- Autore
- Daniele Del Giudice
- Prima pubblicazione
- 1985
- Tipo
- Romanzo
- Lingua originale
- italiano
«Atlante occidentale» è un romanzo di Daniele Del Giudice, pubblicato per la prima volta nel 1985.
Il libro in breve
Atlante occidentale è un romanzo di Daniele Del Giudice vincitore nel 1986 del Premio letterario Giovanni Comisso per la Narrativa e del Premio Bergamo.
In quest'opera, tramite i continui rimandi alla scienza e alla scrittura, generati dal legame tra i due protagonisti, si analizzano gli effetti e le influenze sul mondo esterno generati dall'una e dall'altra. Tra gli altri elementi tipici dello scrittore, qui si ritrovano in particolare le descrizioni della luce e del volo. Utilizzando in modo puntuale ed appropriato un gran numero di termini tecnico-scientifici, nell'opera ci si pone un interrogativo sia sui limiti del nuovo razionalismo (tema già sollevato da Italo Calvino) sia sulla capacità della letteratura di cogliere la profonda complessità del reale.
Fonte: Wikipedia, voce «Atlante occidentale» · licenza CC BY-SA 4.0
Dove trovare «Atlante occidentale»
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Frasi tratte da «Atlante occidentale»
La posta può somigliare a una battaglia. Opuscoli pubblicitari e inviti cadevano sulla spiaggia, fanti immacolati senza nemmeno il tempo di provare se stessi, o almeno di provare l'attrezzatura. Pensati e scritti da persone cui non importava niente arrivavano a persone cui non importa niente, comunicando soltanto il loro essere arrivati. Erano muti, spesso non avevano nemmeno il francobollo; la loro vita, la loro illusione postale consisteva nel semplice trasporto. Era un delitto mandarli avanti così. Fatture e rendiconti, seppure della stessa specie, si guadagnavano in virtù di un altro valore una prigionia in zone speciali controllate da personale addetto. Le buste intestate erano già effettivi, in servizio regolare, e bisognava trattarle con prudenza e secondo le convenzioni. Ma il vero cuore dell'armata erano le buste private, le lettere vere; venivano lette subito, una prima volta per apici di intensità e calligrafia, e poi rilette piano, seguendo gli avvallamenti degli incisi. (p. 25)
«Dunque è di questo che si tratta», ha sorriso Epstein, senza insistere nel tono, ma come se ne fosse già convinto. Si è girato verso Brahe, ma nel buio vedeva soltanto la camicia chiara sotto la giacca estiva, il profilo del naso, le sopracciglia. È tornato con gli occhi al lago, ha detto: «Sí, piacerebbe anche a me parlare di un sentimento e del modo di produrlo come parla dell'anello di una trentina di chilometri. Potrei mai invitarla a visitare dei tempi verbali, dei giunti per incastrare le frasi in modo che si tengano una contro l'altra, come per controspinta? Potrei mai farle vedere il punto esatto dove si genera un'immagine, un gesto, lo snodo di una storia, l'intreccio di un sentimento, indicandole la differenza tra il prodotto e ciò che lo produce? Potrei dirle: una storia è fatta di avvenimenti, un avvenimento è fatto di frasi, una frase è fatta di parole, una parola è fatta di lettere? È la lettera è irriducibile? È l'"ultimo"? No, dietro la lettera c'è un'energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già un sentimento, ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile, dal pensiero che lo pensa istantaneamente, e capire il mistero per cui le lettere si dispongono in un modo e non in un altro e si riesce a dire: "Lei mi piace", e il miracolo per cui questo corrisponde a qualcosa». (p. 129)
Ha smosso il ghiaietto con la scarpa, ha ripreso: «Ci vogliono così tanti aggettivi per la luce! Con gli oggetti era diverso, si lasciavano descrivere per il loro funzionamento, per la loro consistenza, per ciò cui somigliavano, per le azioni attraverso cui erano costruiti e per l'infinita varietà di azioni che producevano nel comportamento di chi li usava. Potrei dirle luce pallida, luce meridiana, luce fredda, luce struggente: la luce resta sempre uguale a se stessa, cambiano soltanto i sentimenti. E poi, di qualunque tipo di luce io le parlassi, sicuramente lei ne penserebbe un'altra, diversa da quella che sto pensando io. È così strano, la luce è la cosa più comune che ci sia, molto più comune del legno e del metallo, eppure è la più privata, come se lei o io o chiunque altro producesse in proprio la sua». (p. 137)
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Domande frequenti
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026