Le frasi di «Storia della rivoluzione russa» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Storia della rivoluzione russa»
La caratteristica più incontestabile della rivoluzione è l'intervento diretto delle masse negli avvenimenti storici. Di solito è lo Stato, monarchico o democratico, a dominare la nazione: la storia è fatta dagli specialisti del mestiere: monarchi, ministri burocrati, parlamentari, giornalisti. Ma nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall'arena politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano le basi di un regime nuovo. (Prefazione, p. 9)
La caratteristica essenziale e più costante della storia della Russia è la lentezza dell'evoluzione del paese, con l'arretratezza economica, la struttura sociale primitiva, il basso livello culturale che da tale lentezza derivano. (p. 17)
La Russia occupava una posizione intermedia tra l'Europa e l'Asia non solo geograficamente, ma anche per la sua vita sociale e la sua storia. Si distingueva dall'Occidente europeo, ma differiva pure dall'Oriente asiatico, avvicinandosi, in periodi diversi, per diverse caratteristiche, ora all'uno ora all'altro. L'Oriente le aveva imposto il giogo dei Tartari che costituì un elemento importante nell'edificazione dello Stato russo. L'Occidente fu un nemico ancora più temibile, ma al tempo stesso un maestro. La Russia non ebbe la possibilità di conformarsi ai modelli dell'Oriente, perché dovette sempre adattarsi alla pressione militare ed economica dell'Occidente. (p. 18)
Sotto la pressione della più ricca Europa, lo Stato russo assorbiva una parte della ricchezza nazionale relativamente più considerevole che in Occidente e così non solo condannava le masse popolari a una duplice miseria, ma indeboliva anche le basi delle classi possidenti. Avendo tuttavia bisogno dell'appoggio di queste ultime, lo Stato stimolava e regolava la loro formazione. Come risultato, le classi privilegiate, burocratizzate, non poterono mai svilupparsi pienamente e quindi lo Stato russo si avvicinava sempre più ai regimi dispotici dell'Asia. (p. 20)
La scarsissima importanza delle città russe contribuì più di ogni altra cosa allo sviluppo di uno Stato di tipo asiatico ed escludeva in particolare la possibilità di una riforma religiosa, cioè di una sostituzione dell'ortodossia feudale e burocratica con una varietà più moderna di cristianesimo, adatta alle esigenze della società borghese. La lotta contro la chiesa di Stato non andò al di là della formazione di sette contadine, di cui quella dei Vecchi Credenti fu la più potente. (p. 22)
Plechanov, Aksel'rod, la Zasulič, Martov, seguiti da tutti i menscevichi, partivano dal punto di vista che in una rivoluzione borghese la funzione dirigente non poteva spettare che alla borghesia liberale, nella sua qualità di naturale pretendente al potere. Secondo questa schema, al partito del proletariato spettava la parte di ala sinistra del fronte democratico: la socialdemocrazia doveva appoggiare la borghesia liberale nella lotta contro la reazione, ma contemporaneamente doveva difendere gli interessi del proletariato contro la borghesia liberale. In altri termini, i menscevichi consideravano la rivoluzione borghese soprattutto come una riforma liberale e costituzionale. (p. 23)
Nicola II aveva avuto in eredità dai suoi antenati non solo un impero immenso, ma anche la rivoluzione. Essi non gli avevano lasciato alcuna qualità che lo rendesse atto a governare l'impero o solo una provincia o un distretto. Al flusso della storia, le cui ondate si avvicinavano sempre più alle porte del palazzo, l'ultimo dei Romanov contrapponeva una sorda indifferenza: sembrava che tra la sua mentalità e i suoi tempi si frapponesse una parete divisoria, sottile, ma assolutamente impenetrabile. (p. 70)
La sua personalità era, in fondo, caratterizzata da un'intima indifferenza, da una grande carenza di forza morale, da una scarsezza di impulsi volitivi. La maschera dell'indifferenza, che in certi ambienti viene chiamata «educazione», si confondeva naturalmente con il viso stesso di Nicola. (p. 71)
In realtà, Nicola si considerava un fallito. Il suo fatalismo non era che una forma di difesa passiva di fronte allo sviluppo storico, e si accompagnava all'arbitrio, meschino nei moventi psicologici, ma mostruoso nelle conseguenze. (p. 73)
Per giustificare la sua nuova posizione, questa tedesca cercava di assimilare con fredda frenesia tutte le tradizioni e le suggestioni del Medioevo russo; il più misero e grossolano di tutti i Medioevi, in un periodo in cui il popolo faceva sforzi enormi per emanciparsi dalla propria barbarie medioevale. Questa principessa dell'Assia era letteralmente posseduta dal demonio dell'autocrazia: sollevatasi dal suo buco provinciale sino ai fastigi del dispotismo bizantino, non intendeva a nessun costo ridiscendere. Nella religione ortodossa aveva trovato una mistica e una magia adatte alla sua nuova sorte. (p. 76)
L'assassinio ebbe una funzione importantissima, ma non quella su cui avevano contato gli esecutori e gli ispiratori. Invece di attenuare la crisi, quest'atto l'aggravò. Dovunque si parlava dell'assassinio: nei palazzi, negli stati maggiori, nelle fabbriche e nelle isbe dei contadini. Una deduzione si imponeva: contro la camarilla lebbrosa gli stessi granduchi non avevano altre risorse che il veleno e la pistola. Il poeta Blok ha scritto a proposito dell'assassinio di Rasputin: «La pallottola che lo finì, colpì direttamente al cuore la dinastia regnante». (p. 95)
Se manca una democrazia borghese in grado di porsi alla testa della rivoluzione? Allora bisogna inventarla. È quello che fanno i menscevichi. Creano la democrazia borghese, le sue qualità e la sua storia nella loro immaginazione. (pp. 98-99)
Sarebbe assurdo affermare che lo zarismo non fece mai concessioni, in nessuna circostanza. Cedette tutte le volte che fu costretto dalle sue esigenze di conservazione. Dopo la disastrosa guerra di Crimea, Alessandro II procedette a una semiemancipazione dei contadini e a un certo numero di riforme liberali sul piano degli zemstvo, dei tribunali, della stampa, dell'istruzione ecc. Lo zar stesso precisò la linea ispiratrice delle sue riforme: emancipare i contadini dall'alto per evitare che si emancipassero dal basso. (pp. 117-118)
Hilferding e Kautsky in Germania, Max Adler in Austria proponevano di «combinare» la democrazia con il sistema sovietico, inserendo i soviet nella costituzione. Sarebbe stato come trasformare la guerra civile, potenziale o effettiva, in una componente del regime costituzionale. Non è possibile immaginare un'utopia più curiosa. (p. 240)
Postosi alla testa della sinistra dei menscevichi che non riuscì ad assumere una funzione di benché minima importanza nella rivoluzione, Martov, rimase all'opposizione contro la politica di Tseretelli-Dan, ostacolando al tempo stesso il riavvicinamento tra i menscevichi di sinistra e i bolscevichi. [...]. La frazione di Martov, pur senza aver lasciato il partito, non aveva un suo giornale dato che non aveva una politica. Come sempre nei grandi avvenimenti storici, Martov aveva irrimediabilmente perduto la testa e non aveva più nessuna consistenza. Nel 1917 come nel 1905, la rivoluzione si accorse appena dell'esistenza di quest'uomo pur notevole. (pp. 253-254)
Verklovsky, ministro della guerra di Kerensky, dichiarò più tardi a proposito di Kornilov che era un cuor di leone con una testa di montone. (pp. 278-279)
Bolscevico quasi dalla nascita stessa del bolscevismo, Kamenev, aveva sempre appartenuto all'ala destra del partito. Non privo di preparazione teorica e di fiuto politico, dotato di una grande esperienza di lotta frazionistica in Russia e di una scorta di osservazioni politiche fatte in Occidente, Kamenev afferrava le idee generali di Lenin meglio di altri bolscevichi, ma solo per interpretarle nel modo più pacifico possibile. Da lui non ci si poteva aspettare né indipendenza di decisione né iniziativa nell'azione. (p. 316)
Notevole propagandista, oratore, giornalista, non brillante ma riflessivo, Kamenev era particolarmente prezioso nelle trattative con altri partiti e anche come esploratore in altri ambienti sociali, anche se da simili escursioni ritornava sempre, per parte sua, con frammenti della mentalità propria di altri partiti. Queste caratteristiche di Kamenev erano così evidenti che quasi nessuno si sbagliava sulla sua fisionomia politica. (p. 316)
Se Kamenev era un propagandista volgarizzatore, Zinoviev era un agitatore e anzi, secondo l'espressione di Lenin, nient'altro che un agitatore. Per essere un dirigente, gli mancava troppo il senso di responsabilità: privo di disciplina interiore, il suo pensiero è del tutto incapace di svolgere un lavoro teorico e si dissolve nell'informe intuizione dell'agitatore. (pp. 328-329)
Grazie a un fiuto eccezionalmente acuto afferra sempre, a volo, le formule di cui ha bisogno, cioè quelle che possono avere la maggiore influenza tra le masse. E come giornalista, come oratore, resta sempre un agitatore, con la differenza che nei suoi articoli rivela soprattutto i suoi punti deboli, mentre nei discorsi prevalgono i suoi punti di forza. Molto più audace e sfrenato nell'agitazione di qualsiasi altro bolscevico, Zinoviev è capace ancor meno di Kamenev di prendere un'iniziativa rivoluzionaria. È indeciso come tutti i demagoghi. (p. 329)
A Rykov che ripeteva che il socialismo doveva venire dai paesi in cui l'industria era più sviluppata, Lenin dava una risposta semplice, ma esauriente: «Non si può dire chi comincerà, né chi finirà». (p. 349)
[...] il materialismo storico non ha niente in comune con il fatalismo. (p. 359)
Che cosa significavano dunque le assicurazioni di Kornilov che affermava di avere forze sufficienti per schiacciare i sediziosi? Niente, dimostravano solo la stoltezza del rispettabile generale. La sua leggerezza si manifesterà con tutta chiarezza nel mese di agosto, quando il cospiratore Kornilov farà marciare contro Pietrogrado truppe inesistenti. Kornilov cercava ancora di giudicare i contingenti militari secondo la composizione del comando. Il corpo degli ufficiali, nella sua maggioranza, era indubbiamente con lui, cioè era pronto a spezzare la schiena ai soviet con il pretesto di difendere il governo provvisorio. (p. 380)
Il congresso non osava colpire la Duma dell'impero e il Consiglio di Stato. L'oratore menscevico Bogdanov nascondeva la sua timidezza di fronte alla reazione dicendo che la Duma e il Consiglio di Stato, «dopo tutto, erano istituzioni morte, inesistenti». Martov, replicava con la sua causticità da polemista: «Bogdanov propone di considerare la Duma inesistente, ma di non attentare alla sua esistenza». (p. 472)
[...] Lunaciarsky, sempre pronto a lasciarsi influenzare dall'ambiente, capace di imporsi con il suo aspetto e con la sua voce, oratore eloquente, non molto sicuro, ma spesso insostituibile. (p. 569)
La formidabile esplosione della Comune stava al colpo di Stato del settembre 1870 come le giornate di giugno stavano alla rivoluzione del febbraio 1848. L'insurrezione di marzo del proletariato parigino non era niente affatto il risultato di un calcolo strategico. Derivò da una tragica combinazione di circostanze, completata da una di quelle provocazioni per cui la borghesia francese è così ingegnosa quando la paura stimola la sua perfida volontà. Contro i piani della cricca dirigente che cercava innanzi tutto di disarmare il popolo, gli operai intendevano assicurare la difesa di Parigi che per la prima volta volevano trasformare nella «loro» Parigi. (p. 616)
Con la Comune di Parigi, la protesta determinata da un riflesso del proletariato contro l'impostura della rivoluzione borghese giungeva per la prima volta al livello di una insurrezione proletaria, ma solo per riprecipitare immediatamente. (p. 616)
La zarina era spesso e apertamente accusata di spionaggio: anche nelle sfere di corte, la si riteneva responsabile dell'affondamento da parte dei tedeschi della nave su cui si recava in Russia il generale Kitchener. (p. 638)
Subito dopo essersi messo d'accordo con Alekseev, entrava nella sala del palazzo d'inverno dove si ricevevano i giornalisti, e chiese loro di ritirare da tutti i giornali il proclama in cui si dichiarava Kornilov traditore. Quando, dalle risposte dei giornalisti, apparve chiaro che non era possibile farlo per ragioni tecniche, Kerensky esclamò: «Mi dispiace molto!». Questo piccolo episodio, riferito sui giornali del giorno dopo, mette in luce con vivezza incomparabile il personaggio del superarbitro della nazione definitivamente impigliato nella sua stessa rete. Kerensky era l'incarnazione così perfetta sia della democrazia sia della borghesia da essere contemporaneamente il più alto rappresentante dell'autorità statale e un cospiratore criminale di fronte alla stessa autorità. (p. 754)
Con interesse e con simpatia – e con indulgenza da parte degli elementi più formati – veniva ascoltato Lunaciarsky, oratore esperto che sapeva esporre convenientemente un avvenimento e una generalizzazione, che sapeva essere patetico e scherzoso, ma non pretendeva di guidare nessuno: egli stesso aveva bisogno di essere guidato. Via via che si avvicinava l'insurrezione, Lunaciarsky diveniva rapidamente più sbiadito. (pp. 967-968)
Cercando di basarsi sull'aforisma di Marx secondo cui nessun regime scompare dalla scena prima di aver esaurito tutte le sue possibilità, i menscevichi negavano che si potesse lottare per la dittatura del proletariato nella Russia arretrata in cui il capitalismo era ben lungi dall'esaurimento. (p. 1073)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026