Ritratto di Luigi Capuana
I. Strizzi · CC BY-SA 4.0

Frasi

Frasi di Luigi Capuana

30 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 30 frasi di Luigi Capuana: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Luigi Capuana (scrittore, critico letterario e giornalista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Luigi Capuana

È il cuore della città. La gente vi s'affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell'aorta e nelle arterie del grande organismo tanto la sua rassomiglianza colle funzioni del cuore è evidente. Tutte le pulsazioni della vita cittadina si ripercuotono qui. Quando pare che anche qui ogni movimento sia cessato, dai grand'occhi di cristallo del pavimento può scorgersi che nei suoi sotterranei ferve sempre il lavoro, quasi che in questo centro vitale l'attività non possa mai addormentarsi e prosegua senza coscienza, proprio come nell'organismo vivente che abbandonasi al sonno. Gli ultimi urli degli scapati che tornano a casa con l'alba si confondono, sotto la grande vôlta di cristallo, col rumore dei passi dei primi operai che s'avviano al lavoro, o dei contadini che l'attraversano per andare al mercato coi nasi all'aria e colla bocca aperta, sbattendo sul pavimento di marmo le enormi bullette delle loro scarpe o i loro zoccoli poderosi.
Da La Galleria Vittorio Emanuele, in Primavera e altri racconti, su digitami.it.
Ebbi rimorsi di non essermi sentito Siciliano abbastanza; di avere esagerato anch'io i difetti del carattere isolano, e di avere apprezzato equamente pregi e particolari ogni volta che, interrogato, avevo dovuto ragionare; ebbi rimorso di non aver difeso clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l'avevo sentita mal giudicata o calunniata... cosa non rara purtroppo!
Da L'isola del sole – proemio, Giannotta, Catania, 1914.
Era un meraviglioso giornalista. I suoi articoli non annoiavano mai, interessavano sempre. (da Libri e teatro, Giannotta, 1892, p. 193)
La signorina Deledda fa benissimo di non uscire dalla sua Sardegna e di continuare a lavorare in questa preziosa miniera, dove ha già trovato un forte elemento di originalità. I suoi personaggi non possono esser confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi non sono vuote generalità decorative. Il lettore, chiuso il libro, conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di quei paesaggi grandiosi; e le impressioni sono cosi forti, che sembrano quasi immediate, e non di seconda mano, a traverso un'opera d'arte.
Da Gli ismi contemporanei.
Quando l'artista riesce a darmi il personaggio vivente davvero, non so chiedergli altro e lo ringrazio. Mi pare ch'egli m'abbia dato tutto quello che dovea. Pel solo fatto di esser vivente, quel personaggio è bello, è morale; e, se opera bene e se predica meglio, non nuoce: torno a ringraziar l'artista del di più. E al pari del personaggio amo viva l'azione. L'azione allo stesso modo, pel solo fatto di esser vivente è bella, è morale; non bisogna pretendere l'assurdo. Sotto la veste dell'artista, convien rammentarselo, c'è sempre più o meno un pensatore. Se questi fa capolino un po' più dell'altro, tanto meglio; è quel che ci vuole a questi benedetti lumi di luna. Ma se si dovesse scegliere ad ogni patto, o l'uno o l'altro, io non esiterei, trattandosi di teatro, a sceglier l'artista.
Da Il teatro italiano contemporaneo.
Questa benedetta o maledetta riflessione moderna, questa smania di positivismo, di studi, di osservazioni, di collezioni di fatti, noi non possiamo cavarcela di dosso.
Da Per l'arte, 1885.

Frasi da «Il marchese di Roccaverdina»

Quando il denaro non serve a far godere la vita, è cosa senza valore. (p. 79)
Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo e viviamo. Dopo, si diventa un pugno di cenere e tutto è finito (p. 79)
L'anima è il corpo che funziona; morto il corpo, morta l'anima. (p. 79)
«Perché Dio ci ha creati?»
«Non ci ha creati nessuno! La Natura ha prodotto un primo animale e da esso, per trasformazioni e perfezionamenti, siamo venuti fuori noi. Siamo figli di scimmia, animali come gli altri animali.» (p. 80)
«I preti cattolici hanno preso Dio agli ebrei e hanno inventato Gesù Cristo.» (p. 80)
"Badiamo, marchese! ...Badiamo!" egli si raccomandava.
Quando un Roccaverdina prende un drizzone, è capace di tutto, nel bene e nel male! ... Anche a costo di far scorazzare il collo a chi non c'entra.
"Zosima!" esclamò il marchese. "Permettetemi di chiamarvi così, come anni fa... Ricordate?"

Scheda del libro «Il marchese di Roccaverdina»

Studi sulla letteratura contemporanea

Il Michelet è uno dei pochi francesi che abbiano amato l'Italia con affetto profondo. Potremmo anzi dire che ci appartiene. (cap. I, p. 3)
[...] il Michelet è di quegli scrittori estremamente simpatici, dei quali si parla e si sente parlar volentieri. Più che un pensatore è un uomo di cuore; più che uno storico uno scienziato, è un mistico, un poeta, un allucinato [...], ma anche un divinatore; uno di quegli uomini insomma che ritengono meno degli altri le caratteristiche più spiccate della propria razza e parlano un linguaggio che qualche volta può parere od essere strano, ma che è sentito da tutti, perfino quando non viene ben compreso da tutti. (cap. I, p. 3)
Magro, debole, di piccola statura, con una testa sviluppatissima, dove contrastavano la bianchezza della sua precoce canizie e il vivo lampo degli occhi, il suo corpo pareva fatto a posta per lasciare allo spirito piena libertà d'azione. Infatti la sua vita fu tutta intera uno studio. Egli lavorava assiduamente dallo sei del mattino fino al mezzogiorno. Consacrava il dopopranzo a qualche passeggiata e alle relazioni amichevoli: andava a letta alle dieci. D'abitudini regolatissime, soffriva a veder mutati, anche soltanto di posto, gli oggetti che lo circondavano nella sua stanza da lavoro. Il panno del tavolino da scrivere, il portafogli di cartone non poterono venir rinnovati benché sudici e laceri. (cap. I, pp. 3-4)
Teofilo Gautier, pei francesi, è rimasto fino all'ultimo l'uomo dal gilè rosso del 25 febbraio 1830 (una data indimenticabile nella storia dell'arte). Non se ne sapeva dar pace. – L'indossai una sola volta e l'ho portato per tutta la vita – soleva dire con tristezza. Ormai il gilè rosso appartiene alla leggenda. Né vale il sapere che non era rosso, ma color di rosa; che non era un gilè, ma un pourpoint. Il Gautier insisteva sul colore. Il rosso avrebbe avuto un significato repubblicano e fra i romantici di repubblicani ce n'era appena , Pietro Borel. Il resto erano medioevisti, del partito dei castelli merlati, e nient'altro: ecco perché il pourpoint era color di rosa... Ma già è inutile: il Gautier del 1830 non sarà rappresentato altrimenti. (cap. II, p. 17)
Petrus Borel, detto anche "il licantropo" (1809-1859), scrittore, letterato e poeta francese.
[...] il lavoro giornalistico l'oppresse fino all'estremo momento; lavoro duro, ingrato, perfettamente contrario al suo carattere d'artista pieno di capricci e di paradossi. Negli ultimi anni che il disgusto del suo mestiere veniva accresciuto da diverse circostanze, egli non desiderava altro che una piccola rendita fissa per andare a nascondersi in un paesetto di riviera, nel Mediterraneo, e lì estetizzare sulla riva coi piedi lambiti dall'onda marina, come Socrate e Platone. – Un per fumarvi la mia pipa al sole, diceva talvolta colla sua forma plastica, e la minestra due volte la settimana... ecco tutto quel che io desidero. – (cap. II, p. 19)
Il Fullone del popolo è un cavapietre, buontempone, arguto, malizioso, sarcastico, sguaiato, osceno, religioso, accattabrighe e, per giunta, ignorante. Vissuto da capo scarico, fa la fine d'un anacoreta. Il Fullone che appare dai numerosi volumi messi a stampa è un uomo evidentemente assai colto, intinto di scolastica e di teologia, amico di moltissimi dotti contemporanei, dai quali riceve distici latini, epigrammi, sonetti in lode dei suoi poemi; un uomo che sa a menadito la storia e la mitologia, che imita bene i classici, che maneggia con arditezza lo stile, ora tenendolo in un tono mediano tra lo artifizio e la naturalezza, ora abbandonandolo a tutte le capestrerie delle metafore, dei concettini, dello iperboli, come conveniva per meritarsi l'onore d'accademico Racceso. (cap. XII, pp. 203-204)
Egli entrava nella sala con un'aria severa, quasi solenne, tenendo in mano il quaderno della lezione da leggere arrotolato e legato con un nastrino di seta a colore. La sua declamazione non era teatrale, ma faceva scorgere una grande preoccupazione dell'effetto, massime verso la fine. Il testo della lezione aveva anch'esso una stretta finale per strappare l'applauso. Insomma l'incesso, la declamazione, il contenuto dello scritto mostravano qualche cosa d'affettato, di ricercato, di lezioso che non lasciava nell'animo una buona impressione del suo carattere. Per molti che al pari di me lo conobbero soltanto di vista, l'Aleardi non fu altro che un superbioso: lo chiamavamo lolimpico. (cap. XIV, p. 217)
Per ingegno e per costume era il migliore tra i suoi fratelli. Eppure egli era ignorante, non leggeva mai libro, scriveva con molti errori di ortografia. Egli, come il padre e come l'avo, non credeva virtù in altri, ne beffava il sapere, rideva dell'ingegno, non pregiava che la furbizia; chiunque sapesse leggere e scrivere era suo nemico e lo chiamava pennaiuolo; si circondò degli uomini più ignoranti e bestiali. Educato da bassi servitori di Corte, che i Borboni sogliono tenere come i fedeli amici e consiglieri, egli ne apprese due vizi propri del più feccioso popolazzo: la bugia e la beffa. (cap. XV, p. 249)
Gli opuscoli del Galateo posseggono anch'essi un valore storico, e non solamente allorché versano intorno a memorie storiche propriamente dette, ma più quando senza volerlo apprestano documenti del suo tempo che vincono in pregio cento storie messe insieme. (cap. XVII, p. 273)
Il Galateo, fra gli errori d'ogni sorta che sconvolsero l'Italia dal 1450 al 1517, sembra l'espressione dell'ideale, verso cui gl'italiani d'allora dovevano sospirar coll'animo in segreto e in palese. E questo sospiro all'ideale non trasparisce unicamente dai suoi pensieri, ma pur dalla forma con cui li esprime. Aprendo il libro, istintivamente non vien fatto di buttar gli occhi sul testo latino, che giace a piè di pagina. Ma procedendo nella lettura, si subisce una dolce opera d'incanto, o si abbandona la traduzione per vedere le idee sotto l'antica lor veste. Già s'indovina subito che non si ha da fare con uno di quei pedanti latinisti, pazienti cucitori di frasi e di periodi ciceroniani, che inocularono il malanno dell'imitazione alla nostra vergine letteratura. Si comprende che le cose lette nella traduzione devono infondere allo stilo dell'autore quella certa fervida vita, che manca pel solito a coloro che scrivono in una lingua morta; e non ci s'inganna. (cap. XVII, pp. 274-275)
Egli non bada all'eleganza della frase o al giro del periodo in discapito delle idee; è purgato, è accurato; ma soprattutto, più che latino, vuol esser lui, il Galateo, un uomo del secolo XV, che pensa, che sente e che ragiona a suo modo, senza affettazione, senz'arte, o almeno colla sola di dir le cose alla buona. Ed è forse per conservar sempre questa sua diletta libertà di maniera, ch'egli si serve quasi costantemente pei suoi opuscoli della forma epistolare, trattino di storia, di morale, di filosofia, di fisica, di cosmografia o di medicina. (cap. XVII, p. 275)

Dicono di Luigi Capuana

Capuana, che s'era tuffato nell'acqua del verismo senza subire la metamorfosi di Glauco, ha continuato a respirare ed a vivere anche quando quell'acqua fu tutta quanta svaporata. Egli non appartenne mai ad un sistema o ad una scuola; non fece mai sacrificio della sua personalità ad una fede o ad un metodo, ma si servì, con gioconda agilità, dei metodi e delle mode per compiacere al suo prepotente istinto narrativo. E, perìta la fede artistica dei suoi anni migliori, egli, l'artista, sopravvive, e ricanta, più che settuagenario, ancora un inno alla voluttà di creare, e immagina, racconta, scrive con una fecondità che quasi c'inebria e ci fa più cara la vita come ogni segno di energia senile.
Giuseppe Antonio Borgese
Come gli scrittori francesi, il Capuana ha voluto sempre mettersi al centro dell'azione che descriveva, dirigerne le fila senza partecipare all'azione stessa, comportarsi in arte come il medico e lo scienziato che espongono i risultati dei loro studi di fisiologia e di psicologia. Conviene poi dire che il Capuana è quasi sempre riuscito a mettere in opera questo suo proposito; talché egli ha saputo fare in modo che il lettore giunto in fine, poniamo, d'un qualunque suo romanzo, possa dire a sé stesso d'aver trovato nei casi descritti null'altro che fredda obbiettività, e non mai una qualsiasi traccia del sentimento e del giudizio dell'autore. Ne risulta spesso, é vero, un senso di freddezza che colpisce inesorabilmente il lettore, ma esso però non è mai tale da oscurare senza rimedio la visione delle molte bellezze che questo singolare artista ha sparso a piene mani nei suoi volumi.
Lorenzo Gigli
Il Capuana giunse al romanzo verista direttamente, senza passare attraverso quei successivi stadi che abbiamo riscontrato nel Verga. Sino dal suo primo romanzo, Giacinta, il Capuana applica i principi della scuola realista francese; e li applica direttamente, non elaborandoli.
Lorenzo Gigli
La sua arte ha un incentivo nella sua esperienza letteraria; le numerose letture provocano in lui reazioni e impressioni che permangono a rendergli sensibile e malleabile la fantasia. In genere l'estetica degli artisti è un , una conseguenza delle loro opere, in quanto essi danno valore universale a quelle note che più rispondono alle loro abitudini; nel caso del Capuana invece la poetica precede la poesia, la riflessione lo guida nel cammino e gli fa intravedere la necessità di un metodo, di un mezzo, di uno scopo.
Giovanni Rabizzani
Luigi Capuana fu dei pochi che avessero la loro esclusiva occupazione nella letteratura. Scrivere significò per lui, oltreché sentimento e bisogno dell'anima, anche mezzo di guadagnarsi il pane. Perciò vedete che nella operosissima e lunga vita egli si è disperso in mille lavori: novelle, romanzi, drammi, cronache drammatiche e letterarie, conferenze, poesie, fiabe, raccontini, anche libretti scolastici. E si ha, da tal congerie di lavoro, l'impressione che i motivi pratici fossero un impaccio alla sua opera di artista. Né egli lo nasconde con l'alterigia del gentiluomo povero o la precauzione dell'esteta a spasso. Anzi, tanta è la sua sincerità, lo dichiara aperto e ne discute nelle sue pagine.
Giovanni Rabizzani

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026