Le frasi di «Resurrezione» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Parte prima
Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. [...] E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri.
In Nechljudov, come in tutti, c'erano due uomini. L'uomo spirituale, che cerca per sé solo quel bene che possa essere un bene anche per il prossimo, e l'altro, l'uomo animale, che cerca il bene solo per sé e per questo bene è pronto a sacrificare il bene del mondo intero.
In fondo, proprio in fondo all'anima sapeva di aver agito così male, in maniera così ignobile e crudele, che con la coscienza di quell'azione non poteva non solo giudicare chicchessia, ma neppure guardare negli occhi la gente, e tanto meno considerarsi il giovanotto meraviglioso, nobile e magnanimo che credeva di essere. Mentre doveva considerarsi tale per continuare a vivere arditamente e allegramente. Dunque c'era un solo mezzo: non pensarci. E così fece.
– Non è vero? – si rivolse Missy a Nechljudov, chiamandolo a confermare la sua opinione che in nulla come nel gioco si rivelasse il carattere delle persone.
Il misticismo senza poesia è superstizione, e la poesia senza misticismo è prosa.
Ora, entrato in questa stanza [...] ricordò tutti i suoi ultimi rapporti con la madre, e questi rapporti gli apparvero innaturali e disgustosi. Anche qui vergogna e schifo. Si ricordò che negli ultimi tempi della sua malattia aveva addirittura desiderato la sua morte. Si era detto che la desiderava perché lei fosse liberata dalle sofferenze, ma in realtà era lui che desiderava liberarsi dalla vista delle sue sofferenze.
Allora egli era un uomo coraggioso, libero, dinanzi al quale si aprivano infinite possibilità, – ora si sentiva preso da ogni lato nei lacci di una vita stupida, vuota, meschina e senza scopo, da cui non vedeva alcuna via d'uscita, anzi il più delle volte neppure voleva uscirne. Ricordò come andasse orgoglioso, un tempo, della sua franchezza, come si fosse dato per regola di dir sempre la verità, e fosse davvero sincero, mentre adesso era tutto immerso nella menzogna, nella più terribile menzogna, una menzogna che tutti coloro che lo circondavano prendevano per verità.
Loro (la gente) mi giudichino pure come vogliono, posso ingannare loro, ma non ingannerò me stesso.
E all'improvviso capì che il disgusto che negli ultimi tempi aveva provato per la gente [...] era disgusto per se stesso.
«Già hai provato a perfezionarti ed essere migliore, e non ne hai ricavato nulla, – diceva nella sua anima la voce del tentatore, – vuoi dunque provare un'altra volta? Non sei tu solo, sono tutti così: così è la vita», – diceva quella voce. Ma l'essere libero e spirituale che è l'unico autentico, l'unico possente, l'unico eterno, si era già destato in Nechljudov. Ed egli non poteva non prestargli fede. Per quanto enorme fosse la distanza fra ciò che era e ciò che voleva essere, tutto appariva possibile all'essere spirituale che si era ridestato.
Si fermò, incrociò le braccia sul petto come faceva quando era piccolo, levò in alto gli occhi e disse, rivolto a qualcuno:
– Signore, aiutami, insegnami, vieni a dimorare in me e purificami da ogni sozzura!
Pregava, chiedeva a Dio di aiutarlo, di dimorare in lui e di purificarlo, ma intanto ciò che chiedeva si era già realizzato. Dio, che viveva in lui, si era destato nella sua coscienza. Lo sentì in sé, e perciò sentì non solo libertà, coraggio e gioia di vivere, ma sentì tutta la potenza del bene. Adesso si sentiva capace di fare tutto il meglio che poteva fare un uomo.
Strano: da quando Nechljudov aveva capito d'essere cattivo e odioso a se stesso, da allora aveva smesso di trovare odiosi gli altri.
Scritto il lasciapassare, il procuratore consegnò il foglio a Nechljudov, guardandolo con curiosità.
– Devo inoltre comunicarle, – disse Nechljudov, – che non posso continuare a partecipare alla sessione.
– Come lei sa, bisogna fornire dei motivi validi alla corte.
– Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale.
Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: «Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l' io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell' io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare. L'ha ridestato lo straordinario avvenimento del 28 aprile, durante il processo in cui ero giurato. Sul banco degli imputati ho visto lei, quella Katjuša che avevo ingannato, in divisa da carcerata. Per uno strano equivoco e per un mio errore l'hanno condannata ai lavori forzati. Oggi sono stato dal procuratore e in prigione. Non mi hanno lasciato entrare, ma ho deciso di fare di tutto per vederla, confessarle la mia colpa e ripararla, fosse anche col matrimonio. Signore, aiutami! La mia anima è serena e piena di gioia».
Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato. Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.
Parte seconda
E ricordò con esattezza le tesi fondamentali di Henry George e il suo entusiasmo per lui, e si stupì di aver potuto dimenticare tutto ciò. – La terra non può essere oggetto di proprietà, non può essere oggetto di compravendita, come l'acqua, come l'aria, come i raggi del sole. Tutti hanno un uguale diritto sulla terra e su tutti i vantaggi che essa offre agli uomini.
Per Nechljudov quella notte era più che allegra. Era per lui una notte gioiosa, felice. La fantasia rinnovava per lui le impressioni di quell'estate felice che aveva trascorso lì, giovane innocente, e adesso si sentiva come era stato non solo allora, ma in tutti i momenti migliori della sua vita. Non solo si ricordò, ma si sentì come quando, ragazzo di quattordici anni, pregava Dio che gli rivelasse la verità, come quando bambino piangeva sulle ginocchia della madre, prima di separarsi da lei, promettendole di essere sempre buono e di non darle dispiaceri, – si sentì come quando lui e Nikolen'ka Irtenev avevano deciso che si sarebbero sempre aiutati a vivere una vita buona e avrebbero cercato di rendere felici tutti gli uomini.
Nechljudov ricordò che a Kuzminskoe aveva cominciato a meditare sulla sua vita, a chiedersi cosa avrebbe fatto e in che modo, e ricordò come si fosse smarrito in quelle domande senza trovare una risposta: tante erano le considerazioni che accompagnavano ognuna di esse. Ora si pose le stesse domande e si stupì di quanto tutto fosse semplice. Era semplice perché adesso non pensava a cosa sarebbe stato di lui, e neppure gli interessava, ma pensava solo a ciò che doveva fare. E, stranamente, non riusciva proprio a decidere che cosa fosse necessario per sé, mentre che cosa doveva fare per gli altri lo sapeva con certezza. Sapeva adesso con certezza che doveva dare la terra ai contadini, perché tenerla era male. Sapeva con certezza che non doveva abbandonare Katjuša, ma aiutarla, essere pronto a tutto per riscattare la sua colpa verso di lei. Sapeva con certezza che doveva studiare, approfondire, chiarire a se stesso, capire tutte quelle questioni di tribunali e pene, in cui sentiva di vedere qualcosa che non vedevano gli altri. Non sapeva quale ne sarebbe stato il risultato, ma sapeva con certezza che tutte e tre le cose gli erano indispensabili, e doveva farle. E questa assoluta sicurezza gli dava gioia.
«Sì, sì, – pensava. – L'opera che si compie per mezzo della nostra vita, tutta l'opera e il suo senso non è e non può essermi comprensibile [...]. Capire tutto questo, capire tutta l'opera del Creatore non è in mio potere. Ma fare la Sua volontà, scritta nella mia coscienza: questo è in mio potere, e io lo so con certezza. E quando lo faccio, sono certamente tranquillo».
«Sì, sentirsi non padrone, ma servo», – pensava e si rallegrava di questa idea.
La prima sensazione che Nechljudov provò svegliandosi l'indomani mattina fu di aver commesso qualche infamia il giorno prima.
Cercò di ricordare: non c'era stata alcuna infamia, alcuna cattiva azione, ma c'erano stati i pensieri, i cattivi pensieri [...].
Non c'era stata alcuna cattiva azione, ma c'era stato qualcosa di ben peggiore: c'erano stati i pensieri da cui derivano tutte le cattive azioni. Una cattiva azione si può non ripetere, di essa ci si può pentire, mentre i cattivi pensieri generano sempre cattive azioni.
Una cattiva azione spiana soltanto la via ad altre cattive azioni, i cattivi pensieri invece trascinano irresistibilmente per quella via.
Quella mattina, riandando con la fantasia ai pensieri della vigilia, Nechljudov si stupì di avervi potuto credere anche solo per un istante. Per quanto nuovo e difficile fosse quello che intendeva fare, sapeva che era ormai l'unica via possibile per lui, e che per quanto abituale e facile fosse tornare al passato, sapeva che quella era la morte.
Questa è una donna di strada: acqua sporca, fetida, che si offre a coloro per i quali la sete è più forte della ripugnanza.
Nechljudov ricordò la sua relazione con la moglie del maresciallo della nobiltà e lo assalirono tanti ricordi vergognosi. «C'è una ripugnante bestialità nell'uomo, – pensava, – ma quando è allo stato puro la vedi dall'alto della tua vita spirituale e la disprezzi, e sia che tu cada o resista, rimani quello di prima; ma quando questa stessa animalità si dissimula sotto una copertura pseudo-estetica, poetica, e prende considerazione, allora, divinizzando l'animalità, ti perdi in essa, e non distingui più il bene dal male. Allora è terribile».
Ricordava le parole dello scrittore americano Thoreau, che ai tempi della schiavitù in America aveva detto che la prigione è l'unico posto che si convenga a un cittadino onesto in uno stato in cui è legalizzata e tutelata la schiavitù. Lo stesso pensava Nechljudov, soprattutto dopo il viaggio a Pietroburgo e tutto quello che vi aveva appreso.
«Sì, attualmente l'unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!» – pensava.
Gli restavano tante cose da sbrigare, che per quanto tempo libero avesse sentiva che non le avrebbe mai portate a termine. Era esattamente il contrario di quanto accadeva prima. Prima bisognava inventarsi delle occupazioni, il cui scopo era sempre lo stesso: Dmitrij Ivanovič Nechljudov; eppure, benché tutto l'interesse della vita si concentrasse allora su Dmitrij Ivanovič, tutte quelle occupazioni erano noiose. Ora invece che tutte le cose da fare riguardavano altri, e non Dmitrij Ivanovič, erano tutte interessanti e appassionanti, e ce n'era a non finire.
Mentre preparava le valigie e le carte, Nechljudov si soffermò sul suo diario, ne rilesse alcuni passi e le ultime cose scritte. Prima di partire per Pietroburgo aveva annotato: «Katiuša non vuole il mio sacrificio, ma il suo. Lei ha vinto, e io ho vinto. Mi riempie di gioia per il mutamento interiore che mi pare (non oso ancora crederci) stia avvenendo in lei. Non oso ancora crederci, ma mi pare che torni a vivere». Sulla stessa pagina, di seguito, era scritto: «Ho passato un momento molto difficile e molto gioioso. Ho saputo che si era comportata male in infermeria. E a un tratto ho provato un dolore terribile. Non mi aspettavo un dolore simile. Le ho parlato con ripugnanza e odio e poi mi sono ricordato di me, di quante volte anche ora, sia pure nei pensieri, sono stato colpevole di ciò per cui la odiavo, e a un tratto nello stesso momento ho trovato disgustoso me stesso e pietosa lei, e mi sono sentito molto bene. Se solo sapessimo vedere in tempo la trave nel nostro occhio, quanto saremmo più buoni». Alla data di quel giorno scrisse: «Sono stato da Nataša e proprio perché ero contento di me sono stato cattivo, aggressivo, e me ne è rimasta una sensazione penosa. Ebbene, che devo fare? Da domani comincia una nuova vita. Addio vecchia vita, per sempre. Molte impressioni si sono accumulate, ma non riesco ancora a ricondurle a unità».
Inspirando la frescura umida e l'odore di pane della terra che da tempo aspettava la pioggia, guardò i giardini e i boschi che correvano via, i campi gialli di segale, le strisce ancora verdi dell'avena e i solchi neri con le macchie verde scuro delle patate in fiore. Tutto pareva ricoperto da una vernice: il verde diventava più verde, il giallo più giallo, il nero più nero.
– Ancora, ancora! – diceva Nechljudov, lieto dei campi, dei giardini e degli orti che riprendevano vita sotto la pioggia benefica.
Parte terza
Simonson, in giacca di guttaperca e calosce di gomma, fissate sopra le calze di lana con pezzi di spago (era vegetariano e non usava pelli di animali uccisi), era anche lui in cortile, in attesa della partenza del convoglio. Ritto davanti alla scaletta, stava annotando sul suo taccuino un pensiero che gli era venuto in mente. Il pensiero era il seguente:
«Se un batterio, – scriveva – osservasse e studiasse l'unghia di un uomo, potrebbe crederla sostanza inorganica. Allo stesso modo noi, osservandone la crosta, consideriamo sostanza inorganica il globo terrestre. Ed è sbagliato».
Le capacità intellettuali di quest'uomo – il suo numeratore – erano grandi; ma la sua opinione di sé – il suo denominatore – era così sproporzionatamente alta che aveva da tempo superato le sue capacità intellettuali. La vita spirituale di quest'uomo era diametralmente opposta a quella di Simonson.
Leggendo il sermone della montagna, che l'aveva sempre toccato, vi trovò per la prima volta non delle idee sublimi e astratte, che avanzavano pretese per lo più esagerate e impraticabili, ma dei comandamenti semplici, chiari, e attuabili praticamente, i quali, se tradotti in realtà (cosa perfettamente possibile), avrebbero instaurato un'organizzazione del tutto nuova della società umana, in cui non solo si eliminava da sé tutta la violenza che tanto indignava Nechljudov, ma si raggiungeva il bene supremo accessibile all'umanità: il regno di Dio in terra.
Citazioni su Resurrezione
Era l'epoca in cui Tolstoj, già vecchio, scriveva Resurrezione, il suo ultimo grande romanzo. Un giorno entrai nel suo studio e lo vidi al tavolo da lavoro mentre disponeva le carte per fare un solitario. Ne faceva sovente, per riposarsi o per riflettere su ciò che stava scrivendo. Qualche volta domandava alle carte perfino di decidere per lui. A seconda della riuscita o della non riuscita del gioco avrebbe preso certe decisioni.
Sapendo di questa abitudine domandai:
«Hai pensato a qualcosa?»
«Sì...»
«A cosa?»
«Se il solitario riesce farò sposare Nechiudov a Katjuša. Se s'incaglia non li farò sposare.»
Finito il solitario chiesi:
«Allora?»
«È riuscito...» disse. «La seccatura è che Katjuša non può sposare Nechiudov.» (Tat'jana Tolstaja)
Il libro è straordinario, uno de' più terribili libri del secolo. L'opera dello scrittore vecchio non teme né contraddice quelle del giovane, anzi le continua, le conchiude, le incorona.
Non c'è in tutto il volume un effetto drammatico cercato, non uno sforzo visibile di stile. Per quanto la traduzione scemi, senza dubbio, l'efficacia caratteristica del testo originale, è evidente che il , narratore sempre candido e semplice nella sua potenza, ha voluto stavolta essere più semplice che mai. Sembra, a prima vista, di leggere la relazione di un reporter diligente, che registri tutti i particolari di ciò che ha veduto, o di udire il racconto di un parlatore bonario che esponga rapidamente le sue impressioni. (Dino Mantovani)
Il vede tutto e dice tutto. Rileggete una scena qualunque del romanzo , e dite se manchi un solo particolare, un solo accenno del vero; vi vedrete innanzi luoghi, mobili, tappezzerie, persone, fisonomie, movimenti; udrete tutte le voci; spierete tatti gli animi. Una cosa da sbalordire. E che arte di tanto ottenere senza parere, di tanto esprimere senza mai sforzare la parola! Lo Zola, in confronto, è un grossolano abborracciatore di volgarità e di frasi fatte. Soli, il Flaubert e il Maupassant, potrebbero, in qualche loro pagina, reggere a tanto paragone. Il però li supera non solo nella potenza di immaginare e rappresentare innumerevoli uomini, innumerevoli condizioni umane, ma anche nel sarcasmo micidiale con cui descrivendo smaschera, e raccontando svergogna. (Dino Mantovani)
L'autore di «Anna Karénina» e di «Guerra e pace» – dopo di avere rinnegato l'arte, è ritornato ad essa, e ci ha dato un'altra opera di arte, meravigliosa! Veramente, «Risurrezione» è molta diversa da quei suoi antichi romanzi, per la semplicità della struttura e la unità del racconto, non variato da episodî, non complicato dalle storie intrecciate di un gran numero di personaggi. Ma le grandi qualità artistiche di Tolstoi si rivelano qui in tutta la loro potenza: prima fra tutte, quella, che è dono proprio dei grandi maestri, di presentare con brevi e sicuri tocchi di pennello persone vive, ciascuna diversa dall'altra, con lineamenti ben rilevati, con una fisonomia individuale che spicca su quella comune della classe a cui l'individuo appartiene. (Raffaele Garofalo)
Non ho scritto per sei giorni. Ora sono andato a passeggiare e ho capito chiaramente perché Resurrezione non va avanti. È cominciata in modo sbagliato. [...] ho capito che occorre cominciare dalla vita dei contadini: sono loro l'oggetto, il punto positivo, e il resto è ombra, il momento negativo. E lo stesso per Resurrezione. Devo cominciare da lei. (Lev Tolstoj)
Un soffio potente di vita vera vien fuori da ogni pagina di «Risurrezione». Ma nessun romanzo più di questo prova quanto è superiore l'arte che si propone uno scopo sociale, all'arte che è scopo a sé medesima. (Raffaele Garofalo)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026