Frasi
Frasi di Stefano D'Arrigo
13 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 13 citazioni di Stefano D'Arrigo, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Stefano D'Arrigo (scrittore e poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Frasi da «Horcynus Orca»
Inattesa, come per conto suo, la lagrima gli sgocciolava sul ciglio come lo stillare di un lontano pianto, segreto anche a lui: in quell'attimo, il brillio che mandavano le pupille, s'appannava e annacquava, quasi che la lagrima cadesse ancora dentro il vecchio, in una tazzina di porcellana dove si conservava per essere usata ancora, perché anche quella sorgente si essicca col tempo in un vecchio, le lagrime viavia la vita le dilapida, la vita si essicca per la morte. (1975)
L'Inferno si faccia conto, è quell'isola maceriata e persa, la Sicilia. (1975)
Non c'è lido più lontano di quello dove non si approda. (1975)
Gli sonava strana, st'inchiavatura di voce tutta ammastriata: perché non aveva senso, nessunissimo senso, marcargli e rimarcargli, anzi addirittura sillabargli allo scagnozzo, una per una, le parole che lui stesso aveva allora finito di dire in risposta alle domande a entrare e uscire di don Luigi. (1975)
... andavano incontro a Vulcano dalla parte di ponente, quella parte che col resto dell'isola è come l'Inferno col Paradiso: col mare pullulante di soffioni bollenti; con rocce e scogliere, tutte pietre di zolfo, d'un giallore crudo, abbagliante, che dalle pareti rimanda, come da colossali specchi, il sole tutt'intorno, verso il mare e contro la nera montagna conica; e con la riva, infine, pericolosa e impraticabile non meno del mare, traforata di focolai sulfurei e fumigante di vapori irrespirabili. (2019, p. 158)
Quelli sono pellisquadre, caro mio, e il nome dice tutto. Lo sapete voi che significa pellisquadre? Significa che hanno la pelle come quella dello squadro, che sarebbe il verdone, ovverossia il pescecane, e squadro ci sta per squadrare, una pelle insomma come la cartavetrata, quella che serve ai falegnami per ripulire tavole e compensati dalle lische, pareggiandole e allisciandole come un velluto, per poi impellicciarle e lucidarle. Pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri. (2019, p. 286)
Se il sazio capisse il digiuno, il Turco si farebbe Cristiano. (2019, p. 594)
«L'idea mia è che la coda venne dalla loro verginità, ovverossia da difetto d'uso» aveva detto quella volta. «A furia di tenere strette le cosce, che spasimavano di avere allargate, ma nessuno gli disse mai: àprile, gli venne quel callo, una certa cartilagine, capite? e questa callosità si sbiforò tra le cosce, scaglia sopra scaglia, e così finì che le due gambe s'incollarono insieme e gli diventarono coda. E anche il verde ramato è dovuto a difetto d'uso: nell'acqua, insomma, si ramarono e s'ingigliarono come cipolle.»
Ma loro non si facevano alcunissima meraviglia di vedergliele fare e disfare: sì, perché la sirena, come l'amo, era roba sua, mestiere e mistero suo, perciò poteva farne quello che gli pareva a lui. (2019, p. 646)
Orca, per chiamarla col nome e l'abitudine di dare morte e di non riceverne, con cui veniva mentovata nel famoso libro figurato del Delegato di Spiaggia; ferone, invece, come vieneintesa nei mari intorno alla Sicilia, per il fatto curioso, misteriosissimo, di avere in comune con la ferala coda, la coda piatta invece che di taglio, la coda e se si eccettua la dannosità diversamente calibrata, nient'altro. Ma la coda piatta, che gli fa il nuotare quasi cristiano, alla Bacigalupo, con quello strabilio di velocità che sviluppa, oceano o mare, l'hanno solo fera e ferone: ed è sotto l'impressione di quest'arcano che l'Orca viene chiamata ferone dalla famigerata fera nei mari di Sicilia che toccano Africa, Gibilterra, Spagna. Sono i mari dove appare almeno una volta nella vita di un pescatore: una sola, ma le conseguenze del suo passaggio durano poi per molto, moltissimo tempo, come quelle del vaiolo nel giallore trapunto della faccia. (2019, pp. 696-697)
Così, femmine a terra e femmine a mare, sia cristiane e sia fere, smaniavano ugualmente per l'orcaferone. Non partire, non partire, gli sospiravano con gli occhi le cristiane dalla riva, sperando in qualche altra mandata di cicirella; e le fere lo corteggiavano da lì vicino, civettandogli e facendogli le buffone come per rabbonirlo e tenergli a freno la collera, o forse per qualche altro loro recondito scopo: come si faceva a dirlo con quelle millunanotte? (2019, p. 752)
Poi, a vederlo di là vicino, fu uno spettacolo da fargli trattenere il respiro. L’orcaferone, l’aveva pigliato una così terribile furia, da fargli impallidire tutti: nero, gigantesco, avvulcanato, era come se lottasse col mare medesimo e da quel massacro d’acqua si sollevavano montagne di schiume. (2019, p. 774)
Oh, giovanotti, ma ve lo volete mettere in testa che quella non è una quilibet qualsiasi, ma è l’orca, orca orcinusa, la Morte in una parola, la Morte marina? Ma sul serio, sul serio pensate di poterla fare fessa, di incavallarla? Ma sul serio, sul serio pensate di poterci qualcosa, di influirvi, di cambiarle il principio? (2019, pp. 791-792)
Dicono di Stefano D'Arrigo
Il fatto è che nell'ingegneria narrativa conta specialmente la virtù che taluno vantò nel Borromini: dell'ornato che sappia farsi funzione, al punto che, se mancasse l'edificio crollerebbe. È il caso dellOrca, mi sembra, e il libro ritorna oggi per la necessaria verifica. Vogliamo riaprirlo senza pregiudizi, vincere una buona volta le resistenze della cattiva coscienza? Vogliamo provare a dedicargli, infine, lo stesso allarme e rispetto che se fosse tradotto dall'inglese?
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026