Le frasi di «Rumore bianco» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Rumore bianco»
Abbiamo sede nella Centenary Hall, oscura struttura in mattoni che dividiamo con il dipartimento di cultura popolare, ufficialmente nota come Ambienti americani. Curioso gruppo. Il personale docente è composto quasi unicamente di emigré, transfughi da New York, svegli, duri, pazzi del cinema, folli per i «trivia». Sono qui per decifrare il linguaggio naturale della cultura, per trasformare in metodo formale le splendide piacevolezze da loro conosciute nell'infanzia trascorsa all'ombra dell'Europa, un aristotelismo fatto di involucri di chewing-gum e di canzoncine dei detersivi. Il preside del dipartimento è Alfonse «Fast Food» Stompanato, fosco individuo dalle spalle larghe, la cui collezione di bottiglie di gazzosa anteguerra è esposta in permanenza in una nicchia. Tutti i suoi insegnanti sono di sesso maschile, portano abiti stazzonati, hanno bisogno di farsi tagliare i capelli, tossiscono senza mettersi la mano davanti alla bocca. Messi insieme sembrano una banda di camionisti riuniti per identificare il corpo di un collega fatto a pezzi. L'impressione che danno è di diffusa irritazione, sospetto e intrigo. (cap. III; pp. 12-13)
– Capisco la musica, capisco i film, capisco persino come i fumetti possano insegnarci qualcosa. Ma in questo posto ci sono docenti ordinari che non leggono altro che le scatole dei cereali.
– È l'unica avanguardia di cui disponiamo. (cap. III; p. 13)
Calore. Ecco che cosa significano per me le città grosse. Si scende dal treno, si esce dalla stazione e si è presi dalla scalmana. Il calore dell'aria, del traffico, della gente. Il calore del cibo e del sesso. Il calore dei grattacieli. Il calore che esce dalla metropolitana e dalle gallerie. Nelle città grosse ci sono almeno cinque gradi di più. Il calore si leva dai marciapiedi e cala dal cielo inquinato. Gli autobus sbuffano calore. Emana dalle folle di acquirenti e impiegati. Tutta l'infrastruttura si basa sul calore, lo usa disperatamente, ne produce altro. La definitiva morte per calore dell'universo, di cui gli scienziati amano parlare, è già ben avviata a verificarsi: in qualsiasi città di dimensioni grandi o medie si sente ovunque che si sta realizzando. Calore e umidità. (cap. III; pp. 13-14)
C'era qualcosa di commovente nel fatto che Murray vestisse quasi sempre di velluto a coste. Avevo la sensazione che fin dall'età di undici anni, nel suo popoloso agglomerato di cemento, avesse associato l'idea di quella stoffa resistente con un più elevato livello di cultura, proprio di un posto impossibilmente distante e alberato. (cap. III; p. 14)
Che divertimento parlare con una donna intelligente, con le calze, quando accavalla le gambe. Il leggero rumore di elettricità statica, prodotto dal nylon che fruscia, sa rendermi felice a diversi livelli. (cap. III; pp. 14-15)
Quando i tempi sono incerti, la gente si sente costretta a mangiare in eccesso. Blacksmith è piena di simili adulti e bambini obesi, pance cascanti, gambe corte, che si muovono come anatre. Faticano a emergere dalle utilitarie, si mettono in tuta e corrono a famiglie intere in campagna; camminano per strada con il cibo dipinto in faccia; mangiano nei negozi, in auto, nei parcheggi, nelle code degli autobus e nelle sale del cinema, sotto la maestosità degli alberi. (cap. IV; p. 18)
La questione del morire si fa saggio strumento di memoria. Ci guarisce della nostra innocenza nei confronti del futuro. Le cose semplici sono fatali, o è una superstizione? (cap. IV; p. 20)
Una sera del genere mi misi a letto accanto a Babette e le dissi come il rettore mi avesse consigliato, ancora nel '68, di fare qualcosa circa il mio nome e il mio aspetto, se volevo essere preso sul serio come innovatore in campo hitleriano. Jack Gladney, aveva detto, non andava bene, chiedendomi quali altri0 nomi potessi avere a disposizione. Avevamo finito con il convenire che dovevo inventarmi un'ulteriore iniziale, chiamandomi J.A.K. Gladney, etichetta che portavo come un vestito preso in prestito. (cap. IV; p. 21)
Dopo cena, mentre salivo di sopra, sentii la T.V. dire: – Ora assumiamo la posizione del mezzo loto e pensiamo alla spina dorsale. (cap. V; p. 23)
Quella sera, qualche secondo dopo essere andato a dormire, mi parve di cadere dentro me stesso, un leggero sprofondamento da tuffo al cuore. Svegliato di colpo, fissai lo sguardo nel buio, rendendomi conto di aver sperimentato la più o meno normale contrazione muscolare nota come scossa mioclonica. È così, dunque: una cosa improvvisa, perentoria? La morte, pensai, non dovrebbe essere invece come l'immersione del cigno, ali bianche, levigato, che lascia la superficie intatta? (cap. V; p. 23)
Mi parve che Babette e io, nella massa e varietà dei nostri acquisti, nella grassa abbondanza suggerita da quei sacchetti – il peso, le dimensioni e il numero, i disegni familiari delle confezioni e la vivacità dei caratteri, le scatole giganti, i formati famiglia con il contrassegno fosforescente dell'offerta speciale – nonché nella sensazione che provavamo di esserci riempiti di scorte – il senso di benessere, la sicurezza e l'appagamento che quei prodotti apportavano a una sorta di casetta annidata nel nostro intimo -, mi parve, dicevo, che avessimo conseguito una pienezza dell'essere che doveva risultare ignota a coloro che hanno bisogno di meno, si aspettano di meno, incentrano tutta la loro vita su solitarie passeggiate serali. (cap. V; p. 26)
L'attaccatura dei capelli di Heinrich sta cominciando ad arretrare. Mi domando come mai. Che sua madre abbia consumato qualche tipo di sostanza perfora-geni quando era incinta? O forse ho qualche colpa io? Che lo abbia tirato su, involontariamente, in prossimità di uno scarico di sostanze chimiche, nel flusso di correnti d'aria gonfie di residui industriali capaci di produrre una degenerazione del cuoio capelluto, oltre che splendidi tramonti? – Secondo la gente, da queste parti, trenta o quarant'anni fa, i tramonti non erano affatto così straordinari -. La colpevolezza dell'uomo nei confronti della storia e dei flussi del proprio stesso sangue è stata complicata dalla tecnologia, dal diuturno diffondersi della malfida morte. (cap. VI; p. 28)
– E io leggo, – consentì lei. – Ma non voglio niente in cui ci siano uomini che hanno penetrato donne, tra virgolette, o che le stanno penetrando. «La penetrai». «Mi penetrò». Noi donne non siamo degli atri, né degli ascensori. «Lo volevo dentro di me», come se lui potesse entrare completamente, firmare il registro, dormire, mangiare eccetera. D'accordo? Non mi interessa quello che fanno, basta che non penetrino o non siano penetrate. (cap. VII; p. 36)
La T.V. disse: – Finché i chirurghi della Florida non hanno applicato una pinna artificiale. (cap. VII; p. 37)
Babette e io ci diciamo tutto. Personalmente ho sempre detto le cose come stavano, pari pari, a tutte le mie mogli.
Naturalmente, con l'accumularsi dei matrimoni, le cose da dire aumentano. (cap. VII; p. 37)
L'amore ci aiuta a sviluppare un'identità sufficientemente sicura da poter essere affidata alle cure e alla protezione di un'altra persona. (cap. VII; p. 37)
Il tedesco. Carnoso, distorto, sputacchione, porporino e crudele. (cap. VIII; p. 39)
Dunlop stava seduto sul margine di una sedia dallo schienale diritto e declamava principi generali di grammatica. Quando passava dall'inglese al tedesco, era come se nella laringe gli fosse stata strizzata una corda. Nella sua voce compariva un'emozione improvvisa, un raschiare e gargarizzare che parevano il risvegliarsi di un'ambizione animalesca. Mi guardava a bocca spalancata e gesticolava, gracidava. Rischiò lo strangolamento. Dalla radice della sua lingua arrivavano suoni di rigurgito, aspri rumori intrisi di passione. Stava soltanto mostrandomi certe strutture basilari della pronuncia, ma la trasformazione avvenuta nel suo volto e nella sua voce mi fecero pensare che stesse compiendo una transizione tra due diversi livelli dell'essere. (cap. VIII; pp. 40-41)
Il martedì la scuola elementare dovette essere evacuata. I bambini vennero colti da mal di testa e irritazione agli occhi, oltre ad avvertire un sapore metallico in bocca. Una maestra si mise a rotolare sul pavimento, parlando lingue straniere. Nessuno capiva che cosa stesse succedendo. Gli incaricati delle ricerche dissero che poteva dipendere dal sistema di ventilazione, dalla vernice o dallo smalto, dalla schiuma isolante, dall'isolante elettrico, dal cibo della mensa, dai raggi emessi dai microcomputer, dall'amianto antincendio, dall'adesivo dei contenitori per il trasporto, dalle esalazioni di cloro della piscina, o forse da qualcosa di ancora più profondo, più sottile, più intimamente insito nello stato essenziale delle cose. (cap. IX; pp. 44)
Chi lo sa che cosa ho voglia di fare? Chi lo sa che cosa ha voglia di fare in genere la gente? Come si fa a esserne sicuri? Non è tutta una questione di chimica cerebrale, di segnali che vanno avanti e indietro, di energia elettrica nella corteccia? Come si fa a sapere se una cosa è esattamente ciò che si vuole fare, oppure soltanto una qualche specie di impulso nervoso nel cervello? Una minuscola attività secondaria ha luogo da qualche parte, in un punto privo di importanza dentro uno degli emisferi cerebrali, ed ecco che di punto in bianco mi viene voglia di andare nel Montana, oppure no. Come faccio a sapere se ho veramente voglia di andarci e non sono soltanto un po' di neuroni che fanno fuoco, o qualcosa del genere? Magari capita soltanto un lampo, per caso, nel midollo e di punto in bianco eccomi lí nel Montana, dove scopro che in realtà non avevo nessunissima voglia di andarci. Se non sono in grado di controllare quello che mi succede nel cervello, come faccio a essere sicuro di quello che avrò voglia di fare fra dieci secondi, per non parlare di quest'estate e del Montana? È tutta questione di attività cerebrale, per cui non si sa che cosa dipenda dalla propria persona e che cosa da un neurone che ha appena fatto fuoco o magari cilecca. (Heinrich: cap. X; pp. 57-58)
– La settimana prossima faccio cinquantun anni.
– Non significa poi essere tanto vecchi, no?
– Sono venticinque anni che me lo continuo a ripetere. (cap XI; p. 60)
– Che effetto fa avere quasi cinquantun anni? - chiese.
– Niente di diverso dai cinquanta.
– Con la differenza che uno è pari e l'altro è dispari, - precisò lei. (cap XI; p. 61)
– L'oblio è penetrato nell'aria e nell'acqua. Si è introdotto nella catena alimentare.
– Forse è per via della gomma che mastico. Ti sembra inverosimile?
– Forse dipende da qualche altra cosa.
– A cosa ti riferisci?
– Oltre ai chewing gum, tu prendi qualcos'altro.
[...]
– Stai dicendo che forse prendi qualcosa che ha l'effetto collaterale di danneggiare la memoria.
– O prendo qualcosa e non me lo ricordo, o non prendo niente e non me lo ricordo lo stesso. La mia vita è tutta un o – o. O mastico la gomma con zucchero, o mastico quella senza. O fumo o ingrasso. O ingrasso o corro su per i gradini dello stadio.
– Vita piuttosto noiosa, direi.
– Spero che duri per sempre, – ribatté lei. (cap. XI; pp. 65-66)
– Che cos'altro insegna?
– Greco, latino, navigazione oceanica a vela.
– E la gente viene qui a impararla?
– Non più tanto.
– È sbalorditivo quanta gente ci sia al giorno d'oggi che insegna, – dissi. – C'è un insegnante per persona. Tutti quelli che conosco sono o insegnanti o allievi. Secondo lei che cosa significa?
Dunlop rivolse lo sguardo verso la porta di un armadio. – Insegna qualcos'altro? – chiesi.
– Meteorologia.
– Meteorologia. E come mai?
– La morte di mia madre ha avuto su di me un effetto tremendo. Sono letteralmente entrato in crisi, ho perduto la fede in Dio. Ero inconsolabile, mi sono chiuso completamente in me stesso. Poi un giorno ho visto per caso le previsioni del tempo alla T.V. Un giovane dinamico, con una bacchetta luccicante, stava in piedi davanti a una foto multicolore, ripresa dal satellite, e dava le previsioni per i cinque giorni successivi. Ero lì ipnotizzato dalla sua sicurezza di sé e dalla sua bravura. Sembrava quasi che un messaggio venisse trasmesso dal satellite meteorologico attraverso quel giovanotto fino a me, che ero lì seduto nel mio sedile di tela. Quindi mi sono rivolto alla meteorologia per averne conforto. (cap. XI; pp. 68-69)
La T.V. disse: – Nonché altri fattori che potrebbero influire in maniera gravissima sul vostro portafoglio. (cap. XIV, p. 76)
– Nei nomi tedeschi c'è qualcosa, come nella lingua e nelle cose tedesche in genere. Non so che cosa sia esattamente. C'è e basta. E in mezzo a tutto sta Hitler, naturalmente.
– L'ho visto alla televisione anche ieri sera.
– C'è sempre. La televisione non sarebbe la stessa, senza di lui.
– Hanno perso la guerra, – replicò lei. – Quanto potevano essere grandi?
– Obiezione valida. Ma non è questione di grandezza. Non è questione di bene o male. Non so che cosa sia. Mettiamola così. Certe persone portano sempre un colore preferito. Altre un'arma. Altre ancora indossano un'uniforme e si sentono più grosse, più forti, più sicure. È questo l'ambito della mia ossessione. (cap. XIV, pp. 78-79)
Non ci sono molti dubbi che Hitler fosse quello che definiamo un cocco di mamma. (Jack; cap. XV, p. 88)
Per il resto della sua vita Hitler non sopportò mai di trovarsi in qualsiasi modo vicino a delle decorazioni natalizie, dal momento che sua madre era morta accanto all'albero di Natale. (Jack; cap. XV, p. 89)
È un timore che informa da lungo tempo i miei rapporti con i medici, quello che perdano interesse nei miei confronti, che ordinino all'infermiera di far passare altri prima di me, che diano per scontata la mia morte. (Jack; cap. XVI, p. 94)
Gli studi medici mi deprimono ancora più degli ospedali a causa della loro atmosfera di previsioni negative, nonché dei pazienti che di quando in quando se ne vanno con buone notizie, stringendo la mano asettica del medico e ridendo rumorosamente, ridendo di tutto ciò che egli dice, esplodendo risate, con energia bruta, facendo ben caso, mentre attraversano la sala d'aspetto, a ignorare gli altri pazienti, sempre ridendo in tono provocatorio: ormai se n'è liberato, non partecipa più della loro cupezza settimanale, né del loro morire ansioso, di serie B. Preferisco andare in un pronto soccorso, pozzo urbano di tremori, dove arriva gente sparata, accoltellata, con l'occhio spento a causa degli oppiacei, con aghi spezzati nelle braccia. Cose che non c'entrano niente con quella che sarà finalmente la mia morte, non violenta, da città di provincia, per bene. (Jack; cap. XVI, p. 94)
La famiglia è la culla della disinformazione mondiale. Nella vita di famiglia dev'esserci qualcosa che genera gli errori di fatto. L'eccesso di vicinanza, il rumore e il calore dell'essere. Forse anche qualcosa di più profondo, come il bisogno di sopravvivere. Murray sostiene che siamo creature fragili, circondate da un mondo di fatti ostili. I fatti minacciano la nostra felicità e sicurezza. Più a fondo investighiamo nella natura delle cose, più incerta può sembrar diventare la nostra struttura. Il processo famigliare tende a escludere il mondo. Piccoli errori diventano capitali, le finzioni proliferano. Io gli replico che ignoranza e confusione non possono essere le forze motrici che stanno dietro la solidarietà famigliare. Che idea, che sovversione! Lui mi chiede perché mai, allora, le unità famigliari più forti si trovano nelle società meno sviluppate. Il non sapere è lo strumento della sopravvivenza, sostiene. Magia e superstizione si ossificano a diventare la poderosa ortodossia di clan. La famiglia è più forte là dove è più probabile che la realtà oggettiva venga malintesa. (cap. XVII, p. 102)
Pertiene alla natura e al piacere di chi abita in una città di provincia di diffidare della metropoli. Tutti i principi guida che possono emanare da un centro di idee ed energie culturali vengono considerati cose corrotte, in qualche misura pornografia. (cap. XVIII, p. 106)
Se le nostre lagnanze hanno un punto focale, esso deve risiedere nell'apparecchio T.V., dove si annida il tormento proveniente dall'esterno, provocando timori e desideri segreti. (cap. XVIII, p. 106)
– Janet è finita nel Montana, invece, in un ashram, – replicai.
– Janet Savory? Buon Dio, e perché mai?
– Adesso si chiama Madre Devi. Si occupa delle attività finanziarie dell'ashram. Investimenti, proprietà fondiarie, sistemi per ridurre le tasse. È quello che ha sempre desiderato. La pace mentale in un contesto orientato al profitto. (Jack e Tweedy; cap. XVIII, p. 109)
Malcolm e io una volta abbiamo preso il tè con il colonnello Gheddafi. Uomo affascinante e spietato, uno dei pochi terroristi di nostra conoscenza che viva secondo la propria immagine pubblica. (Tweedy; cap. XVIII, p. 110)
– Portavi i guanti a letto.
– Lo faccio ancora.
– Guanti, mascherina per gli occhi e calze.
– Li conosci i miei difetti. Li hai sempre conosciuti. Sono ultrasensibile a molte cose.
– Sole, aria, cibo, acqua, sesso.
– Cancerogeni, tutti. (Tweedy e Jack; cap. XVIII, p. 110)
Quando Malcolm entra in stretta clandestinità, è come se non fosse mai esistito. Sparisce non soltanto qui e ora, ma anche retroattivamente. Di lui non rimane traccia. A volte mi chiedo se l'uomo che ho sposato sia effettivamente Malcolm Hunt o una persona completamente diversa, anch'essa operante in stretta clandestinità. Una cosa francamente preoccupante. Non so quale metà della sua vita sia autentica e quale metà spionistica. (Tweedy; cap. XVIII, p. 110)
– Come sta Hitler?
– Bene, è concreto, affidabile. (Tweedy e Jack; cap. XVIII, p. 111)
– Ogni bambino dovrebbe avere l'opportunità di viaggiare per migliaia di chilometri da solo, – disse Tweedy, – per lo sviluppo del rispetto di sé e dell'apertura mentale, con abiti e articoli da toilette di loro scelta. Prima li facciamo volare e meglio è. Come nuotare o pattinare sul ghiaccio. Bisogna farli cominciare da giovani. È una delle cose che sono orgogliosa di avere fatto con Bee. L'ho mandata a Boston con la Eastern Airlines a nove anni. E a nonna Browner ho detto di non andarla a prendere all'aereo. Uscire dall'aeroporto è importante come il volo in sé. Troppi genitori ignorano questa fase dell'evoluzione infantile. Ora Bee è cittadina a pieno titolo di entrambe le coste. È salita su un jumbo per la prima volta a dieci anni, ha cambiato aereo allo O'Hare, ha quasi perso la coincidenza a Los Angeles. Due settimane dopo ha preso il Concorde per Londra. [...]
Salvo incidenti meccanici, tempo turbolento e atti terroristici, affermò Tweedy, un aereo in volo alla velocità del suono può essere l'ultimo rifugio della vita confortevole e delle buone maniere rimasto. (cap. XVIII, p. 116)
A volte Bee ci faceva sentire a disagio, pena che talvolta gli ospiti infliggono senza intenzione ai cortesi padroni di casa. La sua presenza sembrava irradiare una luce chirurgica. Cominciavamo a vederci come un gruppo che agiva senza logica, che evitava di prendere decisioni, che, a turno, procedeva ad atti stupidi ed emotivamente instabili, che lasciava asciugamani bagnati ovunque, che perdeva di vista i propri membri più giovani. Qualsiasi atto compissimo, diventava subito una cosa che sembrava aver bisogno di una spiegazione. [...] Se Denise era un commissario in miniatura, impegnato a spingerci con le sue critiche verso un livello più elevato di coscienza, Bee era piuttosto un testimone silenzioso, capace di mettere in discussione il senso intimo della nostra vita. (cap. XIX, p. 117)
La T.V. disse: – Questa creatura ha sviluppato uno stomaco estremamente complesso adattandosi alla sua dieta a base di foglie. (cap. XIX, p. 118)
La T.V. disse: – Adesso applicheremo i piccoli sensori alla farfalla. (cap. XIX, p. 120)
La forza dei morti è che secondo noi ci vedono sempre. Sono una presenza. Forse esiste un livello di energia composto soltanto da loro. Sono anche sotto terra, ovviamente, addormentati e avviati a decomporsi. Forse noi siamo ciò che essi sognano.
Possano i giorni essere senza meta. Le stagioni scorrano. Non si prosegua l'azione secondo un piano. (cap. XIX, pp. 121-122)
Quando leggo gli annunci funebri, guardo sempre l'età del defunto, confrontando automaticamente la cifra alla mia età. Ancora quattro anni, penso. Ancora nove. Due anni e sono morto. La forza dei numeri non appare mai più evidente di quando li usiamo per speculare sul momento della nostra morte. A volte contratto con me stesso. Sessantacinque anni mi vanno bene. L'età di Gengis Khan al momento della morte? Solimano il Magnifico ce l'ha fatta fino a settantasei. A me andrebbe bene, almeno adesso, ma come sarà quando ne avrò settantatré? (cap. XX; p. 123)
È difficile pensare a simili uomini in preda a mesti pensieri di morte. Attila l'Unno è morto giovane. Sulla quarantina. Gli sarà dispiaciuto, si sarà sentito pieno di compassione per se stesso, e depresso? Era il re degli Unni, l'invasore dell'Europa, il Flagello di Dio. Voglio credere che sia rimasto disteso nella sua tenda, avvolto in pelli di animali, come in un film epico a finanziamento internazionale, dicendo cose coraggiose e crudeli ai propri aiutanti di campo e seguaci. Nessun cedimento dello spirito. Nessun senso dell'ironia insita nell'esistenza umana, del fatto che siamo la forma più elevata di vita sulla terra, eppure ineffabilmente tristi, perché sappiamo ciò che nessun altro animale sa, ovvero che dobbiamo morire. Attila non guardò oltre l'apertura della tenda, indicando un cane storpio fermo ai margini del fuoco, in attesa che gli venisse gettato un brandello di carne. Non disse: – Quel patetico animale pieno di pulci sta meglio del più grande dominatore di uomini. Non sa quello che noi sappiamo, non sente quello che noi sentiamo, non può essere triste quanto lo siamo noi.
Voglio credere che non avesse paura. Che abbia accettato la morte come un'esperienza che segue naturalmente alla vita, una folle cavalcata nella foresta, come si conviene a un uomo chiamato il Flagello di Dio. (cap. XX; pp. 123-124)
MasterCard, Visa, American Express. (cap. XX; p. 125)
– Hai visto che cos'hai fatto? Hai portato con te il barattolo del caffè sul ripiano della credenza.
– E allora?
– Non occorreva farlo. Avresti potuto lasciarlo vicino al fornello, dov'eri, e poi andare a prendere il cucchiaio nella credenza.
– Vuoi dire che ho portato con me il barattolo senza che ce ne fosse bisogno?
– L'hai tenuto nella mano destra fino a che sei arrivato alla credenza, l'hai posato per aprire il cassetto, cosa che non hai voluto fare con la sinistra, quindi hai preso il cucchiaio con la destra, l'hai passato nella sinistra, hai ripreso il barattolo del caffè con la destra e sei tornato al fornello, dove sei tornato a posarlo.
– Così fanno tutti.
– Movimento sprecato. La gente spreca una quantità immensa di movimenti. Dovresti qualche volta guardare Baba che prepara l'insalata.
– La gente non sta lì a ponzare su ogni minimo movimento o gesto. Un po' di spreco non guasta.
– Ma in tutta una vita?
– Che cosa si risparmia, a non sprecare?
– In una vita? Una spaventosa quantità di tempo ed energia, – replicò.
– E che cosa ce ne facciamo?
– Usiamoli per vivere di più. (Heinrich e Jack; cap. XX; pp. 126-127)
Denise è il tipo di bambina che prova una sorta di tenerezza protettiva per le sue origini. In un mondo di situazioni alla deriva, appartiene alla sua strategia di fare ogni sforzo per restaurare e conservare, tenere le cose insieme per il loro valore di ricordi, come un modo per legarsi alla vita.
Non si equivochi. Questi bambini io li prendo sul serio. Non è possibile vedervi troppo, indulgere troppo all'eventuale capacità di studiare i caratteri. È tutto lì, a piena forza, carico di onde di identità ed essenza. Nel mondo dei bambini non ci sono dilettanti. (cap. XX; p. 128)
– Abbandonare tutte le abitazioni. Subito, subito. Evento tossico, nube chimica.
La voce diveniva più forte, si indeboliva, tornava forte, mentre i veicoli si immettevano o uscivano dalle strade secondarie. Evento tossico, nube chimica. Quando le parole svanivano, la cadenza in sé continuava a rimanere distinguibile, sequenza ricorrente in lontananza. Pare che il pericolo imponga alle voci pubbliche la responsabilità di assumere un ritmo, quasi che nelle unità metriche risieda una coerenza capace di controllare quale che sia l'evento insensato e furioso che stia per scatenarsi sulle nostre teste. (cap. XXI, pp. 145-146)
La radio disse: – È l'ologramma con l'arcobaleno a conferire a questa carta di credito il suo fascino di marketing. (cap. XXI, p. 148)
Alcune persone sedevano come istupidite sull'erba, accudite da un paio di infermieri barbuti. Due di esse erano insanguinate. Altro sangue si vedeva su un finestrino sfondato. Altro ancora sgorgava attraverso la neve appena caduta. Gocce di sangue macchiavano una borsetta color beige. Lo spettacolo di feriti, infermieri, acciaio fumante, tutto immerso in una luce violenta e arcana, aveva l'eloquenza di una composizione formale. Lo superammo in silenzio, con una sensazione di reverenza curiosa, persino sollevati dalla vista delle auto accatastate e della gente caduta. (cap. XXI, p. 149)
Non l'avevo mai sentito occuparsi di qualcosa con godimento tanto caloroso. Era praticamente euforico. Evidentemente sapeva che potevamo morire tutti. Che fosse una specie di esaltazione da fine del mondo? Che cercasse una distrazione dalle proprie minuscole miserie in un evento violento e travolgente? La sua voce tradiva una voglia matta di un po' di orrori. (Jack parlando di Heinrich; cap. XXI, pp. 149-150)
– Gli viene il cancro? No, – ribatté Denise. – Il che deve significare che i ratti sono più simili all'uomo che gli scarafaggi, anche se sono nocivi tutti e due, dal momento che a loro può venire il cancro, mentre agli scarafaggi no.
– In altre parole, – disse Heinrich, – quella lì dice che due animali che siano mammiferi hanno più cose in comune di altri due che siano soltanto nocivi.
– Vorreste farmi credere, – concluse Babette, – che i ratti non soltanto sono nocivi e roditori, ma anche mammiferi? (cap. XXI, p. 151)
Steffie immaginava veramente di avere già visto l'incidente stradale oppure immaginava soltanto di esserselo immaginato? È possibile avere la falsa percezione di un'illusione? Esistono un déjà vu vero e uno falso? Mi chiesi se avesse veramente avuto i palmi sudati oppure si fosse soltanto immaginata un senso di umidità. Ed era talmente suscettibile alla suggestione da manifestare tutti i sintomi che venivano annunciati?
Mi sentii triste per il genere umano e per la strana parte che giochiamo nei nostri stessi disastri.
Ma se invece non aveva sentito la radio e non sapeva che cosa fosse il déjà vu? E se le fossero venuti i sintomi veri per mezzi naturali? (cap. XXI, p. 152-153)
Era possibile che una ragazzina di nove anni avesse un aborto per forza di suggestione? O avrebbe dovuto prima essere incinta? Era possibile che la forza di suggestione fosse tale da agire a ritroso, dall'aborto alla gravidanza alla mestruazione all'ovulazione? Che cosa viene prima, la mestruazione o l'ovulazione? Stiamo parlando di semplici sintomi o di condizioni profondamente radicate? I sintomi sono segni o cose? Che cos'è una cosa e come facciamo a sapere che non è un'altra? (cap. XXI, p. 153)
Il Nyodene D. è un sacco di cose messe assieme, che sarebbero poi i sottoprodotti della fabbricazione di un insetticida. Il prodotto principale ammazza gli scarafaggi, i sottoprodotti ammazzano tutto il resto. È una battuta del nostro insegnante. [...] In forma di polvere è privo di colore e di odore, nonché molto pericoloso, anche se pare che nessuno sappia esattamente che cosa provochi nell'uomo e nella sua prole. Sono anni che fanno prove, ma, o non lo sanno con certezza, oppure lo sanno e non lo dicono. Certe cose sono troppo sgradevoli per essere rese pubbliche. [...] Una volta che sia penetrato nel suolo, il suo effetto dura quarant'anni. Molto più di quanto viva un sacco di gente. Dopo cinque anni si notano diversi tipi di funghi comparire tra i doppi vetri, come pure sugli abiti e negli alimenti. Dopo dieci anni le zanzariere cominciano ad arrugginire, a riempirsi di buchi e a marcire. I rivestimenti si deformano. Vi saranno rotture di vetri e traumi negli animali domestici. Dopo vent'anni ci si deve probabilmente rintanare in solaio e aspettare di vedere che cosa succede. (cap. XXI, p. 159)
– Ti ricordi se le hai spiegato che cosa significa déjà vu? Tolse un po' di yogurt dal cartone con il cucchiaio, parve avere un'esitazione, immersa nei suoi pensieri.
– È già successo, – disse finalmente.
– Che cosa?
– Che mangiavo lo yogurt, seduta qui, parlando di déjà vu.
– Non voglio neanche sentirtelo dire.
– Lo yogurt l'avevo sul cucchiaio. Ho visto tutto in un lampo. Tutta questa esperienza. Naturale, latte intero, magro.
Lo yogurt era ancora sul cucchiaio. La guardai metterselo in bocca, pensosa, cercando di confrontare l'azione con l'illusione di un originale identico. (cap. XXI, p. 162)
Non crede che valga la pena di essere divertente e pieno di fascino davanti alla sua famiglia. I figli sono fatti così. Per loro noi siamo lo stimolo sbagliato. (Jack parlando di Heinrich; cap. XXI, p. 162)
– Alcuni scienziati del famoso Istituto per gli Studi Avanzati presso l'Università di Princeton hanno sbalordito il mondo presentando inoppugnabili prove dell'esistenza di una vita dopo la morte. Un ricercatore del suddetto Istituto – ente di importanza mondiale – si è servito dell'ipnosi per indurre centinaia di persone a ricordare le precedenti vite da loro vissute in veste di costruttori di piramidi, di studenti in viaggio di scambio culturale e di extraterrestri. (Babette; cap. XXI, p. 172)
– È come se ci avessero ricacciato indietro nel tempo, – disse. – Siamo nell'Età della pietra: conosciamo tutte le cose che sono state prodotte da secoli di progresso, ma che cosa sappiamo fare per rendere più agevole la vita di questa Età? Sappiamo forse fare un frigorifero? Sappiamo anche solo spiegare come funziona? Che cos'è l'elettricità? Che cos'è la luce? Sono cose che sperimentiamo ogni giorno della nostra vita, ma a che cosa serve tutto ciò se ci troviamo ricacciati indietro nel tempo e non siamo nemmeno in grado di spiegare alla gente i principi di base, per non parlare di fare effettivamente qualcosa che possa migliorare la situazione. Indicami una sola cosa che saresti capace di fare. Saresti capace di costruire un semplice fiammifero di legno, che produca fiamma strofinandolo su una roccia? Noi siamo convinti di essere tanto grandi e moderni. Atterraggi sulla luna, cuori artificiali. Ma se fossimo coinvolti in un ribaltamento temporale e ci trovassimo a faccia a faccia con gli antichi greci? Sono stati loro a inventare la trigonometria. Facevano già autopsie e dissezioni. Tu che cosa potresti dire a uno di loro, senza che lui rispondesse: «Bella roba». Potresti parlargli dell'atomo? È una parola greca. I greci sapevano già che gli eventi fondamentali del mondo non possono essere visti dall'occhio umano. Sono onde, raggi, particelle. (Heinrich; cap. XXI, p. 178-179)
– Abbiamo il calore, abbiamo la luce.
– Cose da Età della pietra. Ce le avevano anche loro. E anche il fuoco. Strofinavano insieme due pietre focaie e producevano delle scintille. Tu saresti capace? Riconosceresti una pietra focaia, se la vedessi? Se un uomo dell'Età della pietra ti chiedesse che cos'è un nucleotide, sapresti dirglielo? Come facciamo a fare la carta carbone? Che cos'è il vetro? Se domani ti svegliassi nel medioevo e stesse infuriando un'epidemia, che cosa potresti fare per fermarla, con le nozioni che hai sul progresso di medicine e malattie? Siamo praticamente nel ventunesimo secolo e hai letto centinaia di libri e riviste, nonché visto centinaia di programmi T.V. di scienza e medicina. (Jack e Heinrich; cap. XXI, p. 179-180)
– Che cos'è una radio? Quale ne sarebbe il principio? Forza, spiega. Sei lì seduto in mezzo a questa cerchia di persone. Usano utensili fatti con i sassi. Mangiano larve. Spiegagli la radio.
– Non c'è nessun mistero. Potenti apparecchi di trasmissione inviano segnali, i quali viaggiano nell'aria per essere colti da ricevitori.
– Viaggiano nell'aria. Che cosa, come uccelli? Perché non li chiami magici? Viaggiano per l'aria in onde magiche. Che cos'è un nucleotide? Non lo sai, vero? Eppure sono le fondamenta della vita. A che cosa serve il sapere, se aleggia nell'aria? Va da computer a computer. Cambia e cresce a ogni secondo di ogni giorno. Ma in realtà nessuno sa niente. (Heinrich e Jack; cap. XXI, p. 180)
Una radio disse: – Il futuro incerto induce a minore pazienza, provocando sul mercato una tendenza al ribasso. (cap. XXI, p. 181)
Il presentatore di uno spettacolo radiofonico con ospiti disse: – Sei in onda. (cap. XXI, p. 183)
– C'è una teoria, sul déjà vu.
– Non voglio saperla.
– Perché pensiamo che queste cose siano già successe? Semplice. Perché sono effettivamente successe, nella nostra mente, come visioni del futuro. Essendo precognizioni, è materia che non possiamo adattare al sistema della nostra coscienza così com'esso è attualmente strutturato. Si tratta di roba fondamentalmente soprannaturale. Vediamo nel futuro, ma è un'esperienza che non abbiamo ancora imparato ad analizzare. Quindi l'evento se ne sta rimpiattato finché la precognizione non si avvera, finché non ci troviamo a faccia a faccia con esso. In quel momento siamo liberi di ricordarlo, di avvertirlo come famigliare.
– Perché c'è così tanta gente che soffre episodi del genere proprio adesso?
– Perché la morte è nell'aria, – rispose in tono soave. – Significa liberare materiale rimosso. Significa arrivare più vicini a qualcosa di noi stessi che non abbiamo appreso. La maggior parte di noi ha probabilmente visto la propria morte, ma non sapeva come far affiorare questa visione. Forse, quando moriremo, la prima cosa che diremo sarà: «Questa sensazione la conosco. Qui ci sono già stato». (Murray e Jack; cap. XXI, pp. 183-184)
La pronuncia di quelle parole era stata bella e misteriosa, indorata da un miracolo incombente. Era come il nome di un antica potenza celeste, incisa in segni cuneiformi su una tavoletta. Mi fece sentire che lassù c'era qualcosa. Ma com'era possibile? Una semplice marca, una comune auto? Com'era possibile che quelle parole quasi prive di senso, mormorate nel sonno inquieto di una bambina, mi avessero fatto avvertire un significato, una presenza? Stava solamente ripetendo delle voci televisive. Toyota Corolla, Toyota Celica, Toyota Cressida. Nomi sovrannazionali, generati dal computer, più o meno universalmente pronunciabili. Parte del rumore cerebrale di ogni bambino, di regioni subliminali troppo remote per essere indagate. Qualunque ne fosse la fonte, la loro pronuncia mi aveva colpito con l'impatto di un istante di splendida trascendenza. (cap. XXI, p. 188)
Attraverso la maschera Heinrich chiese: – Vi siete mai veramente guardati l'occhio?
– In che senso? – ribatté Denise, mostrando un interesse immediato, come se stessimo pigramente godendoci una giornata d'estate sulla veranda.
– L'occhio. Sai quali sono le diverse parti?
– Vuoi dire l'iride, la pupilla?
– Quelle sono le parti conosciute da tutti. Ma il corpo vitreo? E la lente? È la lente che frega. Quanta gente non sa nemmeno di averla? Pensano che «lente» voglia dire «macchina fotografica».
– E l'orecchio, allora? – chiese Denise con voce smorzata.
– Se l'occhio è un mistero, non parliamo dell'orecchio. Prova a dire «coclea» a qualcuno: ti guarderà con l'aria di dire «Ma questo qui chi è?» C'è un intero mondo all'interno del nostro corpo.
– Nessuno se ne interessa nemmeno, – convenne la ragazzina.
– Come fa la gente a vivere tutta la vita senza sapere come si chiamano le varie parti del proprio corpo? (cap. XXI, pp. 192)
Krylon, Rust-Olium, Red Devil. (cap. XXI, pp. 193)
Il supermercato è pieno di persone anziane che si aggirano disorientate tra siepi dai colori abbaglianti. Alcuni sono troppo bassi per arrivare ai ripiani più elevati; altri bloccano le corsie con i carrelli; altri sono goffi e hanno i riflessi lenti; altri si aggirano borbottando, con l'aria diffidente della gente che si incontra nei corridoi degli ospizi. (cap. XXII, pp. 203)
Dristan Ultra. Dristan Ultra. (cap. XXII, p. 201)
– Carne non confezionata, pane fresco, – continuò. – Frutti esotici, formaggi rari. Prodotti di venti paesi. È come essere a un crocevia di un mondo antico, un bazar persiano o una prospera città sul Tigri. (Murray; cap. XXII, p. 203)
Dopo l'evento tossico aereo, i tramonti erano diventati quasi intollerabilmente belli. Non che vi fosse una connessione misurabile. Che fossero state le caratteristiche specifiche del Nyodene D. (aggiunte all'afflusso quotidiano di effluenti, inquinanti, contaminanti e deliranti) a causare questo salto estetico da tramonti già bellissimi agli attuali paesaggi celesti, vasti, torreggianti, rosseggianti, visionari, pervasi di timore, nessuno era stato in grado di provarlo. (cap. XXII, p. 205)
– Com'è andata la lezione? – chiese Denise.
– Sta andando talmente bene che vogliono farmi tenere un altro corso.
– Di che cosa? – Jack non ci crederà.
– Di che cosa? – chiesi a mia volta.
– Mangiare e bere. Si chiama «Mangiare e bere: parametri di base». Il che, ammetto, è un po' più stupido di quanto la cosa debba essere in senso assoluto.
– Che cosa potresti insegnare? – chiese Denise.
– È questo il bello. È un argomento praticamente inesauribile. Mangiare leggero quando fa caldo. Bere moltissimi liquidi.
– Ma lo sanno tutti.
– Le nozioni cambiano giorno per giorno. Alla gente piace che le cose in cui crede vengano confermate. Non stendersi dopo un pasto pesante. Non bere liquori a stomaco vuoto. Se si deve nuotare, aspettare almeno un'ora dopo aver mangiato. Il mondo è più complicato per gli adulti di quanto lo sia per i bambini. Noi non siamo cresciuti in mezzo a tutto questo cambiare di fatti e modi di pensare: un giorno è comparso e via. Quindi la gente ha bisogno che una persona autorevole la rassicuri, le dica se ciò che sta facendo lo fa in maniera giusta o sbagliata, almeno in quel dato momento. E io sono l'unica persona disponibile che abbiano trovato. Tutto qui. (cap. XXII, p. 206)
I dati terrificanti ormai sono un'industria. Diverse ditte si trovano in competizione per vedere fino a che punto possono arrivare a farci paura. (cap. XXIII, p. 211)
Nella testa prese a scorrermi il motivetto pubblicitario dei Ray-Ban Wayfarer. (cap. XXVIII, p. 254)
Alla T.V. davano il Quiz Nazionale del Cancro. (cap. XXVIII, p. 256)
Il volto degli emigrati newyorkesi era velato da un pallore particolare. [...] Il pallore dell'ossessione, dei poderosi appetiti ristretti in piccoli spazi. Murray disse che Elliot Lasher aveva una faccia da film noir. Aveva i lineamenti nettamente definiti, i capelli profumati con un'essenza. Mi venne il curioso pensiero che avessero nostalgia del bianco e nero, che le loro aspirazioni fossero dominate da valori acromatici, estremi personali di un grigiore urbano postbellico. (cap. XXVIII, pp. 256-257)
– Chi ha esercitato l'influenza più profonda sulla tua vita? – chiese in tono ostile.
– Richard Widmark in Il bacio della morte. Quando ha spinto quella vecchia in quella carrozzella giù per quella rampa di scale, per me è stato come una conquista personale. Ha risolto una serie di conflitti. Ho copiato la sua risata sadica, adottandola per dieci anni. Mi ha fatto superare alcuni periodi difficili. Richard Widmark nella parte di Tommy Udo, ne Il bacio della morte di Henry Hathaway. Ricordi quella risata raccapricciante? Con un ghigno da iena. Un risolino demoniaco. Che ha chiarito una serie di cose nella mia vita. Mi ha aiutato a diventare un individuo. (cap. XXVIII, p. 257)
– Chiudi mai gli occhi, – chiese ancora Lasher, – guidando in autostrada?
– Sulla 95 Nord li ho tenuti chiusi per otto secondi pieni. Il mio record. Sono arrivato a tenerli chiusi per sei secondi su strade tortuose di campagna, ma andavo al massimo a quaranta cinquanta. Sulle autostrade a più corsie di solito prima di chiuderli mi porto a cento. Lo si fa nei rettilinei. In simili condizioni sono arrivato a tenerli chiusi cinque secondi con altre persone in macchina. Per farlo, però, bisogna aspettare che siano mezzo addormentate. (cap. XXVIII, p. 258)
Rivolto a Murray, Lasher disse: – Dovremmo avere un Giorno dei Morti ufficiale. Come i messicani.
– Ce l'abbiamo. Si chiama Settimana del Super Bowl. (cap. XXVIII, p. 259)
– Non posso insegnare Hitler, senza.
– Perché?
– Ne ho bisogno e basta.
– Sono stupidi e inutili.
– Mi ci sono fatta una carriera, – ribattei. (cap. XXIX, p. 264)
Al buio la mente continua a funzionare come una macchina divoratrice, l'unica cosa sveglia dell'universo. Cercavo di distinguere le pareti, il cassettone nell'angolo. La vecchia sensazione di essere indifeso. Piccolo, debole, mortale, solo. Panico, divinità dei boschi e dei luoghi selvaggi, mezzo caprone. Girai la testa sulla destra, essendomi venuta in mente la radiosveglia. Guardai i numeri cambiare, la progressione dei minuti digitali, da dispari a pari. Baluginavano verdi nel buio. (cap. XXX, p. 267)
La voce di sopra affermò: – Secondo un istituto di ricerca californiano, la prossima guerra mondiale potrebbe essere combattuta per il sale. (cap. XXX, p. 269)
– Penso che quello che dovresti fare, Jack, sia dimenticare la medicina contenuta in quella pastiglia. Non c'è cura per questo male.
Aveva ragione. Avevano ragione tutti. Continuare la mia vita, tirare su i miei figli, insegnare ai miei studenti. Cercare di non pensare a quella figura elettrostatica, al Grayview Motel, che mette le sue incompiute mani su mia moglie.
– Continuo a essere triste, Winnie, ma tu hai dato alla mia tristezza una ricchezza e profondità mai conosciute prima.
Si girò da un'altra parte, arrossendo.
– Tu sei più di un'amica delle ore liete, – continuai. – Sei una vera nemica.
Divenne incredibilmente rossa.
– Le persone in gamba non pensano mai alle vite che schiantano, proprio per il fatto di essere in gamba, – continuai. (cap. XXX, p. 274)
1) di preparare l'assegno per la Waveform Dynamics? 2) di metterci il numero di conto? 3) di firmarlo? 4) di mandare l'intera cifra, visto che non accettiamo pagamenti a rate? 5) di includere nella lettera il documento originale di pagamento, visto che non accettiamo fotocopie? 6) di inserire il documento nella lettera in maniera tale che l'indirizzo compaia nell'apposita finestrella? 7) di staccare lungo la linea tratteggiata la parte verde del detto documento, da conservare per il vostro archivio? 8) di indicare il vostro indirizzo esatto, completo di codice postale? 9) di informarci almeno tre settimane prima di un eventuale trasloco? 10) di chiudere la busta? 11) di metterci il francobollo, visto che le poste altrimenti non la consegnano? 12) di imbucare la busta almeno tre giorni prima della data indicata nella casella azzurra?
(cap. XXXI, p. 275)
Si diventa vecchi e si scopre di essere pronti per qualcosa, ma non si sa che cosa. Ci si continua a preparare. Ci si pettina, si sta alla finestra a guardare fuori. A me sembra di avere sempre un piccolo rompipalle che mi gira intorno. (Vernon; cap. XXXIII, p. 297)
Per sfuggire alle cose di tutti i giorni, che possono essere mortali, Vern, se portate all'estremo. Secondo un mio amico, è per quello che la gente va in ferie. Non per riposare o divertirsi o vedere posti nuovi. Per sfuggire alla morte insita nelle cose di tutti i giorni. (Vernon; cap. XXXIII, p. 297)
– In senso assolutamente reale non importa che cosa ci sia in quelle pastiglie. Potrebbe essere zucchero, spezie. Io ho una voglia tremenda di essere imbrogliato, preso in giro.
– Non ti sembra un po' una scemenza?
– Così succede alla gente disperata, Denise. (cap. XXXIII, p. 301)
Vernon stava seduto al tavolo, completamente vestito, a fumare e tossire. La cenere della sigaretta era lunga più di due centimetri e stava cominciando a piegarsi. Era una sua abitudine lasciarla penzolare. Secondo Babette lo faceva per provocare negli altri dei sentimenti di suspense e ansia. Rientrava nel clima di inquietudine in cui viveva lui. (cap. XXXIII, p. 302)
Mi faceva pensare alla Legge delle Rovine.
Spiegai a Murray che Alfred Speer avrebbe voluto costruire delle strutture che si disfacessero in maniera gloriosa, solenne, come rovine romane. Niente ammassi rugginosi né rozzi casermoni di acciaio. Sapeva che Hitler sarebbe stato favorevole a tutto ciò che potesse lasciare senza parola i posteri. Quindi aveva fatto il disegno di una struttura del Reich da costruire con materiali speciali, che le consentissero di sgretolarsi in maniera romantica, un progetto a base di mura cadute, mezze colonne avvolte nel glicine. La rovina è già inclusa nella creazione, spiegai, che dimostrava l'esistenza di una certa nostalgia dietro il principio del potere, oppure di una tendenza a programmare in anticipo la malinconia delle generazioni future.
Lui replicò: – Io non credo nella nostalgia di nessuno all'infuori della mia. La nostalgia è prodotto di insoddisfazione e rabbia. È un regolamento di conti tra il presente e il passato. Più forte è, più vicini si arriva alla violenza. La guerra è la forma assunta dalla nostalgia quando gli uomini sono forzati a dire qualcosa di bene del proprio paese. (cap. XXXIV, p. 308)
Aprii il frigorifero e scrutai nel freezer. Dagli involti in plastica degli alimenti, dalle pellicole avvolte intorno alle cose mezze mangiate, dai sacchetti ermetici di fegato e cotolette, tutti luccicanti di cristalli nevosi, veniva uno strano rumore crocchiante. Uno sfrigolio secco e freddo. Un rumore come di qualcosa che andasse in frantumi, trasformandosi in vapori di freon. Elettrostatica inquietante, insistente eppure quasi subliminale, che mi faceva pensare ad anime ibernate, a una forma di vita in letargo ma prossima a raggiungere la soglia della percezione. (cap. XXXIV, p. 308)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026