Frasi

Frasi di «Ogni cosa è illuminata»

26 citazioni dal libro di Jonathan Safran Foer e Hans-Jacob Nilsson

Le frasi di «Ogni cosa è illuminata» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Ogni cosa è illuminata»

A questo punto, quasi tutti i trecento e passa cittadini dello shtetl si radunarono per dibattere quella faccenda di cui non sapevano nulla. E meno un cittadino ne sapeva, più era granitico nelle sue argomentazioni. Niente di nuovo in questo. (p. 20)
Non sono triste, io, si ripeteva tante volte. Non sono triste, come se un giorno potesse riuscire a convincersi. O a gabbare se stesso. O a convincere gli altri – peggio di essere triste è solo quando gli altri sanno che sei triste. (p. 60)
Dio è triste?
Per essere triste dovrebbe esistere, no?
Lo so, disse lei, dandogli un leggero buffetto sulla spalla. È per quello che lo chiedevo, per sapere finalmente se ci credi!
Allora ti dirò solo questo: se Dio esiste, ha molte ragioni per essere triste. E se non esiste, secondo me anche questo Lo rattrista non poco. Insomma, per rispondere alla tua domanda, Dio deve essere triste. (p. 97)
A Lutsk ti ho comperato dei libri, le disse Yankel chiudendo la porta a prima sera, chiudendo fuori il resto del mondo.
Non possiamo permetterceli, ribatté lei afferrando la borsa pesante. Domani dovrò restituirli.
Non possiamo permetterci neanche di non averli. Qual è la cosa che possiamo permetterci di meno: averli o non averli? A mio parere, perdiamo in ogni caso. Meglio perdere con i libri. (p. 100)
Si scambiavano a vicenda la grande bugia salvatrice – che il nostro amore per le cose sia più grande del nostro amore per il nostro amore per le cose – recitando di buon grado le parti che scrivevano per sé, creando di buon grado le finzioni necessarie alla vita, e credendoci. (p. 102)
Dallo spazio gli astronauti vedono quelli che fanno l'amore come puntolini di luce. (p. 117)
Questo è amore, pensava lei, sì o no? Quando noti l'assenza di qualcuno, e detesti quell'assenza più di ogni altra cosa. Ancora più di quanto ami la sua presenza. (p. 148)
Non ha sofferto, le dissero. Anzi, non ha provato niente. Questo la fece piangere ancor di più, e più forte. La morte è la sola cosa nella vita di cui sia necessario essere coscienti mentre accade. (p. 152)
Tutto è quello che è perché tutto è stato quello che è stato. (Alexander, p. 174)
Tutti eseguiscono cattive azioni. Anch'io. Anche il Babbo. E anche tu le eseguisci. Una persona cattiva è un uomo che non compiange le sue cattive azioni. (Alexander, p. 175)
Prima credevo che l'umorismo fosse l'unico modo di misurare quanto è meraviglioso e terribile il mondo, per festeggiare la grandezza della vita. Capisci cosa voglio dire? [...] Ma adesso credo tutto il contrario. L'umorismo è una maniera di ritrarsi da questo mondo meraviglioso e terribile. (Jonathan, p. 190)
Sapeva che ti amo vuol dire anche: ti amo più di chiunque altro ti ami o ti abbia mai amata, o ti amerà, e anche: io ti amo in un modo in cui nessuno ti ama, o ti ha mai amato, o ti amerà mai, e anche: ti amo in un modo in cui non amo nessun'altra e non ho mai amato nessun'altra e non amerò mai nessun'altra. (p. 205)
Mio nonno era innamorato del profumo delle donne. Ne portava gli aromi come anelli attorno alle dita e sulla punta della lingua come parole – combinazioni inconsuete di odori consueti. (p. 207)
Tatto, gusto, vista, odorato, udito... memoria. Mentre i gentili fanno esperienza del mondo mediante i sensi tradizionali e usano la memoria solo come strumento di second'ordine per interpretare i fatti, per gli ebrei la memoria non è meno primaria della puntura di uno spillo, o del suo argenteo luccichio, o del gusto del sangue che sprigiona dal dito. L'ebreo è punto da uno spillo e ricorda altri spilli. È solo riconducendo la puntura dello spillo ad altre punture – quando sua madre tentava di aggiustargli la manica con il suo braccio dentro; quando le dita di suo nonno si addormentarono accarezzando la fronte madida di suo bisnonno; quando Abramo saggiò il coltello per essere sicuro che Isacco non sentisse dolore – che l'ebreo appura perché faccia male.
Quando un ebreo incontra uno spillo domanda: Che cosa mi ricorda? (pp. 237-238)
L'arte è quella cosa che ha attinenza soltanto con se stessa – l'esito di un tentativo riuscito di fare un'opera d'arte. Purtroppo non ci sono esempi di arte, né buoni motivi di pensare che esisterà mai l'arte. (Tutto quello che si è fatto è stato fatto con uno scopo, ogni cosa ha un fine che esiste al di fuori di essa, ad es. Io voglio vendere questo, oppure Voglio che questo mi renda famoso e benvoluto, oppure Voglio che questo mi completi, o peggio ancora Voglio che questo completi gli altri.) Tuttavia continuiamo a scrivere, dipingere e comporre. Ci comportiamo con stoltezza? (pp. 241-242)
Un artefatto è il prodotto di un tentativo riuscito di ricavare una bella cosa senza scopo, senza utilità, da un fatto al tempo passato. Non può mai essere arte, e non può mai essere un fatto. Gli ebrei sono gli artefatti del Paradiso Terrestre. (p. 242)
Dio ama i plagiari. E così sta scritto: «Dio creò l'uomo a Sua immagine, a immagine di Dio lo creò». Dio è il plagiario originale. Con carenza di fonti ragionevoli da cui rubacchiare – l'uomo creato a immagine di che? Degli animali? – la creazione dell'uomo fu un plagio riflessivo; Dio depredò lo specchio. Quando operiamo un plagio, creiamo a nostra volta a immagine, e partecipiamo del compimento della Creazione. (p. 246)
Gli ebrei sono le cose che Iddio ama. Poiché le rose sono bellissime, dobbiamo dedurre che Iddio le ami. Di conseguenza, le rose sono ebree. Allo stesso modo, le stelle e i pianeti sono ebrei, tutti i bambini sono ebrei, l'«arte» bella è ebrea (Shakespeare non era ebreo, ma Amleto sì), e il sesso, quando venga praticato fra moglie e marito in posizione buona e acconcia, è ebreo. E la Cappella Sistina è ebrea? Sarà d'uopo che lo crediate. (p. 247)
La fine del mondo è giunta spesso, e continua a giungere spesso. Impietosa, implacabile, latrice di tenebra su tenebra, la fine del mondo è una cosa a cui siamo ben adusi, un fatto abituale, che abbiamo ritualizzato. È nostro dovere tentare di scordarcene in sua assenza, di riconciliarci con essa quando non è negabile, e di ricambiare il suo abbraccio quando infine viene a noi come fa sempre. (p. 250)
Io non so cosa fare, Jonathan, e desidero che mi dica cosa tu pensi che sia la cosa giusta. So che non è necessario che ci sia una cosa sola giusta. Potrebbero esserci due cose giuste. Potrebbero non esistere cose giuste. (Alexander, p. 259)
Mi trovi meravigliosa? gli chiese lei un giorno mentre erano appoggiati al tronco di un acero pietrificato.
No, lui rispose.
Perché?
Perché ci sono tante ragazze meravigliose. Immagino che oggi centinaia di uomini abbiano chiamato meravigliose le loro innamorate, ed è solo mezzogiorno. Non puoi essere come centinaia di altre. (p. 273)
Più ami qualcuno, pensava, e più dirglielo è difficile. Lo stupiva che persone sconosciute non si fermassero a vicenda in strada per dire Ti amo. (p. 279)
Sono completamente solo.
Non sei solo, disse Lista, appoggiandosi al petto la testa di lui.
Sì, invece.
Lista si accorse che lui stava piangendo, e lei no. Non sei solo, gli disse. È che ti senti solo.
Sentirsi soli è esserlo. Ecco cos'è. (p. 282)
Con la lingua le titillò i capezzoli, e capì che era tutto così assolutamente sbagliato, tutto quanto, dal momento della sua nascita a ora, tutto stava evolvendo nella maniera sbagliata – non al contrario, ma peggio ancora: in prossimità. (p. 284)
Tu non devi avere vergogna nella mia vicinanza. I parenti sono le persone con cui mai bisogna avere vergogna. (Alexander, p. 291)
L'unica cosa più dolorosa dell'essere obliatori attivi è essere rammentatori inerti. (p. 308)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026