Novella · 1999
La vita degli animali
di John Maxwell Coetzee, Marjorie Garber, Peter Singer, Wendy Doniger, Barbara Smuts e Amy Gutmann · titolo originale The Lives of Animals
- Autori
- John Maxwell Coetzee, Marjorie Garber, Peter Singer, Wendy Doniger, Barbara Smuts e Amy Gutmann
- Prima pubblicazione
- 1999
- Tipo
- Novella
- Genere
- fiction
- Lingua originale
- inglese
«La vita degli animali» è una novella di John Maxwell Coetzee, Marjorie Garber, Peter Singer, Wendy Doniger, Barbara Smuts e Amy Gutmann, pubblicata per la prima volta nel 1999.
Il libro in breve
La vita degli animali (The Lives of Animals) è una raccolta di saggi, sotto forma di romanzo, dell'autore Premio Nobel 2003 J. M. Coetzee pubblicato dalla casa editrice Adelphi nel 2000.
La prima parte consiste in due conferenze (I poeti e gli animali e I filosofi e gli animali) sul tema del vegetarismo e dei diritti animali, pronunciate da un personaggio immaginario, Elizabeth Costello.
Nei passaggi più forti del testo, gli allevamenti intensivi e i mattatoi vengono paragonati ai lager nazisti:
Anzi, proprio ai mattatoi americani (di cui si rimanda la descrizione al saggio Ecocidio di Jeremy Rifkin) si sarebbero ispirati i lager:
Nella seconda parte vengono riportati gli scritti di altri autori: Marjorie Garber, Wendy Doniger, Barbara Smuts e del filosofo australiano Peter Singer, sempre sul tema dei diritti degli animali.
Fonte: Wikipedia, voce «La vita degli animali» · licenza CC BY-SA 4.0
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Frasi tratte da «La vita degli animali»
Per condividere veramente l'essere altrui il cuore dev'essere un cuore incarnato, disposto a incontrare direttamente il cuore incarnato di un altro. Io ho incontrato l'«altro» in questo modo, non una o qualche volta, ma ripetutamente e di continuo, durante anni passati in compagnia di «persone» come voi e me, persone, si dà il caso, non umane. (p. 128)
Quando cominciai a lavorare con i babbuini, il mio problema principale fu di imparare a stare al passo con loro guardandomi al tempo stesso da serpenti velenosi, bufali irascibili, api aggressive, e dal rompermi una gamba in qualche buca. Fortunatamente queste difficoltà col tempo si attenuarono, soprattutto perché viaggiavo con guide esperte: i babbuini avvertivano un predatore lontano un miglio e sembravano possedere un sesto senso per la presenza di serpenti nei paraggi. Abbandonandomi alla loro ben superiore competenza, mi muovevo come un'umile discepola, imparando da maestri a essere un antropoide africano.
Così diventai (o meglio, riacquistai il mio diritto ancestrale di essere) un animale, muovendomi istintivamente in un mondo che mi pareva (perché era) la mia antica patria. Non appena ebbi cominciato a padroneggiare queste difficoltà me ne trovai di fronte un'altra, non meno ardua: comprendere e comportarmi secondo i canoni dell'etichetta babbuina, di una bizzarria e sottigliezza da lasciare interdetto un cerimoniere di Corte. (pp. 129-130)
Dopo molti mesi di immersione nella loro società , smisi di pensare tanto a cosa fare e mi arresi invece semplicemente all'istinto, non come azione irriflessiva e automatica, ma come azione radicata in un antico retaggio di sapienza connaturata nei primati. (p. 131)
Nel gruppo c'erano centoquaranta babbuini, e arrivai a conoscerli uno per uno, come individui ben distinti. Ognuno aveva un'andatura particolare, che mi permetteva di capire chi era anche da molto lontano, quando non potevo vederne la faccia. Ogni babbuino aveva una voce caratteristica, con cui diceva cose sue proprie; ognuno aveva una faccia che non somigliava a nessun'altra, cibi prediletti, amici prediletti, vizi prediletti. (p. 132)
In altre parole, quando un essere umano tratta un individuo non umano come un oggetto anonimo, anziché come un essere con una propria soggettività, è l'umano e non l'altro animale a rinunciare a essere una persona. (p. 140)
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Domande frequenti
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026