni quindi spaziavano su grandi estensioni e l'ideale dell'afrikaner è sempre stato di avere intorno a sé abbastanza terra da non vedere, dalle finestre di casa, il fumo del camino del vicino. (p. 88)
Nella famiglia dell'afrikaner la forza lavorativa è lo schiavo, comprato al mercato di Città del Capo o catturato nella guerra contro una tribù africana. Gli afrikaner, infatti, sono perennemente in lotta con gli africani. Di spazio in Sudafrica ce n'è quanto se ne vuole, di terra fertile meno. Oggi si stima che solo il quindici per cento di tutto il Sudafrica si presti alla coltivazione senza bisogno di grossi investimenti per l'irrigazione. Allo stesso modo che il punto debole dell'industria sudafricana sta nella mancanza di risorse petrolifere, così il punto debole dell'agricoltura sta nella mancanza d'acqua. (pp. 88-89)
Da un punto di vista organizzativo, il trek fu un movimento partigiano. Da un punto di vista ideologico, fu un movimento religioso. Il suo scopo era la conquista coloniale dell'Africa, l'appropriazione della terra africana, condotta però con i metodi della lotta partigiana. Gli afrikaner, fanaticamente religiosi, si definivano il popolo eletto cui Dio aveva assegnato il Sudafrica come nuova patria. In un certo senso, fu il viaggio verso la terra promessa, la crociata dei colonialisti afrikaner per purificare la terra santa dalla barbarie nera. Dal punto di vista della forma, il movimento dei trekker ricorda i moti sociali contadini dell'Europa medioevale la cui motivazione è sempre religiosa; ma nella sostanza e nel significato, si tratta di un movimento di tipo predatore e coloniale. (p. 90)
C'è chi nasce per comandare, che per servire. Non ci si può far niente, è l'ordine del mondo voluto da Dio. Chi si azzarda a cambiarlo è un eretico da lapidare. Il dogma della predestinazione dice anche che chi nasce nella fede è creatura superiore a chi nasce nel paganesimo; è più vicina alla salvezza, poiché su di essa si è posata la mano di Dio. Fu con questa credenza che gli afrikaner giunsero in Sudafrica. L'immagine del mondo, forgiata dal dogma della predestinazione, appariva loro in tutta la sua manicheista evidenza. Da una parte loro, gli uomini di fede; dall'altra i pagani. L'uomo di fede era bianco, il pagano nero. Così Dio, nella sua saggezza, aveva creato il mondo, prediligendo i bianchi e condannando alla dannazione i neri. Il nero non può cambiare pelle né scrollarsi di dosso il paganesimo, poiché Dio ha stabilito una volta per tutte l'ordinamento del mondo. (p. 93)
Il razzismo afrikaner non deriva esclusivamente dal desiderio di difendere la sua posizione privilgiata nella società coloniale, come accade invece per gli inglesi. Il razzismo è per lui un dogma della fede, e nella sua coscienza la fede è una conferma dell'esistenza dell'afrikaner stesso. Ogni invito a riconoscere qualche diritto civile agli indigeni viene preso dall'afrikaner non solo come un attacco alla propria posizione sociale, ma anche come un gesto di persecuzione verso la propria fede, un oltraggio alla propria chiesa, una bestemmia. (p. 94)
Ben Bella aveva forte individualità, dominava nettamente per l'ampiezza delle vedute e la profondità del pensiero. Il suo pensiero era coraggioso e fecondo, anche se spesso incoerente. Una personalità di rilievo, ma estremamente complessa e disuguale. (p. 112)
Ha conferito all'Algeria il prestigio di primo stato del Terzo Mondo. Voleva farne un ponte tra l'Africa e l'Europa per aprire alla sinistra europea e ai partiti comunisti la via all'Africa e al mondo arabo. (p. 112)
Il socialismo di Ben Bella è stato un esperimento audace e originale. Semplificando, voleva fondare un'economia socialista tenendo la sovrastruttura islamica. L'opposizione gli rimprovera di averne parlato troppo e di aver fatto troppo poco. Rinfaccia al socialismo di Ben Bella di essere stato un socialismo verbale. (p. 113)
Nel mondo arabo non esiste la tradizione dei partiti politici intesi come forza sociale di punta e bene organizzata. È difficile costruire un partito del genere. Del resto, Ben Bella non si dedicò affatto a questo compito: il partito gli occorreva come facciata, per disporre di un gruppo di collaboratori, e tanto gli bastava. (p. 115)
Forse la caduta di Ben Bella preannuncia la fine dell'epoca dei grandi capi del Terzo Mondo che sono emersi dalla grama vita quotidiana dei loro paesi, ma che erano più dei leader che degli economisti. Perfino Nyerere e Sékou Touré hanno perso slancio e sono stati schiacciati dall'economia. Le difficoltà economiche incalzano, mancano i dirigenti, il commercio va male. (p. 117)
Mobutu aveva arrestato il presidente Kasavubu, autonominandosi presidente per cinque anni. L'aspetto più curioso e interessante della dichiarazione era proprio il termine di "cinque anni" che Mobutu si era assegnato.
E nessuno trovava niente da ridere.
Mobutu aveva ragione: da queste parti, un ufficiale e mille soldati rappresentano una potenza senza rivali. Chi può contrastarli? Quanti partiti al governo hanno la possibilità di disporre, nel momento del bisogno, di mille uomini fidati, fedeli a un'idea e soprattutto non in contrasto tra loro? (p. 128)
È un uomo magro, bello e molto intelligente. Assomiglia a tutti i giovani ufficiali di qui: è modesto e semplice di modi. Durante entrambi i colpi di stato ha dimostrato un eccezionale coraggio e riflessi fulminei. [...] Governa dalla caserma, lascia raramente il suo ufficio e vive sotto stretta sorveglianza. (p. 144)
Gowon deve stare sempre in guardia.
L'esercito è smembrato, decimato; è impossibile stabilire quali siano i reparti fedeli al nuovo regime e quali no. Finora le perdite maggiori sono avvenute proprio tra i militari, che si sono massacrati tra loro. Il corpo ufficiali, ormai ridotto alla metà, si compone di elementi giovanissimi, rabbiosi, pronti al litigio e dalla pistola facile. Durante il primo colpo di stato gli ufficiali ibo hanno massacrato gli ufficiali yoruba e haussa; nel secondo, sono stati gli ufficiali yoruba a massacrare gli ufficiali ibo.
I sopravvissuti sono pochi.
L'odio tribale, questa mostruosa e diabolica ossessione africana, è stato equipaggiato di armi automatiche e la falce della morte si abbatte su sempre nuovi ufficiali. Ognuno va a dormire senza sapere se vedrà l'alba. (pp. 144-145)
Tra le popolazioni africane, gli yoruba occupano una posizione esclusiva, poiché da secoli vivono nelle città. In Africa, continente rurale e contadino, le città yoruba rappresentano un fenomeno storico. L'organizazzione statale degli yoruba ricorda la Grecia antica delle città-stato. (p. 150)
Il sogno di ogni yoruba è quello di diventare o un feudatario, o un uomo d'affari. (p. 150)
Gli yoruba hanno una lingua difficilissima, con una struttura tonale il cui suono ricorda vagamente il cinese. (p. 151)
Tutta la cultura yoruba è intrisa di un'intensa sensualità, che gli yoruba hanno trasmesso alla cultura sudamericana, soprattutto brasiliana e cubana. (p. 151)
In Nigeria un ibo non voterà mai uno yoruba o un haussa, un haussa non voterà un ibo o uno yoruba, uno yoruba non voterà un ibo o un haussa. Quindi è il rapporto numerico a decidere e gli yoruba non oltrepassano il venti per cento della popolazione nigeriana. (p. 153)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026