Frasi
Frasi di William Faulkner
40 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di William Faulkner raccolte in un'unica pagina: 40 frasi, divise per libro e argomento.
William Faulkner (scrittore, sceneggiatore e poeta statunitense). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di William Faulkner
Deve imparare da sé che la più vile di tutte le cose è avere paura.
Il motivo per cui il Signore ha creato le donne è perché l'uomo non capisce quello che è un bene per lui neanche quando se lo ritrova sotto il naso.
La salvezza del mondo sta nella sofferenza dell'uomo.
Scopo di ogni artista è arrestare il movimento, che è vita, con mezzi artificiali, e tenerlo fermo ma in tal modo che cent'anni dopo, quando un estraneo lo guarderà, torni a muoversi, perché è vita.
Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.
Tra il dolore e il nulla sceglierò il dolore.
Vivere in un qualsiasi angolo del mondo oggi ed essere contro l'uguaglianza per ragioni di razza e colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve.
Citazioni di William Faulkner – Attribuite
Gli artisti immaturi copiano. I grandi artisti rubano.
Good Artists Copy; Great Artists Steal, QuoteInvestigator.com, 6 marzo 2013.
La frase sugli artisti che rubano, ilPost.it, 23 dicembre 2017.
Frasi da «Santuario»
«Già» disse la donna. Si voltò di nuovo verso il fornello. «Sono io che cucino. Cucino per magnaccia, per sfigati, per mezzi matti. Già. Cucino, io.» (cap. 1, p. 15)
Ecco perché sappiamo che la natura è una lei: per via di questa congiura fra carne di donna e stagione di donna. E così ogni primavera guardavo il riaffermarsi dell'antico fermento che nascondeva l'amaca: la trappola verde della promessa d'inquietudine. Quel tanto di fioritura, voglio dire, che ha l'uva. [...] Ma non si trattava di questo, in realtà. Ho pensato che forse quello che mi turbava di più era la primavera, o il fatto di avere quarantatré anni. Ho pensato che forse, per sentirmi bene, mi sarebbe bastata una collina dove sdraiarmi per un po'. (Horace Benbow: cap. 2, pp. 21-22)
Lei vide l'albero che bloccava la viottola, ma tutto quello che fece fu puntellarsi di nuovo. Le parve fosse la logica conclusione disastrosa della serie di circostanze nella quale si era trovata coinvolta. Rimase lì seduta, rigida, a osservare in silenzio mentre Gowan, che sembrava guardare diritto davanti a sé, andava a sbattere contro l'albero a venti miglia all'ora. L'automobile urtò, rimbalzò all'indietro, poi tornò a picchiare contro l'albero e si rovesciò su una fiancata. (cap. 4, p. 41)
«Oh, le conosco quelle come te» disse la donna. «Donne oneste. Troppo per bene per avere a che fare con la gente comune. Uscite di nascosto coi ragazzini, ma aspetta che arrivi un uomo». Rigirò la carne. «Prendete tutto quello che potete, ma dare, niente. "Sono una ragazza pura, io; io non le faccio, certe cose". Esci di nascosto coi ragazzini, gli consumi la benzina, ti fai pagare la cena, ma appena ti mette gli occhi addosso un uomo svieni perché tuo padre giudice e i tuoi quattro fratelli potrebbero disapprovare. Ma basta che ti trovi nei guai e da chi corri a piangere? da noi, da quelli che non sono degni neanche di allacciargli la scarpe onnipotenti, al signor giudice». Da sopra il bambino Temple fissava la schiena della donna, il viso come una piccola maschera pallida sotto il cappellino storto. (cap. 7, p. 59)
«Un uomo? Tu un uomo vero non l'hai mai visto. Tu neanche lo sai cosa sia esser voluta da un uomo vero. E ringrazia il cielo che non t'è mai successo e non ti succederà mai, perché se no scopriresti quel che vale quel bel faccino, e tutto il resto di te a cui credi di tenere tanto, quando invece ne hai soltanto paura. E se lui è abbastanza uomo da darti della puttana, dirai Sì Sì e ti trascinerai nuda per terra e nel fango perché te lo dica ancora... Dammi quel bambino.» Temple stringeva il piccino fissando la donna, la bocca che si muoveva come se stesse dicendo Sì Sì Sì. La donna buttò la forchetta sul tavolo. «Mollalo» disse, prendendo il bambino. Lui aprì gli occhi e diede un lamento. La donna tirò a sé una seggiola e si sedette, il bambino in grembo. «Me lo prendi uno di quei pannolini stesi là fuori?» disse. Temple restava lì impalata, le labbra che continuavano a muoversi. «Hai paura a andarci, eh?» disse la donna. Si alzò. (cap. 7, p. 61)
Guardò l'ultima luce condensarsi nel quadrante dell'orologio, e il quadrante trasformarsi da tondo orifizio nella penombra a disco sospeso nel nulla, il caos originale, e di nuovo trasformarsi in uno sfera di cristallo che nelle sue immobili, misteriose profondità conteneva il caos ordinato del mondo intricato e indistinto sui cui fianchi sfregiati le antiche ferite roteano a folle velocità verso la tenebra entro la quale si appostano nuove sciagure. (cap. 18, p. 144)
Lei tirò il fiato, sibilando, afferrandosi il petto. Si avvicinò al letto e attraverso il velo guardò Temple. «Felici come due colombi, eravamo» gemette, soffocando, gli anelli che si accendevano di caldi sfavillìi entro il ritmico enfiarsi del petto. «E mi doveva morire, mi doveva!». Tirò il fiato, sibilando, la bocca aperta che dava forma all'angoscia nascosta dei polmoni impediti, i pallidi occhi sporgenti spalancati nello sconcerto di quella perdita. «Come due colombi!» urlò con aspra voce soffocata. (cap. 18, pp. 151-152).
Che cos'è che fa pensare a un uomo che la donna che sposa o che genera potrebbe, sì, comportarsi male, ma tutte quelle che non ha sposato né generato si comporteranno male di sicuro? (cap. 19, p. 157)
«Il tempo non è poi questo gran male, dopotutto. Basta usarlo bene, e si può tirare qualsiasi cosa, come un elastico, finché da una parte o dall'altra si spacca, e eccoti lì, con tutta la tragedia e la disperazione ridotta a due nodini fra pollice e indice delle due mani.»
«Resti o non resti, Horace?»
«Penso che resterò» disse Horace. (cap. 20, p. 172)
In capo a un anno ci morirà, o finirà in manicomio, da quel che succede su in quella camera tra quei due. C'è qualcosa di strano che ancora non ho capito. Forse è lei. Non è nata per questa vita. Bisogna esserci nati, per questo, come bisogna esser nati per fare il macellaio o il barbiere, immagino. Nessuno lo farebbe solo per guadagnare o per divertirsi. Meglio per lei se morisse stanotte, pensò Horace, incamminandosi. E anche per me. [...] Forse è nell'istante in cui ci rendiamo conto, in cui ammettiamo che nel male vi è un disegno logico, è allora che moriamo, pensò, ripensando all'espressione che una volta aveva vista negli occhi d'un bambino morto, così come di altri morti: l'indignazione che si raffredda, l'improvvisa disperazione che si attenua, lasciando due globi vuoti nel profondo dei quali, in miniatura, si aggira il mondo immobile. (cap. 23, p. 205)
La voce della notte – insetti, quello che fossero – lo aveva seguito in casa; capì d'un tratto che era la frizione della terra sul suo asse mentre si avvicinava il momento in cui doveva decidere se continuare a girare oppure rimanere ferma per sempre: una palla immobile nello spazio raggelante attraverso il quale, come fumo gelido, si avvitava uno spesso odore di caprifoglio. (cap. 23, p. 207)
Fuori, nell'aria fresca del mattino, Horace prese a respirare profondo. «Si riempia i polmoni» disse. «Una nottata in quel posto basterebbe a far venire il delirium tremens a chiunque. L'idea di tre persone adulte... Mio Dio, certe volte mi convinco che siamo tutti bambini, eccetto i bambini. ma oggi sarà l'ultimo giorno. A mezzogiorno uscirà libero: se ne rende conto?» (cap. 27, p. 258)
Frasi da «L'urlo e il furore»
I nomignoli sono una cosa volgare. Li usa solo la gente ordinaria. (Sette aprile 1928, 1997, p. 55)
È un pezzo che scappi, disse Jason, ma non sei mai andata piú in là dell'ora di cena. (Sette aprile 1928, 1997, p. 62)
Quando l'ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell'orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali piú di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L'uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un'illusione dei filosofi e degli stolti. (Due giugno 1910, 1997, p. 67)
Non è quando capisci che nulla può aiutarti – religione, orgoglio, qualsiasi cosa – è quando capisci di non aver bisogno di nulla. (Due giugno 1910, 1997, pp. 70 sg.)
Parlavano tutti insieme, con voci insistenti e impazienti, contraddittorie, trasformando una cosa irreale in una possibilità, poi in una probabilità, poi in un fatto incontrovertibile, come fa la gente quando i suoi desideri diventano parole. (Due giugno 1910, 1997, p. 104)
Mi sembra che la gente, che tanto si fa usare dalle parole, sia coerente almeno in questo: nell'attribuire saggezza a una lingua immota; […]. (Due giugno 1910, 1997, p. 105)
Io non prometto mai niente a una donna, e non le faccio capire che cosa ho intenzione di darle. È l'unico modo per tenerle a bada. Lasciarle sempre nell'incertezza. (Sei aprile 1928, 1997, p. 173)
Sono lieto di non avere una di quelle coscienze che si devono sempre incoraggiare come un cucciolo malato. (Sei aprile 1928, 1997, p. 203)
I bianchi danno i quattrini ai negri perché sanno che il primo bianco che arriva con una banda se li riprende, e allora il negro si rimette a lavorare per guadagnarne degli altri. (p. 16)
Sono sempre le abitudini oziose quelle che si rimpiangono. (p. 63)
Quel che vi è di meglio nel pensiero si aggrappa come edera morta su vecchi mattoni morti. (p. 79)
Un uomo vivo è meglio di qualsiasi uomo morto, ma nessun uomo vivo o morto è molto migliore di qualsiasi altro uomo vivo o morto. (p. 84)
Il babbo diceva che l'uomo è la somma delle sue sventure. Un giorno ti vien da pensare che la sventura prima o poi si stancherà, ma allora la tua sventura è il tempo, diceva il babbo. Un gabbiano attaccato a un filo invisibile teso nello spazio. Ti porti nell'eternità il simbolo della tua frustrazione. Allora le ali sono più grandi, diceva il babbo, ma chi sa suonare l'arpa?
Luce d'agosto – Citazioni
Il nome di uno, che dovrebbe essere soltanto il suono per chi è lui, in qualche modo potrebbe essere un auspicio di quello che farà, se soltanto gli altri riuscissero a leggerne il significato in tempo.
L'uomo fa, combina, tanto più di quanto riesca a sopportare o debba sopportare. È così che scopre di poter sopportare qualsiasi cosa. È per questo. È questo che è terribile. Che può sopportare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa
Dicono di William Faulkner
Dio mio, Dio mio, non possiamo pubblicarlo. Finiamo tutti in prigione. (Rapporto di lettura, Santuario, 1931)
E allora il sospetto molto fondato è che Faulkner non sia molto popolare perché non coltivava il vittimismo anti-yankee. Conosceva, inoltre, un'arte davvero difficile, che forse nessun altro ha mai posseduto in quel grado sublime: quella di descrivere, seguendone con precisione gli andamenti, i rapporti sociali tra bianchi ed ex schiavi, dolci o crudi che fossero, senza mai dare giudizi di alcun tipo, ma anche senza mai smettere di farti toccare con mano il fatto che si trattava di rapporti tra uomini. Non è banale come potrebbe sembrare. Anzi: è quasi impossibile, a meno di non scrivere un comizio o un'omelia, evitare di trasmettere l'impressione che un nero sia un nero e poi, a pensarci bene, per via di certe dichiarazioni dei diritti, anche un uomo. Quando un romanziere attuale ci prova, finisce che se non stai spasmodicamente attento non ti accorgi neppure che tra i protagonisti ci siano dei neri. Tanta «cecità nei confronti del colore» contiene in sé qualcosa di ammirevole, ma ha più valore come tacito comizio antirazzista che come descrizione dei rapporti sociali, in quanto per ora esiste solo nei romanzi.
Riuscire a scrivere come Faulkner è ancor oggi qualcosa di sovversivo, che credo non vada bene né ai neri, né ai bianchi.
Non importa che i suoi romanzi parlino essenzialmente di dinamiche familiari piuttosto contorte ambientate immancabilmente nel Sud degli Stati Uniti: importa come sono strutturati. Il modo in cui costruisco i miei libri, in cui intreccio voci e storie, l’ho imparato da lui.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026