Frasi

Frasi di «Per questo mi chiamo Giovanni»

18 citazioni dal libro di Luigi Garlando

Le frasi di «Per questo mi chiamo Giovanni» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Per questo mi chiamo Giovanni»

«Giovanni è venuto al mondo coi pugni chiusi come un pugile e gli è entrato dalla finestra il simbolo della pace. Questa è la cosa strana, papà.»
«Non è strano. La pace non arriva mai in volo per conto suo, bisogna sempre conquistarla e difenderla, a volte anche con la forza.» (p. 18)
È una parola molto antica. Pensa, appare per la prima volta in un vocabolario nel 1868, con due significati: "miseria" e "prepotente". L'autore del vocabolario spiega che la mafia è la "miseria" di chi crede che vale solo la legge del "prepotente". E aggiunge: quell'uomo si crede tanto importante grazie alla sua forza e invece è una bestia, perché solo tra le bestie la ragione sta dalla parte del più forte. Si sente un uomo rispettato, un "uomo d'onore", e invece è come un animale. 1868: più di un secolo fa. (p. 38)
A forza di accettare l’ingiustizia, non vedrai più l’ingiustizia. (p. 38)
Ricordati la data di quel vocabolario: 1868. Dopo oltre un secolo di ingiustizie del genere, la mafia, l'insieme di quei prepotenti che si credono grandi uomini e invece sono bestie, è diventata una legge accettata da molti, in Sicilia, rispettata come la legge dei sindaci e della polizia. Anzi, spesso le due leggi sono la stessa cosa, perché ci sono poliziotti e sindaci che stanno dalla parte della mafia. (pp. 39-40)
Quando ti dico che Giovanni dovrà combattere un mostro senza volto, voglio dire anche questo: un mafioso non è un indiano in assetto da guerra che riconosci subito dalla faccia dipinta. Un mafioso può essere vestito da salumiere, da imbianchino o magari da carabiniere… (p. 40)
Giovanni, alla fine di quel processo, commenta: "La giustizia è stata sconfitta". Ma una battaglia persa spesso aiuta a vincere quella successiva. (p. 41)
Sai come si chiama la corona di foglie del carciofo? […] Cosca. Ma è una parola che non si usa quasi più, adesso ha un altro significato: gruppo di mafiosi. Cosca o anche famiglia. Quando Giovanni tornò a lavorare a Palermo, la città era come questo carciofo: ogni quartiere, una cosca di mafiosi. (pp. 42-43)
«Devi fare un giuramento, promettere fedeltà e rispettare la cosca. […] Con una cerimonia. Un uomo, di solito abbastanza anziano, un uomo d'esperienza pronuncia un discorso all'aspirante mafioso, mentre altri due membri della famiglia ascoltano e fanno dei testimoni. […] Nel discorso il mafioso denuncia le ingiustizie sociali e ricorda che la cosa si preoccupa di difendere i deboli, gli orfani, le vedove… […] Nel giuramento non si parla mai di mafia. Tra loro non pronunciano mai la parola. Dicono la cosa.» […]
«Quindi l'uomo d'onore parla, i due testimoni ascoltano. E quello che deve entrare nella famiglia?»
«Ascolta anche lui. Gli chiedono se accetta di entrare nella cosa, lui risponde di sì, allora l'uomo d'onore chiede ai due testimoni di pungere il dito del nuovo mafioso con una spina di arancia amara e di versare una goccia di sangue su un'immaginetta sacra. Infine bruciano la figurina: il nuovo mafioso deve tenerla in mano finché il fuoco si spegne e pronunciare queste parole: "Le mie carni debbono bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento". […] Comunque, finito il fuoco, l'uomo d'onore che dirige il rito, svela al nuovo mafioso che la cosa ha un nome: Cosa Nostra.» (p. 43-44-45-46)
Ricorda: è una forma di giuramento molto antica. Forse un tempo c'era davvero bisogno di associazioni che difendessero i più deboli, quando l'Italia era appena nata, ai tempi di Garibaldi, e lo Stato non aveva ancora istituzioni forti, ma oggi noi abbiamo le leggi, la polizia, i giudici. Devono essere loro a combattere le ingiustizie per noi. Non possono esserci due maestre nella stessa classe. In realtà oggi gli uomini d'onore – perché tra loro i mafiosi si chiamano così: uomini d'onore – hanno ben altri interessi. (p. 44-45)
L’omertà è la più grande qualità dell’uomo d’onore: nun lu sacciu, non lo so, non ho visto. Per me è vero il contrario: la più grande qualità di un uomo è aiutare la giustizia a punire i colpevoli e a liberare la gente dalla paura dei prepotenti. (p. 55)
Quando la pianta è ancora piccola è più facile raddrizzarla. Più cresce storta, più sarà difficile farlo dopo. Anche da piccoli si può combattere contro il mostro. Abituarsi alle prepotenze, scambiarle per leggi giuste, è già un modo di perdere la guerra. (p. 56)
Il mostro si presenta spesso così: come un benefattore. Facci caso. Mafia è una parola femminile e inizia come mamma: suona dolce, protegge… (p. 57)
L'amore è un mostro invincibile che arriva dappertutto. (p. 65)
Il 16 luglio 1984, in una stanza della Criminalpol del Lazio, don Masino comincia a parlare. La sua confessione inizia così: "Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori. Nell'interesse della società, dei miei figli, dei giovani, sono pronto a dire tutto quello che so a proposito di quel cancro che ha nome mafia, affinché le nuove generazioni possano vivere in un mondo più degno e più umano. Vedi? Anche lui, nel momento in cui si pente, pensa ai giovani, come Rocco , che andava a parlare nelle scuole: sono due persone molto diverse, ma sanno tutti e due che il mostro può esser sconfitto solo da chi non accetta la sua legge ingiusta, fin dall'inizio. È da piccoli che bisogna cominciare a dire no alla mafia. (pp. 77-78)
Ma la mafia vive da secoli, ha la saggezza dei vecchi, sa come va il mondo, sa che bisogna aspettare che passino i momenti difficili e poi rimettersi in piedi. C'è un proverbio siciliano che dice: Calati juncu ca passa la china, "Piegati giunco che passa la piena". In attesa che passi la piena, cioè il momento difficile, il mostro prepara la sua vendetta, che non è fatta solo di bombe, ma anche di calunnie, accuse anonime, sospetti. Le parole possono ferire più dei proiettili, e se ne possono sparare anche più di seicento al minuto. La lingua non va ricaricata, è anche meglio di un kalashnikov. (pp. 94-95)
«Quell'uomo era morto anche per me, per difendere i miei negozi, la mia casa, la mia città. Per lottare contro il mostro al posto mio aveva rinunciato ad avere un figlio, cioè alla gioia più grande che si possa provare sulla terra. Nessuno meglio di me quel sabato di maggio poteva capire i suoi sacrifici.»
«Per questo, papà, io mi chiamo Giovanni?»
«Si. Per questo ti chiami Giovanni.» (p. 120)
Il futuro è il tempo della speranza. (p. 131)
Prima di Giovanni non c'era tutta questa fiducia in un futuro migliore per Palermo e per la Sicilia. C’era rassegnazione: la mafia è sempre esistita e sempre esisterà. Magari scompare per un po’, ma poi ritorna come le zanzare. Giovanni invece ha dimostrato che si può sconfiggere il mostro, si può metterlo in gabbia e ha dato l’esempio da seguire. (p. 131)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026