Frasi

Frasi di «Maccaia»

29 citazioni dal libro di Bruno Morchio

Le frasi di «Maccaia» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Maccaia»

Sono diventato abbastanza saggio da riconoscere che alla mia età non ci si domanda che cosa fare della propria vita. Un rebus del quale non si verrebbe mai a capo. Perché il problema è cosa la vita ha fatto di noi. (p. 11)
Per me la musica di Mozart è un po' come il lavoro e le donne. Una specie di malattia. Ma, a differenza del lavoro, è una malattia dolcissima che, a differenza delle donne, non pretende di essere curata. Grazie a Dio la musica di Mozart è perfetta, basta a se stessa e non ha alcun bisogno di me per essere quello che è. (p. 14)
Anch'io guardavo. Guardavo e pensavo. Pensavo che davvero questa città ha due facce. A seconda che il vento tiri dai monti o dal mare. Due città diverse. Irriconoscibili. Quando tira dai monti noi genovesi parliamo sempre di tramontana, anche se in realtà soffia il greco. O il maestrale. Allora l'aria si fa fredda e pulita, il cielo si sgombra dalle nuvole e il sole ravviva i colori come dopo un restauro. I contrasti si fanno più nitidi, e anche i contorni delle cose. Ma più spesso il vento soffia dal mare, gonfio di sale e di umidità. E la primavera arriva spesso così. Col sole filtrato dai vapori del Mediterraneo che il vento di sud-est spinge sulla città, ad arenarsi contro i suoi contrafforti montuosi. In forma di vento, di brezza o di alito quasi impercettibile lo scirocco spira su Genova per tre quarti dell'anno. Fino ad estenuarsi in un'aria immobile e fradicia di umidità. Quell'aria sospesa, dove tutto può accadere e niente mai accade, per noi genovesi ha un nome preciso. La chiamiamo maccaia. (p. 19)
[...] Assuan è un caotico formicaio assediato dal rumore e dallo smog. Le automobili e i pullman attraversano i mercati affollati senza alcun riguardo per la gente stipata intorno alle bancarelle che vendono i colori e le fragranze della frutta e delle spezie. E ogni anno l'industria del turismo di massa vi scarica eserciti di volenterosi intruppati dai tour operator sulle orme della più antica civiltà del mondo. (pp. 37-38)
Quattro passi ed ero di nuovo immerso nella familiare ombra dei carruggi. Afosa e umida. Scivolavo in quell'odore di fritto e di piscio come se fosse una calda salamoia che mi colava addosso e si agglutinava intorno all'anima. E mi stillava dentro il languore dell'esule finalmente ritornato a casa. In quella ragnatela di strade luveghe e strette potevo muovermi anche cogli occhi chiusi. Conoscevo ogni angolo, ogni buco. Tutte le storie che la memoria aveva inciso sulle pietre dei palazzi e sulle lastre scivertate delle vie erano impresse nel mio cuore. E niente avrebbe più potuto cancellarle. Nemmeno le ruspe. Nemmeno il degrado che la mente e il corpo inevitabilmente patiranno con la vecchiaia. (p. 41)
Svoltai l'angolo e mi ritrovai avvolto dalla frescura di Canneto il Lungo. Un budello dove si aggiravano massaie e marocchini. Le massaie che si erano attardate nel tepore dei loro letti impigriti dalla primavera. E frotte di marocchini che facevano compere, conversazione o spaccio di droga con l'aria svagata di fare la siesta. (p. 42)
Canneto ricorda un suq. Il bazar alimentare del centro storico. Tutto pieno di negozi pieni di ogni delizia gastronomica. Le pescherie, le drogherie profumate, le macellerie specializzate per le carni di maiale, di manzo, di pollo o di agnello. E tanti besagnini colorati che spalancano le loro botteghe gonfie di frutta e verdure sul carruggio. Nel vicolo, man mano che mi inoltravo verso il mare, saliva un odore sempre più forte di refresco. Fluttuava in quella spessa cortina di umidità e impregnava i muri ammuffiti delle case. Palazzoni altissimi che sembravano stringersi lassù, quasi a chiudere il cielo in uno spicchio di madreperla dove il sole diventava uno scherzo dell'immaginazione. Un sole scialbo che proteggeva dal bruciore della memoria l'umanità di quel vicolo. Gente venuta da terre lontane, dove il sole morde la carne quasi quanto la fame e la miseria. (p. 42)
La smilza mi dette ragione e concluse con un proverbio genovese.
«La mamma dei belinoni è sempre incinta». (p. 43)
Lo stoccafisso accomodato. Erano anni che non glielo cucinavo e sapevo che ne andava matto. Chi sostiene che si accompagni bene solo col vino bianco non capisce niente di cucina. È un piatto robusto, impegnativo che si combina male con vini leggeri e troppo acidi come i nostri bianchi. Un buon rosso invecchiato aiuta invece ad apprezzarne il gusto marcato. E a metabolizzarne lo spessore e il peso, una volta nello stomaco. (p. 43)
Mi rituffai in via San Luca. A quell'ora era affollata di gente che usciva dagli uffici, faceva shopping o andava incontro alla sera col confortante viatico di un aperitivo ghiacciato. La vista era riempita da un fitto brulicare di arabi, neri e ispanici che si davano d'attorno per propiziarsi un'altra notte con la pancia piena. Tutta quella calca colorata scorreva come un fiume lento, denso di umori e garrulo di voci, in quel vicolo marcio che sapeva di salino e di acqua stagnante. Il grigiore dei palazzi dava l'assalto a una striscia di cielo anch'essa grigia, opaca e indifferente. Un cielo di cartapesta che aspettava solo di essere ingoiato dalla notte. (p. 76)
La vista del porto era una bella tela dentro un'orrenda cornice. Chiusa dai piloni e dal viadotto della strada sopraelevata, da cui arrivava il rumore continuo e regolare delle automobili che filavano via veloci. Come quello di un treno che passa sopra uno scambio ferroviario. (p. 76)
Mi soffermai come ipnotizzato davanti allo spettacolo della Lanterna. Così insolito, da quella prospettiva. Era accesa, ma l'aria era ancora troppo chiara per poterla mordere. Di lì a poco il suo fascio di luce avrebbe tagliato il buio della notte, lambendo con rasoiate giallastre ogni casa, ogni monte della città. (p. 77)
Il telefono comincia a squillare con prepotenza, costringendomi ad allungare un braccio verso il comodino. Rispondo nella dissolvenza di un sogno dai colori sfumati. Ricordo un antico albergo ormai cadente, davanti a un mare o a un lago tranquillo. Io stavo parlando con mia madre che mi chiedeva di finire i compiti di matematica. (p. 104)
La Vespa 200 cominciò a salire costeggiando i finti merli e i grotteschi bastioni del castello Mackenzie. Disegnato da quel mattacchione di Coppedè per l'assicuratore scozzese Evan Mackenzie. Un miscuglio di medioevo e liberty da fare accapponare la pelle. Qualche anno fa lo ha comperato un miliardario americano che ci ha sistemato dentro una collezione d'arte che porta il suo nome. Nella vita ci si abitua a tutto. E anch'io mi sono ormai assuefatto al castello Mackenzie-Wolfson, che ogni volta lascio sfilare via facendo finta di non vederlo o guardandolo con la stessa divertita rassegnazione con cui mi faccio scivolare addosso le accuse di cinismo di Pertusiello. Perché questo obbrobrio lascerà sconcertati i foresti, ma i genovesi, che sono gente di bocca buona, lo hanno assimilato e metabolizzato come ci si affeziona a un orrendo soprammobile che apparteneva a una vecchia zia. Qualcosa di cui sarebbe sconveniente sbarazzarsi. (p. 106)
«No, dottore. La mamma è morta dieci anni fa. Di un brutto male».
Un brutto male. Come se potesse esserci un male bello, o almeno decente. Quell'eufemismo da sempliciotti che pensano che chiamare le cose col loro nome sia una mancanza di riguardo mi avrebbe fatto sorridere, se non fosse stato per la paura di ferirla. (p. 121)
Mi ci vuole qualche tempo per accorgermi che dietro tutto questo c'è lui. Il magone. Un bisogno di piangere ricacciato indietro, giù nel profondo. Un sentimento che è diventato sensazione fisica ed emozione violenta. E ha dato il segnale di allarme che mi ha svegliato. (p. 136)
Ecco, ora il sogno cominciava ad affiorare alla memoria. Ancora quel vecchio albergo cadente. Davanti al mare. Blu. Immobile. Come un lago. E questa volta c'era lei, Julia Rodriguez. E mi diceva: «Señor Bacci, me gusta da morir».
— Da morir.
Io stavo scrivendo qualcosa sopra un quaderno di scuola. Forse i compiti di matematica. E poi ci ritroviamo abbracciati. Io la frugo sotto il vestito e sento la sua pelle nuda. Ma sento anche un ringhio sordo, un pericolo farsi sempre più vicino. Non vedo niente, ma so che è il lupo e che ora la sbranerà, lì, sotto i miei occhi... (p. 137)
Abitava in corso Italia, il lungomare di Genova. Una lussuosa fila di ville, palazzi e palazzine che ogni mattina si risvegliano con stupore davanti all'azzurra distesa del golfo e alla processione di palme africane che gli fa da corona. (p. 141)
— Maniman.
Una espressione genovese quasi intraducibile. Più o meno significa "non si sa mai". E meglio di qualsiasi altra esprime tutto il carattere di questa città e dei suoi abitanti. L'atteggiamento di Genova e dei genovesi verso il mondo e verso la vita. Non ti sbilanciare, non aprirti troppo, non rischiare.
— Maniman... (p. 144)
Superate le bandiere di piazzale Kennedy, l'auto imboccò viale delle Brigate Partigiane. A quell'ora cominciava a riempirsi di traffico. Lanciai un'occhiata distratta al bianco e nerboruto pescatore marmoreo che scruta il mare. Un obbrobrio della retorica fascista eretto in fondo a quella larga strada affiancata da una lunga fila di palazzi di gusto fascista. Forse per questo dopo la liberazione questo viale lo hanno dedicato dalle brigate partigiane. (p. 157)
Sotto ci scorre il Bisagno, giusto prima di finire in mare. Un rigagnolo fetido che di tanto in tanto diventa grosso e minaccia di allagare mezza Genova con la sua piena di bratta color cioccolato. (p. 157)
Il taxi mi lasciò in piazza De Ferrari, proprio davanti alla bella facciata neoclassica del Carlo Felice, il teatro dell'opera di Genova. Facciata neoclassica con grande cubo incombente. Restaurato anch'esso per le Colombiane, cinquant'anni dopo essere stato distrutto dai bombardamenti alleati. Cinquant'anni. Mezzo secolo per il teatro. Vent'anni per pochi chilometri di metropolitana. Genova è fatta così. Una città che ai suoi cittadini chiede di vivere a lungo. (p. 158)
Come fuori dalla porta, anche sopra al banco svettavano due grandi stemmi. Il grifone e il baciccia blucerchiato, con tanto di rispettive bandiere. Pensai che il padrone del caffè doveva essere uno di quelli che non vogliono inimicarsi nessuno, ottenendo esattamente l'effetto opposto. Perché un genoano non andrebbe mai in un bar dove penzoli la bandiera sampdoriana. E viceversa. (p. 159)
Li vede quei disgraziati? Vengono dall'Africa. Terra povera di acqua e sovrabbondante di calura e di sudore. Da loro non necessariamente ci aspettiamo ignoranza o crudeltà. Ormai è risaputo che non sono selvaggi tagliatori di teste e mangiatori di uomini. Il fatto è che un africano povero puzza anche se ha fatto l'università. E la puzza tira su fra gli uomini barriere ben più alte della lingua e della religione. In fondo, coi gesti ci si può sempre capire. E ognuno può credere al suo Dio, senza disturbare gli altri. Queste sono faccende che riguardano la testa. Ma il corpo, il naso e la pancia sono un'altra cosa. (clochard, p. 161)
Avrei potuto aggiungere che diffido della pulizia eretta a valore sociale. Avrei potuto dirgli che non mi piacciono quelle case dove per non sporcare non si cucina. E quei centri storici dove tutto è perfettamente lindo e ordinato, e la spazzatura, l'immigrazione e la povertà vengono pudicamente rimossi e occultati agli occhi dei turisti. Dove trovi i fiori in bella mostra e in giro non vedi uno zingaro, una bagascia né un accattone. Dove al restauro delle case vecchie e fatiscenti segue la derattizzazione della dolente umanità che le abita. Come se le città fossero vetrine che vendono scorci da cartolina. Giusto per mandare in vacanza il cervello e dimenticare che il mondo è un'altra cosa. (pp. 161-162)
«Tenete per il Genoa?».
«Naturalmente».
«E perché?».
«Perché cosa?».
«Perché naturalmente?».
«Ve l'ho detto, sono un investigatore privato e sono quasi comunista».
«E allora?».
«Allora sono un perdente. Io sto sempre coi perdenti». (p. 165)
E lo sapete che il pesto non si può prepararlo uguale in nessun altro posto al mondo? Non ha bisogno di alcun marchio di origine controllata, perché l'origine si controlla da sé. Perché il basilico non è come la Coca Cola e come gli hamburger. Il basilico della globalizzazione se ne fotte. [...] Trapiantato in qualunque altro posto, diventa una specie di disadattato. Perde carattere e prende il gusto della menta. 'Sto fetente è un po' come quelle squadre di calcio che in trasferta perdono sempre. Anche il basilico di Prà, il più pregiato che ci sia, coltivato fuori da Genova cambiare sapore e diventa una schifezza. Qualche anno fa ho provato a portare alcune piantine e a trapiantarle giù al paesello. Dovete credermi, guaglio'. Era immangiabile. Deve essere una faccenda chimica legata al clima. All'acqua, all'aria e alla terra. Provare per credere. L'unico modo per gustare il pesto fuori da Genova è prepararlo qui, chiuderlo in un barattolo di vetro e consumarlo già pronto. (Pertusiello, p. 171)
Entrai nell'atrio della stazione Principe. Quel posto mi ha sempre dato una struggente sensazione di desolazione e di abbandono. Il luogo da cui si parte. Il luogo dove si lascia sempre qualcosa. O qualcuno. Quella che si incontra nelle stazioni è un'umanità in transito che sembra aver perduto ogni senso di appartenenza e di identità. I nomadi della terra. (p. 184)
[...] in silenzio ci avviammo a piedi lungo via Balbi, quasi completamente deserta sotto i suoi nobili palazzi seicenteschi. Gli ultimi cantieri stavano smobilitando e anche questa strada si preparava a sfoderare lo smalto del trionfale recupero dei suoi fasti storici. I muri degli antichi palazzi restaurati erano stati purgati dai graffiti tracciati con la vernice a spruzzo. «Libertà per i compagni arrestati», «Polizia fascista», «No alla globalizzazione», «Produci consuma crepa». Tutto era perfettamente lindo e ripulito. Abili professionisti del restauro avevano ripristinato una storia più antica a scapito di quella che ancora brucia sulla pelle. La rabbia di una generazione ricca di proteine e di carboidrati ma altrettanto cosciente che l'età dell'oro dei loro padri sta per finire sotto la spinta di una globalizzazione selvaggia dominata dal mercato e dal profitto. (pp. 185-186)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026