- Autore
- Cesare Marchi
- Prima pubblicazione
- 1992
- Genere
- saggio
- Lingua originale
- italiano
«In punta di lingua» è un'opera di Cesare Marchi, pubblicata per la prima volta nel 1992.
Il libro in breve
In punta di lingua è un libro di Cesare Marchi pubblicato postumo nel 1992. Come sottotitolo ha Divagazioni curiosità aneddoti sull'italiano scritto e parlato.
La prefazione del libro è curata dal suo amico Giulio Nascimbeni. Come è precisato nel sottotitolo del libro qui si parla di origine delle parole, storpiature, errori, sbagli di accento, neologismi ecc. con il suo stile semplice e diretto. Trattasi di un piccolo dizionario, non completo, della lingua italiana, divertente e con tante curiosità sulle parole, sui modi di dire, su luoghi ecc.
Per ogni sezione il Marchi espone tanti esempi divertenti e pieni di spirito.
Fonte: Wikipedia, voce «In punta di lingua» · licenza CC BY-SA 4.0
Dove trovare «In punta di lingua»
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Frasi tratte da «In punta di lingua»
L'eufemismo è una figura retorica che serve per addolcire un concetto troppo crudo o sgradevole. È una sorta di vaselina del pensiero, per cui lo storpio diventa portatore di handicap, il facchino portabagagli, l'assenteista demotivato, il vecchio anziano, la prostituta lucciola. (p. 46)
Le poche volte che scriviamo una lettera – oggi è più comodo telefonare, il telefono non richiede una brutta copia – una fonte di perplessità è l'uso della maiuscola. Quando è obbligatoria?. La maiuscola (dal latino maiusculus, che è il diminutivo di maius, più grande, quindi un po' più grande) si mette all'inizio del discorso. Dopo il punto fermo. Nel discorso diretto: «Dove vai?» «Parto per Milano». Coi nomi propri di persona: Luigi, Stefania, la famiglia Brambilla. (p. 70)
I programmi trimestrali della Rai, compilati su grandi fogli recanti le date di ogni singola trasmissione, le ore e i minuti della durata, le caratteristiche tecniche ecc. si chiamano palinsesti. Perché questo vocabolo preso in prestito dalla paleografia? Forse perché sono fogli di complicata e confusa scrittura, come quegli antichi manoscritti di pergamena sui quali il testo precedente era stato raschiato, oppure scolorito, e sostituito con altro testo, disposto talvolta in senso trasversale. Così facevano i romani, così si faceva nel Medioevo, dato l'alto costo delle pergamene. la parola, di derivazione greca, è composta da pálin, di nuovo, e dal tema del verbo psáo, raschio. (p. 87)
Il Panzini la definisce «Volgare parola: il suono di Barbariccia, trombettiere (Inferno, XXI, 139) ma fatto con la bocca. Il superlativo plebeo dei fischi. Voce di origine napoletana». Questa imitazione del crepitus ventris ottenuta facendo vibrare rapidamente le labbra esprime, in forma sguaiata, il massimo del dileggio e della provocazione. Pare che derivi dal latino vernaculus, che è l'aggettivo di verna, lo schiavo nato in casa. e quindi qualcosa volgare, plebea, scurrile. Ma a Napoli dove è chiamato pernacchio è una istituzione. Da sempre quella gente ama esprimersi per gesti e suoni: con la canzone l'amore, con la pernacchia il disprezzo. E la pernacchia non è che una Piedigrotta capovolta, il Sole mio della trivialità. (p. 97)
Quello delle ripetizioni, delle tautologie (dal greco tá autá léghein, dire le stesse cose) è un campo minato, in cui cadiamo spesso, senza accorgerci. Progetti per il futuro: e quando mai si fanno progetti per il passato? Guglielmo Marconi fu il primo che inventò il telegrafo senza fili: se fosse stato il secondo non sarebbe stato un inventore, bensì un copiatore. (p. 111)
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Domande frequenti
Chi ha scritto «In punta di lingua»?
Quando è uscito «In punta di lingua»?
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026