- Autore
- Joseph Conrad
- Prima pubblicazione
- 1915
- Tipo
- Romanzo
- Lingua originale
- inglese
- Editore
- J. M. Dent
«La linea d'ombra» è un romanzo di Joseph Conrad, pubblicato per la prima volta nel 1915.
Il libro in breve
La linea d'ombra. Una confessione (The Shadow Line: A Confession) è un romanzo breve di Joseph Conrad, uno dei suoi ultimi lavori. Scritto tra il febbraio e il dicembre 1915, nel 1916 uscì a puntate sulla rivista Metropolitan Magazine di New York (settembre-ottobre) e sulla English Review (settembre 1916-marzo 1917); fu pubblicato in libro nel 1917 (in marzo nel Regno Unito, ad aprile in America) per l'editore Joseph Malaby Dent.
La novella descrive lo sviluppo di un giovane uomo che assume il grado di capitano in Oriente, con la "linea d'ombra" del titolo che rappresenta il limite di questa maturazione.
Fonte: Wikipedia, voce «La linea d'ombra» · licenza CC BY-SA 4.0
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Frasi tratte da «La linea d'ombra»
Il favore dei grandi spande un'aureola attorno ai fortunati oggetti delle loro scelte. (1999, cap. II, p. 42)
La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l'occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. (2011, cap. II, p. 67)
Il moderno spirito della fretta si manifestava con voce sonora negli ordini di «Vira a lasciare» – di «Ammaina la scala di barcarizzo», e in pressanti inviti rivolti a me, «Sbrigatevi, signore! Siamo in ritardo di tre ore per voi... La nostra ora è le sette, sapete!»
Salii in coperta. dissi: – No! Non lo so –. Lo spirito della fretta moderna era incarnato in un individuo magro, con braccia e gambe lunghe, e una barba grigia tagliata corta. La sua mano ossuta era calda e asciutta. Dichiarò febbrilmente:
– Sulla forca, se vi aspettavo altri cinque minuti, comandante del porto o non comandante del porto. (2011, cap. II, p. 69)
Era là, estesamente sparsa su ambe le rive, la capitale d'Oriente che mai aveva conosciuto conquistatori bianchi: una distesa di scure case di bambù, di stuoia e di foglie, e con uno stile d'architettura vegetale, sorta dallo scuro suolo sulle sponde del fiume fangoso. Era stupefacente pensare che in tutte quelle migliaia d'abitazioni umane probabilmente non v'erano neppure sei libbre di chiodi. Alcune di quelle case fatte d'erba e paletti, come nidi d'una specie di animali acquatici, erano abbarbicate sulla bassa sponda. Altre parevano spuntare dall'acqua; altre ancora galleggiavano ancorate proprio nel bel mezzo della corrente. Qua e là in lontananza, sopra l'affollata distesa delle basse creste dei tetti, torreggiavano grandi edifici in muratura, il palazzo del re, templi splendidi e decrepiti, crollanti sotto il sole a picco tremendo e opprimente, quasi palpabile cosa, che sembrava entrarvi nel petto attraverso il respiro e impregnarvi le membra attraverso ogni poro della pelle. (1999, cap. II, pp. 56-57)
Sì, era là. Divorai con gli occhi, felice, lo scafo, l'attrezzatura. Quel senso di vacuità della vita che mi aveva reso così irrequieto negli ultimi mesi perse la sua amara ragione d'essere, la sua malefica influenza, dissolvendosi in un fiotto di emozione gioiosa. (2011, cap. II, p. 73)
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Domande frequenti
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026