Ritratto di Vittorio Imbriani
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Frasi

Frasi di Vittorio Imbriani

47 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 47 citazioni di Vittorio Imbriani, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Vittorio Imbriani (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Vittorio Imbriani

E se almeno sapessero il greco!... Ma per lo più conoscono il linguaggio di Platone e d'Epicuro come quel bergamasco impostore che spacciava d'averlo imparato ne' suoi viaggi, probabilmente immaginari. Ma fatecene sentire qualche frase, insisteva certa gente dabbene. Ed egli: Μύ μελαρρύδω δέ στυμιγχιών. E quei minchioni: Oh com'è dolce, com'è grazioso il greco! Che bella lingua davvero!
Da Giovanni Berchet ed il romanticismo italiano, in "Nuova Antologia", vol. VIII, 1868, p. 278.
[...] i birbanti hanno talvolta un cuore, e massime i birbanti che nascono sotto il cielo di Napoli.
A Napoli, un uomo senza cuore è una deplorabile eccezione...
Questa specialità non si trova che nel ceto de' ricchi. È l'inferno che Dio dà loro.
Da Misteri di Napoli: , Stabilimento Tipografico del Commend. G. Nobile, Napoli, 1869, vol. I, cap. VV, p. 170.
I difetti del secolo, ripeto, furono difetti napoletaneschi, difetti di un popolo che ha più immaginazione che fantasia, più acume ed arguzia che sentimento e passione, il quale rimane con la testa fredda in mezzo agli impeti più selvaggi ed arzigogola e sofistica anche quando sragiona.
Da Il gran Basile, Giorn. Napol. di Fil. e Lett., Sc. Mor. e Pol., Vol. I e II, Napoli, 1875-76; Vol. II, p. 448. Citato in I classici italiani nella storia della critica, opera diretta da Walter Binni, vol. I, da Dante
In Italia non mi ci posso più vedere. È la patria mia, è quella che ho amato, che ho tanto desiderata lontano; eppure qui mi sento infelice e mi tormenta la nostalgia. Tutti i buoni soffrono un pochino codesto male, perché tutti debbono vedere, notare uno stacco profondo fra la patria qual è, e la patria quale si vorrebbe che fosse. Ma in me, questa nostalgia è più crudele, più determinata, perché non sono innamorato d’un ideale fantastico, d’un’Italia migliore che esiste solo nell’immaginativa mia. Io conosco un’altra Italia simile affatto a quella che vorrei fosse questa Italia mia nativa; ed è per ritrovarla che m’imbarcherò posdomani.
Da Naufragazia. Frammento, con un’avvertenza di Gino Doria, in «Nuova Antologia», CC-CLXXIV (1934), pp. 369-381: p. 369.
Uomo scandalosissimo [...] Scrive, come un cane, in francese ed in italiano, articolesse, libelli, romanzacci, indecenti sotto ogni aspetto, e storie, anche più indecenti.
Citato in Alessandro Poerio, Vittorio Imbriani, Alessandro Poerio a Venezia: lettere e documenti del 1848 illustrati da Vittorio Imbriani, Morano, 1884 p. 430.

La bella bionda – Citazioni

I rimorsi, gli scrupoli di coscienza sono amarissimi per tutti, ma doppiamente per l'uomo irreligioso. Chi crede in un'altra vita, in un dio rimuneratore o castigatore, in un inferno ed in un paradiso, ricava conforto da queste credenze stesse, e finisce per acquetarsi.
Se per un presupposto assurdo, gli uomini, snaturandosi, diventassero sinceri, realizzerebbero la favola della torre di Babele: non ci s'intenderebbe più, proseguendo tuttavia nell'interpretare a rovescio le chiacchiere de' nostri cari simili.
Soltanto il galantuomo può truffare; del mariuolo notorio tutti diffidano.
Si suole mentire disinteressatamente, senza malizia e senza scopo, da' migliori.
Le passioni spuntano e germogliano lentamente assai nel cuore umano, come le piante nel suolo; e come queste appunto, sono tanto più saldamente radicate nell'animo, quanto più tempo impiegarono a radicarsi.
Se amore significa desiderio d'una persona e d'ogni sua parte, come può sorgere questo pieno desiderio, quando s'ignora gran numero di quelle parti?
Beati i veri cristiani! Si buttano a' piedi di un confessore, si accusano, si mortificano, e si rialzano di lì, e si spazzolano i calzoni insudiciati con una consolazione grandissima: perché, o vennero assoluti, o fu loro imposta una penitenza, che frutterà l'assoluzione.
Chi ha forza di braccia, farà forse la stiratrice; chi ha sveltezza di dita, ricamerà; e chi ha bellezza rara di forme, non potrà fare la modella?
Chi notoriamente è l'informista del quartiere, viene riverito e temuto dal popolino.

Frasi da «Dio ne scampi dagli Orsenigo»

"[...] una relazione è, quasi sempre, più pesante del matrimonio". Sicuro! Impone obblighi maggiori, senza diritti corrispettivi: e la parte piacevole tocca, non di rado, al marito; e la gravosa, all'amante. Questo, perché l'amore non è da tutte; bensì, da pochissime, arcipochissime. L'amore, anch'esso, è manifestazione della fantasia; la facoltà d'amare è cognata alla virtù poetica. Se una femmina non ha il cervelluzzo congegnato in quel dato modo, ben potrà civetteggiare, condiscendere, eccitare, lusingare, promettere, deludere, cruciare e crucciarsi, bisticciarsi, rappattumarsi, come chiunque sa contar fino ad undici può, scandire endecasillabi: ma i versi, per sé soli, non fanno poesia, né le condiscendenze, da sole, costituiscono l'amore. Il senso n'è sustrato e presupposto, non essenza. (p. 61)
Il dolore è la forma più intensa di vita, è sovreccitazione: quindi, il ricerchiamo. (p. 72)
[...] così porta la natura nostra: in pubblico (se, anche il pubblico è ridotto al termine minimo d'un solo individuo) affettiamo sensi sdegnosi e noncuranza suprema; soli con noi medesimi, operiamo in aperta contraddizione di quelli. V'è un po' d'ipocrisia, anche, nella virtù più incorrotta e sincera. (p. 105)
Fra l'Inferno ed il Paradiso dantesco, c'è da esitare? Non per la Salmojraghi! La sofferenza le apparve cosa desiderabile; la colpa o ciò, che, sino allora, aveva chiamato con questo nome, quasi, uno stato di grazia, moralmente superiore alla inerte e sterile innocenza. Avete, mai, visto in uno sperimento chimico, ravvicinare due sali, la base di ciascuno de' quali abbia maggiore affinità con l'acido dell'altra, che non col proprio? si decompongono e, contemporaneamente, ecco costituiti due copri, diversi da' primi. Come avviene, che la pietra infernale ed il sal comune, ravvicinati si trasformino in nitrato di sodio ed in cloruro di argento, così era accaduto nel ravvicinamento del Radegondato di serenità con l'Almerinduro di passione. (p. 107)
Questo profondo desiderio della passione era, già, di per sé, la passione stessa: non la bufera, che sconquassa l'animo, anzi la breve pausa di raccoglimento, che precede i cataclismi così orali come fisici. Le scomparve il riso dalle labbra, le si accese un fuoco cupidissimo, negli occhi. Ned osava confessare a sé medesima cosa desiderasse, confessarselo esplicitamente, collocando i titoli sugl'i; non siamo franchi, nojaltri uomini, neppure ne' colloqui con la coscienza nostra. Eppure ch'ella ne convenisse o no, che l'avvertisse o no, pure, la passione le si presentava fatalmente, sotto le forme di quel Maurizio, nel quale, prima di ella l'aveva vista così rigogliosa e potente e (come a lei pareva) sublime. (p. 108)
Così è, quando si ama molto e si è persona di mondo, certi pregiudizi religiosi, morali, civili cadono, di per sé: che importa la legittimità del legame? le formalità nel contrarlo? Il meno guarentito sembra, quasi quasi, più rispettabile, perché patto di onore, senza sanzione legale. (p. 153)
Ebbene, accettava, rassegnatamente, (che dico?) giojosamente, questo mestissimo avvenire. E sentite, poi, asserire, che chi s'abbandona, al cosiddetto vizio, non cerca, se non il piacere! Ah se sapessero quanta e qual forza di animo ci voglia, spesso, per perseverare sulla via dell'inferno! se sapessero quanto è aspra, quanti doveri e pesantissimi impone! quanto più agevole sarebbe il batter la strada della virtù convenzionale! Eh no! si preferisce soffrire, combattere, esser condannato, da' buoni e dagl'ipocriti, esser vilipeso e scornacchiato e sputacchiato, pur di conformarsi a ciò, che la passione ci addita. È da uomini il far così. (pp. 213-214)

Scheda del libro «Dio ne scampi dagli Orsenigo»

Passeggiate romane

[...] la filosofia me ne insegna tante delle belle cose; ma quando una m'investe, scordo tutti gli ammaestramenti della scienza. Sotto ad ogni uomo razionale ci è l'uomo naturale, che di tempo in tempo s'emancipa, insorge, inizia una guerra servile contro il suo dominio. Ed allora persino il Bruno e lo Spinoza sentono come il volgo, sragionano come il volgo ed appunto come il volgo vorrebbero che l'universo intero badasse unicamente ai desiderî ed alle occorrenze loro. O che altro significa esser volgo, tranne che vivere passionalmente,
......come bruti / Senza seguir virtude e conoscenza?
chi dunque ha mai potuto o potrebbe mai svellere dall'animo proprio ogni parte volgare? È già molto l'occultarla. (Passeggiate romane, Roma, 29. XI. 71., p. 23)
Questa città davvero è incantevole. Appaga. Non vi si ha che desiderare. O per meglio dire uno ha quasi rimorso di desiderarvi cambiamenti e miglioramenti, tanto è bella e simpatica così com'è. Questi palazzi, questi monumenti, queste ville, queste strade hanno tanta vaghezza e maestà! Potremo ripulire, ampliare, popolare: ma chi sa che così non se ne alteri il carattere? Questa è l'opinione di tutti, tranne che di pochi incontentabili, i quali trovano da biasimare anche nel Colosseo e nel palazzo Farnese. (Passeggiate romane, Roma, 4. XII. 71., p. 26)
Il presente non è che il rovescio d'una splendida tappezzeria: quando saremo passati dall'altro lato e la vedremo come storia, allora solo potremo equamente valutarne il merito. (Passeggiate romane, Roma, 4. XII. 71., p. 28)
Non passa anno senza che le collezioni scientifiche di qualunque altra città d'Italia si arricchiscano per la munificenza di qualche privato. E così mano mano si colmano le lacune, si completano le serie e si ottiene più assai di quello che non sia il potere dello stato e de' municipii di fare. Ma il napoletano largo di bocca e stretto di mano; mentre non sa vivere fuori della sua città, non vuol poi far niente per renderla più bella e simpatica; non è superbo delle sue istituzioni, non è zelante di migliorarle; il suo municipalismo non sa mai incarnarsi in un'opera bella e generosa. (Passeggiate romane, Roma, 11. XII. 71., p. 37)
Per me, tutto ciò che accade fuori di questo nostro pianeta, non m'interessa: Amo la terra e nella terra amo solamente l'uomo. È la vita, è la storia, sono le azioni e i pensieri degli uomini che mi scuotono e mi cattivano e mi paion grandi. Questo universo sterminato e inconscio, infinito ed inintelligente, senza pensiero proprio, mi desta meno curiosità che l'anima semplicetta di un fanciullo. Dall'alto di quei tetti, da' quali si è soliti contemplare gli astri, io guardavo in giù. Ed allora mi sentivo commuovere. (da Passeggiate romane, Roma, 11. XII. 71., p. 38)
La Natura per se stessa non è né bella né poetica, né interessante: di bello e commovente non vi ha al mondo che l'uomo; e dove egli manca, io sbadiglio. (Passeggiate romane, Roma, 11. XII. 71., p. 39)
«La dipendenza volontaria è lo stato migliore». – dice il Goethe «né sarebbe possibile senz'amore» –. La dipendenza volontaria è appunto l'osservanza stretta della legge, e di leggi severe. Ma non è possibile senza amor di Patria. Ed in Italia ce n'è molta di questa derrata?
A parole, molto; in fatto, chi ben guardi, poco. (da Passeggiate romane, Aneddoti e ricordi manzoniani, p. 53)
La grandezza vera è semplice e figlia del pensiero. Non puoi comprenderla e valutarla senza pensarci su, senza disamina critica: Solo esaminando e scrutando ogni particolare, ogni motivo: vedendo la purezza e la magnificenza di ognuno, si giunge ad afferrare la purezza e la grandezza dello insieme.
Una grandezza di qualunque genere torna più facilmente comprensibile, quando ha in sé qualcosa di , , quando claudica in parte. La parte scadente fa risaltare l'eccellente: la parte piccola ti fa capire la grandezza delle colossali: in quel modo appunto in cui la vicinanza d'uno edificio volgare, ti fa subito afferrare la sublimità e le proporzioni del monumento vicino. (da Diaro romano, Basilica di S. Pietro, Giovedì, 30 Novembre 1876, p. 64)
Sì, Roma sembra soprattutto bella, non pel suo presente o pel passato prossimo; ma per quel passato remoto, che tutto rammenta. Comprendo benissimo quindi che il soggiorno ne sembri increscevole a' commessi viaggiatori ed a' travetti, per cui la bellezza d'una città consiste ne' caffé, balli pubblici e peggio, che ignorano la storia e non sentono neppur vergogna d'ignorarla. Comprendo che possa increscere a chi non prova simpatia per quel passato; a qualche barbaro discendente d'Arminio e protestante giunta. Ma ad un uomo veramente colto, ad un Italiano soprattutto, il viver qui è un'ebbrezza continua. (da Diaro romano, Il Colosseo, Sabato, 2 Dicembre 1876., p. 72)
Dopo mezzo secolo dalla sua visita quanti mutamenti non ritroverebbe il Leopardi! Sant'Onofrio è sgomberato da' monaci; le signore possono entrar liberamente nel convento; non c'è più clausura; anzi dicono di volerci mettere non so che caserma di guardie municipali o simili. Povero convento! Povera cameretta in cui spirò l'autore della Gerusalemme! Povera quercia alla cui ombra egli, e poi, San Filippo Neri si compiacquero di sedere, ammirando la sottoposta Roma, e che, fulminata una quarantina d'anni fa, è risorta vivace e rigogliosa, come la fama di que' due magnanimi che nessun morso d'invidia può oscurare. (da Diaro romano, Sant'Onofrio, Domenica, 3 dicembre 1876, pp. 78-79)
Ci volevan proprio le mie padrone, ci voleva l'obbligo di accompagnarle, per indurmi a rimettere il piede nel baraccone di Montecitorio. Sapevo di dover soffrire rientrandovi, come un cristiano che entrando in un celebre santuario, truovi scassinato il ciborio, rubato il calice, sparpagliate e calpeste l'ostie consacrate. Quell'aula, che fu già agli occhi miei il più augusto luogo del mondo ed il più sacro, ora è divenuto un mercato vilissimo, nel quale da barattieri ignoranti si traffica dello Stato, dell'Italia e della Monarchia. Lo Stato è per me quanto v'ha di più sacro. Ma se lo Stato viene amministrato e rappresentato da' Depretis, da' Nicotera, e da simil ribaldaglia, come conservargli l'antica venerazione? Lo schianto ch'io pruovo, può provarsi solo a quello d'un cristiano, che vedesse un malfattore sulla cattedra di , malfattori nel sacro collegio, radunato un Concilio di malfattori, che promulgassero dogmi eretici ed immorali... e forse neppure... (da Diaro romano, Montecitorio, Martedì, 5 dicembre 1876., pp. 81)
In Roma il gran pericolo è il disgusto delle cose belle, che viene come conseguenza triste del vederne troppe. I marmi più preziosi, le statue più perfette, dopo alcun poco non ti sollecitano più.
Altrove dieci statue di quelle, che raccoglie il Vaticano, sarebbero stimate una ricca collezione. Ma in Roma! Ma fra tante!
Altro : l'attenzione smussata non è più stuzzicata dal bello, anzi solo dallo strano, dallo insolito, dallo stravagante, dal capriccioso. Si comprende la necessità del Barocco qui. Ci volevano statue, che per la bizzarria loro richiamassero gli occhi, si facessero distinguere in mezzo alle altre.
In mezzo a questi monumenti dell'antichità vetusta e bellissima a poco a poco uno si sente trasportato in un altro mondo. (da Diaro romano, I Musei, Mercoledì, 6 1876, p. 84)
[...] l'affresco di San Pietro incarcerato e liberato è stato una rivelazione per me. Nessun pittore, che abbia fatto studio esclusivo degli effetti di luce, è mai giunto ad un tanto effetto, ad una tanta potenza d'illusione. Altro che Gherado delle notti! Eppure, si badi, qui si tratta d'un affresco enorme, non d'una pittura ad olio, nella quale le bravure sono assai più facili ed i colori più vividi. Dunque il Sanzio sapeva e poteva gareggiare con chicchessia nelle cose difficili, negli sforzi, negli scherzi; ma non volle: preferì quel modo suo sereno ed agevole. Non volle, perché? Debbe aver giudicato l'arte esser tutt'altro. (da Diaro romano, Vaticano, 14. XII. , p. 113)
Salutammo Marc'Aurelio.[...] Salutammo la povera lupa, scendendo la cordonata; quella povera lupa, che tengon barbaramente chiusa in una gabbia, mentre facendovi una cancellata intorno si potrebbe lasciar liberamente gironzolare per quelle .
Notammo l'assenza delle oche. Un senza oche è cosa inconcepibile. L'oca è lo animale repubblicano per eccellenza. Chi la surroga in Campidoglio? I consiglieri comunali. (da Diaro romano, Il Campidoglio, p. 115)
Quel che indispone, è la maniera; quella non posso digerirla, per quanto graziose apparenze abbia. Quando lavorano di maniera, aborro del pari Raffaello ed il Camuccini. Proprio? Via, poniamoci un quasi, quasi del pari.
Nell'arte ci abbiamo la ingenua riproduzione del vero; ci abbiamo la creazione dell'Ideale; ci abbiamo la Maniera. Tre stadi, tre indirizzi.
Il Vero, ancorché scelto male e senza criterio, ingenuamente riprodotto, piace sempre. Dal vero, scelto intelligentemente, studiato, sviscerato, può astrarsi lo ideale. Ma per maniera s'intende un ideale di strapazzo e di convenzione; una figura eseguita, senza che le serva di sustrato una propria impressione naturale. (da Diaro romano, Galleria Rospigliosi, Sabato, 16. XII., p. 118)
Dopo il carnevale, vien la quaresima; dopo lo scherzo, la riflessione. Sta bene di ridere, e sta bene anche di pensare; perché ogni cosa al mondo ha due facce come Giano bifronte. Non vi ha nulla di più straziante che i soliti temi da , purché si guardino sotto un dato aspetto; non vi ha nulla di più buffo che i soliti argomenti di tragedia, se si considerano in un dato modo. (da La fama di Capri, A. Stahr risponde, p. 173)
sta alla moneta, come la pittura alla scultura: la moneta è fra i segni espressivi del valore il classico ed il francobollo il romantico [...] (da Francobolli, medaglie, monete..., A proposito d'un libro «Essais de philosophie hégélienne» par A. Vera, p. 180)
Felici! tre volte felici! cui nessuna linea, nessun colore offende l'occhio! nessuna vanità o sproposito la mente. Io v'invidio, come invidio al contadino i calli che gli permettono di abbrancar le ortiche senza pungersi; come invidio a certi palati di gustare l'acquavite senza rimanerci impiagati; come invidio i giudici di poter ascoltare certi legulei senza imbecillire! Invideo quia quiescunt, diceva Lutero passeggiando tra le fosse di un camposanto! È un fatto, la delicatezza è un grande , ed hanno ragione i babbi che chiamano viziosi i figliuoli quando questi non sanno risolversi a trangugiar la minestra in cui è caduta una mosca. Felici cui un organo speciale fa trovare tutto bello, tutto gustoso! (da Francobolli, medaglie, monete..., A proposito d'un libro «Essais de philosophie hégélienne» par A. Vera, pp. 183-184)
, in fatto di visibilità, appunto i Monumenti Numismatici hanno un vantaggio sugli architettonici, questi se ne stanno immobili, duri, saldi, che non li scuoterebbe il tremuoto, e quelli fanno il miracolo d'andarti a trovare sino in casa. (da Francobolli, medaglie, monete..., A proposito d'un libro «Essais de philosophie hégélienne» par A. Vera, p. 188)
Gli eroi ed i fàcini, i grandi uomini ed i gran fatti hanno due vite: l'una breve, univoca, effettiva nella materialità delle cose; l'altra inesauribile, immortale, ideale nella coscienza de' posteri: e quest'ultima è il mito, ed ha, ripetiamolo, più vicissitudini della prima, che sta lì immobile nella sua grettezza. Il doppio lavoro della fantasia e della critica è immenso, potentissimo.[...] L'objetto (eroe, fàcino) è il metallo prezioso che ogni secolo foggia diversamente nel mito: dal minerale informe si fondono verghe, s'intagliano coppe ornate di figurine; le coppe profane si distruggono da' devoti per formare de' brutti santi; i santi si manomettono da' bisognosi increduli per coniar marenghi; i marenghi si buttano nel crogiuolo dell'orafo per ricavarne pendagli e fermagli. Il valore intrinseco del metallo è sempre il medesimo, però quelle trasformazioni che lo adattano a' bisogni di ogni tempo quanto non importano! si può affermare che il vero pregio dell'oro consiste nella suscettibilità d'assumere quelle forme. (da Arte e morale, A proposito del centenario dantesco, p. 195)
Questo gran popolo artistico ch'è l'Italiano non è stato ancora capace di concepire l'Arte come Arte, tutt'Arte, null'altro che Arte; di ravvisare ed affermare che essa come ogni altra cosa al mondo, ha in medesima la propria necessità, le proprie determinazioni, la sua ragion d'essere. Anzi noi, affatto subjettivamente le presupponiamo e le apponiamo mille scopi e mille qualità estrinseche, contraddittorie, tali insomma che non possono ritrovarsi in nessun lavoro d'Arte; e se talvolta qualcuno vi dice che pur vi sono, e voi siate pur certi che non istanno nell'objetto, bensì nell'occhiale, come quel topolino che pensarono di scoprire nella luna e che in verità s'appiattava fra le lenti del telescopio. (Arte e morale, A proposito del centenario dantesco, p. 197)
Tutto ciò che non è sentito, che non è spontaneo, che rinserra una contraddizione fra il contenuto e la forma, volere o non volere è comico. (da Arte e morale, A proposito del centenario dantesco, p. 201)
Dante è tal poeta che non sarà mai popolare, né potrà mai destare entusiasmo nelle masse. La natura schiva del suo ingegno lo apparta, lo segrega, e se lo rende più caro a chi s'interna nelle latebre del suo carattere, fa sì però che pel volgo rimanga sempre un libro chiuso con sette suggelli. (da Arte e morale, A proposito del centenario dantesco, pp. 201-202)
Tutto ciò che serve a mantener viva la memoria del passato, si vuol rispettare. I nomi delle strade, i monumenti, per quanto sia vergognoso il fatto che ricordano, vanno conservati con zelo. Le pazzie, le insanie, le vergogne, i delitti d'una nazione non vanno dimenticati neppure essi: ed oso affermare che il volerglieli far dimenticare, che il cancellarne le vestigia è pazzia, vergogna e delitto maggiore, è l'aprire più facile il varco a nuove pazzie, a vergogne nuove ad altri delitti. (da Toledo o Via Roma?, p. 224)
Epoca di pappagalli, sta bene il sapere come gli altri la pensano, ma sta bene anche di pensare un po' di quando in quando. Si legge tanto assai e si riflette tanto poco! siamo un po' come quei suoli i quali, sterili di per sé, non sanno produrre che la pianta che vi semini concimi ed annaffi ogni giorno. (da Mare piano, p 230)
[...] non è la pugna, non è la disfatta che si deplora, quando s'è avuto a fare con un nimico ma rompersi le corna contro un muro! Così accade al mare che batte e batte le immobili sponde. Così accade tante volte in amore: tu soffri, e non ti si bada; tu parli, e si pensa ad altro; tu deliri, e si passa oltre. Ed ogni tuo dire e fare e soffrire è indarno, non perché vi sia altri più gradito, non perché sii sgradito, ma perché ami un sasso. (da Crociata accademica, p. 236)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026