Le frasi di «Le cose che non ti ho detto» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Le cose che non ti ho detto»
«Il cotonastro è la mia passione», disse la donna. «Cespugli senza pretese, eppure così armoniosi.» (p. 37)
L'angoscia è una pessima compagnia, non trova? E ciò che la rende intollerabile è il fatto che non c'è un motivo concreto che la scateni. È un male oscuro senza nome e senza volto. (p. 49)
Mia figlia aveva il potere di mettermi le mani nel sangue. Si infilava nelle pieghe dei miei pensieri e delle mie paturnie come se fossi trasparente. Forse un figlio è anche questo, un prolungamento del nostro modo di sentire e pensare. Per questa ragione crescere e scrollarsi di dosso i genitori costa tanta fatica. (p. 70)
[...] l'ineffabile privilegio di plasmare qualcuno a nostra immagine, propiziando un'affinità così profonda da rendere naturale capirsi senza parlare, col tempo diventa un grosso impaccio. E liberarsene procura sofferenza. (p. 71)
A volte pensavo che con Mara il desiderio non sarebbe mai venuto meno. Arrivavo perfino ad augurarmi che invecchiasse presto, e si facesse grinzosa e flaccida, per smettere di rimpiangere il suo corpo e il sesso che facevamo insieme. Un sesso tenero, vellutato, nutrito di carezze, sfioramenti e sospiri, che mi lasciava dentro un senso di appagamento e profonda beatitudine. Una musica dolce come il secondo movimento del concerto per piano KV 467 di Mozart, il celebre numero 21. Quellandante si snoda così delicato e struggente da sciogliere qualunque groppo del cuore. L'attacco degli archi, scandito dal pizzicato dei violini, scivola dalle note più basse a quelle più alte con la disinvoltura naturale di cui solo il grande Volfango Amadeo era capace. (p. 89)
Il sogno aveva tinte sfumate. Case di legno vivo coi gerani alle finestre, una spiaggia di sabbia giallina screziata da ciuffi di erica e un cielo crepuscolare velato di malinconia. I miei genitori erano ancora giovani, come in certe fotografie in bianco e nero che custodisco in una vecchia scatola da scarpe. Giocavano sulla spiaggia lanciandosi una palla senza farle toccare terra. E ridevano, ridevano felici. Il luogo mi era familiare, anche se non saprei dire dove si trovasse. Tutto era lindo e ordinato. Come in certi villaggi che si affacciano sui freddi mari del Nord. Forse quel posto l'avevo visto in un film per poi dimenticarlo. Da qualche parte dovevo esserci anch'io, ma non mi vedevo. Neanche loro mi vedevano. Cazzo, quella non era la prima volta che in un sogno non mi cagava nessuno. (p. 105)
La borghesia di questa città è fatta così. Ha lasciato le ville e i palazzi monumentali alle banche e alle finanziarie, accontentandosi di abitare in edifici meno dispendiosi e non troppo appariscenti. Tutto nello stile del vecchio proverbio genovese che suggerisce di mostrare il culo piuttosto che le palanche. (p. 137)
[...] essere genoano è come essere comunista. Stare dalla parte dei perdenti non piace a nessuno, ci vuole costanza e disciplina. (Bacci Pagano, p. 162)
Posteggiai la Vespa davanti alla crêperie del Capitano e cominciai a scendere per lo stradone di Sant'Agostino. Svoltai in piazza Negri, davanti al teatro della Tosse, e mi avviai verso vico Re Magi. L'occhio si soffermò sul campo da basket e sui giardini appena costruiti, maldestri tamponamenti delle macerie postbelliche. Grate di ferro li chiudevano, aggiungendo inutilità al cattivo gusto. Grazie a dio, al di là di quelle brutture della modernità, le facciate multicolori delle Erbe splendevano gioiose al sole del mattino. (p. 185)
Il carruggio era in ombra e sembrava avere assorbito tutta l'umidità del temporale notturno. Il selciato era lucido d'acqua ed emanava odore di refresco e uova marce. Ritagli di azzurro si aprivano tra le grondaie, tratteggiando bizzarre figure geometriche contro il grigio degli antichi palazzi. All'incrocio con vico Vegetti una macchia di sole ravvivava l'asfalto e l'intonaco scrostato di un muro. Man mano che scendevo verso il mare incontravo artigiani al lavoro, netturbini che svuotavano i cassonetti della rumenta, muratori arabi o sudamericani a caccia di un caffè, baristi sulla soglia del locale che fumavano una sigaretta, senegalesi coi loro borsoni che venivano a far rifornimento nei magazzini e qualche puttana che batteva fuori orario. (p. 189)
Mentre scendevamo affiancati verso il mare, ripensai a quella strada illustre che aveva davvero profumato di carrozze e lacchè, auto d'epoca e bauli da viaggio carichi di sogni e antichi splendori. Ville in stile liberty e grandi alberghi di lusso. Il mito di Nervi, rinomata stazione balneare dove nobili e ricchi borghesi venivano a svernare sotto quelle palme ora intossicate dallo smog. Qualcuno scendeva dal treno, nella vecchia stazione in fondo al viale, e prendeva alloggio in uno dei Grand Hotel ormai trasformati in residence per mariti in fuga e amanti con il tempo contato. (p. 200)
Tutto era cominciato da lì. I primi comitati di base nell'autunno del '68, i cortei studenteschi, i volantinaggi. L'impossibile che profumava di possibile. La militanza che intrecciava la nostra giovinezza con quella del mondo. Prima che ciascuno, prigioniero del proprio ego in suppurazione, cominciasse a seminare paletti per delimitare recinti dove correva obbligo pensarla allo stesso modo. Per quanto ti sentissi rivoluzionario, c'era sempre qualcuno più rivoluzionario di te. La diaspora gruppettare è stata nient'altro che questo. Se l'immaginazione non riusciva ad andare al potere, tanto valeva sostituirla con l'idiozia e accaparrarsi comunque una fetta di dominio, per quanto miserabile. Questa e non l'ideologia comunista è stata la vera matrice del partito armato. La rincorsa alla visibilità a ogni costo. Non a caso trent'anno dopo molti hanno finito per aderire al partito-azienda delle televisioni, dimenticando lezioni e proclami comunisti blaterati alle assemblee come se piovesse. (p. 205)
Il carruggio era illuminato dai numerosi phone-center e internet-point che facevano affari d'oro grazie al richiamo irresistibile della nostalgia. Uno di questi, contiguo al negozio di alimentari di un mio amico marocchino, sfoggiava la sequenza di sette orologi che scandivano l'ora del cuore dei turisti forzati della miseria provenienti da Ecuador, Romania, Bangladesh, Marocco, Senegal, Nigeria ed Egitto. Le gastronomie dove si cucinavano kebab e felafel rimandavano odore di carne arrostita a coprire le fragranze di cannabis e piscio stagnante che impestavano l'aria. Anche i negozi di cosmetici esotici non chiudevano mai, forse per soddisfare le necessità delle giovani prostitute nigeriane che cominciavano a fare la posta davanti ai portoni. (pp. 206-207)
La nostalgia è il veleno che la sinistra ha sparso su questa città , ripeteva un giovane architetto davanti a una crêpe del Capitano. (p. 219)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026