Frasi
Frasi di Massimo d'Azeglio
46 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 46 citazioni di Massimo d'Azeglio, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Massimo d'Azeglio (nobile, politico, patriota, pittore e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Massimo d'Azeglio
A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un Governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti, per contenere il regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne.
Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore; e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani, un'altra volta per tutte, se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani, che restando italiani non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate; salvo si concedesse ora che, per tagliar corto, noi adottiamo il principio in cui nome Bomba bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo; ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, così dico dico ciò ch'io penso [...].
Al solito, Luisa: quando tu arrivi, io me ne vado.
Che cosa sia il Ghetto di Roma, lo sanno i Romani e coloro che lo hanno veduto. Ma chi non l'ha visitato sappia che presso il ponte a Quattro Capi s'estende lungo il Tevere un quartiere, o piuttosto un ammasso informe di case e tuguri mal tenuti, peggio riparati e mezzo cadenti (ché ai padroni, per la tenuità delle pigioni che non possono soffrir variazioni in virtù del jus gazagà, non mette conto spendervi se non il pretto indispensabile), nei quali si stipa una popolazione di 3900 persone, dove invece ne potrebbe capire una metà malvolentieri.
Caro Camillo, non è più tempo oggi di discutere la tua politica ; è tempo di farla trionfare.
Insomma, caro sig. Diomede, si cammina sì o no? Per un pezzo confesso che a vedere un simile ventre à terre, credeva che si finisse per rompersi il collo. Ora mi par di no. Ma in tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso! Basta, tutto volta bene ora. Speriamo! Su tutto l'andamento delle cose non ti parlo. Ci vorrebbe volumi.
Lassoluto è il peggior nemico della buona politica, come la scienza dell'aspettare è la sua più fedele alleata.
L'Italia, l'Europa ed il mondo giammai avranno riposo, finchè non sarà assimilata, trasfusa nel sangue dell'universale, la persuasione di non esservi nè Governo, nè indipendenza, nè libertà possibili, senza la responsabilità legale d'ogni potere, d'ogni partito, d'ogni associazione, come di ogni individuo, ridotta in patto vero, reale, e rarissimamente, meno che si può, falsata da qualche eccezione.
[...] la prima delle cose necessarie, è di non spendere quello che non si ha.
La maggior forza d'una protesta sta nell'essere rigorosamente giusta, e rigorosamente incolpabile di violenza.
La verità non prospera che al sole.
[...] meno partiti ci sono, e meglio si cammina. Beati i paesi dove non ve ne sono che due: uno del presente, il Governo; l'altro dellavvenire, l'Opposizione. Un tale stato di cose è segno della robusta salute d'una nazione; è segno che in essa le questioni di vera utilità pubblica soffocano le questioni d'utilità private, di persone, di sètte, ec., ec.
Non posso per altra parte mancare alla mia promessa di non tacere giammai ciò che alla mia mente presenta evidenza di verità. Mi si conceda dunque di dirla e si consideri, che la verità è simile ad un raggio di sole. Giunga esso all'occhio refratto dai nitidi filetti d'un diamante, o vi giunga ripercosso dal rozzo frantume di vetro che giace in sulla via, è sempre egualmente un raggio di sole. S'io dunque non avrò saputo esprimer la verità, malgrado il mio studio e desiderio di trovarla, ricada su me il dileggio; ma se dicessi parole vere, si accettino; ancorché non sia in me né sapienza né autorità per convalidarle.
Citazioni di Massimo d'Azeglio – Attribuite
Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani.
L'Italia è fatta, gl'italiani sono ancora da farsi.
L'Italia è fatta, gli Italiani sono da farsi.
Se vogliono fare l'Italia, bisognerà che pensino prima a fare un po' meno ignoranti gli Italiani.
Frasi da «Ettore Fieramosca»
Al chiarore che si diffondeva dall'oriente svanivano a poco a poco e si perdevano l'ultime stelle. Già il sole illuminava le più alte cime del Gargano tingendole d'un roseo che si mutava in pavonazzo ne' seni ombrosi del monte, mentre il lido sottoposto, che girava a guisa di mezza luna, congiungendosi al littorale ov'è posta Barletta, mostrava col giorno crescente un ameno e diverso intreccio di valli e di colli che scendevano a bagnarsi nel mare. I folti castagneti che sulle vette già venivano indorati dal sole, diradandosi verso le falde eran interrotti ora da prati verdissimi, ora da qualche pezzo coltivato. Qua una frana lasciava biancheggiar il macigno, là il fianco d'un giogo si tigneva di colori gialli, rossicci, secondo la natura del suolo. Il mare ceruleo pareva immobile; se non che ribollendo sotto le rupi ne cingeva il piede con una striscia di spume candidissime. Nella parte più interna del golfo sopra un'isoletta che era congiunta alla terra da un ponte lungo e stretto, sorgeva fra le palme e i cipressi un monastero con una chiesuola ed un campanile, munito all'intorno di torricelle e mura merlate, onde salvarlo da un primo assalto di corsari e di Saracini. (cap. III)
Bello spettacolo era (specialmente per chi, ponendosi all'estremità del campo, volgesse le spalle all'interno delle terre ed il viso alla marina) il vedere una così ricca scena campestre ravvivata da tal moltitudine piena di tanto moto e di tanta vita: a destra elevarsi sul cielo le grandiose masse degli elci, ed al color cupo delle lor foglie mischiarsi il verde più vivace e gajo d'arboscelli minori; su un piano più lontano dietro questi, la terra di Quarato, della quale si copriva soltanto la porta difesa da una torre addossata a rupi, al cui piede serpeggia la strada: in mezzo il campo, ed al di là il lido dell'Adriatico, la città e il castello di Barletta, e le forme colorite degli edifizi spiccate sulla tinta azzurra del mare: più lontano il ponte e l'isola di S. Orsola, gli alti gioghi del Gargano, e la linea dell'orizzonte: a manca poi, le colline che a poco a poco si vengono alzando; e rimpetto al luogo destinato ai giudici, sovra un terreno disuguale, vestito d'erba fresca, gruppi di altissime querce coi tronchi rivestiti d'edera, e nel pieno vigore della ricca vegetazione. (cap. XIX)
Tutti coloro che narrano o scrivono una storia, (siamo sinceri) hanno in sè un po' di speranza ch'essa possa dilettare, e che si trovi qualcuno che l'ascolti o la legga fino alla fine: anche noi abbiam sempre avuto riposta in un cantuccio del cuore questa speranza, che simile alla fiamma d'una candela esposta al vento alle volte si faceva maggiore, (rida pure il lettore che ha ragione) alle volte piccina piccina e stava per ispegnersi; ma l'amor proprio ha saputo governarla così bene che non s'è spenta mai fin'ora. (conclusione)
Dicono di «Ettore Fieramosca»
LEttore Fieramosca uscì nel 1833 a Milano e fu accolto con tale entusiasmo che molti affermarono essere il romanzo opera del Manzoni, mentre questi, come è noto, si limitò a correggerne gli ultimi periodi. (Lorenzo Gigli)
I miei ricordi – Citazioni
Io chiamo eroi quelli che sacrificano sé agli altri: non già quelli che sacrificano gli altri a sé. (Origine e scopo dell'opera; vol. I, p. 3)
[...] gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico il loro retaggio; perché pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che riformare sé stesso; [...]. (Origine e scopo dell'opera; vol. I, pp. 6-7)
(Origine e scopo dell'opera; vol. I, p. 7)
L'Italia è l'antica terra del dubbio. [...] Il dubbio è un gran scappafatica; lo direi quasi il vero padre del dolce far niente italiano. (cap. I; vol. I, pp. 30 e 33)
[...] non è l'ingegno sottile (l'esprit) quello che forma le nazioni; bensì sono gli austeri e fermi caratteri: [...]. (cap. I; vol. I, p. 33)
[...] se le navi vanno generalmente meglio degli Stati, ciò accade per la sola ragione che in esse ognuno accetta la parte che gli compete, mentre negli Stati generalmente, meno se ne sa, più s'ha la smania di comandare. (cap. II; vol. I, p. 55)
[...] vi sono momenti nella vita che basterebbero a pagare, a compensare i tormenti d'un'eternità. (cap. II; vol. I, p. 59)
[...] tutti siamo d'una stoffa nella quale la prima piega non scompare mai più. (cap. V; vol. I, p. 97)
In ogni genere ed in ogni caso, il governo debole è il peggiore di tutti. (cap. V; vol. I, p. 101)
Paragonerei la frode all'acquavite: pare che sul momento dia forza, ma poi vi lascia più spossato di prima. (189314; cap. IX, p. 109)
Non sarebbe la musica una lingua perduta, della quale abbiamo dimenticato il senso, e serbata soltanto l'armonia? (cap. X; vol. I, pp. 199-200)
La vanità vuol l'applauso. (cap. XI; vol. I, p. 223)
L'affetto vero, leale, incondizionato, è un gran tesoro; è il più grande che esista. (cap. XV; vol. I, p. 298)
[...] si deve dire la verità e mantenere la parola data, a tutti... persino alle donne! (cap. XV; vol. I, p. 301)
[...] ad un governo ingiusto nuoce più il martire che non il ribelle. (cap. XVI; vol. I, p. 317)
Le rivoluzioni non le facciam noi: le fa Iddio; e per persuadersene basta riflettere con quali istrumenti riescono. (cap. XVI; vol. I, p. 319)
L'abitudine è mezza padrona del mondo: così faceva mio padre – anche in quest'era di rivoluzioni – è sempre una delle grandi forze che guidano il mondo. (cap. XVIII; vol. I, p. 395)
Concederò ai teologi che l'amore illecito è sempre un inconveniente sociale; ma rimarrà pure innegabile, che anche un amore illecito può esser molte volte degno e generoso, e spingere ad opere utili, ed a nobili sacrifizi; mentre il tristo errore di lasciarsi cogliere dalla sola bellezza, unita ad un'anima, se non perversa, fiacca e triviale, strascina talvolta ad incalcolabili conseguenze, tormento e danno dell'intera vita. (cap. XXIII; vol. II, p. 119)
Senza cuor contento non c'è bene che valga, come col cuor contento non c'è male che nuoca in questo mondo. (cap. XXIV; vol. II, p. 150)
Se il fil di canapa è marcio, non s'avrà mai corda buona. Se l'oro è di saggio scadente, non s'avrà mai moneta buona. E se l'individuo è dappoco, ignorante e tristo, non s'avrà nazione buona, e non si riuscirà mai a nulla di solido, d'ordinato e di grande. (cap. XXIV; vol. II, p. 167)
[...] l'ozio avvilisce ed il lavoro nobilita: perché l'ozio conduce uomini e nazioni alla servitù; mentre il lavoro li rende forti ed indipendenti: questi buoni effetti non sono già i soli. L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione. (cap. XXX; vol. II, p. 336)
Dicono di Massimo d'Azeglio
Animo d'artista, indole di romanziere, fantasia di poeta, senno di chi ha fatto non leggieri studi, buon senso dell'uom che pensa, vezzi ed eleganza d'antica nobiltà, spirito e cuore d'Italiano: eccovi Massimo d'Azeglio celebre pittore, scrittore egregio, coraggioso soldato, amatore di patria, uomo di Stato, ministro — e galantuomo!
Azeglio sta in campagna colla fantasia, colla persona e col pennello; e non rompe i silenzi delle sue selve e del suo pensiero che per bofonchiare gli uomini con la eroicomica figura di Ferraù o per scozzonarne il sonno coll'improwiso ariete di Quistioni urgenti, or fatte urgentissime.
Certi uomini non sono mai stati giovani, ed è una disgrazia; altri non sanno imparare a divenir vecchi ed è cosa ridicola. Massimo seppe in ogni occasione mostrarsi l'uomo adatto al momento. Nei due anni successivi alla Restaurazione, pare che fosse precisamente quel che poteva essere un giovane della sua età e condizione: spensierato, vivace, pronto a prendere parte attiva a tutte le burle, agli scherzi, ai divertimenti; conduceva insomma la vita del giovane dissipato, ma senza però oltrepassare il limite che divide le scappatelle giovanili dalle bricconate.
I quadri del apparranno o monotoni, o sbiaditi a quanti sono avvezzi allo spettacolo di certe scuole moderne, ma saranno di scuola a quegli altri che pensano la fantasia umana non potere aggiungere ma scemare bellezza alla natura.
La libertà e il benessere di questo paese – erano strozzati dal favoritismo di Corte e da un insolente aristocratico. D'Azeglio per sé spregiatore d'ogni distinzione, fuor quella che nasca dal merito personale, parea non aver fermezza di mente necessaria a staccarsi dalle sue associazioni di famiglia e di casta. Si esagerava il pericolo di una troppo aperta guerra coll'antica nobiltà, la quale pure, come corpo, era impotente a far male come a far bene. Parlava di riforme, di avanzamento del vero merito, ma poi, dolce di cuore, lasciava correre. Sfuggiva all'impegno di una lotta con uomini avvezzi a riguardar lo Stato come una fattoria intesa a beneficio di se medesimi, dei loro parenti ed amici.
Pittore e scrittore, artista e letterato; in sé congiunge le due diverse forme della stessa sostanza. È dipinge il paese e vi annette una circostanza storica; scrive romanzi ed all'orditura trovata dall'immaginazione ed agli eventi ricavati dalla storia immette un pensiero patrio di cose pubbliche moderne. — La penna ed il pennello, il libro e la tela, le bellezze della natura e gl'insegnamenti delle storie ha fatto, colla misura delle sue forze, concorrere a dire ai presenti il concetto capitale e necessario dell'Italia de' suoi tempi.
Se Massimo Taparelli D'Azeglio, dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d'esser egli straniero, il principe di Francalanza era esente da simile scrupolo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026