Ritratto di Salvatore Di Giacomo
Vincenzo Migliaro · Public domain

Frasi

Frasi di Salvatore Di Giacomo

72 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 72 frasi di Salvatore Di Giacomo: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Salvatore Di Giacomo (poeta, drammaturgo e saggista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Salvatore Di Giacomo

Chi bada in Napoli al suo decoro? Certo, chi dovrebbe no. Lascia fare e lascia correre – ecco la frase filosofica, sacramentale d'ogni indifferente partenopeo, sia egli in alto nella cosa pubblica o le passi accanto tranquillo..
Da Il palazzo di Giustizia in Napoli, in Saggi insoliti, Stamperia del Valentino, Napoli; citato in Antonio Emanuele Piedimonte e Anna Scognamiglio, Napoli. Intra Moenia, Napoli, 2013, p. 13. ISBN 978-88-95178-77-6
Ed è a proposito di Giuliano da Maiano che qui ci ricorre alla memoria quel napoletano Giovanni Donadio, detto il , il quale ben potrebbe essere stato uno degli scolari più egregi di quell'elegante artefice fiorentino. Era il Donadio, come un suo pur conosciuto fratello, architetto e costruttore d'organi a un tempo, e forse aveva tutte e appreso a Firenze da tanto maestro: certamente il costui modo nobile e ricco si riscontra in tutte le opere alle quali i signori napoletani chiamarono il Mormanno e si manifesta specie nell'architettura e nella decorazione così del palazzo dei di Capua in Via S. Biagio de' Librai, come nell'altro de' duchi di Vietri, che gli è vicino e che ora è posseduto dal duca di Corigliano Saluzzo.
Da Napoli, pp. 92-93.
Egli aveva detto in casa, nel caffè, nel salotto, a teatro, fin nella bottega del parrucchiere, ove i garzoni ammirati afferravan rime a volo, quel che nemmanco le gazzette avevano osato stampare: di questi ultimi tempi, in cui son precipitati a Napoli uomini e molte cose, giudizi tenuti dagli spettatori paurosamente chiusi nell'animo, il vecchio duca aveva espressi con alta e affilata parola: in verità egli ci pareva un Baretti novello che menasse attorno la sua frusta schioccante e, senza alcun odio, ma pur senza misericordia alcuna, ne andasse attorno verberando amici e nemici...
Citato in Epigrammi del marchese di Caccavone e del Duca di Maddaloni, a cura di Giuseppe Porcaro, Arturo Berisio Editore, Napoli, 1968, risvolto di copertina.
Nannì, si ce penzo / Mme vene na cosa, / Sta sciamma annascosa / Cchiù abbampa accussì... / È overo stu suonno?... / Meh, dimme ca sì! (da Nannì!!!)
[...] il poco degno libro d'un insensibile, specialista delle malattie degli occhi, inventore d'un new method of opening the cornea in order to extract the crystalline humour ' , e forse d'esso felice sperimentatore sopra se medesimo, poiché a nessun più di lui a mancare, assieme a quella dello spirito, la saporosa gastronomia dello sguardo.
Nuovo metodo di apertura della cornea per estrarre l'umore cristallino.
Napoli è una città bella e singolare – singolare principalmente. Le sue cose rare sono mescolate alle comuni – le nobili alle volgari – a pochi passi dal silenzio è il rumore – prossimi a' luoghi più luminosi ed aperti sono le ombre e il mistero – accanto a un monumento medievale è un lurido fondaco o un vicolo e, forse, alle spalle d'un tempio un lupanare. Ciò che è qui , è la vita: la sanguigna vita popolana, pulsante e ininterrotta, che passa e si rincorre e scivola lungo i muri del monumento e del tempio, che s'addensa e si sparpaglia, e s'agita ed urla o impreca, sotto un fulgido sole che par quasi la fecondi, e investa a un tempo col suo lume diffuso questa folla dell'ultima ora e i ruderi d'un teatro greco, e quel che fu il tempio insigne dei Dioscuri, e una chiesa angioina, e il pallido chiostro d'un antico convento di monache armene...
Citato in Aurelio Benevento, Fogli di diario, Guida, Napoli, 2004, pp. 11-12. ISBN 88-7188-845-6
Nel giornalismo io sono non uno scrittore, ma uno scrivano. La mia fissazione è questa, che Napoli è una città disgraziata, in mano di gente senza ingegno e senza cuore e senza iniziativa.
Da L'Occhialetto, XIX, 29, Napoli, 18 settembre 1886; citato in Nota bio-bibliografica di Salvatore Di Giacomo, bibliocamorra.altervista.org.
Un de' più efficaci, originali, vibranti e sfolgoranti scrittori del tempo, un vero ingegno in una vorticosa anima ardente.
Da Il Quarantotto, Napoli 1903.
Un grande silenzio s'era fatto per la via. La dolcezza del tramonto penetrava l'anima. E la piccola rossa, socchiuse le labbra esangui, lo sguardo perduto, continuava a sognare, come una santarellina in un'aureola di pulviscolo d'oro.
Da Regina di Mezzocannone, Tutte le novelle, Newton Compton editori, 1991.
[...] Napoli, [...] questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell', dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.
Da Vulite 'o vasillo?, in Novelle napolitane, prefazione di Benedetto Croce, Fratelli Treves, Editori, Milano, 1919, .

Citazioni di Salvatore Di Giacomo – In Napoli ieri

[...] già i moti politici della seconda metà del suo secolo avevano cominciato a soffiar non so che fuoco «liberale» nel nostro attore: egli, a un tratto, mutò registro e riuscì, come dicono i retori posteri, a nobilitare la maschera. Io dico che la snaturò: proprio. Era stato il signore Pollicinello fino a quel punto un gaglioffo burlone, volgare impasto di malizia e d'ignoranza, sconoscente, pauroso, ghiottone, ineducato. Petito, nel quale i giornali rinfocolavano i diritti dell'uomo, dimenticò che Pulcinella era appunto un uomo: lo liberò subitamente del suo fondo di degenerazione innata, , e gli dette un carattere. Animoso, quasi nobile, quasi coraggioso, sentenzioso perfino, ecco il nuovo Pulcinella, incarnato in un comico davvero mirabile. Ah, che comico! Tuttavia, ne' momenti in cui, ricacciata per la porta, la vecchia maschera rientrava con tutto l'antico suo bagaglio per la finestra, come Petito stesso, dimentico o resipiscente, dovette pensare che nulla davvero muta a questo mondo e che i Pulcinelli son sempre gli stessi. (da Pulcinella, pp. 66-67)
Napoli, che si va tutta rimutando e rammodernando, perde ogni giorno più le sue caratteristiche topografiche, il pittoresco delle sue vecchie strade, che tra un battagliar continuo di luci e d'ombre quasi fantastiche, videro gli umili lavoratori popolari attendere ai loro faticosi mestieri, o furono il misterioso teatro d'una delle passionali e tragiche scene plebee. Il Museo di S. Martino conserva alcune tele che di qui a qualche secolo parleranno stranamente, a' posteri nostri, d'una Napoli che in avvenire non sarà certo più quella che noi conoscemmo. Opere di eccellente fattura e di penetrante ricerca queste pitture son di mano di Vincenzo Migliaro, uno de' più personali nostri artisti. E, tra l'altre, la famosa Strettola degli orefici – della quale or si cercherebbe invano l'ubicazione o l'impressionante riscontro in qualcuna delle stradicciuole partenopee che ancor sopravvivono al risanamento della città – è qui per dirci con che singolare colorito, con quale aspetto suggestionante si un tempo all'occhio – specie del forestiero – l'antico quartiere di Porto. (da Il Museo di S. Martino, pp. 253-254)
Appunto una bella poesia del d'Annunzio – di quelle che si capiscono e che penetrano – addita e magnifica l'antico illustre chiostroove davvero s'esprime la fisionomia tenera e graziosa di certe cose napoletane le quali, per anni molti che scorsi, son pur vive e fresche e conservano tutto quanto quel sentimento che quasi le animò in principio. Il barocco secentesco della chiesa è certamente la cornice più degna alle tele sontuose che gli artisti del diciottesimo secolo vollero porre là dentro: il piccolo cimitero del Fansaga è quanto di più delicato ed elegante sia stato architettato per assegnare a coloro che lasciavano il mondo – e da una pace forse troppo spesso interrotta passavano a quella indisturbata ed eterna della morte – una zolla perennemente coperta di fiori. Ed ecco lì sulla balaustra, tra que' teschi marmorei che davvero paiono umani, uno d'essi ricinto di lauro. O bianca fronte, coronata dal serto de' poeti! Tu forse, se quella sei stata d'un de' frati a' quali parve una gloria circondarsi dell'arte, tu forse ancor chiudi le immagini d'una luminosa canzone, che l'ala fredda della Morte interruppe... (da Il Museo di S. Martino, pp. 257-258)
Il riferimento è al Chiostro grande.
Ed è pur lì, nella sala del Consiglio, su d'una predella addossata alla parete, la poltrona di seta rossa ove Carlo sedette nelle prime riunioni de' governatori. L'antica seggiola dorata è rimasta, dal 1751, in quel posto, e quando il governo si raccoglie e l'usciere accuratamente la spazzola riguardando distrattamente al bel ritratto di Carlo III, che pende dalla parete ed è opera di pittore settecentista non ancora saputo, par che a momenti debba scendere in quella sala l'ombra del Principe illustre. E nel cuore e nella mente di ognuno de' componenti il pietoso consesso s'imprime la severa e serena figura di tanto predecessore; un'ammonitiva immaterialità presiede alle deliberazioni, e la vasta camera, le cui finestre or affacciano su d'una via nuova e spaziosa – che la civiltà moderna, bonificando un'intricata e vecchia suburra, ha schiuso di faccia all'ospizio – diventa luminosa e solenne. (da L'Albergo dei Poveri, p. 388)
[...] un edifizio concepito con romana grandiosità, cinto di mura spesse e gigantesche, fabbricato, come una piccola città chiusa, a un lembo estremo dell'immensa Napoli . (da L'Albergo dei Poveri, p. 389)
Parecchie volte, sullo scorcio del decimottavo e al principio di questo secol nostro, è sembrato che fosse per esser travolto nella generale disgrazia delle cose e degli uomini fin l' che il vittorioso di Velletri pose al rezzo del Poggio Reale, quasi a memoria del suo recente trionfo. Tuttavia, come a poche opere veramente e profondamente buone è avverso il destino, l'Albergo si tenne in piedi, se non illeso non in tutto inquinato. Gli ultimi anni di questo secolo esso attraversa con fortuna prosperante, animata dal soffio delle idee nuove. A mano amano, non rimutando, ma ben accrescendo e allargando le antiche discipline e adattandole ai bisogni e alla civiltà dell'oggi, l'ospizio troverà, forse, disadatta l'umiltà del suo nome. (da L'Albergo dei Poveri, p. 389-390)
Uscendo dal Museo e ridiscendendo nella luminosa piazza Plebiscito, dinanzi al golfo incantato e al Vesuvio, che appaiono da lungi sulla destra del palazzo reale, sotto quest'azzurra volta di cielo, prodigo sempre di tanta e sì profonda dolcezza, guardando questo buon popolo napoletano, che si gode le bellezze del suo paese, un pensiero di ravvedimento passa pel capo di chi è stato lassù, quasi un impulso di protesta contro l'accusa che si fa spesso agli operai napoletani di essere indolenti e ignoranti.
E la visita al Museo fa scrivere al van Eeden: «I napoletani sono spesso calunniati, ma quello che ho veduto coi miei propri occhi ha più valore per me di ciò che ho inteso dire e sarei contento che alcuni dei nostri giovani fossero mandati a Napoli affinché potessero spogliarsi della loro pesantezza e del loro cattivo gusto. I nostri giovani sono forse più istruiti, ma il napoletano sa trarre maggior profitto dal poco che sa, e questa è la cosa essenziale nel mondo.» (da Il Museo Artistico Industriale, p. 409)
Direttore del Museo di Haarlem (Arlem nel testo), cfr. Il Museo Artistico Industriale, p. 407.

Frasi da «Assunta Spina»

Federigo: Sapete chi è veramente libero, felice, padrone di se stesso? Chi nun è nzurato. (p. 146)

La Scuola di Posillipo

Qui si all'occhio incantato dell'artista avvezzo alle sue brume e alla quasi geometrica fisionomia delle sue campagne una brillante, svariata, colorita distesa di verde: qui, rilevate da un cielo puro e sereno, chiome di boscaglie, pendici erte e bizzarre, rovine di templi disegnate con precisa linea sull'orizzonte e quasi librate nell'aria; qui, all'improvviso, inaspettate tenerezze di verde, biancheggianti casette in mezzo ad esse, orti e giardinetti, battaglie gioconde di sole e di ombre, e riposti cantucci adorabili, solitarii, odorosi; e più giù, più giù, al mare, acque chiare e tranquille, ed antri e specchi virgiliani, pieni d'un cullante mormorio di flutti. L'arte del Pitloo rampollò dunque da quest'incantamento perenne che lo penetrava da Pesto a Gaeta, da' Campi Flegrei, pieni ancor, quasi, d'una voce romana, alle arse terre di Resina e di Ercolano. E quest'arte fu nuova da prima per le nuove cose che ritrasse e poi per l'anima di esse che vibrò, piena di vita e di calore, nelle opere dell'artista. Egli era entusiasta, ma era pure scrupoloso; egli era poeta, ma poneva mente al suo metro; egli era, in una parola, un fiammingo rinnovellato, e rimeditante, con amor non più freddo, sotto un cielo sempre sorridente, al cospetto di una natura sempre gioconda e svariata. (pp. 954-955)
La fotografia non ancora, e per fortuna, poteva in anni sovvenire, con la sua chimica facile e pronta, a' bisogni degli artisti. Nata da un raggio e da un veleno questa è un'altra arte la cui concessiva virtù oramai si rende complice del poco pensiero, e aiuta, compiacente, ogni più pigro artefice ad allontanar dalle tele quell'aura di mistero e di poesia e personale che lì soltanto può soffiare l'arte vera. (p. 962)
Una esecuzione febbrile, una mano che obbediva alle più ricercate volontà dello sguardo, un lasciar palesi, nell'impasto delle tinte prodigiose, i più minuti dettagli, una colorazione sana, vergine di qualunque falsità, una sapiente conquista d'effetti e di luce, ecco, in breve, quel che a uno sguardo assaporatore presentava Giacinto Gigante, co' suoi interni di chiese, coi suoi brani di paese, con le sue limpide e ariose vedute. (pp. 967-968)
Uno strano uomo: la sua casa era piena di colombi; spesso egli dipingeva con qualcuna delle innocenti bestiole appollaiate sugli omeri e spesso una grande lucertola verde gli veniva a mangiare le miche di pan fresco sulla tavola sparsa di colori, di pennelli, di disegni.(p. 968)
Citato in Francesco Bruno, Il Decadentismo in Italia e in Europa, a cura di Elio Bruno, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1998, p. 103. ISBN 88-8114-727-0

Napoli

Tempo già fu – quando il buon Dio, tenero dell'umana felicità, facea gravi di rosei grappoli le viti; quando Partenope, nella dolce estate, poteva dissetarsi all'acqua limpida e sana della Bolla e del Carmignano senza aver bisogno di badare al contatore; quando il sale, ammucchiato a ogni cantone, era libera preda napoletani, che lo buttavano a manate nel zuffritto e sulle torte fumanti – tempo già fu in cui nacque, a Napoli, soliti poveri ma onesti genitori, Pulcinella Cetrulo.
Da Il teatro, p. 15.
La giornata era raggiante, piena di riso e di gaiezza: il mare e quella pace, deliziosa in tanta solitudine e in così profondo silenzio, sommovevano tutto un flutto d'idee. Lo spirito s'indugiava a rincorrerle tra le mille voluttà d'un quasi addormentamento. Come da un recesso dal cavo ombroso delle rocce che ci accoglieva contemplavamo l'uguale immensità dell'acqua, la sua sterminata superficie che, lontano lontano, a perdita di vista, raggiungeva l'arco del cielo. Una larga chiazza più azzurrina, quasi bluastra, tingeva l'acque, laggiù, sotto Capri. E vagamente appariva, con disegno quasi impreciso, l'isola tiberiana. Tutto il lontano era in una pace solenne, nell'immobilità d'uno scenario.
(Da La canzone, p. 52.
Triste storia, che, peculiarmente, dimostra come il popolo napoletano, la plebe per meglio dire, non abbia mai avuto una coscienza propria: abituata a servire, s'è macchiata, in servitù, fin del sangue suo stesso. Essa ha avuto sempre lo sciagurato destino degl'ignoranti e le sue lacrime postume non hanno cancellato mai più certe crudeltà e certi delitti i quali, tuttavia, la fanno più degna di pietà che d'odio.
Da Masaniello, p. 70.

Luci e ombre napoletane

Sulle rovine della trattoria di Solla, o meglio, della sua pagliarella famosa, sugli umidi terreni delle Paludi è sorto un quartiere novello suoi trenta colossali palazzi. Ed è venuto su davanti ai meravigliati occhi della gente di quartier Vicaria come in un racconto delle Mille e una notte sorge dalla fantasia di Sheherazade una reggia, rimpetto al palazzo d'Harun–al–Rascid.
Da Antiche taverne, p. 137.
[...] la gran fiera d'ogni agitazione, il teatro d'ogni passione tumultuaria e fuggevole, la rapida scena perenne d'ogni forma della vivacità partenopea.
Da Il Quarantotto, p. 144.
La retorica storica la proclamò una martire: e tale davvero ella fu, senza essere un'eroina, senza sentirsi giacobina, senza aver offerto alla vendetta, lunga e feroce di Ferdinando IV e all'entusiasmo ardente e de' repubblicani manifeste così d'essersi associata alle nuove idee come d'aver caldeggiato la causa della libertà con la spesa della sua parola o de' suoi scritti.
Ferdinando IV di Napoli, divenuto nel 1816 Ferdinando I delle Due Sicilie.

Evocazioni e prose d'arte

Copioso d'assonanze e di ritmi il nostro idioma popolare non pur seguitava, in quel secolo, ad accarezzare l'orecchio, ma, con gli armonici elementi che conteneva, quasi generava in Napoli la incantevole e insigne scuola musicale che vi prosperò fino a tardi. Saporosa composizione di sentimentale e di burlesco esso s'attagliava così agl' della piazza come alla delicata concordanza di due violini e di una spinetta: l'opera buffa era un poco in ogni manifestazione poetica e la nostra poesia dialettale suscitava, in tempi, un riso spontaneo, figlio non del ragionamento o del giudizio ma di una natura espressiva.
Il XVIII° secolo.
Il nostro dialetto, fino al trecento, era stato scritto. Lo aveva posto negli atti suoi pubblici la Cancelleria della Corte Aragonese, lo avevano usato le medesime opere letterarie di quel tempo, i poemi, le cronache, i trattati: ed esso era sembrato – e fu davvero – una lingua di tutte le voci più popolari e più vivaci, sincera, spontanea, facile per ogni comune necessità e accessibile a ogni uso e a ogni persona.
Appresso, tutto il secolo decimoquinto s'era continuato a giovare di quel pittoresco ed efficace vocabolario: ma già esso era sceso più basso, l'accademia alfonsina già stimolava, nel quattrocento, le più singolari intelligenze, e il Cariteo, Iacopo Sannazzaro, Pietro Summonte, Gabriele Altilio avevano per le mani la cosa pubblica e le lettere a un tempo.
Da Poesia dialettale napoletana, p. 254.
[...] ecco dunque il nostro dialetto che davanti a un soffio così e così classicos'arretra a mano a mano e finalmente, dopo quasi anni, ripara alla fonte primitiva che lo contenne, e torna a rivi gonfi ed aperti i quali loro facili margini già lo avevan visto traboccare e diffondersi. Ed eccolo dunque ridiventato, nel secolo decimosesto, cosa affatto particolare e propria della plebe, cosa più umile e però quasi spregiata e oscurata, ancora, dalla nobiltà dell'opera e della voce sopravveniente.
Ma l'anima popolana, la quale sente sempre il bisogno di manifestarsi, s'agitò pur allora. Ella, impaziente, frugò in fondaci e vicoli e strettole; ella ne snidò, fremente, i suoi poeti sinceri – e a questa gente povera ma ingegnosa, intinta ancora d'un non so che di letterario che l'addestrava a metri armoniosi o suonanti, a questa gente che non mai aveva asceso scale di principi o di università, l'anima popolana, quasi inebriata da tanto e così onorevole conflitto, disse: , e parla, e canta pure in mio nome!
Il riferimento è alla prospettiva culturale dischiusa dall'Umanesimo.
Nel maggio del '900, sovvenuto nella città di Dante dalla cortese ospitalità del luogo, io non seppi non ricordare a' fiorentini la sentenza generosa che l'Alighieri si piacque d'esprimere in una delle sue opere minori: Con l'aiuto che Dio ci manda dal Cielo noi ci sforzeremo di dar giovamento al parlare delle genti volgari. Questo egli disse, quando primo, e con la divinatrice mente che rivolse pur alle prime questioni filologiche, andò radunando, e raccogliendo e sceverando ogni più sparso suono perché, come quasi stillati e mescolati, essi componessero per la nostra lingua armoniosa una concorde e sonora melodia.
E questo io ripeto ancora non perché già non numeri nella lingua nostra secoli di affermazione gloriosa e non abbia dato nitidi e vaghissimi attestati, ma appunto per osare di credere che da tanta ricchezza non sia per essere spregiata, ancor oggi, una dimessa voce, la quale pur offerse all'Italia la più antica di sé: una voce che serbò quasi intatto il suo suono e che se ne vuol giovare, agli anni nostri, per dir cose che pur appartengono alla Verità e alla Vita.
Da Poesia dialettale napoletana, p. 257.
All'archeologo, all'artista, al frettoloso touriste questo spettacolo non cessa, sì, di offrire, ogni volta che n'è interrogato, la svariata quantità e qualità de' suoi particolari, materia di studio e conoscenza dell'antico, materia di raro allettamento estetico, d'insospettata e immensa sorpresa. Ma, quasi antevedendo tali future esplorazioni e le mille e mille insaziate interrogazioni onde sarebbero stati oggetto quelle mura superstiti, questi incliti edifici, queste case stesse di cui si continua a frugare ogni giorno la più riposta intimità, l'ospite filosofico di tanti gaudenti e spensierati suoi commensali non ha voluto forse lasciare scritta sulla parete del suo triclinio, come un freddo monito, la frase secca e definitiva che or io leggo con un sussulto, da che mi pare che risponda alla segreta, peripatetica domanda che mi sono rivolta poco fa? Fugge il tempo, e non merita fede. Perisce ogni cosa, e tante volte neppur ne rimane il ricordo. Il futuro è un mistero. E tu non confondere la tua esistenza con cercare di conoscerlo...
Da La via dell'abbondanza, p. 258.
Chi consideri questa strada pittoresca da' policromi aspetti delle sue due pareti – quasi ininterrottamente istoriate, disseminate di figure grandi e di figurette assai gentilmente e argutamente dipinte, di indicazioni e chiarimenti ai passanti, di additazioni di candidati a pubblici offici, di salaci motti popolareschi perfino – la potrà, se mai, paragonare a una di quelle folte viuzze giapponesi ove tutto è luce e colore; ove, di su le botteghe infronzolite, pendono le più immaginose leggende illustrate; ove panneggiamenti e arazzetti e banderuole e fanali multicolori allungano festosamente la lor bizzarra infilata fino al punto in cui pare che, nel lontano, la via si restringa e si concluda.
Immaginate, rivestendo con la vostra riarchitettazione opportuna tutto quel che ora è presso che spogliato e ripopolando questa via, così frequentata una volta, delle figure umane che vi passavano, immaginate, dunque, quel traffico, quel viavai, quel continuato riempirsi e svuotarsi di questa principale arteria della felice Colonia Venerea, e la coglierete nel suo ritmo più pulsante e sonoro.
Da La via dell'abbondanza, pp. 259-260.
Quell'uomo fu di grande ingegno e di grandissimo spirito: se non mi sbaglio, si valse dell'una cosa più per diletto proprio che per altro, e dell'altra usò per burlarsi un po' di tutti.
È anche, e specie per questo, ch'egli ha meritato di passare alla posterità.
Da Un signore originale, p. 270.
Due mesi prima, in un buon giorno di sole, il povero vecchio uscì da quella camera per rivedere, ancora, una volta, il suo studiolo, ove, finalmente, era a porre in assetto i suoi libri e ad ordinare le sue carte. Ve lo ritrovai, quel giorno, sprofondato in una poltrona, presso all'aperta finestra. Un mormorio confuso saliva, da lontano, alla pace de' balconi fioriti, alla gran pace silenziosa del Palazzo Cellammare: egli ascoltava – con la bocca schiusa, col corpo lievemente proteso, con le mani spiegate su' bracciali della poltrona – la voce della città, quella voce alla quale s'eran dianzi mescolati i suoi caratteristici urli di meraviglia, le sue schiette e risate, i suoi scoppii che mettevano in curiosità e in subitaneo stupore i marciapiedi di Chiaia e di Toledo.
Ascoltava, ascoltava, estatico: s'abbeverava avidamente di quel soffio di vita e un tremor nervoso lo pervadeva tutto. Solo: or egli era solo, là dentro, egli che era stato tanto con ogni cosa viva e con tutti. E, pian piano, il suo povero corpo s'abbandonò, le mani scivolarono su pe' bracciuoli, la testa reclinò, triste, sul petto.
– Duca?
– Oh... figlio... buon giorno...
– Come state?
Egli sorrise. E disse, piano, nel silenzio, mentre pur i esterni parevano sopiti, disse napoletanamente:
– Nun vide? Sto murenno...
Non vedi? Sto morendo...
Quelle sono, a parer mio, le opere d'arte più impressionanti le quali in coloro che, dopo d'averne rilevato tutto il fascino, se ne sono allontanati lasciano un punto impaziente e quasi tormentoso, l'eco, vorrei dire, di quella fiduciosa voce dell'artista il quale par che desideri di continuare il suo sogno nell'anima degli altri e dica loro: Cercate...
Da Domenico Morelli, p. 293.
L'arte di tutti costoro, è vero, fu solamente oggettiva, ma contenne seduzioni immediate. La macchia di colore che sulle piccole, piccolissime tele del Pitloo era il segno particolare delle sue impressioni istantanee, coglieva per altro tutta quanta l'animazione poetica, l'armonia delicata e misteriosa del vero, i suoi contrasti, la sua rudezza e la sua dolcezza – e così felice era sempre la scelta, così aggiustata e così nuova, che la verità naturale sembrava una meditata architettazione, e quel brano di realtà, che pur conteneva in se stesso ogni elemento armonico di colorita poesia, la creazione, addirittura, d'un artista immaginoso.
Gli artisti della Scuola di Posillipo.
Nel punto in cui, davanti alla ferrea porta del vecchio Istituto di Belle Arti, Palizzi e Morelli il loro labaro di verità e di rinnovazione e a trargli appresso fin gli scolari più devoti agli accademici, quel qualcuno principiava la sua cara fatica, e si preparava, solitario, a divenire l'artefice incantevole e raro della più meravigliosa finzione. Poeta sensibile, artista e pittore di razza, squisito raccontatore dell'eterna favola dell'arte, questo suo genio amabile si chiamò Edoardo Dalbono.
Da Edoardo Dalbono, pp. 297-298.
È questo un gran canone di arte, benché semplice, e tanto spesso negletto. Senza idea non arte; e l'artista che rinuncia a mettere nell'opera sua la sua idea, rinuncia a metterci quello che lo fa artista; ma senza realtà non comunicazione possibile fra l'artista e gli altri uomini, i quali, per alzarsi fino dove l'artista vuol sollevarli a volo, non possono esser presi che per il lato umano, che è comune a loro e a lui. E nel concepimento dell'opera d'arte deve precedere il senso del reale; perché è il reale che dà la sostanza: l'ideale la purifica e la corregge mediante la forma.
Da Una difesa del realismo, p. 302.
[...] il simbolismo è proprio delle religioni, e non dell'arte; e soltanto quando l'arte trova un sussidio potente nel sentimento religioso, si può con vantaggio servire del simbolo, per eccitare passioni e sentimenti.
Da Una difesa del realismo, p. 302.
Guardate il ritratto di Fortuny, guardate quelli del Morelli e del Verdi, e vi cercherete invano le linee determinate, il segno preciso e scolastico, l'insistenza, l'incasso palese dell'occhio, l'osservativo scrupolo di quei dati somatici che sono dei più studiati e accarezzati dalla plastica, intransigente, freddo, se pur limpido specchio dell'essere. Eppur nulla è più appariscente e più vivo di quel viluppo che sembra oscuro e non è; nulla è più parlante, nulla è più fuso e più molle, e da nessuna cosa mai come da queste, che vogliono essere la reincarnazione d'una persona, si parte come un respiro, un caldo soffio di vitalità.
Da Vincenzo Gemito, p. 307.

'O voto – Citazioni

Vito: (con voce piena d'emozione) Ah, Giesù Cristo mio! (Si sberretta. Tutti si sberrettano. Le donne fanno gruppo. Gente alle finestre. Quelle della mala casa si schiudono e qualche figura appare di sotto le persiane.) Io a vuie mm'arraccumanno!... (Cade lentamente in ginocchio. A uno a uno tutti si piegano o s'inginocchiano. Appare, in questo, dal vicolo a destra, donn'Amalia, s'arresta, sorpresa, e ascolta.) Io a te mm'arraccumanno cull'ànema e c' 'o cuorpo! Tu mm' aie da scanzà, tu mm'aie libberà, e p' 'e patimente ca 'e patuto e pe sta curona 'e spine... (levandosi risoluto, il braccio teso verso il Cristo, il berretto nella mano). Io te faccio 'o voto 'e levà na femmena d' 'o peccato! (p. 18-19)
L'invito è na cosa e l'interesse è n' ata. (p. 72)

Per la storia del brigantaggio nel Napoletano – Citazioni

Il brigantaggio del novantanove fu dunque veramente politico. Furono veramente e studiatamente assoldati nelle file de' realisti que' banditi che poco prima avevano tenuto la prigione o le selve: un fondo pittoresco disegnò, in seguito, a ridosso di quelle figure quasi eroiche, la facile immaginativa de' romanzieri; Fra Diavolo percorse, nel suo costume schilleriano, non pur tutte le Calabrie e la Puglia, ma tutta la letteratura del secolo nuovo. E col ripristinato governo, che quasi rifaceva a suo profitto e in sua difesa le coscienze e i caratteri, ebbe gloria cavalleresca e ammirazione e vanto illustrativo fin nelle più piccole borgate, ove ogni bella contadina sognava d'esser rapita dall'irresistibile cavaliero e portata a dosso del suo cavallo focoso.
Le condizioni economiche de' contadini del Napoletano intorno al 1860 erano tali, ripeto, da quasi giustificare gli eccessi briganteschi: l'uomo della campagna era un ilota malamente remunerato, oppresso dalla fatica perenne e dura, maltrattato, roso dall'usura e dall'odio.

Poesie

E menato ncopp' 'o lietto / guardo, guardo nnanze a me... / Tengo 'o sole de rimpetto / dint' 'o core tengo a tte. (da Cuntrora, Voce luntane, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
Quanno sponta la luna a Marechiare / pure li pisce nce fanno all'ammore / se revotano ll'onne de lu mare, / pe la priezza cageno culore, / quanno sponta la luna a Marechiare... (da A Marechiaro, Canzone, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
Era de maggio e te cadeano nzino / a schiocche a schiocche li ccerase rosse, / fresca era ll'aria e tutto lu ciardino / addurava de rose a ciente passe. (da Era de maggio, Canzone, 1885)
Comme a stu suonno de marenare / tu duorme, Napule, viat' a tte! / Duorme, ma nzuonno lacreme amare / tu chiagne, Napule!... Scétete, scé'!... (da Luna nova, Canzone, 1885)
E vota e gira, 'a storia è sempre chessa. (da E vota e gira!..., citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 206)
Nu pianefforte 'e notte / sona luntanamente, / e 'a museca se sente / pe ll'aria suspirà. // È ll'una: dorme 'o vico / 'ncopp'a sta nonna nonna / 'e nu mutivo antico / 'e tanto tiempo fa. // Dio, quante stelle ncielo! / Che luna! E c'aria doce / Quanto na bella voce / vurrìa sentì cantà. // Ma sulitario e lento / more 'o mutivo antico; / se fa cchiù cupo 'o vico / dint'a ll'oscurità. // Ll'anema mia surtanto / rummane a sta fenesta. / Aspetta ancora. E resta, / ncantànnose, a penzà. (Pianefforte 'e notte, Ariette e sunette)
Citato in Angelo Gianni, Mario Balestrieri e Angelo Pasquali, Antologia della letteratura italiana, , vol. III, parte seconda, p. 196.
Rosa, si chiove ancora / nun t’ammalincunì, / ca d' 'o bontiempo ll’ora |sta prossema a venì. // Nun vide? ’E luce ’e sole / luceno ’e st’acqua ’e file; / è 'a morte d’ ’e vviole, / so’ ’e lacreme d’Abbrile. // Ma mo cchiù ffresca e ffina / ll'aria se torna a fa'... / Meh !... A st’aria d’ ’a matina. / Rosa, te può affaccià. // Aràpe ’e llastre : aràpe / sta vocca piccerella / addó sulo ce cape' / nu vaso o na resella: // canta: chist’ è ’o mumento; / tu cante e io, chiano chiano, / mme faccio 'a barba e sento, / cu nu rasulo mmano. // E penzo: «’A ì ccà'; s'affaccia... / Mm’ ha visto... Mme saluta ...» / E c' ’o sapone nfaccia / dico: – Buongiorno, Ro'!...(Buongiorno, Ro'!, Ariette e sunette.)
C'entra.
Marzo: nu poco chiove / e n'ato ppoco stracqua: / torna a chiovere, schiove, / ride 'o sole cu ll'acqua, / Mo nu cielo celeste, / mo n'aria cupa e nera: / mo d' 'o vierno 'e tempeste, / mo n'aria 'e primmavera. (da Marzo)
Vocca addurosa e fresca, / vocca azzeccosa e ddoce, / addò c' 'o tuoio se mmesca / stu sciato, addò la voce / è musica, è suspiro, / è suono cristallino... (da Vocca addurosa, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
D' 'a cchiesia 'e san Pascale / 'a campana, ca sona / — cu nu suono argentino — / a mmatutino, / a poppa e a prora / sceta chi dorme ancora / ncopp' 'o vuzzo e ’o vasciello / d' 'o Granatiello. / E, tutto nzieme, se sente na voce: / «Ccà sta Teresenella 'a purticesa! / Ddoje pe nu rano 'e purtualle doce! / E so' meglio d' 'e fravule 'e cerase!...» // 'A campana d' 'a cchiesa / mo sona — cu nu suono / ca fa malincunia — / l'avummaria. / Sciso è int'a ll'onne / 'o sole — e s'annasconne: / 'a vela 'e nu vasciello / pare ca luce, ncopp' 'o cielo d'oro / d' 'o Granatiello... / E, int' 'o silenzio, se sente na voce: / «Ccà sta Teresenella 'a purticese! / Ddoje pe nu rano 'e purtualle doce! / E so' meglio d' 'e fravule 'e cerase!..» (Doje purticese, Tramonto a Puortece, II, Ariette nove, 1916, pp. 77-78)
Arillo, animaluccio cantatore, / zerri-zerre d' 'a sera / ca nun te stracque maie, / addo' te si' annascosto? / 'A do' cante? Addo' staie?... / Passo — e te sento. / E me fermo a sentì... / Zicrì! Zicrì! / Zicrì! Zicrì! |Zicrì! / E me pare ca staie / (mmiez'a ll’èvera nfosa) / sott'a sta funtanella, / e int'a stu ciardeniello / ummedo e scuro / d' 'o llario d' 'o Castiello... / E cammino... E mme pare / ca no: ca staie ntanato / dint'a nu pertusillo / 'e nu spicolo 'e muro... / O, chi sa, si' sagliuto / ncopp'a na petturata 'e na fenesta, / e te si' annascunnuto / mmiez' a na testa 'aruta / e n'ata testa... / . . . . . . . . . . . . . . . . . . / Sera 'e settembre — luna settembrina, / ca int' 'e nnuvole nere / t'arravuoglie e te sbruoglie |e 'a parte d' 'a marina / mo faie luce e mo no — / silenzio, nfuso / quase 'a ll’ummedità — / strata addurmuta, / (ca cchiù scura e sulagna / quase s'è fatta mo, / e ca sento addurà / comm'addorano 'e sera / cierti strate 'e campagna) — / arillo, / ca stu strillo / mme faie dint' 'o silenzio / n'ata vota sentì... / Zicrì! Zicrì! / Zicrì! / accumpagnate 'a casa / stu pover'ommo, / stu core cunfuso, / sti penziere scuntente, / e st'anema ca sente / cadé ncopp'a stu munno / n'ata malincunia / chesta 'e ll’autunno... — (Arillo, animaluccio cantatore..., Ariette nove, 1916, pp. 96-98)
’O core d’ ’a femmena / è comme a na lettera nchiusa. / chi maie ce po’ leggere? / Chi ’o po’ scanaglia?' / Mo abbruscia — mo spánteca — mo piglie e t’ammenta' na scusa, / pe nun te fa ntènnere / ca sta p’avutà... / E tu / pigliatillo / accussì, / comm’ i’ / ll’ accetto e mm’ ’o piglio... / Vuo’ sentere? / E siente / nu buono cunziglio. / Cuntentete ’e nun sapé / niente. (da E tu pigliatillo..., Ariette nove, 1916, p. 101)
Scandagliarlo, scrutarvi.

Storia del Teatro San Carlino

La Errico ebbe sette figli: Gaetano, Davide, Pasquale, Antonio, Michela, Adelaide e Rosa. I primi quattro erano così definiti da don Salvatore loro padre: Gaetano francese, Davide o gesuita, Pasquale lingrese e Totonno . 'o pazzo. Quest'ultimo, ch'era il più intelligente, otteneva dalla madre tutto quel che volesse, pur non essendo il più meritevole de' quattro. Ma Donna Peppa diceva: – E mamme so' comme 'e nnammurate; vonno cchiù bene a chille figlie ca lle danno cchiù muorze amare. (p. 838)
Diminutivo di Antonio.
La famiglia Petito, finché visse Donna Peppa, non si sbandò. Sedevano don salvatore e i figliuoli, nell'ora del pranzo, a una sola tavola e Donna Peppa andava intorno scodellando la minestra in ogni piatto. Però il suo tondino restava vuoto. E allora ella rifaceva il giro della tavola e da ogni piatto ricolmo toglieva una cucchiaiata pel suo. Questa e lo spendere in una giornata tutto quanto avesse guadagnato la sera avanti erano tra le sue più vecchie abitudini. Liberale, benefica, affettuosa, ella dava perfino le sue vesti per carità, ma pagava, con grande esattezza, i suoi trenta ducati al mese, per la casa e pel teatro, ai Maisto, i quali, ogni capodanno, ricevevano, assieme al denaro, un sonetto augurale, scritto da Salvatore Petito, ora in dialetto, or in una lingua che don Salvatore credeva che fosse italiana. (p. 838)
Nel 1850 Donna Peppa, nata nel 1792, contava cinquantotto primavere, ma, sempre vegeta e forte, non mancava di scendere ogni sera al teatro e rimanervi fino alla mezzanotte. In quell'ora, a uno a uno, il marito e i figlioli rincasavano da San Carlino e dalla Fenice, stanchi, rauchi, con ancor sulle gote e agli angoli delle palpebre le tracce del trucco. In camera da pranzo un'insalata d'indivia li aspettava nella penombra. Il palazzo Maisto dormiva. Per la via deserta era la pace della notte, a cui di volta in volta, si confidava, mormorando, il mare. E ora attorno alla tavola, Pulcinella, l'amoroso, la servetta, l'ingenua e il caratterista tranquillamente cenavano, chiacchierando e motteggiando. Coi gomiti sulla tavola, il mento nelle palme delle mani, senza toccar cibo, Donna Peppa ascoltava e sorrideva, vera dea madre, contemplante la felicità familiare e, a poco a poco, appisolandosi. (pp. 839-840)
Il 1848 era alle porte, ma pareva che nessuno lo sospettasse; Napoli ha sempre di queste placide esteriorità: l'interno lavorio non offusca il suo aspetto e neppur le più grandi disgrazie valgono a mutarne la fisionomia. Con un grano, in quegli anni, il lazzarone era quasi ricco, e una piastra ballonzolante nella saccoccia del panciotto a un borghese gli conferiva l'aria della più grande superiorità. L'allegra povertà, in pieno possesso della strada, vi si sciorinava al sole; il facchino appisolato, a un angolo, in una cesta, schiudeva, di volta in volta, gli occhi e tranquillamente, abituato a posare, contemplava il forestiero, inglese o francese, che, , davanti a lui, pigliava note in un taccuino. Le solite baldorie per le feste de' soliti suoi santi occupavano la gente de' quartieri inferiori – come anche adesso la occupano – ma pareva che un senso di caricatura fosse pur penetrato dal giornale fin nella plebe. (pp. 868-869)
L'attore era veramente grande, la sua figura illuminava tutta la scena, riempiva tutti i vuoti, raccoglieva tutte le emozioni e gli interessamenti; così le volgari stupidaggini della commedia petitiana e il suo difetto d'umanità scomparivano in un godimento che pervadeva tutto il pubblico e durava ancor fuori del teatro: una felicità che accompagnava fino a casa gli spettatori, e lasciava ancora sorridere, nel sonno, le loro labbra dischiuse. (p. 904)
L'epoca del piccone cominciò 6 di maggio del 1844, e dopo qualche mese non rimaneva più, al posto del teatro, se non un cumulo di pietre. Su quelle rovine pianse, lungamente, tutta Napoli, memore delle ore deliziose passate in quel torrido fosso, tenera de' ricordi quasi classici che quel teatro avea tramandati, con la storia sua e de' suoi comici e dei suoi frequentatori, in tre o quattro generazioni partenopee. Spariva, difatti, un monumento napoletano, l'Eldorado della gaiezza spariva e la improvvisa e insospettata soppressione era lamentata qui come da per tutto, poi che erano state accessibili a tutti le forme comiche nostrane e nel teatrino di San Carlino era stata internazionale la risata. (p. 914)

Taverne famose napoletane – Citazioni

Gli smargiassi, guappi del tempo, con lalberuzzo di teletta sulle spalle, con cosciali e calze di stamma legate con cioffe e sciscioli, col cappello impennacchiato e ricco di passavolanti si pigliavano a braccetto or le donne or gli amici soldati e in comitiva si scantonava laggiù al Crispano, ove di tra la verde rete d'un pergolato brillavano fiammelle di lucerne appese e di parattelle – (ch'erano scodellette piene di sego nel quale si reggeva un grosso stoppaccio acceso) – illuminazione primitiva di cui si giovavano pur i teatri, specie per le ribalte. (p. 33)

Dicono di Salvatore Di Giacomo

Croce elevò Di Giacomo a poeta nazionale, assoluto, liberandolo da una caratterizzazione «dialettale», in virtù del superiore valore della Poesia, che non può essere definita in generi, ma in quanto arte può soltanto essere sottoposta a giudizio estetico: quella di Di Giacomo non è poesia dialettale, ma Poesia «senz'altro».
Vincenzo Regina
Il linguagguio dialettale esprime nella dignità linguistica e nell'orchestrazione del ritmo ogni commozione del poeta e nel variare del timbro dà ragione della vasta scala di sensibilità di cui era capace Di Giacomo.
Raffaele Giglio
Il segno più originale della presenza di Salvatore Di Giacomo nella «belle époque» partenopea, sta nella sua sdegnosa estraneità alle mode letterarie che imperversavano in quell'epoca: il classicismo professorale di Carducci, il patetico decadentismo di Pascoli e di Corazzini, l'immaginifico barocchismo di D'Annunzio, che pure a Napoli era di casa. Chino sul foglio bianco come un grande artigiano, don Salvatore si isola dal frastuono delle gazzette e dei salotti, dedicandosi piuttosto a portare ad estrema perfezione uno strumento personale che non somiglia a nessun altro, il vernacolo, mediato sì dalla realtà popolare ma filtrato attraverso esperienze altamente sofisticate, che vanno dai lirici greci dell'epoca di Saffo all'opera buffa dell'epoca di Paisiello, passando per la narrativa del Cortese e del Basile. La fusione che egli realizza tra la struttura colta del suo dialetto e la tradizione parlata attinge la perfezione nei versi delle ariette e delle canzoni nuove, dove la parola si libera «in un aere musicale» e appare «disposta a vivere per ritmi e metri in una trepidantissima aura di suggerimenti».
Antonio Ghirelli
La poesia di Salvatore Di Giacomo scapigliata, verista, decadente ad un tempo nel suo sviluppo storico, si caratterizza per essere lirica e fantastica: ha «il senso del misterioso; pova il fascino del passato », è immagine velata e musicale del suo tempo interiore.
Vincenzo Regina
Salvatore Di Giacomo morirà solo quando Marechiaro (che ora ha una via intitolata al suo nome) e l'intera Napoli avranno cessato di esistere...
Giuseppe Marotta
Salvatore Di Giacomo, poeta, narratore, drammaturgo, autore di canzoni, storico, giornalista, bibliotecario, è da ritenersi per la qualità della sua arte, per la sua opera, e per il suo valore di studioso il più illustre letterato napoletano; insieme a Benedetto Croce ha rappresentato un vertice assoluto della cultura del suo tempo, non soltanto a Napoli, ma anche in Italia e all'estero.
Vincenzo Regina
Tal quale il Di Giacomo delle novelle e de versi si ritrova nei parecchi libri che ha pubblicati di ricerche storiche [...].
L'erudito può fare qualche obiezione e dichiararsi mal soddisfatto e dell'accoppiamento di storia e immaginazione e della subordinazione dei problemi propriamente storici alla contemplazione sentimentale e passionale. Ma sotto l'aspetto artistico, come non accettare le pagine d'arte, che il Di Giacomo, non sapendo resistere alla propria natura, ha frammezzate ai suoi spogli di documenti?
Benedetto Croce

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026