Frasi
Frasi di Publio Cornelio Tacito
103 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 103 citazioni di Publio Cornelio Tacito, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Publio Cornelio Tacito (storico, oratore e senatore romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Publio Cornelio Tacito
Irritarsi per una critica vuol dire riconoscere di averla meritata. (citato in Selezione dal Reader's Digest, febbraio 1976)
Agricola
Abbiamo dato prova di grande sopportazione. (2)
L'imperfezione che caratterizza l'uomo fa sì che le cure agiscano molto più lentamente di quanto non facciano i mali; e come i nostri corpi s'accrescono con lentezza, ma si dissolvono in un istante, così l'intelletto e le sue opere sono molto più facili da soffocare che da riportare in vita. (3)
Questa cosa ingiustissima segue in ogni guerra, che tutti si arrogano il merito dei prosperi successi, e gli avversi ad un solo sono rimproverati. (27, 1)
Al di là (di noi, di questa terra) non c'è più nessuna gente, niente se non flutti e scogli e, più ostili, i Romani, la cui arroganza invano cercheresti di evitare tramite l'ossequio e la moderazione. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione vanno a frugare anche il mare. Avidi se il nemico è ricco e arroganti se è povero. Gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare. Solo loro bramano possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero. Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace. (30)
Pensate ai vostri avi, pensate ai posteri. (32)
Un'onesta morte è migliore d'una vita vergognosa. (33)
È proprio della natura umana odiare colui al quale si è recato danno. (42)
Frasi da «Annales»
Le vicende, liete e dolorose, dell'antico popolo romano furono tramandate da illustri scrittori e a narrare dei tempi di Augusto non mancarono splendidi ingegni. (I, 1; 1974, p. 3)
Senza ira o parzialità. (I, 1)
Le richieste presentate in comune ci vuol tempo perché siano soddisfatte; ma un favore personale si può meritare subito e subito riceverlo. (Clemente: I, 28; 1974, p. 25 sg.)
[...] il volgo non conosce moderazione: se non ha paura, minaccia, se invece è spaventato, lo si può calpestare impunemente. (I, 29; 2013)
Il volgo infatti ha sempre bisogno di incolpare qualcuno, anche senza ragione [...]. (I, 39; 2013)
La maestà imperiale [...] incute tanto maggior riverenza quanto più è lontana. (I, 47; 1974, p. 39)
[Per i barbari] quanto più uno è deciso e audace, tanto più lo ritengono degno di fiducia e in caso di rivolta gli attribuiscono ogni virtù. (I, 57; 1974, p. 46)
[...] la verità è creduta quando la si è vista chiaramente a lungo, la menzogna invece se la si intravede di sfuggita [...]. (II, 39; 2013)
Nulla però dispiacque di più a Tiberio quanto il calore d'affetto manifestato dal popolo ad Agrippina: la chiamavano onore della patria, sola rimasta del sangue di Augusto, esemplare unico della virtù antica [...]. (III, 4; 2013)
A me, quanto più rifletto sia sugli avvenimenti odierni sia su quelli antichi, tanto più sembra che risulti lo scherno della sorte in tutte le vicende dei mortali [...]. (III, 18; 2013)
Tanta è l'incertezza intorno agli avvenimenti più importanti, perché alcuni tengono per accertato tutto quanto sentono dire, altri dànno alla verità l'aspetto contrario: ed entrambi i mali si aggravano col tempo. (III, 19; 1952, p. 193)
[...] aumentò il degrado dello Stato quanto più furono numerose le leggi. (III, 27; 2013)
[...] per volontà del destino è raro che il potere duri per sempre: o subentra la sazietà nei principi, quando hanno concesso ogni cosa, o in quelli ai quali non resta più nulla da desiderare. (III, 30; 2013)
autore fra i più illustri per eloquenza e per attendibilità, esaltò con tanto entusiasmo Pompeo che Augusto lo chiamava Pompeiano. (IV, 34; 1974, p. 188)
Ma forse in tutte le cose si verifica quasi una roteazione, e i costumi hanno un ciclo, come le stagioni [...]. (III, 55; 2013)
Bruttedio, fornito di buone qualità, avrebbe potuto salire in alto se avesse seguito la via retta, ma spronato dall'impazienza di raggiungere posti elevati, aveva cercato di sorpassare quelli che gli erano pari, poi i superiori, infine persino le proprie ambizioni: cosa che ha spinto molti onesti alla rovina. Sdegnando ciò che avrebbero potuto ottenere gradatamente con sicurezza, vollero impadronirsene subito e si rovinarono. (III, 66; 2013)
I primi approcci al potere sono ardui; ma, non appena hai percorso i primi passi, ecco sùbito i sostenitori, i seguaci [...]. (IV, 7; 2013)
[...] i infatti sono graditi fino a quando ci si crede capaci di sdebitarsi, ma quando divengono eccessivi anziché gratitudine suscitano odio. (IV, 18; 2013)
[...] mi trovo costretto a chiedermi se non dipenda dal destino e dalla sorte nel nascere, come tutte le altre cose, anche la simpatia dei principi verso alcuni, l'avversione verso altri, oppure se qualche cosa dipenda dalla nostra saggezza; e se tra la sdegnosa arroganza e il disonorevole servilismo sia possibile percorrere una strada che non sia né vile né pericolosa. (IV, 20; 2013)
[...] tutte le nazioni e le città sono rette o dal popolo o dagli ottimati o da un solo principe: una forma di governo composta di elementi scelti tra quelli ed insieme contemperati è più facile lodarla che attuarla: o, se pure si realizza, non può essere durevole. (IV, 33; 1952, p. 266)
Tanto più è meritevole di scherno la pochezza di coloro che, in possesso del potere presente, si illudono di poter spegnere anche la memoria nelle età successive. Ché anzi cresce il prestigio degli ingegni condannati e i sovrani stranieri o quelli che hanno usato la stessa crudeltà altro non hanno ottenuto che un disonore per sé e gloria per le loro vittime. (IV, 35; 2013)
[...] una volta dato sfogo alle proprie afflizioni, è difficile indursi a tacere. (IV, 69; 2013)
Nell'animo mio [...] permane il dubbio se le cose mortali sono dominate dal fato o da una necessità inflessibile o dal caso. Infatti troverai nei sommi pensatori del passato, e in molti odierni che oggi seguono le loro dottrine, la convinzione che gli dèi non si curano dell'inizio e del termine della nostra esistenza, in una parola del genere umano. Troppo spesso infatti le sventure colpiscono i buoni, la fortuna arride ai malvagi. Altri invece ritengono che gli avvenimenti siano legati al destino e non dipendano dal vago cammino degli astri, bensì da cause prime e dalle conseguenze che ne derivano naturalmente; tuttavia, che ci sia lasciata la facoltà di scegliere la nostra esistenza e, una volta che l'abbiamo scelta, ne consegue un ordine ineluttabile di eventi, che non sono né cattivi né buoni, anche se così vengono chiamati. Infatti molti, che sembrano lottare con le avversità, sono felici, altri invece, pur essendo ricchi, sono profondamente infelici e ciò dipende dal fatto che i primi sanno sopportare la sorte avversa con animo fermo, altri invece vivono da incoscienti la loro fortuna. (VI, 22; 2013)
[...] il potere del popolo tende alla libertà, quello dei pochi al dispotismo. (VI, 42; 2013)
Se nessuno ne traesse profitto, i processi sarebbero meno frequenti; ora si attizzavano inimicizie, denunce, , ingiurie affinché, come la virulenza delle malattie incrementa il guadagno dei dottori, così la peste dei processi porta denaro agli avvocati. (XI, 6; 2013)
[...] nessuno intraprende un'attività senza aver calcolato in precedenza il profitto che ne ricaverà. (XI, 7; 2013)
[...] i delitti più tremendi si incominciano pericolosamente, ma si conducono a termine vantaggiosamente. (XII, 67; 2013)
Chi si trova al vertice del potere si conduce meglio con gli auspici e con i consigli che con le braccia. (XIII, 6; 2013)
Non c'è cosa tanto instabile e passeggera a questo mondo quanto la reputazione d'un potere che si fonda su forze non sue. (XIII, 19; 2013)
[...] il volgo, sempre avido di divertimenti e tanto più esultante se riscontra nel principe i suoi stessi gusti. (XIV, 14; 2013)
[...] l'atteggiamento di superiorità degli Stoici [...] produce soltanto uomini irrequieti e ambiziosi. (XIV, 57; 2013)
Di fronte all'imprevisto anche i prodi si sgomentano [...]. (XV, 59; 2013)
Molte imprese all'atto pratico riescono, eppure erano apparse ardue ai codardi. (XV, 59; 2013)
Germania – Citazioni
L'esercizio procura la destrezza [...]. (cap. XXIV, p. 103)
È bello per le donne piangere, per gli uomini ricordare. (cap. XXVII, p. 115)
[...] la velocità si accosta alla paura, la lentezza è più vicina alla costanza. (cap. XXX, p. 131)
[...] a torto credi di star in pace frammezzo a popoli prepotenti e forti [...]. (cap. XXXVI, p. 149)
[...] gli occhi sono i primi ad esser vinti in tutte le battaglie. (cap. XLIII, p. 185)
Historiae – Citazioni
[...] nell'adulazione si trova uno sconcio delitto di servitù, e nella malignità appare un falso aspetto di libertà. (I, 1; vol. I, p. 27)
[...] chi fa professione di fede incorrotta deve senza amore e senz'odio parlar di ciascuno. (I, 1; vol. I, p. 27)
[...] questa rara felicità dei tempi ove pensar come vuoi e dir quel che pensi è permesso. (I, 1; vol. I, p. 27)
[...] ciò che ti attende per destino, anche se svelato, non si evita. (I, 18; vol. I, p. 53)
Sospetto sempre e malvisto dai dominanti, chi è indicato come il più vicino a succedere. (I, 21; vol. I, p. 59)
La morte, che da natura è a tutti sorte comune, si distingue presso i posteri in gloria e in oblio; e se una medesima sorte attende il buono e il reo, tocca ai coraggiosi morir per un fine. (I, 21; vol. I, p. 59)
[...] quella avidità che ha l'uomo di credere più volentieri al mistero. (I, 22; vol. I, p. 61)
[...] il delitto si giova della fretta, le buone deliberazioni con l'indugiare guadagnano [...]. (I, 32; vol. I, pp. 73 e 75)
[...] la viltà è malsicura; anche se si dovrà soccombere, bisogna affrontare il pericolo [...]. (I, 33; vol. I, p. 75)
[...] all'odio è più facile credere. (I, 34; vol. I, p. 75)
[...] agire da servo per esser signore. (I, 36; vol. I, p. 79)
[...] l'avarizia e l'arroganza, vizi speciali dei più forti [...]. (I, 51; vol. I, p. 103)
[...] fra i malvagi è più facile accordarsi per la guerra che esser concordi in pace. (I, 54; vol. I, pp. 107 e 109)
[...] tale essendo la natura degli uomini, di seguir prontamente ciò che non si osa di cominciare. (I, 55; vol. I, p. 109)
[...] nelle discordie civili nulla è più sicuro della prontezza, allorché v'è più bisogno di agire che di discutere. (I, 62; vol. I, p. 117)
[...] i più perversi, per diffidenza del presente temendo un mutamento di cose, si preparano contro il pubblico odio il favore privato: onde nessuna cura dell'innocenza, ma uno scambio d'impunità. (I, 72; vol. I, p. 133)
[...] è naturale negli uomini l'esaminar con occhio aguzzo la nuova fortuna degli altri, ed esigere moderazione nella fortuna sopra tutto da quelli che videro già loro pari. (II, 20; vol. I, p. 195)
[...] i forti e i valorosi, anche contro la fortuna persistono nella speranza, i timidi e i vili si affrettano a disperar per paura. (II, 46; vol. I, p. 233)
[...] chi vuole l'impero non ha via di mezzo fra i precipizi e le cime. (II, 74; vol. I, p. 271)
[...] presso i vinti ci son più lamentele che forze. (II, 75; vol. I, p. 271)
[...] si crede sempre più grandi le cose lontane [...]. (II, 83; vol. I, p. 285)
Ma la grandezza non è mai abbastanza sicura quando è troppa [...]. (II, 92; vol. I, p. 299)
[...] nelle civili discordie può l'audacia anche dei singoli [...].(III, 57; vol. II, p. 99)
[...] nella paura si ascoltano così i consigli dei savi come le voci del volgo. (III, 58; vol. II, pp. 101 e 103)
[...] tutte le cose con inconsulto impeto intraprese, nel principio son gagliarde e col tempo languiscono [...]. (III, 58; vol. II, p. 103)
Pace e concordia sono utili ai vinti; pei vincitori, solamente onorevoli. (III, 70; vol. II, p. 121)
Era tuttavia bonario e liberale: virtù che, se non c'è misura, menano a rovina. (III, 86; vol. II, p. 147)
[...] fra gli imbrogli e le discordie chi più è malvagio, più può: ma alla pace e alla quiete ci vuol la virtù. (IV, 1; vol. II, pp. 151 e 153)
Tanto è più agevole restituir l'ingiuria che il beneficio, perché la riconoscenza si stima un peso; ma il vendicarsi, un guadagno. (IV, 3; vol. II, p. 155)
[...] la passion per la gloria è l'ultima di cui si spogliano anche i sapienti. (IV, 6; vol. II, p. 157)
Non v'è miglior mezzo dei buoni amici, per comandar bene. (IV, 7; vol. II, p. 161)
Come ai pessimi imperatori piace una signoria senza confine, così anche i più egregi amano la moderazione. (IV, 8; vol. II, p. 163)
La natura ha dato anche ai muti animali la libertà, ma la virtù è un bene proprio dell'uomo. (IV, 17; vol. II, p. 177)
Gli dei stanno coi più forti [...]. (IV, 17; vol. II, p. 179)
[...] la frode e l'inganno sono all'oscuro e inevitabili. (IV, 24; vol. II, p. 189)
[...] gli amici col tempo, con la fortuna, con le passioni alle volte e con gli errori diminuiscono, se ne vanno, cessano [...]. (IV, 52; vol. II, p. 235)
[...] gli fra parenti sono i più aspri [...]. (IV, 70; vol. II, p. 267)
[...] mettono avanti la libertà e altri nomi speciosi; e non c'è mai stato nessuno che abbia desiderato per sé la servitù e il dominio altrui, senza usurpare codesti medesimi nomi. (Quinto Petilio Ceriale: IV, 73; vol. II, p. 275)
Finché vi saranno uomini, vi saranno vizi [...]. (Quinto Petilio Ceriale: IV, 74; vol. II, p. 275)
Dicono di Publio Cornelio Tacito
El medesimo Cornelio Tacito a chi bene lo considera, insegna per eccellenzia come s'ha a governare chi vive sotto e' tiranni.
Fino a quei tempi il Vico ammirava due soli sopra tutti gli altri dotti, che furono Platone e Tacito; perché con una mente metafisica incomparabile Tacito contempla l'uomo qual è.
Il gusto poi che si riceve dal modo di Tacito consiste prima nello stile laconico, il quale tanto più piace dello asiatico quanto il vino puro dell'inacquato. Secondo, è di gran sodisfazione il non perder tempo a legger molte righe nelle quali non sia qualche insegnamento. Terzo, l'oscurità sua dà grandissimo gusto a chiunque, affaticandosi, ne trova il vero senso, giudicandolo parto del proprio intelletto; il quale, ricevendo occasione da quelle sentenze d'uscir fuori della cosa che legge ed uscendo senza ingannarsi, riceve quel godimento che trar sogliono gli uditori delle metafore per consentimento di chi ne ha scritto.
Insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto e' tiranni el modo di vivere e governarsi prudentemente, così come insegna a' tiranni e' modi di fondare la tirannide.
Io già predico, né la mia predizione è fallace, che le tue istorie saranno immortali.
L'opera di Tacito è buona per uomini d'età provetta, i giovani non possono capirla: bisogna imparare a scorgere nelle azioni umane i primi lineamenti del cuore umano, prima di volerne sondare le profondità; bisogna saper leggere bene nei fatti prima di leggere nelle massime.
Ma ciò, che in Tacito piace sopra ogni cosa, si è, ch'egli è uno Storico Filosofo. Ei non è pago di narrar ciò che avvenne: ne esamina le ragioni, ne scuopre il mistero, ne osserva i mezzi, ne spiega gli effetti: egli sviscera in somma, e scioglie, e analizza ogni cosa. Ma non cade egli ancora nel difetto del secolo, cioè in un soverchio raffinamento di pensiero e di espressione? I fini politici, e gli occulti misteri, ch'ei trova negli avvenimenti, vi ebbero veramente parte, o non furon anzi immaginati spesso da lui per desiderio di comparire profondo indagatore degli animi e de' pensieri? Le sentenze non sono elleno sparse con mano troppo liberale; e non son talvolta raffinate e ingegnose, anziché verisimili e naturali? La precisione e la forza non passa ella spesso i giusti confini, e non rende il discorso oscuro, difficile, intralciato? Questi sono i difetti, cui sembra di scorgere in Tacito, a chiunque prende a leggerlo attentamente.
Ma neppur egli troverete che, sebbene condanna la tirannia, lodi mai la libertà in persona propria.
Quell'anima ardita e maschile, quello stile che va nelle viscere dell'uomo come una lama infuocata, quelle alte e tremende virtù e quelle spaventose turpitudini che scolpisce nel diaspro.
Tacito fu monarchico per necessità, si potrebbe dire per disperazione.
Tacito, maestro di concisione sintesi e intensificazione verbale, è lo scrittore latino più futurista e molto più futurista dei maggiori scrittori moderni. Ad esempio: Gabriele d'Annunzio.
Tacito s'era persuaso che la divinità non avesse alcun diretto rapporto coi fatti umani, che anche i prodigi avvenissero sine cura deum; spesso gli veniva il dubbio, non forse un certo fatale movimento affatichi gli esseri senza lasciar posa mai, oppure il caso li governi; ma questo con certezza sapeva, che la prima ragione degli atti umani sta nelle passioni dei singoli e nell'indole generale dell'umanità. Tale persuasione lo condusse a fare delle profonde osservazioni psicologiche, e di qui la sua abilità nel ritrarre i caratteri, di qui le belle e vere sentenze che egli opportunamente intrecciò al racconto, dandogli lume e varietà.
Tacito respinge ciò che è futile o laido o grossolano. La sua opera non vuole essere uno stimolo alla curiosità o una raccolta compiacente di episodi minuziosi.
La sua storia è strettamente politica, e considera l'uomo soltanto come attore o come strumento della vicenda politica: escluso quanto esista di attività individuale, oltre questo limite.
Lo stile di Tacito è stile dotto per eccellenza, con le sue cesellature raffinate, con le sue esclusioni meditate, con le sue novità inaudite; è lo stile più personale che ci offrano le letterature di ogni tempo, ed è pure il più intraducibile nel linguaggio comune. Tacito non si può tradurre, fedelmente, in nessuna lingua del mondo: sarebbe ridurlo allo stato selvaggio. Lo stile di Tacito è inimitabile, come il suo pensiero. La brevità e la varietà sono gli espedienti dell'inatteso, non le regole di un genere stilistico determinato.
Così pure il suo pensiero è analitico, non costruttivo: è anch'esso fuori degli schemi generici. È il pensiero di un uomo solo posto di fronte al resto degli uomini. Egli muove da una tradizione che vorrebbe ristorata, da un dubbio che vorrebbe risoluto: ma più penetra nella realtà, più egli resta solo col proprio pensiero e sente svanire la certezza assoluta di un bene che la storia è impotente ad attuare e a dimostrare.
Tacito è soprattutto un indagatore e un narratore che nella instancabile varietà della frase riflette la varia e irrequieta vicenda delle umane fortune.
L'epoca e la letteratura romana cui Tacito appartiene, erano assolutamente retoriche e Tacito maestro della rappresentazione rettorica. Chi venne dopo inciampava in lui. Il peso del suo gran nome era quasi una bandiera che copriva l'intero carico della sua nave, piena di falsità storiche.
Non v'ha esempio in tutta la storia d'un modo così astioso, sfigurante e perfido di rappresentare un vero sovrano, qual è quello adoperato da Tacito nella rappresentazione e nella caratteristica di Tiberio. Questo per quattro buone ragioni.
I. Tacito era aristocratico, e fautore del nobilume, in tutta la peggiore estensione del senso; e la severità di Tiberio aveva colpito quasi esclusivamente il nobilume romano.
II. Tacito fu nudrito ed allevato nell'odio della sua casta verso il sovrano democratico, che teneva in freno le superbe famiglie patrizie ed impediva loro di spolpare le provincie.
III. Prese i colori per il suo ritratto di Tiberio dalla tavolozza d'una capitale nimica di Tiberio e della casa Claudia, cioè dalle memorie di Agrippina II figlia della prima Agrippina.
IV. È un retore. E lei mi insegna che il Retore «giudica o produce con ragioni subjettive vere cioè nella sola mente del produttore o del giudicante invece di produrre o giudicare con ragioni objettive, cioè storiche».
Tacito non è un malvagio carattere (né Tiberio un angelo); sibbene una mente angusta, ed un cuor gretto, un ingegno felice ma quasi esclusivamente rettorico; maestro di stile e coloritore impareggiabile, ma pieno di fiele e di mal talento; v'ha del pretino nel suo nepotismo. Il suo Tiberio è un mostro, un portento, una caricatura creata da lui, un impossibile.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026