Frasi
Frasi di Vincenzo Calmeta
11 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Vincenzo Calmeta raccolte in un'unica pagina: 11 frasi, divise per libro e argomento.
Vincenzo Calmeta (poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Frasi da «Triumphi»
Tolto m'ha morte el ben, spietata e cruda, / del qual l'avaro Ciel me fu sì largo, / lassando nostra età di gloria nuda; e però aver vorrei le luce d'Argo, / che queste doi mei fonti han perso el lume / per le lacrime amar che ognora spargo. / Io son qual cigno in sul Meandro fiume / che la propinqua Morte canta e plora / scotendo spesso le sue bianche piume; / over qual Filomena in su l'aurora / ch'empie di meste note la campagna / perché l'antiqua offesa ancor l'acora; / over qual tortorella che se lagna / in turbida acqua o in arbor senza fronde / poi che ha perduta sua cara compagna. (I, 10-24).
Pallida Morte, el tuo furor non temo, / ché se a felice già foste acra e bruna, / sareste or dolce a me in tal caso extremo. / Più de uom che viva qua sotto a la luna / felice fui, or son sopra la terra / remasto per exemplo di fortuna. Tu sola trar mi puoi di tanta guerra: / vien, sorda! Perché 'l tuo soccorso invoco, / il colpo acro e funesto in me disserra. / E tu beato saxo e dolce loco, / dove reposte son quelle caste ossa / che m'han per lacrimar già fatto roco, / perché a mia carne lacerata e scossa / non concedette per extrema pace / ivi propinqua la sua eterna fossa? Dura terra, orbo mondo e ciel rapace, / fra voi diviso avete un tanto bene, / perché d'un loco sol non fu capace [...] (I, 43-60)
Ah, duro, acerbo e repentino caso! / Parto colmo de duol, pieno de morte, / che desti a doi sì matutino caso! / Lo innocente figlio, ah dura sorte / per legge al gran falir nostro nimica, / fu destinato a le tartaree porte; / ma Lei, per premio d'ogni sua fatica, / rese al ciel l'alma ne la età immatura / e 'l casto corpo alla gran madre antica. / Quanto a la gloria, vixe oltra misura, / morendo vecchia nel vigesimo anno, / ben che vivesse poco a la natura, Et ebbe quel che raro i cieli danno: / senno e fortuna in giovenil etate, / cortesia profusa in alto scanno, / mente pudica in singular beltate, / sublime ingegno in cor puro e sincero, / alti pensieri in quieta umiltate, / grazie che fan ciascun degno de impero, / et or con Lei son chiuse in piccol sasso, / né mai vederle in corpo umano spero. (I, 67-87)
così vedendo del mio fin lo exizio, / senza speranza alcuna ognora expecto / morte, che faccia in me el suo crudo officio. / O chiara luce al mio scuro intellecto, / darte sol pianti con sospir me lice, / ch'altro non posso offrir da questo pecto! / O del mio ardente cor vera fenice! / O de l'altre alme fortunate e chiare / più excelsa gloria e nel ciel più felice! / Le rime mei che già te for sì care, / ben che abian perse el consueto sòno / per esser volto in tutto a lacrimare, / prender te degna per extremo dono, / poi ch'altro darte el ciel non me concede, / ché d'ogni altra richezza ignudo sono. (I, 103-117)
[...] e però spinto da un furore immenso, / a gridar cominciai con tal furia / ch'ancora abruscio e tremo quando el penso: / « O de mortali detestanda iniuria! / che l'om col proprio pianto quando nasce / subito ogni miseria e mal s'auguria! / Al mondo nudo vien, poi delle fasce / per conservar i membri è avolto e cinto, / sol con l'altrui mezanità si pasce. / Gli altri animal tutti hanno el suo d'istinto: / chi al corso, chi al natar, chi al volo è pronto / come più e meno da natura è spinto; / lui in questa valle de miseria gionto, / inerme e vinto iace mansueto, / quasi simili ad om che sia defunto. / Non è suo proprio istinto altro che 'l fleto, / sol tra tanti animali a pianger nato: / ah, de nostra natura impio decreto! (II, 121-138)
[...] perché col tempo cresce la malizia, / la superbia, luxuria, ira e perfidia, / la ceca ambizione e l'avarizia. / Gli è ricco: orsù ognun li porta invidia; / gli è sano: infirmità lo expecta al varco; / gli è giovene: vechieza ognor lo insidia; / gli è virtuoso e d'ogni bontà carco: / sì ben, ma povertà li fa tal guerra / ch'oltra el dovere è nel suo viver parco. / Nessun felice mai se trovò in terra; / dunque l'umana specie è sempre in doglia; / se nulla è in ciel, chi more è for de guerra. (II, 151,158)
E così, fra pensieri amari involto / che m'erano aloè, fele et assenzio, / sentir mi parve, ma da lontan molto, / voce che ruppe el nocturno silenzio, / suave e a pena intesa al proferire, / se non tal volta: «O mio fidel Vincenzio». (III, 13-18)
[...] così stavo io, per fin che: «Or ti conforta» / sentì dir più expedito: «Io son Beatrice, / viva nel ciel la qual qui piange morta». (III, 31-33)
Misero, perché vai tu consumando / in pianto amaro i fugitivi giorni, / la morte ad ora ad ora desiando? / Deh, non turbare i mei dolci sogiorni! / Morta non son, ma gionta a meglior vita / lassando el mondo e soi fallaci scorni. / E s'io fui sciolta nella età fiorita / con tuo dolor dal bel carcer terreno, / tanto più fu felice la partíta, / ch'è bel morir mentre è el viver sereno. (III, 55-64)
Ohimè, che i spirti for per separarse / al suon de le melliflüe parole, / de tal dolceza in un punto alsi et arse! / «Alma mia diva e mio terrestre sole», / parlando e lacrimando alor dissi io, / «o quanto el viver senza te mi dole! / Ché, te perdendo, persi ogni desio, / tua morte me interruppe ogni speranza, / né so più dove fermare el pensier mio. / Ma si nel cielo è alcuna recordanza / de noi, deh dime, alma felice e rara, / non te dolse el partir di questa stanza? / Lassar tua prole si dilecta e cara, / padre e marito di tanta exellenzia / e servi in vita dolorosa e amara?» (III, 76-90)
[...] poi dissi: «Si l'ingegno tuo non dorme / dirotti el vero, o registrator fido / de le mei in vita dispensate orme. / Sentendo in quello orribil ponto el crido / di mei congionti, che vedèno i polsi / sopiti già, nel mio ben vixo nido / la vista con piatà languida volsi / viddi lacrimar tutta mia corte, / unde d'abandonarla in ver mi dolsi. / Non che me spaventasse acerba morte, / ma troppo duro m'era alontanarme / dal dolce e caro e mio fido consorte; / certa era lui più che se stesso amarme, / io sposa et ei signor, padre e marito: / pensa si me era duro el separarme. / Ma 'l iusto voler mio, con Dio unito, / un tal vigor porse a la carne stanca / che 'l cor drizai solo al Bene infinito / e impalidita già la carne e bianca, / sostenne con forteza el passo diro. / ché sempre infino al fin fu l'alma franca. / El gran dolor fu palma di martiro, / morte spregiai e de morire el modo. / e resi l'alma al ciel con un sospiro, / dove or con gli altri spirti electi io godo / e vedo chiaro la tua fede / la qual avanti a Dio continuo lodo;[...]» (III, 94-120)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026