Frasi
Frasi di Lev Tolstoj
322 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Lev Tolstoj raccolte in un'unica pagina: 322 frasi, divise per libro e argomento.
Lev Tolstoj (scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Lev Tolstoj
C'erano momenti in cui, sotto il dominio di questa idea fissa, arrivavo a un tal punto di follia, che mi voltavo rapidamente a guardare dietro di me, dalla parte opposta, nella speranza di cogliere alla sprovvista il vuoto (il néant) lì dove io non c'ero.
Così come il dolore è una sensazione necessaria alla conservazione del nostro corpo, la sofferenza è necessaria alla conservazione della nostra anima.
Dio è quell'infinito Tutto, di cui l'uomo diviene consapevole d'essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L'uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell'uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L'unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l'amore. Dio non è amore, ma quanto più grande è l'amore, tanto più l'uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente.
Dove va l'ago va anche il filo.
Finché esisteranno i macelli, esisteranno sempre dei campi di battaglia.
Ho appena letto il magnifico racconto di Arcibašev Il sangue che per le sue qualità letterarie potrà meglio di ogni qualsivoglia argomento convertire la gente al vegetarismo o piuttosto toglierà loro quella assurda credenza della necessità di mangiare esseri viventi.
I cavalli compiangono solamente se stessi o, di tanto in tanto, solamente coloro nella cui pelle riescono a immaginarsi senza fatica.
Il contenuto deve essere facile da capire, non astratto. È assolutamente falso. Il contenuto può essere come volete. Ma non si deve sostituire l'andare al sodo con le chiacchiere, non si deve nascondere con parole scelte il vuoto del contenuto.
Il poeta sottrae tutto il meglio della vita per trasferirlo nella sua scrittura. Perciò la sua scrittura è così splendida e la vita così brutta.
Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa.
Io più di chiunque altro sono debitore di molte cose a Stendhal. Egli mi ha insegnato a capire la guerra.
L'arte è la più alta manifestazione di potenza dell'uomo. Si dà a pochi eletti ed eleva chi è eletto a una tale altezza da far girare la testa, tanto che è difficile non perder il senno. Nell'arte, come in ogni lotta, ci sono eroi che dedicano tutto alla loro missione e che muoiono senza raggiungere lo scopo.
L'avevo incominciato con il titolo "Sulla vita e sulla morte", ma quando l'ho terminato, ho cancellato le parole "e sulla morte", perché avevano perduto il loro significato.
L'idea dell'eternità è una malattia dello spirito.
L'operare veramente cristiano e quello che al mondo dà i maggiori frutti, consiste in azioni negative: non fare ciò che è contrario a Dio e alla coscienza.
L'uomo che professa la legge esteriore è simile a colui che si trova sotto un fanale appeso a un palo: sta sotto quella luce, ci vede bene, non ha alcuna premura di andarsene altrove. L'uomo che professa la dottrina di Cristo è simile a colui che sostiene davanti a sé un fanale appeso in cima a un bastone più o meno lungo: la luce è sempre davanti a lui e lo incita a seguirla poiché gli rischiara un tratto di strada sempre nuovo che lo attrae.
«L'uomo è debole, bisogna assegnargli un compito secondo le sue forze», così si sente dire. Ma è la stessa cosa che affermare: «La mia mano è debole, non me la sento di tracciare una linea retta, cioè la più breve tra due punti: allora, perché la cosa sia più facile, per tracciare questa retta, prenderò come esempio una linea curva o una linea spezzata». Ma più debole è la mano, più perfetto occorre l'esempio.
La cometa sta per catturare la Terra, annientare il mondo, e distruggere tutte le conseguenze materiali della mia attività e delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali, e le loro presunte conseguenze materiali, sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale...
La coscienza stessa mostra all'uomo che l'essenza della sua vita è il desiderio di bene per tutto ciò che esiste, questo desiderio è qualcosa di inspiegabile ed allo stesso tempo è la cosa a lui più vicina e più comprensibile... Ed il desiderio del bene per tutto ciò che esiste è l'inizio di ogni nuova vita, è l'amore, è Dio... Dio è amore.
La leggenda relativa all'appello fatto ai variaghi dai russi per governarli, composta evidentemente già dopo la conquista degli slavi da parte dei normanni, mostra perfettamente quale sia l'attitudine dei russi verso il potere, lo stesso prima del cristianesimo: "Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate". Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II.
È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.
La vita è così bella, lieve e breve, ma la sua rappresentazione è sempre brutta, pesante e lunga.
La vita è un sonno, la morte è il risveglio.
Mai nessuna opera mi è costata tanta fatica.
Non capite, se giudicate.
Ormai sono convinto che con certi metodi di studio, con la nostra cultura ci proteggiamo dall'enorme vastità del vero sapere e, affaccendandoci entro un piccolo cerchio magico, spesso arriviamo a scoprire con grande sforzo e soddisfazione cose che i marinai sapevano da sempre.
Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima.
Si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v'era prima di loro.
Si produce nel mondo una quantità infinita di combinazioni e di fenomeni di ogni specie. Io sono l'uno di essi. Scomparirò, ma il tempo è infinito, e in seguito la stessa combinazione, lo stesso io deve di nuovo apparire alla fine di un tempo infinito. Ora il tempo infinito durante il quale non sarò, è per me un battito d'occhi. Di conseguenza sarò sempre, mi addormenterò e subito dopo mi risveglierò.
Sono stato travolto come da un'ondata di gioia all'idea di scrivere la storia psicologica di Alessandro e Napoleone.
Sparlare degli altri piace così tanto alle persone, che è molto difficile trattenersi dal condannare un uomo per fare piacere ai nostri interlocutori.
Svignarsela! Bisogna svignarsela!
Tutti pensano a cambiare l'umanità, e nessuno pensa a cambiare sé stesso.
Un alleato deve essere sorvegliato proprio come un nemico.
Un fanciullo amava molto il pollo e aveva gran paura dei lupi. Una sera, mentre dormiva sul suo letto, fece un sogno: egli era solo nella foresta e cercava funghi. A un tratto, un lupo balzò da una macchia e si gettò su di lui. Spaventato, il fanciullo si mise a gridare: «Aiuto! Aiuto! Mi vuol mangiare!».
Il lupo gli disse: «Aspetta a gridare: io non ti mangerò, voglio soltanto discutere con te».
E il lupo si mise a parlare come fosse un uomo.
Disse: «Tu hai paura che io ti mangi. Ma tu? Non ti piacciono forse i polli?».
«Sì!».
«Eppure li mangi, perché? Essi sono vivi come te, i piccoli polli. Va a vedere la mattina, come li pigliano, come il cuoco li porta in cucina e taglia loro il collo, e ascolta la loro madre gridare perché le hanno tolto i suoi piccini. Non hai mai osservato tutto questo?».
«No», rispose il fanciullo.
«No, davvero? Ebbene, guarda meglio! Del resto, per ora, sono io che ti mangerò. A modo tuo, tu non sei altro che un piccolo pollo: è deciso, ti mangerò».
Il lupo si gettò sul fanciullo che gridò spaventato: «Ahi! Ahi! Ahi!».
E si svegliò.
Da quel giorno, egli smise di mangiar carne: fosse di bue, di montone o di pollo.
Volevo che qualcosa si muovesse, e non il quieto scorrere della vita. Volevo emozioni, pericoli, e il sacrificio per un sentimento. In me c'era come un eccesso di forza, che non trovava sfogo nella nostra vita tranquilla.
Citazioni di Lev Tolstoj – Citato in Anni con mio padre
Senza Jasnaja Poljana difficilmente posso raffigurarmi la Russia... Senza quel villaggio vedrei forse più chiaramente le leggi generali riferibili alla mia patria, ma non l'amerei con passione.
Le conversazioni non rafforzano le buone relazioni ma, al contrario, le danneggiano. Bisogna parlare il meno possibile, specialmente con coloro ai quali teniamo.
Io dirò la verità sulle donne quando avrò un piede nella tomba. La dirò, salterò nella mia cassa e tirerò giù il coperchio.
Fatta una passeggiata a cavallo... Primavera straordinariamente gradevole. Ogni volta non riesco a credere ai miei occhi. È possibile che tutta quella bellezza nasca dal niente?
Il progresso morale dell'umanità lo si deve ai vecchi. I vecchi diventano migliori e più saggi, trasmettono la loro esperienza alle nuove generazioni. Senza di loro l'umanità rimarrebbe stazionaria.
Ho attraversato la foresta mentre il sole tramontava. Sotto i piedi l'erba fresca, stelle in cielo, profumo di citisi fioriti... Ho pensato alla morte e chiaramente ho sentito che sarà ugualmente meraviglioso... al di là della morte.
Citazioni di Lev Tolstoj – Citato in Devoto a Tolstoj
In generale, è una regola: più la carta e l'ortografia sono cattive, più la busta è sporca, più il contenuto è serio e importante. (p. 85)
Com'è bella, com'è meravigliosa la vecchiaia! Non ci sono più desideri, né passioni, né la minima agitazione, né vanità! (p. 99)
Ciò che ci sconcerta generalmente, è che il lavoro del nostro perfezionamento interiore dipende unicamente da noi, e perciò ci sembra di poca importanza; invece, l'organizzazione della vita esteriore è legata alle conseguenze della vita degli altri, ed è solo per questo che ci sembra più importante. (p. 130)
Citazioni di Lev Tolstoj – Citato in Saggezza dell'Oriente
È impossibile figurarsi nella vita un uomo privo del libero arbitrio. (p. 26)
Non si può essere buoni a metà. (p. 36)
È coraggioso colui che teme quel che deve temersi, e non teme quel che non deve temersi. (p. 46)
Come una candela accende un'altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore accende un altro e così si accendono migliaia di cuori. (p. 54)
Più gli uomini crederanno dipendere solo da loro il modificare la propria vita, e più questo diverrà possibile. (p. 62)
In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. (p. 70)
Il solo Tempio veramente sacro è il mondo degli uomini uniti dall'amore. (p. 79)
La stima maggiore devesi non già a colui che accumula ricchezza per sé a scapito degli altri, ed ha maggior numero di servitori, ma a chi serve di più gli altri e agli altri dona di più. (p. 85)
La legge degli uomini è come la banderuola di un vecchio campanile che varia e si muove secondo come spirano i venti. (p. 135)
I pretesi grandi uomini non sono che le «etichette» della storia; essi dànno il loro nome agli avvenimenti, senza neppure avere, come le etichette, il minimo legame col fatto stesso. (p. 140)
Ogni essere vivente, avendo la propria costituzione particolare, porta in sé la propria malattia, nuova e sconosciuta alla medicina e spesso molto complessa.
Essa non deriva esclusivamente né dai polmoni, né dal fegato, né dal cuore: non è menzionata in alcun libro di scienza; è semplicemente il risultato di combinazioni che provoca l'alterazione di uno di questi organi.
I medici, che passan la vita a curare gl'infermi, vi consacrano gli anni migliori e son pagati per questo, non possono ammettere questa opinione. (pp. 163-164)
Le passioni non si sradicano: bisogna che ciascuno possa soddisfarle nei limiti della virtù. (p. 176)
Ogni tentativo di dare un significato qualunque alla vita, se la vita non è basata sulla rinuncia dell'egoismo, se non ha per iscopo il servir gli uomini, diventa una chimera che vola a brandelli al primo contatto con la ragione. (p. 182)
Un uomo può ignorare d'avere una religione, come può ignorare d'avere un cuore, ma senza religione, come senza cuore, l'uomo non può esistere. (p. 185)
Frasi da «Che cosa è l'arte?»
Come i teologi di varie sètte, così anche gli artisti di vari gruppi si escludono e si distruggono a vicenda. (p. 9)
La gente può non amare il formaggio putrido o gli starnottini marci o altri cibi apprezzati dai gastronomi di gusto pervertito, ma il pane e la frutta sono buoni solo quando piacciono alla gente. La stessa cosa vale per l'arte: l'arte pervertita può essere incomprensibile alla gente, ma l'arte buona è sempre comprensibile a tutti. (p. 66)
Per il mio lavoro sull'arte ho letto questo inverno assiduamente e con grande fatica romanzi e racconti, celebri in tutta l'Europa, di Zola, di Bourget, di Huysman, di Kipling. Durante lo stesso periodo mi è capitato di leggere in una rivista infantile il racconto di uno scrittore assolutamente sconosciuto, che parla dei preparativi per la Pasqua nella famiglia di una povera vedova. [...] Ebbene, la lettura dei romanzi e dei racconti di Zola, di Bourget, di Huysman, di Kipling e di altri, nonostante i soggetti più eccitanti, non mi hanno commosso per un attimo, al contrario, quegli autori mi hanno infastidito tutto il tempo, come ci infastidisce un uomo che ci prende per gente così ingenua da non darsi nemmeno la pena di nascondere il piano dell'inganno con il quale vuole conquistarci. Già dalle prime pagine si vede l'intenzione con la quale egli scrive, tutti i particolari diventano inutili, e ci annoia. Soprattutto il lettore sa che l'autore non ha altro sentimento oltre quello di scrivere un racconto o un romanzo. E per questo non ricava alcuna impressione artistica. D'altra parte invece non posso liberarmi dal racconto dello scrittore sconosciuto sui bambini e sui pulcini, perché sono stato immediatamente contagiato dal sentimento che evidentemente l'autore aveva vissuto e trasmesso. (pp. 113-114)
La caratteristica che distingue la vera arte da quella contraffatta è una sola e indubitabile: il contagio dell'arte. [...] non sarà un'opera d'arte se non suscita nell'uomo quel sentimento, completamente differente dagli altri, di gioia nell'unione spirituale con un altro (l'autore) e con altri ancora (gli ascoltatori o spettatori) che contemplano la stessa opera d'arte. (p. 117)
Se mi venisse chiesto di indicare nell'arte moderna dei [...] modelli dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo, indicherei nella sfera della letteratura I masnadieri di Schiller, fra i più recenti Les pauvres gens di V.Hugo e i suoi Misérables, le novelle, i racconti, i romanzi di Dickens: Tale of two cities, Chimes e altri, La capanna dello zio Tom. Dostoevskij, soprattutto la sua Casa dei morti, e Adam Bede di Eliot. (p. 132)
Il compito dell'arte è immenso: l'arte, la vera arte, con l'aiuto della scienza e sotto la guida della religione, deve fare in modo che quella convivenza pacifica degli uomini che ora viene mantenuta con mezzi esterni – tribunali, polizia, istituzioni benefiche, ispezioni del lavoro, eccetera – sia ottenuta mediante la libera e gioiosa attività della gente. L'arte deve sopprimere la violenza. (pp. 173-174)
L'arte deve fare in modo che i sentimenti di fraternità e amore per il prossimo, oggi accessibili solamente agli uomini migliori della società, diventino sentimenti abituali, istintivi in tutti. (pp. 175-176)
Dicono di «Che cosa è l'arte?»
, dopo aver iniziato il lavoro fisico, l'opera letteraria si fece più massiccia. Fu durante il tempo libero, in questo periodo di yajna, che scrisse quello che descriveva come il suo lavoro più importante, Cos'è l'Arte? (Mahatma Gandhi)
Non può stupirci il fatto che il suo famoso saggio Che cos'è l'arte? (1897) sia una critica radicale di tutta l'arte passata, e soprattutto della sua. La nuova arte preconizzata da Tolstoj nel suo trattato è in realtà «non-arte», ossia essenzialmente riflessione e giudizio sulla vita, sforzo di scoprire e insegnare il suo significato e le leggi secondo cui l'uomo deve vivere. Non è quindi arte, bensì morale, almeno nella misura in cui è possibile operare una netta distinzione tra queste due categorie dello spirito. (Gianlorenzo Pacini)
Oggi ho trascritto l'articolo di Lev Nicolaevič sull'arte. Dappertutto si parla con indignazione della presenza eccessiva e morbosa dell'amore (la mania erotica) in tutte le opere d'arte. E Saša stamattina mi ha detto: «Papà stamattina è allegro e tutti sono allegri, perché lo è lui!» Ma se sapesse che papà è sempre allegro a causa di quell'amore che lui nega! (Sof'ja Tolstaja)
Frasi da «Che fare?»
Trent'anni fa ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l'assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato. (pp. 18-19)
Compresi, in realtà, solo ciò che sapevo da moltissimo tempo, quella verità che è stata trasmessa agli uomini sin dai tempi più antichi, da Buddha, da Isaia, da Lao-Tse, da Socrate e, in modo particolarmente chiaro e inequivocabile, da Gesù Cristo e dal suo predecessore Giovanni Battista. Giovanni Battista, alla domanda degli uomini: «Che dobbiamo fare?», ha risposto in modo semplice, breve e chiaro: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto.» [...] Capii che un uomo, oltre a vivere per il proprio bene personale, deve inevitabilmente contribuire al bene degli altri: se dobbiamo prendere un paragone dal mondo degli animali [...] allora occorre prenderlo dal mondo degli animali sociali, come le api; ed è per questo che l'uomo, senza parlare dell'amore per il prossimo che è innato in lui, è chiamato sia dalla ragione sia dalla sua stessa natura a servire gli altri uomini e l'umanità in generale. Capii che questa legge naturale dell'uomo è la sola che gli permette di compiere quanto gli è stato assegnato e di essere quindi felice. (pp. 155-156)
[...] per quanto ci si sia inoltrati per la via della menzogna, è sempre meglio fermarsi che continuare a percorrerla. La menzogna davanti agli altri è solo svantaggiosa: ogni questione viene sempre risolta in modo più diretto e più rapido con la verità che non con la menzogna. La menzogna davanti agli altri non fa che confondere le cose e allontanarne la soluzione, ma la menzogna davanti a se stessi, data per verità, rovina tutta la vita di un uomo. (p. 266)
Se solo le donne comprendessero il proprio valore, la propria forza e la usassero per salvare i mariti, i fratelli e i figli. Per la salvezza di tutti gli uomini! (p. 305)
Dicono di «Che fare?»
Opera colma di appassionata rivolta contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte della classe privilegiata, che dimostra l'ingiustizia della cosiddetta «divisione del lavoro». (Tat'jana Tolstaja)
Frasi da «La confessione»
Dalla vita di un uomo, dalle sue azioni, oggi come anche allora, non si può in alcun modo venire a sapere se egli è credente o no. Seppure vi è una differenza tra coloro che manifestamente professano l'ortodossia e coloro che la negano, essa non è certo a favore dei primi. Come oggi anche allora la dichiarata accettazione e professione dell'ortodossia per lo più si riscontrava in persone ottuse, crudeli e immorali, e che si ritenevano molto importanti. Mentre l'intelligenza, l'onestà, la rettitudine, la coscienza morale per lo più si incontravano in persone che si riconoscevano non credenti. (cap. I)
Penso che molti, moltissimi abbiano passato le stesse prove. Io con tutta l'anima desideravo essere buono; ma ero giovane, preda delle passioni, ed ero solo, completamente solo quando cercavo il bene. Ogni volta, quando tentavo di manifestare quello che formava il mio più intimo desiderio, cioè che volevo essere moralmente buono, io incontravo disprezzo e canzonature; ma non appena mi abbandonavo a ripugnanti passioni, mi lodavano e mi incoraggiavano. (cap. II)
La mia vita si arrestò. Io potevo respirare, mangiare, bere, dormire, non bere, non dormire; ma la vita non c'era perché non c'erano desideri la cui soddisfazione mi sembrasse razionale. Se desideravo qualcosa, sapevo in anticipo che, soddisfacessi o no il mio desiderio, non ne sarebbe risultato niente. Se fosse venuta una fata e mi avesse proposto di esaudire i miei desideri io non avrei saputo cosa dire. Se nei momenti di ubriachezza avevo, non dico desideri, ma abitudini di antichi desideri, nei momenti di lucidità sapevo che era un inganno, che non c'era nulla da desiderare. La verità io non potevo neppure desiderare di conoscerla, giacché intuivo in che cosa consistesse. La verità era questa: che la vita è non-senso. (cap. IV)
Contro la caccia e il mangiar carne – Contro la caccia (1895)
Sono stato cacciatore appassionato per molti anni, anzi la caccia era per me una occupazione molto seria [...]. Il rimorso, dapprima appena percettibile nella mia coscienza, si ingrandì a poco a poco, se ne impadronì interamente, la scosse, e finì coll'inquietarmi seriamente. Dovetti guardare la verità in faccia, ed allora compresi la crudeltà della caccia. Ora in essa non vedo che un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e di uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e col grado di sviluppo a cui noi ci crediamo arrivati.
Oggi uccidere gli animali, anche per l'alimentazione dell'uomo, è divenuto assolutamente superfluo, come è provato dal numero sempre crescente delle persone che si nutrono di proposito con alimenti vegetali o latticini.
La caccia non è una forma naturale della lotta per l'esistenza, ma un ritorno volontario allo stato selvaggio, con questa differenza: che la caccia era una occupazione naturale per l'uomo primitivo, mentre questa occupazione nell'uomo moderno civilizzato non fa che esercitare e sviluppare in lui istinti bestiali, che la coscienza riprova, e che teoricamente la nostra civiltà vorrebbe aboliti.
Noi siamo fieri del progredire della nostra civiltà, esaminiamo con soddisfazione ciò che consideriamo come suoi successi in tutte le branche della vita sociale, ma osserviamo pure che la nostra esistenza è spesso fondata sui principi più ingiusti e crudeli, e che l'umanità dell'avvenire ne parlerà con la stessa ripugnanza che noi proviamo oggi per la schiavitù e la tortura, come errori di altri tempi, che la civiltà ha abolito.
La pietà è una delle più preziose facoltà dell'anima umana. L'uomo, impietosendosi delle sofferenze di un essere vivente, dimentica se stesso e si immedesima nella situazione degli sventurati. Con questo sentimento si sottrae al suo isolamento ed acquista la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri.
L'uomo, esercitando e sviluppando questa qualità che lo unisce agli altri, s'incammina verso una vita superpersonale, che eleva ad un livello più alto la sua coscienza e gli offre la maggiore felicità possibile. Così, la pietà, mentre addolcisce le sofferenze degli altri, è giovevole ancor più a colui il quale la prova.
L'uomo che comprende tutta l'importanza morale della pietà, non indietreggerà davanti al timore che le sue manifestazioni possano renderlo ridicolo agli occhi degli altri. Che cosa deve importargli, se mettendo in libertà un topo colto in trappola, invece di ammazzarlo, provoca i motteggi e le disapprovazioni, quando sa che, non solamente ha salvato dalla morte un animale, che teneva quanto lui alla vita, ma ha anche lasciato manifestarsi liberamente il sentimento della compassione, ed ha fatto un passo verso quell'era superiore dell'amore universale, che non conosce limite, che lo affrancherà dalla morte e lo identificherà con le sorgenti della vita.
Il cacciatore opera in un senso diametralmente opposto; e non una volta, per caso, ma sempre egli soffoca in sé il prezioso sentimento della pietà. È poco probabile che fra i cacciatori se ne trovi uno che non provi, almeno per una volta, un principio di pietà per una delle sue vittime, ma che pure ogni volta non cerchi di respingere un tal sentimento considerandolo come una debolezza. Ed è così che è schiacciato il bocciolo appena schiuso della pietà, da cui potrebbe germogliare e fiorire quel sentimento più elevato e più perfetto, che è l'amore. In questo costante suicidio morale è il male supremo della caccia.
Contro la caccia e il mangiar carne – Lettera a Elena Andreevna Telešova (1899)
Elena Andreevna!
La vostra indignazione all'idea degli animali torturati e uccisi per soddisfare l'avidità umana non è sentimentalismo bensì un sentimento fra i più leciti e naturali. Ma non bisogna indignarsi al punto di odiare gli uomini per pietà verso gli animali, come dite voi; bisogna invece agire in conformità di ciò a cui vi spinge questo sentimento, e cioè non mangiare carne di qualsiasi essere a cui sia stata tolta la vita. Sono convinto che nei prossimi secoli la gente racconterà con orrore e ascolterà con dubbio come i loro antenati ammazzavano gli animali per mangiarli. Il vegetarismo si diffonde molto rapidamente [...]. Vi avverto, tuttavia, che se smetterete di mangiare carne, incontrerete una fortissima resistenza, anzi un'irritazione, da parte dei vostri familiari [...]. Tutti noi abbiamo subìto ciò, ma se non si agisce con convinzione, tutte le dimostrazioni rimarranno senza effetto [...]. La compassione per gli animali è la più preziosa qualità dell'uomo e io (come uomo) sono tanto più felice quanto più la sviluppo in me. [...] I vegetariani dimostrano la superiorità del cibo senza carne per la salute [...] ma l'argomento principale e inoppugnabile è quello addotto da voi, il sentimento morale.
Contro la caccia e il mangiar carne – Dal Diario del 1904
Il mondo degli esseri viventi è un solo organismo. La stessa vita generale di questo organismo non è Dio, ma è solo una delle Sue manifestazioni, come il nostro pianeta è una parte del sistema solare che a sua volta fa parte di un altro sistema più grande e così via. (31 marzo)
Dio respira per mezzo delle nostre vite. [...] L'uomo-spirito, figlio di Dio, fratello di tutti gli esseri, è chiamato a servire tutti gli esseri, il Tutto, Dio. Come è bene! In modo particolarmente chiaro, da questa comprensione della vita, si rivela l'obbligo morale non solo di non distruggere la vita degli esseri, ma di servire ad essa. Ogni vita è una manifestazione di Dio. (11 maggio)
Non solo gli uomini, ma anche gli animali nella vecchiaia diventano più buoni. (1° settembre)
Frasi da «I cosacchi»
L'uomo non è mai tanto egoista come nei momenti di entusiasmo.
Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l'immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d'un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell'avvenire.
La felicità, ecco quel ch'è – disse a sé medesimo – la felicità sta nel vivere per gli altri. E questo è chiaro. Nell'uomo è stato posto il bisogno della felicità; esso dunque è legittimo. Appagandolo egoisticamente, cioè cercando per sé la ricchezza, la gloria, i comodi della vita, l'amore, può accadere che le circostanze prendano una tal piega che sia impossibile soddisfare questi desideri. Per conseguenza, questi desideri sono illegittimi, ma non è illegittimo il bisogno di felicità. Quali desideri possono dunque sempre venir soddisfatti, nonostante le circostanze esteriori? Quali? L'amore, l'abnegazione!
Per essere felice, occorre una cosa sola: amare, e amare con sacrificio di sé, amare tutti e tutto, stendere in tutte le direzioni la tela di ragno dell'amore: chi ci capita dentro, quello va preso.
Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle.
Dicono di «I cosacchi»
Ho corretto I cosacchi: terribilmente debole. Probabilmente il pubblico sarà contento per questo. (Lev Tolstoj)
Nei Cosacchi lo scritto più notevole, l'autobiografia si confonde coll'invenzione. Il poeta non si scompagna dall'osservatore. Come poeta, l'autore al contatto di una natura intatta dalla civiltà, fra gente ignara delle complicazioni morbose dell'urbanesimo, esalta quella vita di libertà, di forza e di audacia. I ricordi recenti della frolla ed ipocrita vita cittadina fanno sì che la novità dell'esistenza risalti dinanzi al giovane con tutti i colori più belli e più attraenti. Riconosce l'aspetto buono dello stato naturale quasi biologico, da cui è bandita la nozione di peccato, perché l'anima ignora la colpa. In questo libro le inquietudini mistiche sono come travolte dall'impeto di un'esistenza piena, gagliarda e virilmente attiva. (Felice Momigliano)
Frasi da «Diari»
L'unilateralità è la causa principale dell'infelicità dell'uomo. (19 marzo 1847, p. 26)
Lo scopo della vita dell'uomo è l'impiego di tutte le possibili facoltà per lo sviluppo multilaterale di tutto l'essere. (17 aprile 1847, p. 27)
I sentimenti stessi si pongono il loro scopo. (1847, p. 31)
Ama ogni vicino come te stesso, ma ama due vicini più di te stesso. (1847, p. 33)
Tutti gli slanci dell'animo sono puri, elevati all'origine. La realtà distrugge la purezza e il piacere dello slancio. (8 giugno 1851, p. 46)
Io non amo le lagrime, ma penso che peggio di tutto è non poter piangere: meglio piangere, ancor meglio aver voglia di piangere e trattenersi. (18 aprile 1852, p. 61)
La coscienza è il migliore e il più fidato dei nostri indicatori; ma quali sono i segni che distinguono questa voce dalle altre voci? La voce della vanità parla con altrettanta forza. Esempio: l'offesa non vendicata. (29 giugno 1852, p. 65)
La semplicità è la principale condizione della bellezza morale. (19 ottobre 1852, p. 70)
Senza che lo voglia, appena resto solo e mi metto a pensare a me, torno al vecchio pensiero, il pensiero del perfezionamento: ma il mio difetto principale, e il motivo per il quale non posso tranquillamente seguire questa strada, è che confondo perfezionamento e perfezione. Bisogna prendersi come si è, cercare di correggere i difetti correggibili [...]. (3 luglio 1854, p. 92)
Gli inglesi sono gente moralmente nuda, e vanno in giro così, senza vergogna. (5 maggio 1857, p. 149)
Meravigliosa notte di luna; le urla degli ubriachi, la folla, la polvere non guastano la bellezza; una radura umida, chiara sotto la luna, dove cantano le rane e i grilli, e qualcosa ti attira là; ma arrivi là e qualcosa ti attirerà ancor più lontano. La bellezza della natura non suscita nella mia anima piacere, ma qualcosa come un dolce dolore. (4 luglio 1857, p. 150)
Come non credere nell'immortalità dell'anima, quando senti nell'animo una grandezza così smisurata! (7 luglio 1857, p. 151)
La povertà della gente e le sofferenze degli animali sono terribili. (9 agosto 1857, p. 154)
Importante è trovare la corda da toccare in un uomo, e dargli la propria corda. Ho letto la seconda parte delle Anime morte, goffa. (28 agosto 1857, p. 155)
La bellezza della natura suscita in me questo sentimento; un sentimento non so se di gioia, di tristezza, di speranza, di disperazione, di dolore o di piacere. E quando arrivo a questo sentimento, mi fermo. Già lo conosco, non cerco di sciogliere il nodo, ma mi accontento di questa oscillazione. (27 maggio 1857, p. 167)
Sono tutto preso dai Cosacchi. Il politico esclude l'artistico, perché il primo, per convincere, dev'essere unilaterale. (21 marzo 1958, p. 189)
Per attrarre, il lavoro dev'essere già fatto a metà e bene. (28 ottobre 1960, p. 198)
È difficile afferrare le leggi di sviluppo del bambino. [...] E non è possibile abituarli alla consequenzialità quando tutto è nuovo. La consequenzialità è la forza della negazione di tutto quel che non t'interessa. (17 aprile 1861, p. 200)
Di nuovo una notte insonne e tormentosa: io provo questo sentimento, io, che ridevo delle sofferenze degl'innamorati. Quello di cui ti ridi è poi quello che servi. (10 settembre 1862, p. 208)
L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro, e essa dice: Lëvočka, e si ferma: perché i tubi del camino sono dritti? oppure perché i cavalli vivono a lungo? o cose simili. L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo, Sonja? che possiamo fare? Lei ride. L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri: smettiamo, mi dai fastidio; dopo un minuto già mi sorride timidamente. L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio. L'amo quando è una bambina col vestito giallo e sporge la mascella inferiore e tira fuori la lingua, l'amo quando vedo la sua testa rovesciata all'indietro, e ha il viso serio e spaventato, infantile e appassionato, l'amo quando... (5 gennaio 1863, pp. 213-214)
In serata per due volte per poco non abbiamo litigato. Ma poi no. Oggi è annoiata, tesa. Il pazzo va in cerca della tempesta: così il giovane, non solo il pazzo. Più di tutto al mondo temo questo stato d'animo. (3 marzo 1863, p. 217)
Il sistema filosofico contiene, oltre agli errori del pensiero, gli errori del sistema.
In qualunque forma tu metta i tuoi pensieri, tali pensieri, per chi veramente li capisce, esprimeranno una nuova concezione filosofica del mondo. Per dire in modo comprensibile quel che hai da dire, parla sinceramente, e per parlare sinceramente parla come i pensieri ti vengono.
Anche dai grandi pensatori che hanno lasciato un sistema, il lettore, per assimilare la sostanza dello scrittore, disfà con sforzo il sistema e prende i singoli pezzi, applicandoli all'uomo.
Così con Platone, Descartes, Spinoza, Kant. Schopenhauer dice che il suo sistema è un circolo (lui dice arco) che per esser compreso dev'essere percorso più d'una volta.
Nei pensatori deboli, come Hegel, Cousin, se disfai il sistema, ti trovi a contatto immediato con l'uomo vuoto, dal quale non c'è niente da prendere.
Ma la folla ama il sistema. La folla vuole afferrare tutta la verità, e siccome non può comprenderla, crede volentieri. (3 febbraio 1870, pp. 233-234)
Il bene di cui parlo io è quello che può essere considerato bene per se stessi e per tutti. (22 maggio 1881, p. 244)
Il povero Solovëv, che non capisce niente del cristianesimo, lo giudica e vorrebbe inventare qualcosa di meglio. Chiacchiere, chiacchiere senza fine. (5 ottobre 1881, p. 250)
E perché noi, nella nostra situazione, si possa servire il prossimo, occorre innanzi tutto smettere di esigere i servizi del prossimo. Sembra strano, ma la prima cosa da fare è servire se stessi: accendere la stufa, portare l'acqua, preparare il mangiare, lavare i piatti eccetera. Con questo cominciamo a servire gli altri. (4 aprile 1884, p. 277)
Colloquio con Serëža. Egli, senza ragione, si è comportato in modo rozzo. Mi sono addolorato e gli ho detto tutto in faccia: il suo borghesismo, la sua ottusità, malvagità, presunzione. E lui si è messo all'improvviso a dire che nessuno lo ama e ha cominciato a piangere. Dio, come mi ha fatto male. Ho camminato tutto il giorno. Dopo pranzo ho preso Serëža e gli ho detto: «Mi vergogno...» Lui si è messo a singhiozzare, a baciarmi e a dire: «Perdonami, perdonami». Da tempo non avevo provato niente di simile. Ecco la felicità. (15 luglio 1884, pp. 290-291)
[...] ho letto Maupassant. Ti prende con la maestria dei colori, ma non ha nulla da dire, poveretto. (28 agosto 1884, p. 291)
Ho letto sul buddismo, il suo insegnamento. Straordinario. L'insegnamento che è inutile far domande sull'eternità è bellissimo. (12 settembre 1884, p. 291)
Tutto, la vita povera, la continenza, il lavoro, perfino l'umiltà, tutto questo serve solo se insegna a saper vivere con la gente, vivere, cioè amarla. (7 dicembre 1888, p. 299)
Vivo giornate incolori ma trasparenti, amo tutti naturalmente, senza sforzo. L'atmosfera di casa è cattiva, penosa. Tanja, poveretta, vuole maritarsi a ogni costo; la scelta è per fortuna migliore di quella che poteva essere. E io sono così cattivo, che nel profondo dell'animo non sono d'accordo. (12 dicembre 1888, p. 299)
Gli anarchici hanno ragione in tutto, solo non nella violenza. (12 gennaio 1889, p. 301)
Ho pensato: isolarsi in una comunità, creare una comunità e mantenerla pura: tutto questo è peccato, errore. Non è possibile purificarsi da solo o da soli; purificarsi, sì, ma tutti insieme; separarsi per non sporcarsi è la sporcizia più grande, come la pulizia delle signore, pagata dal lavoro degli altri. (22 aprile 1889, p. 307)
Ilija [...] è tutto preso da piccolezze, e poi lusso e mancanza di vita spirituale. È un uomo buono, ma molto debole. (13 maggio 1889, p. 309)
Maša vale molto, è seria, intelligente, buona. Le rimproverano di non avere affetti esclusivi. Ma proprio questo dimostra il suo vero amore. Lei ama tutti e costringe tutti a amarla; non nella stessa misura, ma anche più di quelli che amano esclusivamente i loro. (14 maggio 1889, p. 309)
Non esiste un uomo migliore dell'altro, come non esiste un posto di un fiume più profondo e più pulito di un altro posto in un altro fiume. L'uomo scorre come un fiume. (6 giugno 1889)
Puttaniere non è una parola offensiva, è uno stato (lo stesso si può dire per la donna), uno stato d'inquietudine, di curiosità e di bisogno di novità, soddisfatto dall'unione per il piacere non con una ma con molte. Come l'alcoolismo. Si può astenersi, ma l'alcoolizzato resta alcoolizzato, il puttaniere puttaniere: al primo venir meno del controllo, ricade. Io sono un puttaniere. (19 agosto 1889, p. 313)
Lo scopo della vita, la sua vocazione è la gioia. [...] Più spesso di tutto, questa gioia è guastata dall'avidità, dall'ambizione, e l'una e l'altra sono soddisfatte dal lavoro. Sfuggi il lavoro per te, lavoro tormentoso, pesante. L'attività per gli altri non è lavoro. Siate come bambini, gioite sempre. Che terribile errore del nostro mondo, pensare che la fatica, il lavoro sia una virtù. Né l'uno né l'altra, ma piuttosto un vizio. Cristo non lavorava. (15 settembre 1889, p. 315)
A unire gli uomini serve, oltre all'amore, anche la verità. Raggiungendo una verità unica per tutti, gli uomini si uniscono fra di loro. (È per questo che le superstizioni sono nocive: dividono gli uomini.) Per questo la vera scienza porta all'unione; ma perché sia tale, essa deve veramente portare tutti alla verità. L'espressione della verità dev'essere chiara, comprensibile e vera, indubbia. (9 novembre 1889, p. 319)
Lëva è arrivato ieri l'altro, e mi ha urtato vedere come, dopo la caccia, ha ordinato che gli togliessero gli stivali e si è perfino arrabbiato che non glieli levavano come lui voleva. (17 dicembre 1889, p. 322)
[...] la vita monastica è una sorta di sibaritismo spirituale. (27 febbraio 1890, p. 327)
È qui Ilija, e io seguito a non poter parlare con lui. Vorrei tanto, ma non so comportarmi, anche perché lui si allontana sempre più. Tutto di lui, i suoi discorsi, le sue spiritosaggini, sono come la salsa di una pietanza che non c'è. (19 marzo 1890, p. 328)
Oggi ho pensato: molti dei pensieri che ho espresso negli ultimi tempi appartengono non a me, ma agli uomini che sentono affinità con me e si rivolgono a me con le loro questioni, i loro dubbi, i loro pensieri, i loro piani. Così il pensiero di fondo o, per dir meglio, il sentimento della Sonata a Kreutzer, appartiene a una donna, una slava, che mi ha scritto una lettera, comica per il linguaggio ma notevole per il suo contenuto, sulla soggezione delle donne alle esigenze sessuali. In seguito essa venne da me e mi fece una forte impressione. La riflessione che il versetto di Matteo «se guardi una donna con desiderio eccetera» vale non solo per le altre donne, ma anche per la propria, mi è stata offerta da un inglese che mi ha scritto di questo. E così in molti altri casi. (9 maggio 1890, p. 330)
Terribilmente triste è stato oggi quel che ha detto Andrjuša. Gli ho detto che è male bere caffè forte. Egli allora mi si è rivoltato con quel tono di disprezzo dei figli che ben conosco. Ge ha cominciato a dirgli che questo era per il suo bene. E lui ha risposto: non si tratta solo del caffè, ma di tutto: forse che si può fare tutto quel che dice papà? Egli ha espresso appunto quel che pensano tutti i figli. Ho terribilmente pena per loro. Io indebolisco in loro quel che dice la loro madre. La loro madre indebolisce quel che dico io. Di chi è la colpa? Mia. (9-12 giugno 1890, pp. 331-332)
Io decado. Non in senso mentale, non è niente, non c'è decadimento; ma nei sentimenti, nell'amore. Mi vien meno lo spirito e incattivisco. Siedo e m'incattivisco coi presenti e con gli assenti. Ogni parola, pensiero, suscitano non comprensione e simpatia per chi li ha espressi, ma desiderio di opporgli la mia verità. Disgustoso, assolutamente disgustoso. (18 giugno 1890, pp. 332-333)
Un uomo che si appropria, come ladro o bandito, il lavoro di un altro, sa di far male; mentre quello che si appropria il lavoro altrui con mezzi ritenuti legittimi dalla società non riconosce il male della propria vita; invece questo onorevole cittadino è senza paragone moralmente peggiore del più vile bandito. (5 luglio 1890, p. 334)
Più gli uomini sono immorali, più aumentano le loro esigenze. (6 agosto 1890, p. 335)
Maša raccontava di una conversazione [...] sul fatto che non bisogna confondere la beneficenza con l'amministrazione: «nell'amministrare bisogna essere giusti; la beneficenza è un'altra faccenda». Parlano così, sicuri che questo sia ragionevole e buono; mentre in sostanza non è altro che un modo per fissarsi arbitrariamente una sfera in cui sei in anticipo esentato da ogni sentimento umano, in cui ti assegni di essere crudele. Lo stesso dicono per il servizio militare, la disciplina, lo Stato. (28 agosto 1891, p. 336)
Ho letto Coleridge. Molte cose bellissime. Ma ha la malattia inglese. È evidente che egli è capace di pensare in modo chiaro, libero e forte; ma non appena tocca i valori correnti in Inghilterra, subito si trasforma senz'accorgersene in un sofista. (14 settembre 1891, p. 337)
Qui c'è Ilija. Mi dà tristezza la freddezza che provo per lui. (2 maggio 1891, p. 348)
Ho pensato:
Un giovane confuso [...] si taglia le vene col rasoio. Arrivano, ormai è fuori di sensi. Gli fasciano le ferite, comincia a riaversi. Resta vivo, ma cieco e privo di movimento alle braccia e alle gambe. Ora trepida per la sua vita, e tutte le sue forze sono dedicate alla conservazione della salute. Se un uomo si uccidesse non di colpo ma per gradi, dieci gradi, in modo che fosse cosciente di ogni grado, cioè si togliesse la vita a poco a poco sapendo quanta parte di essa se ne va, e potesse chiedersi: seguiti a voler morire? allora, penso, quanto più uno si toglierebbe di vita, tanto più si attaccherebbe a ciò che gliene resta, e in così alto grado che nessun uomo più si ucciderebbe. (22 maggio 1891, p. 349)
Ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile e è invece necessario agli altri. (14 luglio 1891, p. 352)
Che condimento necessario per tutto è la bontà! Le migliori virtù senza la bontà non valgono nulla; i peggiori vizi con essa si riscattano. (24 ottobre 1891, p. 354)
[...] ti capita di vedere gente nuova, come non ne hai mai vista, diciamo in qualche angolo dell'Africa o del Giappone: un uomo, un altro, un terzo, e ancora e ancora, e non c'è fine, sempre nuovi e nuovi, come non ne ho mai potuti vedere e non ne vedrò, e tutti vivono nello stesso modo egoistico la loro vita singola, proprio come me; e ti viene il terrore e il dubbio: che significa questo, perché tanti così? Qual è il mio rapporto con loro? È possibile che non ci si veda che come estranei, loro me e io loro? Non può essere. E c'è un'unica risposta: loro e io siamo una sola cosa, come fanno una sola cosa tutti quelli che vivono e sono vissuti e vivranno, una sola cosa con me, e io vivo di loro e loro vivono di me. (3 febbraio 1892)
Tanja e Lëva cercano di convincere Maša che essa si comporta vilmente rifiutando la proprietà. Il suo comportamento li costringe a sentire la falsità del loro, e loro invece hanno bisogno di essere nel vero, e così cercano d'inventare che il suo comportamento è non buono e vile. (5 luglio 1892, p. 359)
Quando vivi a lungo, come me per quarantacinque anni di vita cosciente, capisci com'è menzognero, impossibile darsi qualunque modello per la vita. Nella vita non c'è niente di stable. È come cercare di imprimere una forma sull'acqua corrente. Tutto: la personalità, la famiglia, la società, tutto cambia, scompare e si riforma come una nuvola. E non fai a tempo a abituarti a uno stato della società, che quello non c'è già più e è passato in un altro. (5 luglio 1892, pp. 359-360)
La bellezza, la gioia solo per la gioia, indipendente dal bene, è ripugnante. Io l'ho conosciuta e l'ho gettata via. Il bene senza bellezza dà tormento. Solo l'unione dei due o, piuttosto non l'unione, bensì la bellezza come aureola del bene. Mi sembra che questo sia vicino alla verità. (1 ottobre 1892, p. 362)
Se mi facessero scegliere tra il popolare la terra di santi tali, quali posso solo immaginarli, ma solo perché non ci siano più figli, oppure di uomini come sono ora, ma che aggiungano di continuo nuovi, freschi figli mandati da Dio, io sceglierei quest'ultima cosa. (7 ottobre 1892, p. 362)
Vi sono due mezzi di conoscenza del mondo esterno: uno è il mezzo più rozzo e «naturale», quello dei cinque sensi. Attraverso questo mezzo di conoscenza non si formerebbe in noi il mondo che conosciamo, ma sarebbe il caos fornitoci dalle varie sensazioni. L'altro mezzo consiste nel conoscere se stessi con l'amore per sé, e poi conoscere gli altri esseri con l'amore per questi esseri: trasferirci col pensiero nell'altro uomo, nell'animale, nella pianta, persino nella pietra. Con questo mezzo conosci dall'interno e formi tutto il mondo che conosciamo. Questo mezzo, che chiamano anche dono poetico, è nient'altro che amore. È, per così dire, il ristabilimento fra tutti gli esseri dell'unità andata distrutta. Esci da te e entri in un altro. E puoi entrare in tutto. Sempre: fondersi con Dio, col Tutto. (5 ottobre 1893)
Era un affascinante, geniale vecchio bambino. (2 giugno 1894, p. 383)
Guardavo [...] il bellissimo tramonto. Dai densi cumuli di nubi irrompevano raggi di luce e al centro, come un rosso tizzone ardente, il sole. Sotto, i campi di segale e il bosco. Gioia. E pensavo: no, questo mondo non è una finzione, non è solo la valle di prova e di passaggio a un mondo migliore e eterno, ma è uno dei mondi eterni, bellissimo e gioiso, e che noi non solo possiamo, ma dobbiamo fare più bello e più gioioso per chi ci vive con noi e per chi ci vivrà dopo di noi. (14 giugno 1894, pp. 383-384)
Lëva è andato a Mosca con Tanja. Ho molta pena per lui, pena per la sua precarietà spirituale. (9 agosto 1894, p. 386)
I romanzi finiscono col matrimonio dell'eroe con l'eroina. Bisognerebbe invece cominciare da questo, e finire che si sono separati, cioè liberati l'uno dell'altro. Descrivere la vita come si fa, per interrompere la descrizione al momento del matrimonio, è come descrivere il viaggio di un uomo e interrompere la descrizione nel punto in cui il viaggiatore è assalito dai briganti. (30 agosto 1894, p. 388)
La bellezza attira, la bruttezza respinge. Che significa questo? Significa che dobbiamo cercare la bellezza e sfuggire la bruttezza? No, significa che dobbiamo cercare quello che dà come conseguenza la bellezza, e fuggire quello che dà come conseguenza la bruttezza: cercare di essere buoni, aiutare, servire le creature e gli uomini, e fuggire quello che fa male alle creature e agli uomini. La conseguenza di questo sarà la bellezza. Quando tutti saranno buoni, tutto sarà bello. (24 settembre 1894, p. 389)
Sta per finire l'autunno, la stagione più bella dell'anno. (2 novembre 1894, p. 391)
Mi è bastato cominciare a amarla di nuovo per capire i suoi motivi, e dopo aver compreso i motivi non è che l'abbia perdonata, ma non c'è stato più niente da perdonare. (15 febbraio 1895, p. 396)
Prego ancora tutti i miei amici, vicini e lontani, di non elogiarmi [...], e se vogliono occuparsi dei miei scritti, prestino attenzione a quelle parti della mia opera in cui, lo so, parlava attraverso me la forza di Dio, e le utilizzino per la loro vita. [...] Spesso sono stato così impuro, così pieno di passioni personali che la luce di questa verità veniva oscurata dalla mia oscurità, ma nonostante questo mi sentivo a volte pervaso da questa verità, e questi sono stati i momenti più felici della mia vita. Spero che Dio abbia impedito che la Sua verità si contaminasse passando attraverso me, e che gli uomini, nonostante il contagio meschino e impuro che ho potuto trasmettere a questa verità, possano nutrirsi di essa.
Solo in questo consiste il significato dei miei scritti. E per questo si può solo biasimarmi, non elogiarmi. (27 marzo 1895, pp. 401-402)
Vero amore è solo quello che ha un oggetto non attraente. (28 giugno 1895, p. 408)
[...] quando sappiamo che un uomo si prepara a morire siamo buoni con lui, lo amiamo. E allora come possiamo non amare tutti, dato che sappiamo che ognuno si prepara? (12 luglio 1895, p. 408)
Il conservatorismo è una tendenza della ragione che deve indirizzare il movimento in modo che si fermi. (25 ottobre 1895, p. 413)
Non è possibile costringere la mente a analizzare e a capire ciò che il cuore non vuole. (23 gennaio 1896, p. 415)
Non è possibile vivere senza un ideale: anche il più basso, la vanità, persino la cupidigia, ma che sia posto come ideale. (5 maggio 1896, p. 419)
La cosa più importante di questi giorni è che c'è stato Dušan, a cui voglio sempre più bene.
Si parlava con Dušan. Diceva che in Ungheria era considerato come una specie di mio rappresentante e non sapeva come comportarsi. Io sono stato contento dell'occasione per dire a lui e spiegare a me stesso che parlare di tolstoismo, cercare una mia guida, chiedere che decida questioni, è un errore grossolano. Non c'è e non ci sarà nessun tolstoismo, nessuna mia dottrina, c'è la sola, eterna, universale dottrina della verità, che per me, per noi è espressa in modo particolarmente chiaro nei Vangeli. (2 dicembre 1897, pp. 438-439)
Conoscono le donne solo i mariti. Solo il marito le vede dietro le quinte. Per questo Lessing affermava che tutti i mariti dicono: c'è solo una donna cattiva, e l'ho sposata io. Di fronte agli altri esse fingono così bene, che nessuno le vede come sono in realtà, in particolare finché sono giovani. (16 luglio 1901, p. 485)
Dicono di «Diari»
Come ogni roussoviano panteista, Tolstoj mirava [...] alla illimitata espansione dell'anima e alla sua identificazione con Dio. Ma, nei diari giovanili, sorprendiamo anche accenti diversi. Talvolta Dio lo assaliva con una durezza estrema, con dei colpi così violenti nel cuore, che aveva voglia di piangere; e gli sembrava che fosse l'Estraneo, il Remoto, l'Inconcepibile, colui che non appartiene al regno dei nomi. (Pietro Citati)
Sembra talvolta che ci siano due Tolstoj. [...]
I Diari di Tolstoj (che tiene, con qualche interruzione, per sessantatré anni) fanno giustizia di questa dicotomia. La forza vitale e il pensiero, la vita e la riflessione su di essa, che possono sembrare contrastanti, appaiono qui complementari e inscindibili, fusi, per tutto il corso dell'esistenza tolstoiana, in un unico modo di capire e sentire il mondo. Essi ci mostrano il filo ininterrotto che lega il primo e il secondo Tolstoj [...]. (Silvio Bernardini)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Citazioni
Come comportarsi davanti a una madre che batte a morte il suo bambino? [...] Che cosa mi ripugna, nel fatto che la madre batte il bambino? Che cosa vi trovo di iniquo? Forse che il bambino soffre o piuttosto il fatto che la madre prova le torture della malvagità, invece delle gioie dell'amore? Io penso entrambe le cose. Una persona da sola, non può far niente di male. Il male nasce dalla disunione fra le persone. Se voglio agire, devo cercare di eliminare la disunione e ristabilire la comunicazione fra madre e figlio. Usare la forza contro la madre non servirebbe a questo scopo. Che fare allora? [...] Prendere il posto del fanciullo non sarebbe irragionevole! Quello che scrive Dostoevskij e che ripetono i monaci metropoliti mi ripugna. Essi pretendono che fare la guerra [...] sia un dovere di legittima difesa. Ho sempre risposto: difendere gli altri con il proprio petto, sì; ma sparare col fucile sui nostri simili, non è difesa, ma assassinio. (pp. 12-13)
Per me amare Dio vuol dire amare la verità; amare il prossimo come se stessi è riconoscere l'unità della propria anima e della propria vita con ogni altra vita umana e con la Verità eterna – Dio. (p. 17)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Sul suicidio (1890)
Nella solitudine di Optynia durante più di trent'anni, giacque un monaco paralitico, che aveva conservato solo l'uso della mano sinistra. I medici dicevano che doveva soffrire terribilmente. Lui non solo non si lamentava mai del suo stato, ma gli occhi fissi sulle icone, con segni di croce ed un perpetuo sorriso non cessava di esprimere a Dio la sua riconoscenza e la sua gioia per quel barlume di vita che conservava in sé. Migliaia di pellegrini venivano a visitarlo ed è incredibile quale benefico irraggiamento proiettava sul mondo quest'uomo incapace di ogni attività fisica. Quel paralitico faceva sicuramente più del bene che migliaia e migliaia di persone in perfetta salute che credono di compiere in diversi campi un lavoro impegnativo ed utile all'umanità.
Finché l'essere umano conserva un soffio di vita, può perfezionarsi ed essere utile agli altri uomini. Ma egli può esser utile agli altri uomini, solo perfezionandosi e può perfezionarsi, solo rendendosi loro utile. (p. 32)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Il bastoncino verde (1905)
Dio si rivela sempre a tutti, a tutti coloro che lo cercano. Egli si rivela ad ogni uomo, nel suo proprio cuore. Ogni uomo sente in sé Dio, quel principio di vita che non è corpo, ma che vive nel corpo umano, che non ha né peso, né misura, né colore, né gusto, né odore, che mai ebbe inizio e mai avrà fine. (p. 41)
In che consiste la vera condizione dell'uomo sulla terra e in che consiste quell'inganno che rende l'uomo infelice?
L'inganno consiste nel fatto che gli uomini si dimenticano della morte, dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. (p. 45)
L'uomo che si ricorda della morte, non può più vivere per il bene del suo io separato.
L'unico senso che può attribuire alla sua vita, chi non dimentica la sua caducità, è quello che egli non è un essere a sé stante, ma solo uno strumento della volontà di Dio. (p. 46)
Tutta la legge di Dio che scaturisce dalla coscienza della propria condizione, consiste nella sottomissione alla volontà di Dio, nell'amore verso il prossimo e nel servizio del prossimo. In questo consiste il fondamento di ogni fede.
Ciò non significa che non ci possano essere molte altre utili regole religiose, le quali definiscono l'applicazione di questa legge nelle diverse circostanze della vita. Queste regole si trovano nei libri di Veda, nel Buddismo, negli antichi libri ebraici, nel Vangelo e nelle dottrine morali successive. Tali sono i comandamenti di Mosè – non tutti – quali: non uccidere, non fornicare; tali sono i comandamenti di Manu: non dire il falso, non lasciarti trascinare dall'ebbrezza; tali sono i comandamenti del Buddismo sulla compassione verso gli animali; tali sono i cinque grandi comandamenti di Cristo, che abbracciano tutta la vita delle persone: 1) non adirarti; 2) non farti trascinare dalla lascivia; 3) non giurare; 4) non commettere violenza; 5) ama i nemici. (pp. 47-48)
La morte è orribile solo per colui che non crede in Dio, oppure crede in un Dio malvagio, il che è la stessa cosa. Per colui che crede in Dio, nella sua bontà e vive in questa vita secondo la sua legge ed ha sperimentato questa sua bontà, per costui la morte è solo un passaggio. (p. 50)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Amatevi gli uni gli altri (1907-1909)
La vita è stata data agli uomini per la loro felicità, loro devono solo viverla al modo giusto.
Se la gente si amasse, invece di odiarsi a vicenda, la vita sarebbe una continua felicità per tutti. [...]
C'è un solo modo per far sì che la vita divenga più felice ed è che le singole persone divengano più buone. [...]
La vostra salvezza, la salvezza di tutti non risiede in una qualsiasi organizzazione malvagia e violenta della società, ma nel perfezionamento della propria anima. Solo attraverso questo perfezionamento ciascun uomo otterrà la massima felicità per sé e per chi lo circonda e il miglior regime sociale possibile. (pp. 53-55)
L'amore produce il bene, perché l'uomo, amando, si unisce a Dio e quindi non desidera più nulla per sé, ma desidera dare agli altri ciò che ha, persino la sua vita e in questo dono di se stesso trova la felicità. [...] Amare vuol dire offrire se stessi a Dio, fare la Sua volontà; ma Dio è amore, Egli vuole il bene di tutti [...]. (pp. 59-60)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Il non agire (1893)
Esiste l'opinione, generalmente accettata, che scienza e religione siano opposte l'una all'altra. Esse in effetti lo sono, ma solo nel tempo, vale a dire, quello che i contemporanei considerano scienza, diviene religione per i loro discendenti. Quello che di solito viene designato come religione non è in gran parte che la scienza del passato, mentre quello che generalmente è chiamato col nome di scienza non è che la religione del presente. (p. 67)
Tutte le grandi rivoluzioni della vita umana avvengono nel pensiero. Purché si produca un cambiamento nel modo di pensare e l'azione seguirà così immancabilmente la direzione del pensiero, come una barca segue la direzione impressagli dal timoniere. (p. 75)
Si dice comunemente che la vera realtà è ciò che esiste, oppure che solo ciò che esiste è reale. Ma è tutto il contrario: la vera realtà, ciò che noi conosciamo realmente, è ciò che non è mai esistito. L'ideale è la sola cosa che noi conosciamo con esattezza. È solo grazie all'ideale, che noi conosciamo qualsiasi cosa e pertanto solo l'ideale può guidarci come individui e come umanità, nella nostra esistenza. L'ideale cristiano è davanti a noi da diciotto secoli; ed ora brilla di una tale intensità che occorre fare un grande sforzo, per non accorgerci che tutti i nostri mali derivano dal fatto che noi non lo prendiamo come nostra guida. (p. 77)
Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo – Che cos'è la religione e quale ne è l'essenza? (1902)
Il bramino capiva il suo rapporto così: egli è un agente del Brahma infinito, è una sua manifestazione e, rinunciando alla vita, deve desiderare di fondersi con quell'ente superiore. (p. 90)
La vera religione è quel rapporto – conforme alla ragione e alle cognizioni – che l'uomo stabilisce con l'infinito che lo circonda, questo rapporto lega la sua vita a questo infinito e dirige le sue azioni. (p. 91)
La fede non è la speranza e non è la fiducia, ma è uno stato particolare dello spirito. La fede è la presa di coscienza dell'uomo della sua collocazione nel mondo, la quale lo obbliga a certe azioni. (p. 102)
La fede è la stessa cosa che la religione con una sola differenza: con la parola "religione" noi intendiamo il fenomeno osservato dal di fuori, con la parola "fede" noi indichiamo lo stesso fenomeno, avvertito dall'uomo all'interno di se stesso. La fede è il rapporto con il mondo infinito, di cui l'uomo è consapevole di essere una parte e da cui deriva una direzione per le sue azioni. (p. 104)
Ci sono tempi, come il nostro, in cui la gente religiosa non è visibile, essa passa la sua vita disprezzata ed umiliata da tutti e, come accade da noi, nell'esilio, nelle carceri, nei battaglioni disciplinari; ma questa gente esiste e in loro si fonda la vita ragionevole dell'umanità. Proprio questa gente religiosa, sebbene sia poca, può spezzare e spezzerà quel cerchio magico in cui sono chiuse e come stregate le persone. Questa gente lo può fare, perché tutte le tribolazioni ed i rischi che impediscono alle persone non religiose di andare contro l'organizzazione della società esistente, non solo non spaventano le persone religiose, ma rafforzano il loro zelo nella lotta contro l'errore e nel professare, con le parole e con i fatti, ciò che esse ritengono sia la verità divina. (pp. 141-142)
Ogni uomo religioso agisce così, perché la sua anima illuminata dalla religione, non vive solo la vita mondana, come fa la gente irreligiosa, ma vive una vita eterna, infinita, nella quale le sofferenze e la morte non sono nulla, come non sono nulla per un lavoratore che ara un campo, i calli alle mani e la stanchezza delle membra. (p. 142)
Frasi da «La morte di Ivan Il'ič»
A misura che la moglie diventava irritabile ed esigente, Ivan Il'ic andava spostando il centro di gravità della sua vita dalla famiglia all'ufficio. Cominciò ad amare di più il proprio lavoro e divenne più ambizioso di quanto non fosse prima. (cap. II, 1998, p. 38)
La rabbia lo soffocava. E sentì una pena straziante, intollerabile. Non è possibile che tutti siano per sempre condannati a quest'orrore. Si levò. (cap. V, 1998, p. 61)
Nella generale opinione io salivo, proprio mentre la vita mi mancava invece sotto ai piedi... ed ecco è finita; muori adesso!
Ma che è stato? Perché? Non può essere. Non può essere che la vita sia così assurda, così schifosa. E se anche è tanto assurda e schifosa, perché morire, e morire soffrendo? C'è qualcosa che non torna. (cap. IX, 1998, p. 81)
Non è come dovrebbe essere. Tutto quello di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte. (cap. XI, 1999, p. 71)
«Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere», si disse, «ma non importa. Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?» sì domandò, e improvvisamente tacque. (cap. XII, 1999, p. 73)
Dicono di «La morte di Ivan Il'ič»
Forse nessuno meglio di Tolstoj, ne La morte di Ivan Ilich, è capace di farci comprendere come pensare la morte sia essenziale per comprendere la vita. Il protagonista di questa famosa novella, una volta venuto a conoscenza della sua malattia mortale, rivede tutta la sua vita in una prospettiva mutata. E tutto ciò che prima gli appariva come decoro e dignità gli sembra ora squallido e banale. Anche i legami affettivi si sciolgono nell'ottica nuova riconquistata nel dolore. In questo orizzonte di disperazione, appare però una luce finale, con cui si chiude la storia di Tolstoj. Forse compare in questo modo la speranza, ancorché vaga se non addirittura ambigua, di una epifania conclusiva, rivelata al morente come esito di questo tragico percorso. (Sebastiano Maffettone)
Frasi da «Sonata a Kreutzer»
Se avesse cominciato subito a tenerla a freno, a farle intendere la ragione, ora sarebbe una donna saggia. Bisognava levarle i grilli dalla testa fin dalla prima volta. Non puoi fidarti del cavallo che corre in aperta campagna, come non puoi fidarti della donna che tieni in casa. (vecchio; cap. I, p. 27, 2008)
È straordinario come di solito ci illudiamo che la bellezza non possa essere disgiunta dalla bontà. Stai ad ascoltare volentieri una bella donna, anche se dice delle sciocchezze; per quanto faccia discorsi inutili, sembra intelligente. Se si comporta in maniera ineducata ti sembra ugualmente graziosa. Quando poi non dice nemmeno stupidaggini né frasi ineducate, ed è anche gentile, allora ti persuadi definitivamente di avere di fronte una donna di prodigiosa virtù e intelligenza. (Pozdnyšev; cap. V, p. 41, 2008)
Provate a domandare a un'esperta civetta, intenzionata a conquistare qualcuno, se preferisca rischiare di essere accusata, in presenza di quello che vuole sedurre, di falsità, crudeltà o anche dissolutezza, o di mostrarsi in un brutto abito mal cucito: tutte preferiranno la prima evenienza. Sanno bene che tutti noi mentiamo parlando degli elevati sentimenti, che tutti gli uomini hanno solo bisogno del corpo, e perciò perdoneranno ogni schifezza, ma non un abito malfatto, inadeguato e di cattivo gusto. (cap. VI, Roma 2011)
Voi ritenete che le donne nella nostra società nutrano interessi diversi rispetto alle donne delle case di tolleranza, e io vi dimostrerò che è falso. Se le finalità, il contenuto interiore dell'esistenza sono differenti, tale differenza si rifletterà inevitabilmente anche sull'aspetto esteriore, e tale aspetto sarà differente. Ma osservate quelle derelitte e infelici, e poi le dame della più alta società: agghindate, vestite allo stesso modo, gli stessi profumi, le stesse braccia, spalle e seni denudati e il sedere in bella mostra sotto gli abiti attillati, la stessa passione per le pietruzze e gli altri gingilli costosi e luccicanti, gli stessi divertimenti, balli, musica e canti. Sia quelle che queste usano ogni mezzo per sedurre. Non c'è alcuna differenza. A un esame oggettivo si può solo dire che quelle che si prostituiscono per brevi periodi sono di solito disprezzate, e quelle che si prostituiscono più a lungo sono invece riverite. (cap. VI, Roma 2011)
Sono convinto che verrà il giorno, e sarà forse molto presto, in cui ci si chiederà con stupore come abbia potuto esistere una società che consentiva azioni così lesive dell'ordine pubblico come quegli abbellimenti corporali che sono permessi alle donne nella nostra società. È come se si mettessero sulle passeggiate o lungo i sentieri trappole di ogni sorta, o peggio! Per quale motivo si proibisce il gioco d'azzardo, mentre alle donne sono consentiti abiti da meretrice che eccitano i sensi? Il pericolo è mille volte maggiore! (cap. IX, Roma 2011)
Durante il periodo della luna di miele si prova disagio, vergogna, nausea, dispiacere e soprattutto noia, una terribile noia! È la stessa sensazione che provai quando cominciai a fumare; sentivo il voltastomaco e la saliva in bocca. La inghiottivo e facevo finta di provar piacere; se c'è un certo piacere a fumare, lo si avverte dopo un po' di tempo. E ugualmente bisogna che gli sposi si abituino a quel vizio per provare piacere. (Pozdnyšev; cap. XI, p. 54, 2008)
altro non è che lo sfruttamento da parte di pochi del lavoro di molti. [...] La schiavitù della donna consiste nel fatto che alcuni vogliono e ritengono conveniente sfruttarla come uno strumento di piacere. (cap. XIV, Milano 2011)
Si può apprendere presto e con facilità quanto ferro e quali specie di metalli ci sono nel sole e nelle stelle, ma con quanta difficoltà riusciamo a conoscere come sia bestiale la nostra natura... (Pozdnyšev; cap. XV, p. 73, 2008)
Insomma, andammo ad abitare in città, dove gli infelici si trovano meglio. In città si può vivere cento anni senza rendersi conto di essere morti e putrefatti già da molto. Non c'è tempo di riflettere; si è sempre continuamente occupati. Gli affari, le relazioni mondane, la salute dei bambini e la loro istruzione, tutte queste cose ci assorbono continuamente. Bisogna ricevere questo o quell'altro, restituire le visite, vedere quello e ascoltare questo. In città c'è sempre una o due celebrità che non si può fare a meno di conoscere. Poi bisogna pensare a curarsi o cose del genere, infine ci sono i precettori, gli educatori, le governanti: nonostante tutto ciò la vita è vuota, vuotissima. (Pozdnyšev; cap. XVIII, p. 82, 2008)
[...] se non si è vanitosi nella vita, allora non c'è motivo di vivere. (cap. XXIII, 2010)
Che effetto fa la musica? E come mai desta certe sensazioni? Affermano che la musica nobiliti e ingentilisca lo spirito. Che stupidaggine! Non è vero affatto che eleva l'anima. Ha, sì, un effetto su di essa, ma un effetto eccitante. Cosa volete? La musica mi fa dimenticare le mie condizioni e la mia esistenza; mi trasporta in un mondo che non è quello reale. Sotto la sua influenza mi sembra di provare sensazioni che in realtà non sento affatto, di pensare cose diverse da quelle che penso comunemente. Sono persuaso che la musica ha lo stesso effetto dello sbadiglio o del riso; anche se non ho sonno, sbadiglio se vedo un altro sbadigliare; anche se non ho nessun motivo di ridere, rido se vedo un altro che ride. (Pozdnyšev; cap. XXIII, p. 105, 2008)
La musica mi trasporta improvvisamente nello stato d'animo in cui era colui che l'ha scritta. Il mio spirito si confonde con il suo e passo con lui attraverso sensazioni diversissime. (Pozdnyšev; cap. XXIII, pp. 105-106, 2008)
Ecco cos'è la tortura! Non sarebbe stato necessario portare un giovane in un ospedale di sifilitici per togliergli il desiderio delle donne; era sufficiente farlo entrare nella mia anima e fargli vedere come i demoni l'avevano sbranata! (Pozdnyšev; cap. XXV, p. 115, 2008)
Ricordo di aver sognato di essere in perfetto accordo con lei; avevamo fatto la pace dopo un grave litigio. Per quanto fossi ancora turbato da qualche cosa, ci volevamo bene. (Pozdnyšev; cap. XXVII, p. 126, 2008)
Dicono di «Sonata a Kreutzer»
il più dostoevskiano tra i racconti di Tolstoj [...], pur esplorando «naturalisticamente» i risvolti più amari e minacciosi di un sentimento irrazionale come la gelosia, è, in sostanza, un ennesimo apologo tolstojano sulla crudeltà dei rapporti umani basati sulla proprietà. (Serena Vitale)
La risposta alla Sonata a Kreutzer e alla sua Postfazione – per quanto esse siano artisticamente di grande valore, e nonostante vi siano espressi vigorosamente gli aspetti negativi delle relazioni matrimoniali – non può che essere una sola: la loro conclusione è erronea.
Come ideale vi è eletto ciò che non può esserlo. Come ideale nella questione dei rapporti sessuali non si può proporre la loro abolizione, perché ciò annullerebbe la stessa possibilità di un ideale di tal genere, conducendo a un'assurdità logica. (Lev L'vovič Tolstoj)
La Sonata a Kreutzer – che la povera Sof'ja, pur odiandola, dovette copiare – mi sembra una classica descrizione dell'omosessualità maschile. (Doris Lessing)
Non pensavo che nello scrivere quest'opera una logica rigorosa mi avrebbe condotto là dove sono giunto. Le mie stesse conclusioni mi hanno atterrito, non volevo crederci, ma non potevo. (Lev Tolstoj)
Sarebbe terribile restare incinta. Tutti lo verranno a sapere e ripeteranno con gioia maligna una battuta uscita ora nell'ambiente di Mosca: «Ecco la vera conclusione della Sonata a Kreutzer». (Sof'ja Tolstaja)
Si fa fatica, leggendo [La sonata], a trattenersi dal gridare "è vero!" o "è assurdo!" (Anton Čechov)
Una teoria negativa, che si è diffusa nel mondo per mezzo di quel delizioso racconto inverosimile che è la Sonata a Kreutzer. Per Tolstoi l'amore nella sua significazione fisiologica di atto che obbedisce all'istinto è vizio e lussuria; e da perfetto asceta egli sacrifica volentieri la perpetuità della specie a questa perpetuità del male. (Scipio Sighele)
Pensieri di saggi (1904-1910)
Per far sì che la vita non sia mero dolore ma piuttosto completa gioia, siate sempre buoni con tutti, uomini e animali. E per essere sempre buoni, dovete prima imparare a essere buoni. Per imparare a essere buoni, non dovete commettere una sola azione crudele senza rimproverare voi stessi. E se farete così, presto imparerete l'abitudine alla bontà, con tutti: uomini e animali allo stesso modo. E se sarete abituati alla bontà, allora la gioia regnerà nei vostri cuori.
L'uomo è superiore agli animali non perché abbia la possibilità di torturarli, ma perché è capace di provare compassione per loro; e l'uomo ha compassione degli animali perché sente che in essi dimora il medesimo principio che alberga nell'uomo.
Verrà presto il tempo in cui le persone saranno altrettanto inorridite al pensiero di uccidere una mucca, una pecora o un maiale per nutrirsene, proprio come adesso inorridiscono al pensiero di uccidere a un tal fine un proprio simile.
Ma allora chi è il nostro prossimo? Per questo vi è una sola risposta: non chiedere chi sia il tuo vicino, ma fai a ogni creatura ciò che vorresti fosse fatto a te.
È possibile perdere a poco a poco l'abitudine alla compassione, anche nei confronti degli uomini; ma è possibile abituarsi ad avere compassione persino per gli insetti. Più compassione riempie il cuore dell'uomo, e meglio è per la sua anima.
Siamo tutti vivamente consapevoli del fatto che esista qualcosa, qualcosa d'identico in tutti noi esseri umani; ma che questa stessa cosa sia presente anche negli animali, questo lo realizziamo meno vividamente. Ma se rivolgiamo anche solo un pensiero alla vita delle più piccole delle creature, non possiamo non riconoscere che un identico principio dimora anche in esse.
Più un uomo vive per l'anima e meglio egli realizza la sua unità con tutte le creature viventi. Vivi per il corpo, e ti troverai solo tra estranei; vivi per l'anima, e tutto il mondo ti sarà familiare.
Gli uomini non considerano meschino mangiare animali perché dei falsi maestri li hanno convinti che gli animali sono stati creati da Dio per essere sfruttati dagli uomini. Ma è una menzogna. Non importa in quale libro fu scritto, perché è scritto molto più chiaramente nel cuore di ogni uomo: non uccidere animali. Piuttosto, si deve simpatizzare con loro, esattamente come con gli uomini. E noi tutti sappiamo ciò, a meno di non aver soffocato la voce della nostra coscienza.
Se solo tutti gli uomini che si cibano di carne dovessero uccidere animali in prima persona, la maggior parte degli esseri umani smetterebbe di mangiarne.
È necessario trattare gli animali allo stesso modo in cui desiderano essere trattate le persone.
Mangia per vivere, non vivere per mangiare.
"Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione – Il primo gradino (1892)
Le virtù di Platone partivano dalla temperanza, e attraverso il coraggio e la saggezza giungevano sino alla giustizia; le virtù cristiane partono dall'abnegazione, e attraverso la dedizione alla volontà divina giungono all'amore.
Il cristiano, come anche il pagano, non può non incominciare il lavoro del proprio perfezionamento partendo dall'inizio, ovverosia da quel medesimo punto da cui parte anche il pagano, e precisamente dalla temperanza, proprio così come uno che vuol salire una scala non può non cominciare dal primo gradino.
Essere buono e vivere una vita buona significa dare agli altri più di ciò che prendiamo loro. Invece un uomo molle, e abituato a una vita lussuosa, non può far questo, in primo luogo perché avrà bisogno di molte cose (e ne avrà bisogno non per il suo egoismo, ma perché c'è abituato, ed è per lui una sofferenza privarsi d'una cosa alla quale è abituato), e in secondo luogo perché, adoperando e consumando tutto ciò che prende agli altri, con questo suo consumare troppe cose si indebolisce, si priva della possibilità di lavorare e perciò anche di servire gli altri.
Esiste una scala delle virtù, e bisogna cominciar dal primo gradino per salire poi i successivi; e la prima virtù che dovrà acquisire un uomo, se vuol acquisire le successive, è appunto ciò che gli antichi definivano ἐγκράτεια o σωφροσύνη, ovverosia il dominio di sé.
Già diverso tempo addietro, leggendo il bellissimo libro Ethics of Diet , m'era venuta voglia di visitare un macello, per vedere con i miei occhi la sostanza della questione di cui si tratta appunto quando si parla di vegetarianesimo. Ma continuavo ad aver degli scrupoli, così come sempre se ne hanno ad andare a vedere delle sofferenze che si è ben certi di trovare, e che non potrai far nulla per scongiurare, e così rimandavo sempre il giorno.
Ma poco tempo fa mi imbattei, per strada, in un macellaio, che era venuto a casa dei suoi e che stava tornando a Tula. È un macellaio ancora inesperto, e il suo compito è perciò quello di dare il colpo di pugnale. Gli domandai se non provava compassione, a uccidere quelle bestie. E mi rispose così come rispondono sempre: «C'è poco da aver compassione. Quel lavoro lì bisogna farlo». Ma quando gli dissi che non era indispensabile mangiar carne, ne convenne e allora convenne pure del fatto che sì, le bestie facevano compassione.
E guardi, ed ecco che una qualche gentile, raffinata bàryšnja divorerà i cadaveri di questi animali, con la piena certezza d'esser nel suo diritto, ribadendo due tesi che si escludono in realtà a vicenda: la prima è che costei, come le ha assicurato il suo medico, è talmente delicata da non poter tollerare il cibo unicamente vegetale, e che il suo debole organismo ha assoluto bisogno di nutrirsi di carne; e la seconda è che costei è talmente sensibile, da non poter non soltanto cagionare sofferenze agli animali, ma neppure tollerare la vista di tali sofferenze.
Ma in realtà se vi è qualcosa di debole in lei, in questa povera bàryšnja, lo si deve proprio e unicamente al fatto che l'abbiano avvezzata a un cibo che non si conviene all'uomo: e dunque se può cagionare sofferenze agli animali, è appunto perché divora le loro carni.
"Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione – Citazioni su Il primo gradino
La pubblicazione di questo breve saggio [...] ebbe un effetto piuttosto sconvolgente sulla società russa dei suoi giorni, e grazie a quel saggio molti uomini intelligenti e sensibili decisero di divenire vegetariani. (Valentin Bulgakov)
"Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione – Non uccidere (1900)
[...] come è possibile che quell'organizzazione di persone – di anarchici, come si dice oggi – che ha mandato Bresci, e che continua a minacciare altri imperatori, non sappia escogitare nulla di meglio, per migliorare la condizione della gente, se non l'assassinio di coloro, la cui eliminazione può risultare altrettanto utile, quanto il tagliar la testa a quel mostro delle fiabe, a cui al posto della testa tagliata ne ricresce subito un'altra?
"Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione – Risposta alla deliberazione del sinodo (1901)
Nella deliberazione viene detto: «Scrittore di fama mondiale, russo di nascita, ortodosso per battesimo ed educazione, il conte Tolstoj, irretito dalla sua mente orgogliosa, è insorto con insolenza contro il Signore e contro il Cristo Suo e contro il Suo santo retaggio, apertamente ed innanzi a tutti egli ha rinnegato quella madre che l'aveva allevato ed educato, la Chiesa Ortodossa».
Che io abbia rinnegato quella chiesa che si dà il nome di ortodossa è assolutamente giusto. Ma se l'ho rinnegata, non è perché io sia insorto contro il Signore; al contrario, è stato unicamente perché desideravo servirLo con tutte le forze della mia anima. Prima di ripudiare la chiesa e quella comunione con il mio popolo che mi era indicibilmente cara, io ho dedicato parecchi anni ad una analisi teorica e pratica della dottrina della chiesa [...].
Io non mi sono mai dato pensiero della diffusione della mia dottrina. Certo, per me medesimo ho espresso in alcune mie opere il modo di intendere la dottrina di Cristo, e non ho tenuto nascoste tali opere a coloro che avevan desiderio di venirne a conoscenza, ma dal canto mio non mi son mai dato cura di stamparle; e ho parlato alla gente del mio modo di intendere la dottrina di Cristo solamente quando qualcuno m'ha fatto domande in proposito. A costoro ho detto ciò che penso, e ho dato i miei libri, quando ne avevo.
Ma il Dio Spirito, il Dio amore, l'unico Dio principio di tutto, non soltanto non lo rinnego, ma non ritengo che esista realmente nulla all'infuori di Dio, e tutto il senso della vita lo vedo unicamente nell'adempimento della volontà di Dio così come essa è espressa nella dottrina cristiana.
Io non dico che la mia fede sia l'unica indubbia e autentica in ogni tempo, ma non ne vedo un'altra che sia più semplice, più chiara e che più di questa risponda alle esigenze della mia mente e del mio cuore; se la dovessi scoprire, la accoglierei immediatamente, poiché a Dio non occorre null'altro che la verità. Ma tornare a ciò da cui con tante sofferenze sono appena riuscito ad uscire, questo io non posso farlo in nessun modo, così come un uccello che già vola non può entrare nel guscio di quell'uovo da cui è uscito.
Perché vivo? Riflessioni sullo scopo e il significato dell'esistenza
La vita individuale dell'uomo non consiste in altro che nel suo avvicinamento alla morte e nella liberazione dal corpo della sua essenza spirituale.
Poiché i piaceri sono pochi e tutti alla fine annoiano e i desideri sono infiniti, ciò significa che per quanto un uomo sia ricco e in buona salute non sarà mai soddisfatto, anzi al contrario, più diverrà ricco più sarà annoiato, perché più numerosi sono i godimenti che uno ha e meno essi lo rallegrano.
In realtà, invece, la nostra vita è costituita soltanto dalla presa di coscienza dell'essere spirituale racchiuso nei confini del corpo.
All'inizio la vita appare all'uomo fatta di materia [...]. Nel movimento di questa materia vede la sua vita, nella cessazione del movimento di questa materia vede la cessazione della sua vita. La vera vita è, invece, la manifestazione della coscienza.
Considerare come l'intera nostra vita solo l'essenza materiale e temporale dell'uomo è un errore del pensiero, è scambiare la parte per il tutto.
È solo dopo lunghi sforzi, e dopo aver sprecato decine di anni per cercare di realizzare quegli scopi mondani che non sempre si raggiungono, che mi sono accorto della loro vanità.
E non pensate che vi sia impossibile di arrivare da soli al bene, alla verità. Non solo ciò è possibile, ma ogni vita, la vostra e quella di ogni uomo, non tende che a questo.
Non fate spegnere quella luce, ma vegliatela come cosa preziosa e lasciatela dilatare. In questo espandersi della luce risiede l'unico grande gioioso senso della vita di ogni uomo.
Per salvarsi, cioè non essere infelici, non soffrire, bisogna dimenticarsi di se stessi. E l'unico modo per dimenticare se stessi è amare.
Io ho risolto per me stesso il problema del senso della vita, dicendomi che consiste nell'accrescere l'amore in se stessi e nel mondo.
Per trovare la felicità, bisogna cercare la felicità degli altri. Il migliore, l'unico modo di servire se stessi, è servire gli altri uomini (tu riceverai la più grande felicità del mondo, il loro amore).
Frasi da «Racconti di Sebastopoli»
Ed ora, se avete i nervi saldi, varcate quella porta là, a sinistra: in quella sala eseguono le fasciature e le operazioni. Là vedrete medici con le braccia sporche di sangue fino al gomito e con delle facce pallide e tetre, affaccendati intorno ad una branda sulla quale, con gli occhi aperti e pronunciando come in delirio parole senza senso, talvolta anche semplici e commoventi, giace un ferito sotto l'azione del cloroformio. I medici sono intenti alla ripugnante ma benefica operazione dell'amputare. Vedrete come l'affilato, curvo coltello entra nel corpo bianco e sano; sentirete con che terribile, straziante grido e con quali maledizioni il ferito riprende a un tratto conoscenza; vedrete come, su di una barella, giace nella stessa stanza un altro ferito che, guardando operare il compagno, si contorce e si lamenta, non tanto per il dolore fisico, quanto per la sofferenza morale dell'attesa. Vedrete spettacoli terribili, da straziare l'anima; vedrete la guerra, non nell'aspetto convenzionale, bello e splendente, con musica e rullo di tamburi, con bandiere sventolanti e generali caracollanti, ma nella sua espressione reale: sangue, sofferenze, morte...
Spesso mi è venuta questa strana idea: e se una delle parti in lotta proponesse all'altra di congedare un soldato per ciascuna armata? Questo desiderio potrebbe sembrare strano, ma perché non realizzarlo? Poi congedare un secondo (da entrambe le parti), poi un terzo, un quarto e così via, finché non rimanga un solo soldato per ogni armata (supponendo che le armate abbiano la stessa forza e che la quantità sia compensabile con la qualità). Ed allora se delle questioni politiche realmente complesse fra rappresentanti ragionevoli di creature ragionevoli debbono venir risolte con la rissa, lasciamo che si azzuffino questi due soldati: uno assedierebbe la città, l'altro la difenderebbe.
Questo ragionamento sembra soltanto un paradosso, eppure è giusto. Infatti, che differenza ci sarebbe tra un russo che combatte contro un rappresentante degli alleati, ed ottantamila russi che combattono contro ottantamila alleati? E perché non centotrentacinquemila contro centotrentacinquemila? Perché non ventimila contro ventimila? Perché non venti contro venti? Perché non uno contro uno? In nessun modo si potrà dimostrare che l'una cosa è più logica dell'altra. L'ultima, al contrario, è assai più logica perché più umana. Delle due l'una: o la guerra è una follia, o, se gli uomini compiono questa follia, non sono affatto delle creature ragionevoli, come, chissà perché, si è soliti considerarli.
Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l'anima e che ho sempre cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità.
Il sole era alto e splendente sopra alla baia, che, con i suoi bastimenti fermi e le vele e le barche in movimento, brillava di un allegro e caldo scintillio. Un leggero venticello moveva appena le foglie delle querce rinsecchite attorno al telegrafo, gonfiava le vele delle barche e faceva dondolare le onde. Sebastopoli, sempre la stessa, con la sua chiesa incompiuta, con la colonna, il lungomare, il boulevard verdeggiante sulla collina, l'elegante edificio della biblioteca, le sue piccole baie azzurre piene di alberi, di bastimenti, i pittoreschi archi dei suoi acquedotti e il fumo azzurro della polvere da sparo, di tanto in tanto illuminato dalle fiammate color porpora dei colpi; sempre ugualmente bella, festosa e fiera, circondata da una parte dalle montagne gialle e fumanti, dall'altra dal mare di un azzurro vivido che riluceva al sole, Sebastopoli appariva dall'altra parte della baia.
Dicono di «Racconti di Sebastopoli»
Nei ricordi di Sebastopoli si trovano già in germe tutti gli elementi essenziali del pensiero e dell'arte di Tolstoi. Il volume contiene le impressioni del bombardamento di Sebastopoli, quali si stamparono nell'animo di un osservatore meraviglioso, di un giovane portato fin d'allora per impulso di sentimento alla fratellanza degli uomini, di un russo fermamente convinto della vanità della ragione e della volontà di fronte alle leggi di una fatalità trascendente da cui gli uomini sono guidati.
Romanzo? no, perché manca il nodo centrale che serve a congiungere i vari episodi che sono narrati. Storia? no, perché evidentemente i personaggi di cui si parla sono creati dall'immaginazione dell'autore. Romanzo storico dunque? sì ma non al modo con cui noi latini siamo soliti intendere questo genere letterario. (Felice Momigliano)
Frasi da «Resurrezione»
Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. [...] E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri.
In Nechljudov, come in tutti, c'erano due uomini. L'uomo spirituale, che cerca per sé solo quel bene che possa essere un bene anche per il prossimo, e l'altro, l'uomo animale, che cerca il bene solo per sé e per questo bene è pronto a sacrificare il bene del mondo intero.
In fondo, proprio in fondo all'anima sapeva di aver agito così male, in maniera così ignobile e crudele, che con la coscienza di quell'azione non poteva non solo giudicare chicchessia, ma neppure guardare negli occhi la gente, e tanto meno considerarsi il giovanotto meraviglioso, nobile e magnanimo che credeva di essere. Mentre doveva considerarsi tale per continuare a vivere arditamente e allegramente. Dunque c'era un solo mezzo: non pensarci. E così fece.
– Non è vero? – si rivolse Missy a Nechljudov, chiamandolo a confermare la sua opinione che in nulla come nel gioco si rivelasse il carattere delle persone.
Il misticismo senza poesia è superstizione, e la poesia senza misticismo è prosa.
Ora, entrato in questa stanza [...] ricordò tutti i suoi ultimi rapporti con la madre, e questi rapporti gli apparvero innaturali e disgustosi. Anche qui vergogna e schifo. Si ricordò che negli ultimi tempi della sua malattia aveva addirittura desiderato la sua morte. Si era detto che la desiderava perché lei fosse liberata dalle sofferenze, ma in realtà era lui che desiderava liberarsi dalla vista delle sue sofferenze.
Allora egli era un uomo coraggioso, libero, dinanzi al quale si aprivano infinite possibilità, – ora si sentiva preso da ogni lato nei lacci di una vita stupida, vuota, meschina e senza scopo, da cui non vedeva alcuna via d'uscita, anzi il più delle volte neppure voleva uscirne. Ricordò come andasse orgoglioso, un tempo, della sua franchezza, come si fosse dato per regola di dir sempre la verità, e fosse davvero sincero, mentre adesso era tutto immerso nella menzogna, nella più terribile menzogna, una menzogna che tutti coloro che lo circondavano prendevano per verità.
Loro (la gente) mi giudichino pure come vogliono, posso ingannare loro, ma non ingannerò me stesso.
Dicono di Lev Tolstoj
Cercava sempre, ed era ormai vegliardo. / Cercava ancora, al raggio della vaga / lampada, in terra, la perduta dramma. / L'avrebbe forse ora così sorpreso / con quella fioca lampada pendente, / e gliel'avrebbe con un freddo soffio / spenta, la Morte. E presso a morte egli era! [...] / Ed e' vestì la veste rossa e i crudi / calzari mise, e la natal sua casa / lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli, / e per la steppa il vecchio ossuto e grande / sparì [...].
Che magnifico aspetto aveva mio padre quando usciva dal suo studio contento di ciò che aveva fatto. Si muoveva agilmente, il suo volto era allegro, gli occhi ridenti. Qualche volta piroettava su un tacco o faceva passare una gamba sopra la spalliera di una seggiola.
Chi guarda al di là delle apparenze, e giudica il vino non dalle etichette sa con la stessa certezza con cui sa che il diamante è carbone, che non è cristiano, ma pagano.
poteva capire : Tolstoi non poteva capire Dostoievski. Il cristiano può capire qualunque forma di vita e di pensiero: il pagano, anche se è un Tolstoi, non può capire che le forme di vita e di pensiero delle quali egli abbia già un germe entro di sé.
È uno dei pochi scrittori la cui personalità, già intuita attraverso la trasparenza dell'opera, finisce con l'attirarci più dell'opera stessa. La più drammatica delle sue opere, la più intensa e la più indiscreta, è la sua stessa vita.
In fondo che cos'è l'opera di Tolstoj?
È il grido della coscienza universale. È la coscienza di ognuno di noi espressa sinceramente dal più ardente e più sensibile dei cuori. La popolarità di Tolstoj nel mondo si spiega unicamente con la semplicità e la sincerità della sua dottrina, che si rivolge a tutti, richiamando gli uomini alla stessa grande verità, al medesimo grande sforzo morale, alla realizzazione dell'Amore.
In quegli anni di fine secolo suscitò enorme risonanza in noi studenti la pubblicazione di scritti molto diversi fra loro: quelli di Nietzsche e di Tolstoi [...]. Lo scrittore e pensatore russo esprimeva una visione ben diversa da quella del filosofo tedesco. Tolstoi era un sostenitore della cultura etica, e la considerava la verità profonda, raggiunta attraverso lunghe riflessioni ed esperienze di vita. Leggendo i suoi racconti noi ripercorrevamo assieme a lui il cammino verso la conoscenza della vera umanità e di una spiritualità semplice e schietta.
In un angolo non giaceva una montagna, ma un vecchietto raggrinzito, uno di quei vecchi creati da Tolstoj, da lui descritti e fatti conoscere a decine nelle sue pagine. Tutt'intorno crescevano giovani abeti. Il sole al tramonto segnava la camera con quattro fasci di luce obliqui...
L'uomo più complesso del XIX secolo.
Le sue contraddizioni lo rendono sommamente credibile, è l'unica figura del passato che nei tempi nostri si possa prendere sul serio.
Lev Nikolajevič manda un odore di chiesa, molto severo: di cipressi, di pinete, di pane consacrato.
Lo sforzo lo richiede, e notevole, la biografia tolstoiana: per non smarrirsi tra le sue fasi, tanto radicalmente diverse l'una dall'altra, contraddittorie, e tanto intense tutte, mai «minori» – giacché in ciascuna di esse Tolstòj metteva immancabilmente tutto sé stesso, con aria di trionfo, con la felicità di chi finalmente ritiene di aver trovato la chiave suprema, il culmine di sé. E lo sforzo si fa tanto più complesso, in quanto molte di quelle fasi contrastanti sono parallele, convivono per lunghi tratti in Tolstòj senza ostacolarsi.
Nel valutare il carattere di Tolstoj, è giusto ricordare il notevole processo di evoluzione di cui quest'uomo straordinario fu un esempio vivente. Per natura fiero, impaziente e passionale, la sua rinascita spirituale fu il risultato di incessanti dolori inferti al suo stesso carattere. Se confrontiamo la sua gioventù con gli ultimi anni della sua vita, è evidente quanto grande sia stata la lotta spirituale che quest'uomo ha affrontato. Il processo di evoluzione morale, così illustrato nella sua esperienza, è particolarmente istruttivo e in realtà, suggerisco, è la cosa più preziosa che egli ci abbia lasciato in eredità.
Nietzsche vuole un impossibile sacrifizio della umanità a vantaggio di pochi; Tolstoi vuole un sacrifizio impossibile del pari, quello dell'individuo all'umanità.
Noi abbiamo due zar: Nicola II e Lev Tolstòj. Qual è il piú forte? Nicola II è impotente contro Tolstòj, non può scuotere il suo trono, mentre Tolstòj è senza dubbio in grado di scuotere il trono di Nicola II e della sua dinastia. Lo si maledice, il Sinodo lancia l'anatema contro di lui. Tolstòj risponde, e la sua risposta circola manoscritta e compare nei giornali stranieri. Che qualcuno provi solo a toccare Tolstòj, il mondo intero urlerà e la nostra amministrazione sarà costretta ad abbassare la cresta!
Non so voi, / io vado a farmi una religione come Tolstoj.
Quale dramma terribile e commovente!
Lo scrittore amato e stimato dal mondo intero, all'età di ottantadue anni era costretto a fuggire di notte, come un criminale, dalla sua casa paterna. A fuggire da quell'abisso insondabile che è scavato fra gli uomini dalla differenza degli istinti che dirigono la loro attività!
Tolstoj correva attraverso il vasto giardino sul piccolo sentiero che conduceva alla scuderia. Correva attraverso l'immenso giardino in una notte nera e gelata di fine ottobre.
Dietro di lui il terribile incubo di essere afferrato e tuffato di nuovo in quell'ambiente dove era stato costretto a soffocare per trenta lunghi anni! Davanti a lui la libertà morale, la libertà attesa da così lungo tempo, da così lungo tempo desiderata! La possibilità di far riposare la sua anima, almeno negli ultimi giorni della sua vita. La possibilità di compiere il suo dovere più sacro davanti alla sua coscienza, davanti all'umanità lavoratrice!... Gli avevano tolto la possibilità di vivere, ma ora, almeno, avrebbe potuto morire onestamente.
Quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità.
Fu l'uomo più veritiero della sua epoca. La sua vita fu una lotta costante, una serie ininterrotta di sforzi per cercare la verità e metterla in pratica quando l'aveva trovata. Non cercò mai di nascondere o attenuare la verità, ma la presentò al mondo nella sua integrità, senza equivoci o compromessi, senza lasciarsi mai scoraggiare dal timore di qualche potenza terrena.
Fu il più grande apostolo della non-violenza che l'epoca attuale abbia dato. Nessuno in Occidente, prima o dopo di lui, ha parlato e scritto della non-violenza così ampiamente e insistentemente, e con tanta penetrazione e intuito. Andrei ancora oltre e direi che l'eccezionale sviluppo che egli diede a questa dottrina sconfessa l'attuale interpretazione ristretta e mutilata datane dai seguaci dellahimsa in questo nostro Paese. [...]
La vera ahimsa dovrebbe significare libertà assoluta dalla cattiva volontà, dall'ira, dall'odio, e un sovrabbondante amore per tutto. La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l'oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte di ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsa.
Riguardo al conte Tolstoj si sentono dire continuamente due cose: che è un narratore di straordinaria qualità e un pensatore mediocre. Questo è diventato quasi un assioma che non ha bisogno di dimostrazione.
Rimane per molti versi il primo profeta del nostro tempo [...]. Non c'è oggi nessuno che abbia il profondo discernimento e la forza morale di Tolstoj.
Sapevo che Tolstoj era celebrato come un grande scrittore, ma non avevo mai letto niente di lui. Cominciato a leggere, andai avanti dimenticando il tempo e l'appetito. Ero turbato e commosso. Mi colpì soprattutto la storia di Polikusc'ka, quel tragico destino di un servo deriso e disprezzato da tutti [...]. Come doveva essere stato buono e coraggioso lo scrittore che aveva saputo ritrarre con tanta sincerità la sofferenza d'un servo. Quella triste lentezza del raccontare mi rivelava una compassione superiore all'ordinaria pietà dell'uomo che si commuove alle disgrazie del prossimo e ne distoglie lo sguardo per non soffrire. Di questa specie, pensavo, dev'essere la compassione divina, la compassione che non sottrae la creatura al dolore, ma non l'abbandona e l'assiste fino alla fine, anche senza mostrarsi. Mi pareva incomprensibile, anzi assurdo, di essere arrivato a conoscenza di una storia come quella soltanto per caso. Perché non veniva letta e commentata nelle scuole?
Se mi si chiedesse: qual è lo scrittore nella letteratura universale, più diverso ed anzi opposto a , risponderei immediatamente: .
Se potessi ucciderlo, e poi ricrearlo esattamente eguale, lo farei con piacere.
Tolstoj fu la luce più pura che abbia illuminato la nostra giovinezza in quel crepuscolo denso di ombre grevi del diciannovesimo secolo che tramontava.
Tolstoj non ha espresso soltanto il desiderio di fratellanza, così profondo nel popolo russo, ma il bisogno di pace di tutti noi. E ha cercato, anche per noi, una fede.
Come ogni scrittore che aspira all'infinito, aveva bisogno di uccidere in sé l'infinito.
Con l'incomprensibile sicurezza di chi si trova a casa propria dovunque, Tolstoj penetra dentro ogni corpo e ogni anima. Mentre Balzac e Proust si sforzano di diventare le proprie creature, ma un momento prima di sciogliersi in loro si arrestano, fermi nel gesto grandioso dell'attore e del mimo, – Tolstoj è tutto il resto del mondo, con la medesima naturalezza con cui viveva la propria vita. Se lo desidera, è una ragazza che si guarda sorridendo allo specchio e ammira il suo vestito di tulle rosa con la sottoveste rosa: avverte insieme a lei che l'abito non tira da nessuna parte, che i folti bandeaux di capelli biondi si mantengono fermi sulla piccola testa come se fossero suoi, e «il nastrino di velluto nero del medaglione aveva circondato con particolare delicatezza il suo collo». Se lo vuole, Tolstoj è una cagna da caccia che aspira l'aria con le narici dilatate, e sente che nella palude non ci sono soltanto le orme degli uccelli, ma essi sono là, davanti a lei, e non uno ma molti.
Pochi esseri umani hanno desiderato la felicità con la veemenza, la dolcezza, l'ebbrezza febbrile di Marcel Proust adolescente. Forse solo il giovane Tolstoj, il quale gli era legato da singolari affinità e somiglianze, desiderò la felicità con la stessa ansia dolorosa e incontenibile: egli pretendeva che la vita restasse sé stessa, nient'altro che un attimo di tempo, eppure balzasse oltre un limite, diventando un misterioso al di là, un'epifania dell'invisibile e dell'oltretempo.
Ho qui dinanzi a me il ritratto di sulla sessantina, riprodotto da un'incisione in legno del Bryden. L'impressione si riassume così: «Ecco un uomo che ha duramente lottato!» Testa monumentale, fronte ardua, granitica, vittorughiana, solcata da rughe; folte, irsute, fra cui lampeggiano occhi attoniti e concentrati nel mondo interno, non così tuttavia da non lasciar trasparire un'immensa bontà per tutto ciò che vedono e vedranno nella melanconica scena del mondo; narici dilatate e carnose; barba folta e profetica in mezzo a cui si disegnano le labbra tumide e sensuali; e per tutto l'aspetto una sollecitudine irrequieta mista di benevolenza, di pietà e di tormento di chi sa d'arrivare in un'ora triste dell'umanità.
Il misticismo di Tolstoi, in fondo in fondo, si riduce al postulare per intuizione una realtà assoluta, immanente della quale noi abbiamo cognizione: la nostra aspirazione al bene.
Per Tolstoi come per tutti gli spiriti apostolici che mirano all'azione piuttostoché al pensiero, i tre problemi fondamentali della filosofia pratica, il religioso, il morale e il sociale si presentano come tre aspetti diversi di un problema unico. L'essenza della religione è la morale e nient'altro che la morale; perciò egli si sforza di ricondurre il cristianesimo alla forma primitiva, non ancora intellettualizzata dall'innesto della filosofia greca, né atteggiato a sistema dottrinale. La vera religione come la vera morale si riduce alla consapevolezza del rapporto intimo fra l'uomo e la causa prima, alla gioia di vivere in Dio, di identificare il proprio essere nell'essere universale, nel palpitare ritmicamente coll'infinito.
Il conte Leone (in russo Lev) Tolstoj (1828-1910) era un uomo vigoroso con un'anima irrequieta, dilaniato per tutta la vita tra la sensualità del suo temperamento e l'ipersensibilità della sua coscienza. I suoi appetiti lo portavano continuamente ad allontanarsi dalla quieta strada di campagna che l'asceta che era in lui desiderava seguire con lo stesso ardore con cui il libertino, anch'esso in lui, desiderava i piaceri urbani della carne.
Quando leggete Turgenev, sapete che state leggendo Turgenev. Quando leggete Tolstoj, lo leggete perché non potete smettere.
Tolstoj è il più grande scrittore russo di opere narrative in prosa. Lasciando da parte i suoi precursori, Puškin e Lermontov, possiamo elencare i più grandi prosatori russi in questo ordine: primo, Tolstoj; secondo Gogol’; terzo Cechov; quarto Turgenev. È un po' come classificare i temi degli studenti, e sicuramente Dostoevskij e Saltykov stanno aspettando davanti alla porta del mio studio per chiedermi ragione dei loro bassi voti.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026