Frasi

Frasi di Mario Pratesi

12 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 12 citazioni di Mario Pratesi, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Mario Pratesi (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Mario Pratesi

[...] la morale della favola è questa: il mondo sarebbe felice se potesse essere tutto buono; onde il corollario: studiandosi di essere perversi il meno che sia possibile, se non si accresce la somma del bene, si diminuisce almeno quella del male. Il sogno del poeta dunque non è un sogno vano: egli ha sempre ragione.
Da L'idea religiosa dopo il 1815 e il «Prometeo» di Shelley, in Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti, quarta serie, volume CVII, della raccolta volume CXCI, settembre-ottobre 1903, Direzione della Nuova Antologia,

Figure e paesi d'Italia

Nell'isola dell'Elba [...] questa temperanza toscana s'accende d'alcuna vivezza ed esuberanza più meridionale, quasi direi di qualche lampo . Il fico d'India, questo Briaréo o mostro dei vegetali, si contorce su per le balze, e l'aloe accartoccia e stende le sue foglie spinose dovunque; mentre le montagne di Marciana, le più alte dell'arcipelago toscano, selveggiano di castagni maestosamente, e poi s'innalzano dentate, nude e inospiti come gli alti gioghi delle Alpi. Monte è 1018 metri, e quando arrivai presso alle vette mi parve d'essere tra le rovine d'un edifizio eretto in mille secoli dai giganti, e in un momento precipitato. (pp. 60-61)
Oggi la più parte della povera gente che popola i lidi e le alture dell'Elba consuma la vita in mare con una barca. A Portoferraio non mancano le signore e i signorotti; a Marciana bassa abitano in case di bell'aspetto gl'isolani tornati ricchi dall'America o dall'Australia; ma nei piccoli paesi di Marciana alta, di Longone e di Rio è gran miseria. Nei cupi tuguri le donne stentano e s'affaticano aspettando che il marito o il fidanzato mandino dall'America il danaro, o almeno una buona promessa che le rinfranchi. Nell'accostarmi a taluno di que' paesucci, nascosti giù per selvagge viuzze, nei golfi e per pendii dirupati, mi pareva, nell'aria del tramonto che infiammava il lembo del cielo e le acque calme, di sentire i sospiri di quelle donne deserte. (pp. 62-63)
Ogni poco si sente per le strade di Portoferraio il tragico suono delle catene...
Ed è peccato perché Portoferraio è bellina, e spira la tranquillità, l'ordine, l'agiatezza. Appena passata la porta ci si trova in una strada battuta a sterro, larga come una piazza e piana e liscia come un tappeto. V'è una locanda pulitissima dove, se anche là i prezzi non son cresciuti, a un franco s'ha una pernice arrosto, e pesce freschissimo, perché là in quel mare profondo si fanno ogni giorno pesche miracolose. (p. 64)
Allusione, forse, ai carcerati nella Torre della Linguella (o del Martello).
La Pianosa m'era di faccia, colà distesa sul mare come una prateria, sì eguale al piano delle acque, da parermi che la dovessero, ad ogni momento, superare e inghiottire. Se non che io la vedevo ingrandirsi, venirmi incontro a occhiate, sicché ben presto mi crebbero le sue rive rocciose, alle quali andavano lentamente a frangersi in poca spuma le onde, come spossate dal moto eterno che le affatica. (p. 68)
Non saprei ben ridire quale gradevole impressione mi abbia sempre fatto Firenze, rivedendola dopo aver dimorato alcun tempo in un'altra città, ma specialmente a Roma. L'architettura fiorentina, a paragone della romana, sembra povera e quasi ingenua: nulla ostenta di non proprio, o d'appiccicato, non si presta punto agli scenari teatrali, è la meno accademica di tutte le architetture, ma la più schietta, e ha in sé la grandezza innata del genio democratico e paesano dal quale ella uscì in un tempo in cui questo genio era più spontaneo e potente. Santa Maria del Fiore, Orsanmichele, Palazzo Vecchio, palazzo Strozzi, palazzo Pitti non infine se non da semplici linee, le più nude possibili, ma che bastano perché quegli ti sorgano innanzi sì urbanamente signorili nella loro magnificenza. (pp. 109-110)
San Paolo, con la sua navata centrale larga come una grandissima sala, e con la sua semplice ampiezza, rivestita di tanta sontuosità, mi faceva stranamente pensare a qualche cosa di non reale, alle fantasie greche d'Omero quando descrive le regge quasi olimpiche visitate da Telemaco e da Ulisse. Quei semplici colonnati, riflessi dalla vaghissima trasparenza del pavimento, pei quali mi pareva che aleggiasse un'aura del genio ellenico, suscitavano in me quelle vane e povere fantasie. Unico e mesto ricordo della basilica antica di Valentiniano e Teodosia, quell'impronta dell'oriente barbaro e biblico lassù nei mosaici dell'abside e dell'arco trionfale. (p. 120)
Il sole era ancora alto, ma dentro la chiesa era un'aria quasi crepuscolare. Quella opacità di colore diffusa con varii toni, ma tutti pallidi e smorti, per le colonne, per le muraglie e per l'antico soffitto, non interrotta da niuna cosa che rilucesse, ori, argenti, o lampade accese, contribuiva a dare a quell'interno un senso indefinibile di luogo sacro ai misteri d'un'età spenta e lontana. Nelle pareti superiori della navata mi parve di scorgere alcune tracce d'ingenue pitture, simili alle ultime larve d'un sogno mistico che svanisce. L'unica immagine meno cancellata dal tempo, era, nel centro dell'abside, Gesù redentore, rigidamente ieratico e triste come uscì dall'oscurità delle catacombe, o apparve nelle prime prove della pittura cristiana. (p. 130)

Ricordi veneziani

[...] una città posta, come Venezia, quasi fuori di questo nostro confine terrestre; quel vedersi innanzi, per ogni parte, invece della campagna coltivata, le lievi lucenti dell'immensa laguna, e sorgervi in mezzo tante case, tanti palazzi, e cupole, e campanili, non può non recare un grande stupore in chi v'arriva la prima volta.
Non so ridire dunque ciò ch'io provassi quando in un giorno, ormai lontano, del 1873, venendo dalla stazione, m'inoltrai per il Canal Grande. Tutto mi pareva diverso da ciò che suol essere nelle altre città, anche le voci che mi parevano correre più echeggiate e più aeree: e ciò s'accordava bene a que' palazzi muti sulle acque, dove immergevano profondamente le loro ombre secolari tra gli azzurri e vasti riflessi d'un caldo cielo di maggio. (cap. I, pp. 7-8)
Nella chiesa di S. Giovanni e Paolo, mi parve di trovarmi in mezzo ad una nazione defunta. Tanti nomi di dogi, d'ammiragli, di generali caduti la più parte in battaglia, e scritti sulle tombe che le pareti di quel gran tempio mi fecero sentire anch'essi come Venezia fosse non città, ma nazione grande nella prudenza, nell'ardire, nella guerra, e nell'alterezza. (cap. III, p. 34)
[...] presso la chiesa , s'innalza su base grandiosa e semplice come un greco tempietto, la statua equestre del Colleoni. Quel cavallo non s'impenna né caracolla leggiadro perché l'ammirino, ma è un vero e buon cavallo, che batte, senza ostentazione, la forte zampa di bronzo sulla polvere del campo vittorioso. Il generale dall'occhio aquilino vi sta sopra alla buona, ma ben saldo e diritto nella sua armatura di ferro. Pare che lì vicino alla porta, egli solo vivo, vegli i grandi morti della Repubblica che dormono nell'interno della chiesa divina. (cap. III, p. 35)
Nella commedia goldoniana non è mai lampo di generosa passione, non è mai nulla che s'accosti a quella tragica e ribelle fierezza che intorno ad Alceste veridico e solitario, illumina tutto un mondo piccino, ridicolo, pettegolo, falso; non v'è spirito alcuno di quella satira terribile dell'ipocrisia sociale che nel Don Iuan camuffato a Tartufo, già fa sentire il fermento occulto d'una rivoluzione demolitrice.
I personaggi goldoniani è gente che celia, che fa all'amore, che si dispera perché il gioco e il lusso l'ha rovinata, ma che non combatte, e per la quale nessun mutamento politico o sociale potrebbe accadere. Essi non mirano che al loro vantaggio particolare, alla loro utilità casalinga, intorno a cui adattano ogni loro principio morale e religioso. (cap. XIV, pp. 229-230)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026