Frasi

Frasi di «La vita degli animali»

19 citazioni dal libro di John Maxwell Coetzee, Marjorie Garber, Peter Singer, Wendy Doniger, Barbara Smuts e Amy Gutmann

Le frasi di «La vita degli animali» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «La vita degli animali»

Per condividere veramente l'essere altrui il cuore dev'essere un cuore incarnato, disposto a incontrare direttamente il cuore incarnato di un altro. Io ho incontrato l'«altro» in questo modo, non una o qualche volta, ma ripetutamente e di continuo, durante anni passati in compagnia di «persone» come voi e me, persone, si dà il caso, non umane. (p. 128)
Quando cominciai a lavorare con i babbuini, il mio problema principale fu di imparare a stare al passo con loro guardandomi al tempo stesso da serpenti velenosi, bufali irascibili, api aggressive, e dal rompermi una gamba in qualche buca. Fortunatamente queste difficoltà col tempo si attenuarono, soprattutto perché viaggiavo con guide esperte: i babbuini avvertivano un predatore lontano un miglio e sembravano possedere un sesto senso per la presenza di serpenti nei paraggi. Abbandonandomi alla loro ben superiore competenza, mi muovevo come un'umile discepola, imparando da maestri a essere un antropoide africano.
Così diventai (o meglio, riacquistai il mio diritto ancestrale di essere) un animale, muovendomi istintivamente in un mondo che mi pareva (perché era) la mia antica patria. Non appena ebbi cominciato a padroneggiare queste difficoltà me ne trovai di fronte un'altra, non meno ardua: comprendere e comportarmi secondo i canoni dell'etichetta babbuina, di una bizzarria e sottigliezza da lasciare interdetto un cerimoniere di Corte. (pp. 129-130)
Dopo molti mesi di immersione nella loro società , smisi di pensare tanto a cosa fare e mi arresi invece semplicemente all'istinto, non come azione irriflessiva e automatica, ma come azione radicata in un antico retaggio di sapienza connaturata nei primati. (p. 131)
Nel gruppo c'erano centoquaranta babbuini, e arrivai a conoscerli uno per uno, come individui ben distinti. Ognuno aveva un'andatura particolare, che mi permetteva di capire chi era anche da molto lontano, quando non potevo vederne la faccia. Ogni babbuino aveva una voce caratteristica, con cui diceva cose sue proprie; ognuno aveva una faccia che non somigliava a nessun'altra, cibi prediletti, amici prediletti, vizi prediletti. (p. 132)
In altre parole, quando un essere umano tratta un individuo non umano come un oggetto anonimo, anziché come un essere con una propria soggettività, è l'umano e non l'altro animale a rinunciare a essere una persona. (p. 140)
La mia vita mi ha persuaso che le limitazioni presenti nei nostri rapporti con altri animali non dipendono dalle loro deficienze, come tanto spesso presumiamo, ma dalle nostre idee ristrette su ciò che essi sono e sul tipo di rapporto che possiamo avere con loro. E quindi concludo invitando chiunque abbia interesse per i diritti degli animali ad aprire il suo cuore agli animali che ha intorno, e a scoprire per conto suo cos'è l'amicizia con una persona non umana. (pp. 142-143)
Chi viveva nelle campagne intorno a Treblinka – polacchi, per lo più – diceva di non sapere che cosa accadeva nei campi di sterminio; diceva che, pur intuendo in linea di massima che cosa accadeva, non ne era certo; diceva che, pur sapendo in un certo senso, in un altro senso non sapeva affatto, non poteva permettersi di saperlo per il proprio bene. (p. 28)
Vorrei tornare per l'ultima volta ai luoghi di morte che ci circondano, i macelli ai quali noi, in un massiccio sforzo comune, chiudiamo i nostri cuori. Ogni giorno ha luogo un nuovo olocausto, e tuttavia, a quanto vedo, il nostro essere morale non ne viene neppure scalfito. (p. 47)
Chissà perché, pensa, sua madre ha accettato di rispondere alle domande del pubblico. Dovrebbe sapere che le conferenze attirano pazzi e squilibrati come un cadavere attira le mosche. (p. 48)
Ciò che teme, mentre la conversazione langue, è che qualcuno se ne venga fuori con quella che lui chiama La Domanda – «Ms. Costello, che cosa l'ha indotta a diventare vegetariana?» – e a quel punto lei, dandosi grandi arie, faccia ricorso a quella che lui e Norma chiamano La Risposta di Plutarco. Dopodiché toccherà a lui e a lui soltanto riparare il danno.
La risposta in questione viene dai saggi morali di Plutarco. Sua madre la conosce a memoria; lui sa riprodurla solo in modo imperfetto. «Lei mi domanda per quale ragione mi astengo dal mangiare carne. Io d'altra parte mi meraviglio come lei possa appressarsi alle labbra la carne del morto animale, mi meraviglio che non trovi ripugnante masticare la carne di animali scannati e smembrati e ingerire la marcia delle ferite mortali». Plutarco sa come troncare una conversazione: è per via della parola «marcia». Tirare in ballo Plutarco è come gettare il guanto; dopo, non è possibile prevedere che cosa accadrà. (p. 50)
Plutarco: «Tu ti chiedi per quale motivo Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io per parte mia mi domando stupito quale evenienza, quale stato d'animo o disposizione mentale abbia spinto il primo uomo a compiere un d
«Ma il suo vegetarianismo, Ms. Costello,» precisa il rettore Garrard gettando acqua sul fuoco «nasce da una convinzione morale, non è così?».
«No, non credo» risponde sua madre. «Nasce dal desiderio di salvarmi l'anima».
Ora c'è veramente un gran silenzio, interrotto solo dal tintinnio dei piatti mentre le cameriere depongono la meringata davanti a ciascun commensale.
«Be', ha tutto il mio rispetto» dice Garrard. «Come scelta di vita».
«Le scarpe che indosso sono di pelle» dice sua madre. «Anche la mia borsa è di pelle. Se fossi in lei non esagererei con il rispetto».
«La coerenza» mormora Garrard. «La coerenza è lo spauracchio delle menti anguste. Di certo si può tracciare una distinzione fra mangiare carne e indossare accessori di pelle».
«Sono gradi diversi di oscenità» ribatte lei. (p. 56)
Ralph Waldo Emerson: «Una stupida coerenza è l'ossessione di piccole menti».
È stato dai mattatoi di Chicago che i nazisti hanno imparato a lavorare industrialmente i corpi. (pp. 65-66)
«È stata una visita così breve che non ho avuto il tempo di capire come mai ti prendi tanto a cuore la questione animale».
Lei guarda i tergicristalli muoversi avanti e indietro. «In realtà» spiega «non te l'ho detto, come mai, oppure non oso dirtelo. Se penso alle parole da usare, mi sembrano così eccessive che vorrei pronunciarle contro un cuscino o in una buca nel terreno, come Re Mida».
«Non ti seguo. Cos'è che non puoi dire?».
«È che non so più dove sono. Mi sembra di essere perfettamente a mio agio tra la gente, di avere rapporti perfettamente normali. È possibile, mi chiedo, che tutti quanti siano complici di un crimine di proporzioni stupefacenti? Sono tutte fantasie? Devo essere pazza. Eppure ogni giorno ne vedo le prove. Le stesse persone che sospetto le producono, me le mostrano, me le offrono. Cadaveri. Frammenti di cadaveri che hanno comprato in cambio di denaro.
«È come se andassi a trovare degli amici, e dopo che ho fatto un'osservazione gentile sulla lampada che hanno in salotto, loro dicessero: "Sì, è bella, vero? È in pelle di ebrea polacca; secondo noi è la migliore, la pelle delle vergini ebree polacche". Poi vado in bagno e sull'involto di una saponetta c'è scritto: "Treblinka – 100% stearato umano". Sto forse sognando?, mi chiedo». (pp. 84-85)
[...] esistono nessi inevitabili tra la comunione con gli animali, la compassione per gli animali, e il rifiuto di far soffrire, se non necessariamente il rifiuto di uccidere e/o mangiare gli animali. (p. 111)
Così, sia che si possa o no dimostrare che uccidere animali a scopo di nutrimento o di sperimentazione è un male [...] e sia che si possa o no dimostrare che gli animali soffrono come noi, e sanno di morire, noi potremmo prendere dal contesto sudasiatico l'argomento molto saggio che noi sappiamo che essi moriranno, e per questa ragione è male ucciderli. (p. 117)
Per l'induismo gli animali hanno anime che trasmigrano e una coscienza simile alla nostra, e pur non avendo un linguaggio umano possono comunicare con noi in altri modi che rivelano la presenza di una mente e di un'anima. Ciò non significa, beninteso, che essi pensano e/o sentono esattamente come noi; soltanto che anch'essi pensano e sentono. Il presupposto di Cartesio, che è il pensare a renderci ciò che siamo, è del tutto sbagliato [...]. (p. 120)
La reductio ad absurdum della tesi cartesiana è espressa dalla barzelletta su Cartesio che ordina una tazza di caffè; quando la cameriera gli chiede: «Desidera panna e zucchero nel caffè, Monsieur Descartes?», lui risponde: «Non penso», e svanisce. (p. 120)
Si potrebbe anche sostenere [...] che gli animali stessi comprendono i sentimenti di altri animali, che anche gli animali provano compassione. [...] Anche noi possiamo sicuramente provare dolore nelle nostre zampe, nella nostra coda, nei nostri nodelli e pasturali; forse, se abbiamo un talento particolare, perfino nelle nostre pinne e scaglie. (p. 123)
parlano, e noi rifiutiamo di concedere loro la dignità di essere ascoltati.
I delfini, poiché non sono pesci ma sembrano pesci, e poiché ci parlano come pochi altri animali sono in grado di fare, violano doppiamente il confine tra le nostre categorie di mammiferi e pesci, e così minacciano la nostra definizione di ciò in cui consiste l'essere umani. Questo spiega, in parte, la riluttanza di alcuni a chiamare «linguaggio» quello dei delfini. E in effetti il linguaggio che si usa per comunicare con i delfini non è né il linguaggio con cui i delfini comunicano tra loro né il linguaggio con cui noi comunichiamo tra noi: è un linguaggio da stele di Rosetta, una sorta di esperanto mammifero. Eppure è un linguaggio, e ci mette in comunicazione con i pesci. (pp. 124-125)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026